LA VENA DEL GESSO ROMAGNOLA

CASE, ROCCHE E BORGHI

       

  IL CASTELLO DI MONTE MAURO

  

Il castello di Monte Mauro, impostandosi forse su precedenti bizantini, andava a sfruttare la situazione morfologica particolarmente favorevole della vetta più alta e scoscesa della Vena del Gesso romagnola, allo scopo di ottenere strutture pressoché inespugnabili e, al tempo stesso, assicurarsi un buon controllo sulla vallata del torrente Sintria.
Dopo una prima attestazione nel 953 d.C., il castello viene citato in un documento di enfiteusi del 1055 d.C., per la prima volta con il nome di Monte Maggiore. Da esso deriverà, per deformazione dialettale, Mons Mauri attestato dal 1267 in parallelo con l'originario Montismaioris, che decade definitivamente soltanto nel corso del XIX secolo. 
Sulle vicende immediatamente successive, le fonti riportano notizie generiche riguardanti per lo più lotte tra Faentini e Imolesi per il controllo sul castello, in un contesto più ampio che vede il contrasto tra le forze del Papato e dell'Impero.
Di un certo rilievo nella vita del castello, anche dal punto di vista delle strutture materiali, fu senza dubbio lo scontro tra la parte filoimperiale, insediata nel castello, e i Faentini guelfi, che riuscirono a impossessarsene nel 1238, a quanto pare dando il complesso alle fiamme. 
A questo proposito, è però interessante osservare come, già nel 1265, anno di redazione dell'estimo del contado imolese da parte di Bologna , che nel frattempo ne aveva acquistato il controllo, il castello di Monte Maggiore si trovasse regolarmente registrato con 29 fuochi, a indicare come, nonostante l'incendio operato dai faentini, le sue strutture non abbiano subito gravi danni o, comunque, siano state in breve tempo riattate.
Dopo il passaggio del castello alla Santa Sede, nel 1278, di un certo rilievo è la notizia della conquista di esso da parte del ghibellino Maghinardo Pagani da Susinana nel 1293, che in precedenza aveva ottenuto il potere a Faenza scacciandone i membri della famiglia Manfredi, e si era impadronito dei castelli di Rontana, Quarneto e Fognano. 

    

Scrive a tal proposito il Lega: "E perché era uomo nell'arte del governo primo de' tempi suoi, ed a nessuno secondo nell'armi, ben vedendo che nelle imprese ove il valore personale poco o nulla approda, è savio quel capitano che alla meta giunge senza sparger inutile sangue, nella sua mente concepì scaltro disegno che ne lo condusse al possesso. Nel silenzio di una oscura notte, levate d'improvviso le sue più ardite milizie, camminò alla volte di Monte Maggiore; e a piedi del monte lasciati i cavalli in silenzio le fe' salire su per quegli aspri colli. Pervenuto in sulla cresta, subitamente le lanciò alla scalata, in guisa che, prima che le scolte gridassero, all'arme, esso coi suoi era confuso tra quelle intanto fra il bujo, l'agitazione e lo strepitio delle armi, le grida che tutti mettevano destatosi il Castellano, non gli giovò mercé chiamare, che già il Castello era nelle mani di Maghinardo; e alla vista del vessillo della città coll'arme de' Pagani da quella superba vetta dato ai vinti tutta Romagna impaurì."

