La
Cheilanthes persica, rara felce rupicola, ha nella
Vena del Gesso romagnola le sue uniche stazioni italiane.
La sua presenza è confermata a tutt'oggi in quello che è
ritenuto il sito di ritrovamento più antico, al Monte
della Volpe, nei pressi della Tana del Re Tiberio. Lo
testimoniano due ricercatori, Graziano Rossi dell'Istituto
di Botanica dell'Università di Pavia e Fausto Bonafede
del Wwf Bologna, che hanno compiuto accurate indagini
giungendo anche all'individuazione di nuove stazioni oltre
a quelle di Monte Mauro, note dal 1981.
In alcune di queste Ch. persica
appare anche relativamente abbondante. Ciò non infirma ovviamente
il concetto di rarità per questa specie, a maggior ragione se si
tiene conto che le vecchie segnalazioni per l'Algeria sono state
recentemente ritenute erronee e che quindi la Vena segna
attualmente il limite occidentale dell'areale.
Inoltre, per ragioni ancora da
chiarire, la presenza di Cheilanthes persica risulta
limitata alla sola porzione centrale della Vena, nel gruppo
montuoso di M.Mauro-M.della Volpe, tra i torrenti Sintria e Senio:
le ricerche condotte in altri settori da Rossi e Bonafede (e anche
da alcuni soci dei GSF) hanno dato finora esiti dei tutto
negativi, anche in quegli habitat che sembrano possedere caratteri
ecologici simili a quelli di Monte Mauro.
La stazione di Ch. persica
presso la Tana dei Re Tiberio occupa un posto fondamentale nella
storia dell'esplorazione botanica della Vena. L'aveva scoperta nel
1957 Daria Bertolani-Marchetti, dell'Università di Modena,
presumendo dovesse trattarsi degli ultimi esemplari a causa
dell'attività estrattiva nella stretta di Rivola. In effetti i
primi insediamenti dell'Anic avevano probabilmente già distrutto
le stazioni a livello dei Senio ("tra i massi sparsi al di
sopra del fiume non lambiti dalle acque di piena") segnalate
da Baccarini e Pampanini dell'Università di Firenze fin dal 1881
e poi nel 1905; infatti qui la felce è stata cercata
ripetutamente, ma mai più ritrovata da alcun botanico. Da lì a
poco la cava si mangerà tutta la spalla nord-ovest di Monte Tondo
riducendo la splendida rupe ad un torsolo di mela. E Pietro
Zangheri nel 1964 denuncerà amaramente la totale scomparsa di
questa specie dalla flora italiana.
Resta su questa successione di
eventi qualche interrogativo.
Zangheri fece le sue considerazioni
dopo una visita alla grotta e forse si era limitato a controllare
l'ingresso, dove peraltro non è certo fosse mai stata presente Ch.
persica (la stazione di Bertolani-Marchetti si trovava - e si
è ritrovata tuttora - ad una distanza di qualche decina di metri)
e dove piuttosto Zangheri aveva riscontrato la quasi completa
scomparsa (per lavori di sterro ma anche - erano altri tempi - per
la raccolta ad opera di botanici e collezionisti) di un'altra
pregevolissima felce, Scolopendrium hemionitis, questa mai
più ritrovata.
Si sa per certo che l'ingresso vero
e proprio della Tana è stato alterato per l'accumulo di detriti
scaricati dall'alto e per la loro successiva rimozione, con
conseguenti danni alla flora parietale e distruzione di quella al
suolo. E' dubbio comunque se Ch. persica vi sia mai stata,
mentre è documentato il caso di S.hemionitis di cui
Zangheri fotografò gli ultimissimi esemplari (Bassi, 1993).