AA.VV.- La collezione Scarabelli, 2 preistoria a cura di Marco Pacciarelli - Casalecchio di Reno (BO) - Novembre 1996
  
LA GROTTA DEL RE TIBERIO: LO SCAVO E LE VICENDE MUSEALI
   
Maria Giovanna Bertani
    

Le prime esplorazioni (1865-1869): gli scavi di Giacomo Tassinari e di Domenico Zauli Naldi

Dopo sterri medievali alla ricerca di bronzi da fondere e dopo altri più recenti alla caccia di improbabili tesori, nel maggio del 1865 Giacomo Tassinari, di Castelbolognese, dava inizio ai primi scavi a scopo scientifico nella grotta del re Tiberio, che com'è noto si apre entro il Monte Mauro nella valle del Senio, di fronte a Borgo Rivola (fig. 1) .

Il luogo era oggetto di leggende popolari attestanti antiche frequentazioni, vuoi che vi si ambientasse, sulla scorta del toponimo, il rifugio e poi la morte dell'imperatore Tiberio, vuoi che vi si immaginasse la tana di malfattori, e soprattutto, con un qualche fondamento, di falsificatori di monete (Tassinari 1865; Zauli Naldi 1869; Scarabelli 1872; vedi Gelichi, infra).

La decisione di intraprendere le ricerche era stata maturata da Tassinari di concerto con Scarabelli, che già nel 1856 aveva eseguito insieme al primo un accurato rilievo della grotta (Marabini 1995; cfr. Pacciarelli, in questo volume, pp. 42-64) e che fin dall'inizio seguirà con attenzione tutte le fasi dell'esplorazione, divenendo, per il ruolo politico e la fama di studioso, il referente delle scoperte agli occhi della comunità scientifica.

Lo scavo, che raggiunse la profondità di 3 metri, fu condotto nella grotta in tre diversi settori: un saggio fu realizzato poco oltre l'ingresso; il più interno, a quanto afferma Tassinari, alla distanza da questo di "une cinquantaine de mètres" (1); e un terzo intermedio tra i due, in un punto imprecisabile (Tassinari 1865). Poiché il terreno risultava ovunque "rimaneggiato", con carboni, cenere, ciottoli e blocchi di gesso (2), Tassinari non vi compì propriamente uno scavo stratigrafico, né distinse i reperti per saggio di provenienza; li distinse invece sulla base della profondità di ritrovamento, individuando un livello di frequentazione relativamente recente, da cui provenivano frammenti di crogioli (fig. 2), resti di fusione e frammenti di "rame" oltre ad ossa animali (3), e uno con tracce commiste di frequentazione antica. Il livello superiore, fino a un metro di profondità (4), fu convincentemente interpretato da Tassinari come prova dell'effettiva presenza di falsari nella grotta, in epoca non molto remota; il secondo livello, dai due ai tre metri di profondità, fu attribuito con analoga acribia a "diverses époques des ages anté-historiques" (Tassinari 1865, p. 485). L'elenco dei materiali riportato da Tassinari nella lettera a Scarabelli (Tassinari 1865) e i disegni autografi che lo illustrano nel manoscritto (Archivio Tassinari, Museo del Risorgimento, Imola) attestano infatti che da questo livello furono raccolti materiali databili con certezza sia all'età del bronzo (l'ansa C: n. 715: Bronzo medio 3-Bronzo recente; cfr. Pacciarelli, infra), sia alla seconda età del ferro (la scodella 131: n. 711(5)), accanto a trentotto vasetti miniaturizzati, a frammenti ceramici in argilla depurata e grossolana, torniti e non, ad una fusaiola e a numerose ossa animali (6).

Nel dicembre dello stesso 1865 la grotta fu oggetto di una seconda esplorazione, brevemente notificata da Scarabelli in una lettera a De Mortillet (Scarabelli 1866). L'autore dello scavo non viene menzionato, ma alcuni dei materiali rinvenuti (7) compaiono tra gli oggetti trovati da Tassinari nella tabella edita da Scarabelli, in cui sono riportati i reperti più significativi distinti per provenienza (Scarabelli 1872, p. 54; fig. 3); mentre che sia Scarabelli, e non Tassinari, a divulgare la notizia sembra indicare da un lato una più diretta partecipazione di Scarabelli alle esplorazioni, dall'altro il rafforzarsi del suo ruolo come portavoce delle scoperte.