Dopo la breve egemonia di Maghinardo, compromessa dalla sua morte precoce nel 1302, le sorti del castello si legano piuttosto stabilmente al nome di quello che nei due secoli a venire sarà il più importante casato faentino, i Manfredi; nel 1309, infatti, si data l'acquisto di Monte Maggiore da parte di Francesco I Manfredi, che vi collocò subito una piccola corte. 
Il castello dovette conoscere una fase di notevole benessere sotto il dominio di questa famiglia, come si può dedurre dalla Descriptio Romandiole del Cardinale Anglic De Grimoard che, nel 1371, cita Monte Maggiore come castrum, dotato quindi di strutture difensive, cui faceva capo un villa con 47 fuochi; al castello, quindi, doveva fare riferimento una popolazione numericamente non insignificante. 
Nei cento anni successivi, segnati in modo particolare dalle lotte interne alla Santa Sede che, nel 1410, portarono allo scisma d'Occidente, l'egemonia dei Manfredi sul castello di Monte Maggiore fu più volte messa in discussione dall'iniziativa di alcuni signorotti locali e, soprattutto, dalle mire di alcuni personaggi esterni all'ambiente romagnolo, quali Gian Galeazzo Visconti, nel 1386, e il duca di Milano Filippo Maria Visconti, negli anni venti del 1400. 
Anche i decenni dal 1470 al 1500 si rivelano di definizione piuttosto incerta, data la difficoltà di conciliare il dato dell'egemonia Manfrediana almeno sino al 1477, riportato da alcune fonti , con la conquista del castello di Monte Maggiore da parte di Galeazzo Maria Sforza nel 1470 e il restauro delle strutture del castello a opera della figlia Caterina Sforza, tra il 1488 e il 1494, di cui parlano alcuni autori. In realtà, la fonte di questi interventi sforzeschi sembra essere piuttosto tarda , mentre i principali cronisti faentini non ne fanno menzione; oltre a ciò, gli studi più recenti sul personaggio di Caterina Sforza parlano di precisi restauri da lei promossi in alcune rocche dei contadi di Imola e Forlì, mentre solo marginale fu il suo interesse per la Val d'Amone. E' quindi verosimile che la notizia del restauro sia frutto di una confusione tra i nomi di diversi castelli e che poi questo errore sia stato perpetrato meccanicamente dagli autori successivi.
Un certo accordo tra le fonti si recupera a partire dal 1500, quando si data la conquista della rocca da parte di Cesare Borgia, detto il Valentino il quale, secondo alcune cronache, distrusse e diede fuoco alle strutture del castello. 
Il breve dominio del Valentino terminò nel 1503, quando ben dieci rocche della Valle di Lamone passarono sotto l'egemonia dei Veneziani, insieme alla stessa città di Faenza. 
E' appunto dai Veneziani che la famiglia Vespignani di Brisighella, nel 1506, acquistò la rocca di Monte Maggiore, che era stata da questi ultimi destinata alla distruzione, insieme ad altre rocche della valle, il cui mantenimento era diventato troppo dispendioso e, di fatto, inutile. 
La rocca fu quindi, almeno parzialmente, tratta in salvo dalla distruzione, anche se il Saletti, vissuto circa un secolo dopo questi fatti, nel suo commentario annovera la rocca di Monte Maggiore tra quelle "hoggidì…ruinose" a indicare come l'acquisto da parte dei Vespignani non fu sufficiente a risollevarne il destino, ormai segnato.
Rientra in questo contesto la notizia dell'insediamento, nel 1591, di gruppi di banditi tra i ruderi dei castelli di Monte Maggiore e di Rontana i quali, per la natura del sito e per le strutture esistenti, dovevano risultare pressoché inespugnabili. Nonostante la difficoltà, le truppe del Legato di Romagna riuscirono comunque ad avere la meglio sui banditi che, per ultimi, abbandonarono proprio i presidi nelle suddette vette.
A partire da questi anni sembra davvero inesorabile il destino di decadenza della nostra rocca che, oltretutto, aveva perduto la propria ragion d'essere di sito arroccato. Non sembra infatti aver trovato realizzazione effettiva la duplice notizia di restauri progettati da Giovanni Carlo Vespignani, membro di un ramo romano della famiglia, che aveva acquisito il castello nel 1672. 
A ulteriore conferma di questo, osserviamo come le successive attestazioni documentarie relative alla zona in esame non parlino più di un castello, ma solamente di un Torrione, e come il crollo attestato nel 1835 riguardi soltanto "l'antica torre", fatto che dovrebbe appunto confortare l'ipotesi di uno stato di dissesto ormai avanzato per le altre strutture.

