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Ben più cospicue, rispetto
all'età pre-protostorica, sono le testimonianze relative al periodo romano, quando si può realmente cominciare a parlare di una capillare presa di possesso del territorio. In
sostanza ci troviamo di fronte a un popolamento di tipo sparso, finalizzato a uno sfruttamento intensivo delle risorse agricole.
Le principali tipologie insediative individuate in zona, sulla base dei rilevamenti di superficie effettuati nel corso del tempo, sono quelle della villa rustica e della fattoria. La prima si presenta come un complesso di notevoli dimensioni, caratterizzato da una distinzione funzionale degli ambienti in pars urbana, di tipo residenziale, e pars rustica, destinata alle attività produttive; la fattoria, invece, dalla struttura più semplice e dalle dimensioni ridotte, non conosce una netta separazione degli spazi e, in generale, vede prevalere le aree destinate alla lavorazione e conservazione delle derrate rispetto a quelle residenziali. Un altro elemento utile per distinguere le due tipologie insediative è inoltre offerto da un differente impiego dei materiali da costruzione: crustae marmoree, tessere musive, intonaci dipinti generalmente connotano edifici di un certo impegno economico, mattonelle in cotto, cocciopesto e materiali deperibili quali legno e argilla, pur non mancando nelle parti produttive delle ville rustiche, sono di utilizzo pressoché esclusivo nelle fattorie.
Come termine cronologico indicativo per l'inizio della colonizzazione romana nelle vallate tra Senio e Lamone, sulla base della datazione dei reperti ceramici, viene generalmente proposto il II sec. a.C., anche in relazione a quanto noto per il corrispondente territorio a valle della via Emilia, la cui suddivisione in centurie si data alla prima metà del II sec. a.C., in una fase successiva alla sistemazione della suddetta strada consolare, nel 187 a.C.
Circa le modalità del popolamento, data l'assenza di un impianto di tipo centuriale
verosimilmente in conseguenza dei condizionamenti morfologici imposti dalle strette vallate dei fiumi Senio e Lamone e dell'interposto torrente Sintria, esso dovette disporsi nel territorio sulla base di altri criteri, ossia sfruttando le posizioni più favorevoli dal punto di vista geomorfologico e gravitando intorno ai principali assi itinerari.
Si è già accennato all'efficiente rete stradale impostata dai Romani, la cui conoscenza ci deriva dall'utilizzo di diversi ordini di fonti in generale definite "itinerarie" che, per lo più, afferiscono a campi quali l'archeologia, l'epigrafia, la cartografia, la toponomastica. Nel nostro territorio, senza dubbio dovette svolgere un ruolo dominante la via Faventina, che collegava Faenza a Firenze e poi, mutuando parte del tracciato della via Clodia (o Cassia), conduceva sino a Lucca. Nel tratto romagnolo, che a noi qui interessa, la strada sfruttava il fondovalle del Lamone, sino al passo della Colla di Casaglia, tramite il quale si immetteva nel versante toscano.
Se anche non è noto il momento in cui la strada fu "costruita", ossia inserita ufficialmente nel sistema stradale romano, un suo utilizzo come pista di transito transappenninico è
nota sin da tempi molto antichi e dovette proseguire ininterrotto sino all'epoca romana.
Il suo tracciato, ad ogni modo, risulta in linea di massima noto, soprattutto grazie all'analisi dei toponimi sopravvissuti sino ad oggi o, comunque, reperibili da documenti di archivio e la cui posizione lungo la valle del Lamone è ricostruibile. Si tratta di toponimi che ricalcano la presenza di colonne miliari, di cui riportano la distanza dal centro urbano più vicino, nel nostro caso Faenza, in miglia: tra i toponimi conservati abbiamo Quartolo, Ponte Nono, S. Giovanni in Ottavo (Pieve del Tho), S. Maria in Undecimo; in atti notarili dei secc. XIV-XV sono inoltre rintracciabili altri toponimi "miliari", quali Rio di Quinto, Sesto e Settimo.