Di questo secondo intervento di scavo, che portò al rinvenimento di "un gran numero" di vasetti miniaturistici, sono ignote l'ubicazione e la profondità raggiunta; Scarabelli sottolinea invece come si incontrasse un terreno già intaccato da interventi precedenti, così che "on ne peut [ ... ] pas établir l'ordre de succession des diverses civilisations qui ont laissé des traces dans la grotte" (Scarabelli 1866, p. 241). La notazione, nella sua brevità, rivela già pienamente maturata in Scarabelli la consapevolezza della possibilità di applicazione all'ambito archeologico di quella teoria stratigrafica messa a punto nelle scienze geologiche durante i primi decenni del secolo (8), che poi ritroveremo come concreta metodologia di intervento negli scavi condotti qualche anno dopo dallo stesso Scarabelli.

Per il 1866 non si ha notizia di ulteriori esplorazioni della grotta. Nella primavera del 1867, invece, Domenico Zauli Naldi di Faenza, sollecitato dalla lettura dei risultati del primo scavo di Tassinari, vi compì un sopralluogo, il cui breve resoconto ha i toni enfatici di una discesa agli Inferi: "[ ... ] tornammo lieti a riveder la luce, tutti compresi del nostro sotterraneo viaggio" (Zauli Naldi 1869, p. 9). L'affioramento di un frammento di lucerna nei pressi dell'ingresso della grotta indusse Zauli Naldi a "rovistare" il terreno compiendo, in modo sostanzialmente casuale, il terzo degli scavi a scopo scientifico nel giacimento archeologico. L'intervento di Zauli Naldi, peraltro rivolto unicamente alla raccolta di materiali, portò al ritrovamento di altri trenta vasetti miniaturistici, di frammenti di vasi con tutta probabilità a vernice nera e in terra sigillata ("frammenti di vasi ricoperti di patina nera e rossa": Zauli Naldi 1869, p. 9), di frammenti di bronzo, ferro e vetro, di ossa, di un bronzetto di offerente e di una moneta romana (9) (Zauli Naldi 1869): lo scavo non dovette dunque raggiungere grandi profondità, limitandosi ad intaccare livelli di frequentazione databili indicativamente a partire dalle fasi finali dell'età del ferro.

Due anni dopo la sua prima esplorazione nella grotta, nel maggio del 1869, Zauli Naldi ne compì una seconda, trovando "il piano della grotta forato e sconvolto in vari punti da mutare aspetto al luogo medesimo" (Zauli Naldi 1869, p. 12). Le notizie raccolte da un occasionale accompagnatore locale gli rivelarono come autori dell'intervento Tassinari e Scarabelli, il primo dei quali, destinatario del resoconto degli scavi di Zatili Naldi, sembra mantenere ancora quel ruolo di promotore delle ricerche che poco più tardi verrà invece assunto da Scarabelli in modo definitivo. A questi sondaggi del 1869 Scarabelli non fa riferimento né nella pubblicazione degli scavi da lui compiuti l'anno successivo (Scarabelli 1872) né altrove: tuttavia, se non si tratta di notizia infondata comunicata a Zauli Naldi per stornare sospetti di sterri clandestini (cfr. Scarabelli 1872, pp. 49-50), potrebbe essere in questa occasione, se non già nell'esplorazione probabilmente congiunta con Tassinari del dicembre 1865, che Scarabelli rinvenne quei vasetti miniaturistici "in numero veramente straordinario di ben oltre a duecento", citati nell'edizione degli scavi di Monte Castellaccio (Scarabelli 1887, p. 66) e ai quali invece non si fa cenno tra i reperti dello scavo del 1870.

In ogni caso, in una grotta rovistata da precedenti interventi, Zauli Naldi, con consapevolezza scientifica maggiore di quella mostrata nella prima ricognizione, realizzò tre saggi di scavo, tutti entro il primo ambiente della grotta: il primo a pochi metri dall'ingresso, il secondo più addentro, in un punto imprecisato, e il terzo a due metri di distanza dal precedente. A differenza degli interventi di Tassinari, e di quello di Scarabelli che seguirà, lo scavo fu limitato ai livelli superiori, raggiungendo una profondità che, almeno nel secondo e nel terzo saggio, si aggira attorno ai 90 cm. Nel saggio più vicino all'ingresso della grotta, in un terreno che a Zauli Naldi parve "vergine" - cioè, verosimilmente, non intaccato da interventi recenti - vennero raccolti altri quattro vasetti miniaturizzati e ossa umane, e nel secondo, dove lo scavo si svolse alla luce delle fiaccole, un asse romano (10). Nel terzo saggio Zauli Naldi si imbatté a 90 cm di profondità in un piano di carboni, che seguì, con un inconsapevole intervento "estensivo", fino ad una delle pareti della grotta, scoprendo un apprestamento in sassi formante un piano, molti resti di crogioli, ritagli di lastre, frammenti e un cannello di "rame" (11); egli mise dunque in luce, con tutta probabilità, il piano di frequentazione di quei fonditori-falsari la cui presenza nella grotta in epoca remota veniva continuamente confermata dai risultati degli scavi (Gelichi, infra).

