LA VENA DEL GESSO ROMAGNOLA

ARCHEOLOGIA

     

LA GROTTA DEL RE TIBERIO ATTRAVERSO I MILLENNI

          
L'eta del Rame

Gli ultimi scavi effettuati nel maggio 2002 dalla Soprintendenza regionale hanno portato al ritrovamento di reperti connessi all'uso funerario: in particolare, in una delle quattro trincee di saggio è venuta alla luce una tomba coperta da una lastra di gesso e contenente resti di ossa e di denti di un adulto; accanto sono stati trovati frammenti ceramici, una scheggia di selce ed un'ascia in rame. Queste  nuove sepolture e i loro corredi permettono di retrodatare le frequentazioni più antiche all'Età del Rame.

  

Le sepolture dell’età del Bronzo
Anche nei primi secoli del II millenio a.C., la grotta fu probabilmente utilizzata come luogo di sepoltura; i primi ritrovamenti scheletrici umani vennero effettuati già da Giuseppe Scarabelli. Un secolo dopo il Gruppo Speleologico Faentino rinvenne a circa 6,70 metri di profondità dal piano attuale della grotta, i resti di almeno quattro individui.
Successivi sopralluoghi dello Speleo GAM Mezzano, nella prima metà degli anni novanta hanno portato al ritrovamento dei resti scheletrici di una giovane donna e di un infante in età perinatale e di alcuni vasi, tra cui un grande vaso biansato, collocato accanto alla testa della defunta.
I reperti ceramici consentono di datare questa fase di frequentazione della grotta all’antica età del bronzo, che si pone nel nostro territorio tra il XXIII sec. a.C. ed il XVIII sec. a.C.
Cavità naturali usate come luogo di sepoltura tra il Bronzo antico ed il Bronzo medio iniziale non sono rare, nella stessa Vena del Gesso va rilevata l’analoga situazione riscontrata nella Grotta della Tanaccia e nella Grotta dei Banditi.
Tra il XVII e il XII sec. a.C., nell’età del Bronzo medio e recente, l’uso sepolcrale viene a cessare e la grotta è probabilmente frequentata a scopo abitativo, o forse già come luogo di culto, come avverrà nei secoli successivi.  

      

Un santuario dell’età del ferro
Dal VI secolo a.C., fino alla piena età romana, la grotta diviene sede di un santuario legato alla presenza delle acque salutari.
Nel VI e V secolo a.C. sono probabilmente umbri e forse qualche visitatore etrusco i primi devoti che salgono alla grotta confidando nelle virtù medicamentose delle acque, portando in dono agli dei piccoli vasetti simbolici, vasellame di pregio, statuette in bronzo e altre offerte, probabilmente conservate in comuni contenitori ceramici.

  
  
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Di grande interesse sono i numerosissimi vasetti miniaturizzati (foto a sinistra) rinvenuti nell’area prossima all’ingresso della grotta. Il Museo Giuseppe Scarabelli di Imola ne conserva più di seicento: in argilla, richiamano forme del vasellame da mensa, ma le dimensioni così ridotte li caratterizzano come recipienti usati a scopo votivo, tanto più che in alcuni casi se ne è conservato il contenuto, costituito da piccoli oggetti in metallo e da tracce d’ocra da considerarsi come offerte alle divinità.

Dal IV secolo a.C. compaiono i galli: una traccia della loro devozione è rappresentata da un bronzetto maschile che reca al collo un torquis celtico, tipico collare portato dai nuovi dominatori della pianura padana.

Forse proprio l’area prossima all’apertura, quella più facilmente raggiungibile dai devoti, era deputata sia alla captazione delle acque minerali, sia ad accogliere in piccole stipi le offerte che venivano deposte una volta espletati i riti.

     

L’età romana
L’esame dei materiali di età romana rinvenuti nella grotta permette di ipotizzare una ininterrotta pratica cultuale dal II sec. a.C. al III-IV sec. d.C.
I frammenti ceramici riportati alla luce appartengono a piatti, coppette, bicchieri, quindi a vasellame fine generalmente usato per la mensa ma che in questo contesto doveva servire per i riti salutari.
Anche le monete romane rinvenute rivestono un significato cultuale, noto altresì dal confronto con materiale proveniente da altri luoghi di culto romani strettamente collegati alla presenza dell’ acqua.
La mancanza di reperti riferibili ai secoli successivi fa pensare ad un abbandono della grotta per il periodo tardo antico; forse un evento naturale può aver modificato l’apporto idrico della sorgente con il conseguente abbandono di una pratica che ormai da secoli affidava a quelle acque un potere terapeutico. 

     

I falsari medioevali
Per l’età post classica i materiali archeologici sembrano circoscrivere a due periodi le principali fasi di occupazione del sito.
Il primo si colloca tra il IX e l' XI sec. d.C. e potrebbe legarsi a qualche esperienza di carattere eremitico, in quei tempi non infrequente nelle vallate appenniniche.
Il secondo periodo è documentato da manufatti ceramici che si datano tra l’ultimo quarto del XIV e l’inizio del XV sec. d.C.: potrebbe trattarsi di una frequentazione intensa anche se di breve durata, forse da collegarsi ai resti di attività metallurgiche emersi con gli scavi. Alcune lastrine frammentarie in rame, numerose scorie informi e una serie di crogiuoli in terracotta refrattaria potrebbero far pensare a una officina di falsari attiva all’interno della grotta anche per la presenza di statuette (come quelle dell’età del ferro) e di altro materiale in bronzo (come le monete romane) da riciclare, un luogo appartato e molto favorevole all’impianto di una zecca clandestina. 

  

I reperti

    
   
Per approfondire: La Grotta del Re Tiberio di Maria Giovanna Bertani, 1997
      La Grotta del Re Tiberio: resti di sepolture dell'età del bronzo di M. Pacciarelli, W. R. Teeger, 1997
    Reperti preistorici e protostorici dalla grotta del Re Tiberio di M. Pacciarelli, 1996
    L'uso della Grotta del Re Tiberio durante le età dei metalli di M.G. Bertani e M. Pacciarelli, 1996
   I materiali dell'età del ferro della Grotta del Re Tiberio di Maria Giovanna Bertani, 1996
    La frequentazione della Grotta del Re Tiberio in età romana di Laura Mazzini,1996
       Falsari medioevali nella Grotta del Re Tiberio? di Sauro Gelichi, 1996
                   
        

 

Speleo GAM Mezzano (RA)