Nel territorio di Brisighella buona parte del popolamento rurale romano si dispone proprio lungo l'asse di questa strada, in condizioni morfologiche di fondovalle o sui primi terrazzi collinari, ed è costituito per lo più da resti indiziari di fattorie e ville rustiche, talora con tracce di impianti produttivi annessi, quali fornaci e torcularia.
Un'area di un certo interesse dal punto di vista archeologico è quella della Pieve del Tho, a circa otto miglia da Faenza, lungo la valle del Lamone. Sotto le strutture della pieve sono state trovate una muratura in mattoni manubriati, frammenti di intonaco dipinto e otto grandi dolii, con graffiti a crudo sull'orlo, reperti generalmente interpretati come pertinenti a un edificio rustico. A poca distanza da esso, inoltre, nel fondo Macolina, sono stati rinvenuti resti di una villa romana di I sec. d.C. con pavimenti a mosaico.
Si tratta per lo più di siti di fondovalle, ma non mancano siti collinari su morfologie particolari, quali paleofrane e paleosuperfici sommitali o di versante, i quali, in alcuni casi, sfruttano la collocazione rilevata per ottenere suggestivi effetti scenografici, talora accentuati mediante impianti su terrazze. Nel territorio di Brisighella, per esempio, abbiamo due casi di villa terrazzata a Strada Casale e alla Zanarina.
A conferma di una disposizione preferenziale dell'insediamento lungo i fondovalle dei fiumi, comunque, possiamo osservare come, spostandoci verso ovest, le principali testimonianze della presenza romana si distribuiscano lungo il corso del torrente Sintria, come nei casi di Vezzano, Castelnuovo (loc. Le Lame) e Zerfognano (vicino alla chiesa), dove abbiamo tracce consistenti di ville rustiche.
Spostandoci nel territorio di Riolo, il pattern del popolamento presenta forti analogie con quanto osservato per il brisighellese: i siti sembrano infatti concentrarsi lungo l'asse del fiume Senio, dove sono attestate alcune ville rustiche, in alcuni casi ipotizzate sulla base del rinvenimento dei relativi impianti produttivi. Circa la presenza di una percorso transappenninico lungo la valle del Senio, non abbiamo traccia di esso nelle fonti itinerarie latine, che riportano il percorso e le tappe principali delle vie inserite nel sistema del cursus publicus romano. Ad ogni modo, se anche in epoca romana il ruolo di principale arteria di scorrimento della zona dovette essere svolto dalla via Faventina, è assai verosimile che esistesse una strada anche lungo la valle del Senio, come sembrerebbero attestare, da un lato, i numerosi rinvenimenti attribuibili a ville rustiche lungo la valle del Senio, dall'altro, il rinvenimento effettuato nel 1955 in loc. I Gessi di Sasso Letroso, poco a sud di Borgo Rivola, di un tratto di strada basolata con direzione N-S, datata appunto all'epoca romana.
La presenza di fattorie nelle zone collinari poste sui collegamenti trasversali con la vallata del Santerno, ad ogni modo, attesta una certa capillarità nella presa di possesso del territorio e offre una conferma all'ipotesi precedentemente sviluppata circa l'esistenza, in età romana, di una rete di collegamenti stradali intervallivi.
Passando poi a considerare la tipologia dei siti in grotta che, alla ricerca di possibili confronti con la Grotta della Lucerna, risulta particolarmente interessante, dobbiamo però osservare come, in epoca romana, un loro utilizzo stabile per scopi abitativi non sia con certezza
attestato. Tra le grotte frequentate in epoca protostorica, infatti, solo quelle dei Banditi e del Re Tiberio presentano tracce di continuità sino all'età romana, con funzioni però di carattere religioso-sacrale, nel caso della seconda legate al culto delle acque salutari.