Lo scavo di Scarabelli (1870)

Nel 1870, cinque anni dopo i primi ritrovamenti di Tassinari, Scarabelli, che fino ad allora sembra aver seguito da presso i sondaggi altrui ed eseguito di persona esplorazioni sostanzialmente ricognitive, risolse di condurvi uno scavo, con il quale si proponeva lo scopo primario di raggiungere il piano naturale della grotta, coniugando così interessi archeologici e geologici, secondo quella che è la cifra costante dell'operare di Scarabelli archeologo e che ne costituisce probabilmente la caratteristica di maggiore modernità. Accanto a questo obiettivo Scarabelli se ne poneva certamente un altro: quello, cioè, di fare più chiara luce sui modi e le cause della frequentazione antica nella grotta del Re Tiberio in vista del Congresso Internazionale d'Antropologia e d'Archeologia preistoriche che si sarebbe svolto a Bologna l'anno successivo, in occasione del quale intendeva esporre gli oggetti archeologici del Gabinetto imolese (12).

Il punto più opportuno dove svolgere il sondaggio, che avrebbe dovuto essere il primo in un progetto di esplorazione completa (cfr. Scarabelli 1872, pp. 10 e 56-57), fu scelto con grande accuratezza e fu individuato nell'area più interna della prima camera della grotta, luogo che Scarabelli ritenne il più favorevole alla frequentazione antica, oltre che agevole per i lavori di scavo. Qui fu aperto un saggio di circa m 3 di diametro (fig. 4) nel quale l'esplorazione seguì i più rigorosi criteri stratigrafici: Scarabelli vi individuò infatti cinque livelli di terreno "costituito di tutti gli elementi delle diverse rocce esistenti nella caverna, ma le più facili a degradarsi", intervallati e distinti da piani di carbone e cenere "non rimaneggiati". Il livello superiore, fino a m 1,75 di profondità, conteneva ossa, residui di fusione, frammenti di maiolica e di vasellame lavorato al tornio; il secondo livello, fino a m -2,91, includeva frammenti di "vasi di terra cotta, torniti, neri", vetri, due lame in selce, due fusaiole, frammenti bronzei, un osso lavorato, altre ossa animali e un omero umano; nel terzo livello di poco spessore, fino a m -3,26, raccolse resti di vasellame non tornito, e nel quarto livello, fino a m -4,70, frammenti di "vasi in terra poco cotta, non torniti, con rilievi o senza, o con graffiture" e un peso tronco-piramidale; infine nell'ultimo strato raccolse ossa umane e incontrò poi "sola terra con sabbia" fino a m 4,96 di profondità, dove lo scavo si arrestò sul piano in gesso della grotta (Scarabelli 1872, pp. 51, 54-56) (13). Al rigore dell'esecuzione dello scavo Scarabelli affiancò una cura puntigliosa per la documentazione: redasse infatti piante e sezioni della grotta e del saggio apertovi (fig. 4), raccolse, come già Tassinari, ampia campionatura dei terreni, delle rocce e di carboni incontrati nello scavo (14) e soprattutto tenne distinti i materiali per strato di provenienza, con una lucidità e una consapevolezza dell'operare archeologico rare anche in tempi ben più recenti. Inoltre egli rielaborò i dati acquisiti alla luce di salde metodologie interpretative, maturate nell'adesione ai principi della geologia storica e ben trasposte sul piano archeologico: analizzò infatti la composizione dei terreni e individuò la natura antropica del deposito archeologico ("a questi depositi originati dall'uomo sarebbe forse conveniente, per brevità di linguaggio, fosse assegnato un nome particolare, quale per esempio, di interrimenti antropici": Scarabelli 1872, p. 51); distinse i livelli di frequentazione, formatisi con accumulo protratto nel tempo, dagli strati di poco spessore composti dai carboni, interpretati come cesure tra diversi periodi; pose in corretta relazione i materiali e gli strati da cui provenivano, considerando la sequenza stratigrafica come l'esito di un'analoga sequenza di "civiltà"; sottolineò - da precursore - il valore determinante della stratigrafia per la datazione dei materiali. Su questi saldi fondamenti teorici Scarabelli propose un'interpretazione complessiva dei dati raccolti fino ad allora nella grotta, mettendo in relazione ai risultati del proprio scavo anche le evidenze emerse negli scavi di Tassinari e di Zauli Naldi, e ricostruendo un quadro delle diverse fasi del popolamento in quel luogo sulla base della seriazione stratigrafica e del "perfezionarsi in linea ascendente" (Scarabelli 1872, p. 55) dei materiali. Egli dunque osservò la lunga frequentazione della grotta e il "progressivo avanzamento di civiltà" (ibidem) in essa verificatosi, e ne ipotizzò una destinazione sepolcrale interpretando i materiali rinvenuti come resti di offerte funerarie; riprendendo poi quanto già osservato dai suoi predecessori riconobbe nel livello più superficiale l'impianto di officine metallurgiche, cui per primo attribuisce lo spoglio e il riutilizzo dei materiali bronzei un tempo presenti nella grotta, dei quali i vari frammenti ritrovati non dovevano rappresentare altro che un residuo. Più incerto si mostrò invece nell'interpretazione dei vasetti miniaturistici raccolti negli scavi precedenti: se la connotazione funeraria attribuita alla frequentazione della grotta induceva infatti Scarabelli ad ipotizzarne dubitativamente una funzione di "balsamarii", l'attenzione sempre vigile ai dati di scavo lo ammoniva a tener conto del rinvenimento dei vasetti "in uno spazio relativamente molto ristretto" (Scarabelli 1872, p. 56), rivelando l'onestà intellettuale dello scopritore e la capacità di mettere a confronto le ipotesi interpretative con l'evidenza dei dati oggettivi.