   
Monte Maggiore, pianta della rocca nel XIX secolo.

     

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Le strutture del castello oggi visibili, racchiuse entro una cinta muraria poligonale, che segue il bordo della sommità del monte, devono dunque genericamente collocarsi nell'ampio arco cronologico sopra delineato. Esse sono riferibili a una torre, con la duplice funzione di avvistamento e difesa, a una cisterna, coperta con volta a botte e, nel settore occidentale, a ambienti di funzione incerta, forse pertinenti alla residenza del castellano. 

Tutte le murature, realizzate con la tecnica edilizia "a sacco", impiegano il gesso come materiale edilizio, secondo una consuetudine dell'edilizia medievale, che utilizza rocce locali per contenere le spese di costruzione. Nel caso di Montemauro, in particolare, si può parlare di "collaborazione" del banco affiorante, che viene livellato artificialmente per assolvere alla duplice funzione di regolarizzazione morfologica del sito e cava di materiale costruttivo.

In assenza di dati cronologici sicuri che, dato il silenzio delle fonti scritte, ci può fornire soltanto uno scavo archeologico condotto con metodi stratigrafici, possiamo comunque formulare alcune ipotesi cronologiche, sulla base di confronti con altre situazioni regionali meglio studiate quali, in particolare, quella dei castelli della Lunigiana.

Un primo dato si ricava dalla struttura del nostro castello che, con la sua torre posta nel punto più alto del colle di giacenza, un picco alto sui 9m risparmiato allo spianamento artificiale della sua sommità, rientra nella tipologia con alta torre isolata, al centro di una cinta muraria irregolare. Ebbene, in Lunigiana, questa tipologia sembra essere diffusa prevalentemente durante il XII e il XIII secolo, con frequentazioni che, in alcuni casi, si protraggono sino alla fine del Medioevo. 

Un'indiretta conferma di questa proposta cronologica può venire dall'analisi delle tecniche edilizie che, se anche di per sé non costituiscono un elemento datante sicuro, possono comunque prestarsi a interessanti confronti. La presenza nel nostro castello di ordinati paramenti in opera quadrata, in particolare nelle supposte strutture residenziali, si può infatti porre in relazione con alcune strutture fortificate di Liguria e Lunigiana dove certi tipi di paramento sembrano ricorrere soltanto nel periodo compreso tra XII e XIII secolo, con una progressiva perdita di regolarità dei paramenti nei secoli successivi. 
Per quanto riguarda le successive vicende evolutive del castello, l'analisi degli elevati ha dato risultati particolarmente interessanti nel settore che si affaccia sulla valle del Sintria, dove la cinta muraria sembra essere stata oggetto di successivi risarcimenti e, addirittura, di un ispessimento. Si tratta in effetti della parte più aperta e più esposta a eventuali attacchi, come attesta anche la presenza di alcune strutture difensive situate lungo il versante meridionale della collina, a una distanza di alcune decine di metri in linea d'aria dal muro di cinta. E' anche verosimile che su questo lato si impostasse una strada di accesso al castello che, passando vicino all'ingresso della Grotta della Lucerna, costituiva la via più diretta di collegamento al fondovalle del Sintria. Questo percorso potrebbe essere stato almeno in parte ricalcato dalla Strada Comunale riportata sul Catasto Napoleonico degli inizi del 1800 e ancora oggi riconoscibile in alcuni punti del versante collinare. 
       

Carlotta Franceschelli

   
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1 - 2 Vista dall'esterno e dall'interno della Rocca (Liverani, 1857)

3 - I ruderi del castello abbattuti nel 1945

4 - La cima di Monte Mauro con i ruderi del castello come appare oggi

   
      

 

Speleo GAM Mezzano (RA)