In conclusione, volendo fare alcune considerazioni sulle caratteristiche del popolamento romano della zona, possiamo osservare come esso sembri disporsi in modo preferenziale lungo i fondovalle dei fiumi, generalmente attraversati da arterie di scorrimento stradale. Questo dato, collegato ad altre osservazioni fatte di recente in contesti vicini, ci porta a una prima considerazione relativa alla paleoidrografia romana: si può in sostanza ipotizzare, per quel periodo, una certa stabilità dei fiumi che, verosimilmente, avevano un percorso inciso.
A questo proposito, è comunque importante osservare come, pur potendo verosimilmente attribuire l'inferiore consistenza numerica dei siti collinari rispetto a quelli di fondovalle a una precisa scelta insediativa, non si debba però escludere un'incidenza del caso sulle nostre conoscenze. Non bisogna infatti dimenticare come, nel rilevamento di superficie, l'individuazione di un sito sia un dato soggetto a variabili fortuite; senza quindi sminuire la validità di analisi di questo tipo, dobbiamo però dare il giusto peso alle conclusioni che da esse si possono trarre, senza voler attribuire loro un valore assoluto.
Nel nostro caso specifico, ad esempio, riteniamo suggestiva l'ipotesi che la morfologia piuttosto instabile dei versanti collinari abbia contribuito a obliterare siti di versante, sia seppellendoli con processi franosi, sia asportandoli mediante processi erosivi, riducendone quindi le possibilità di rinvenimento. Si veda in proposito il caso di Zattaglia dove, in seguito a un sondaggio geognostico effettuato su di una frana, si è rintracciato il romano alla profondità di 7m.
A questo proposito, per ovviare al rischio di trasporre nel passato la situazione del popolamento antico quale è sopravvissuta sino ai giorni nostri, risulta importante fare ricorso ad altre discipline ausiliarie dell'archeologia quali, ad esempio, la toponomastica, che permette di infittire la rete delle attestazioni antiche su di un territorio.
Già si è vista l'utilità di questa disciplina nello studio della viabilità antica; tra i toponimi più significativi per ricostruire l'assetto rurale romano abbiamo, in particolare, i cosiddetti toponimi "prediali", ossia legati al proprietario del fondo, appunto il praedium. Essi possono essere costituiti dal solo nome del proprietario, come nel caso di
Gallisterna, nel riolese, da Calesterna, oppure presentare forme aggettivali con vari suffissi che, nella nostra zona, sono per lo più -anum e -acum, quest'ultimo di influsso celtico. Il dato, di per sé indiziario, acquista un effettivo valore documentario se il gentilizio utilizzato, riconoscibile come romano, rientra nelle liste prosopografiche della zona.
Tra i principali toponimi romani attestati nell'area in esame, molti si distribuiscono lungo l'asse del Lamone, a conferma del quadro insediativo emerso dall'analisi archeologica. Volendone riportare alcuni di essi abbiamo, in particolare, Ursiano da Ursus, presso la Pieve del Tho, e il poco distante Fognano, probabilmente da Fonnius. Un'altra zona in cui il dato archeologico si associa a una relativa ricchezza di toponimi prediali è quella del torrente Sintria, dove segnaliamo, tra gli altri, Vezzano da Vettius, e Cassano da Cassius.
Piuttosto significativo è invece il caso della porzione orientale del territorio considerato, tra i torrenti Marzeno e Samoggia; pur essendo numericamente inconsistenti le attestazioni archeologiche di età romana, l'esistenza di numerosi toponimi di origine latina attesta comunque un presenza umana non irrilevante. Tra questi toponimi abbiamo Marzeno che, sino al XIX secolo, era noto nella forma Marzano, da Marcius, Semprugnano da Sempronius, Quinzano da Quintius, Urbiano, noto a fine 1300 nella grafia Urbigliani, probabilmente da Orbilius. Sempre in questa zona, inoltre, a conferma di quanto detto, sono ben attestati anche altri toponimi di origine latina, quali Agello, da agellus, diminutivo di ager, e Centolano e Tontola, derivanti rispettivamente da Centum e Octuaginta, indicanti l'estensione dei fondi in iugeri.
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