L'Esposizione del 1871 e la musealizzazione dei reperti

I principi di stratigrafia applicati da Scarabelli allo scavo della grotta e all'interpretazione dei dati trovarono nuova enunciazione l'anno successivo nell'Esposizione italiana tenutasi a Bologna dall'1 al 15 ottobre 1871 in occasione del Congresso Internazionale d'Antropologia e d'Archeologia preistoriche. All'Esposizione di Bologna, ordinata topograficamente, i reperti della grotta del Re Tiberio vennero esposti in rappresentanza del territorio imolese, unitamente ad un nucleo di manufatti litici dal territorio, anch'essi appartenenti alla collezione del Municipio (cfr. Proli e Mengoli, in questo volume), e ad una piccola collezione privata di industria litica di proprietà di G. Cenni e di Antonio Zannoni (Relazione 1871, p. 20), autore negli stessi anni degli scavi nelle necropoli felsinee (cfr. Morigi Govi 1984).

Le testimonianze archeologiche dalla grotta, presentate al pubblico per la prima volta, comprendevano l'intero complesso dei materiali fino ad allora rinvenuti, da quelli degli scavi di Tassinari nel 1865 a quelli raccolti da Zauli Naldi nel 1867 ai ritrovamenti dello stesso Zauli Naldi (e forse di Tassinari e Scarabelli) nel 1869 fino ai materiali dello scavo Scarabelli del 1870 (cfr. Scarabelli 1872, p. 53), anche se tra gli autori degli scavi, curiosamente, la relazione menziona soltanto Tassinari, forse a ricordo del ruolo che questi aveva rivestito come iniziatore delle ricerche. Dei vari nuclei, quelli di Tassinari e di Scarabelli erano probabilmente già confluiti tra gli oggetti del Gabinetto di Storia Naturale, di cui entrambi erano stati fondatori insieme a Giuseppe Liverani e a Odoardo Pirazzoli (Campioni 1984; Pacciarelli - Pedrini 1995), mentre i reperti di Zauli Naldi erano stati donati al Municipio di Imola proprio in occasione dell'Esposizione di Bologna (cfr. Campioni 1984, p. 538 nota 13).

In veste di direttore oltre che di co-fondatore del Gabinetto, Scarabelli, di cui si dice che "posò le basi di quella collezione fin dal 1850, due lustri innanzi che il Desor e il Gastaldi ci insegnassero a ripetere in Italia il nome di quella scienza nuova, che ci guida oggi a scoprire in ogni angolo della penisola le reliquie delle nostre popolazioni preistoriche" (Relazione 1871, p. 20), curò l'allestimento degli oggetti esposti, applicandovi "tutto il rigore della scienza" (ibidem). Egli dispose infatti i materiali con l'intento di rendere noti tanto gli aspetti geologici quanto quelli archeologici della grotta del Re Tiberio e di riproporre il sovrapporsi stratigrafico dei livelli e delle civiltà all'interno di essa. In questo modo "il visitatore avea modo di studiare innanzi tutto i materiali onde la grotta è formata, poscia, toccando a mano a mano gli strati che si sono sovrapposti l'uno all'altro sull'antico piano della grotta stessa, dai giorni nostri saliva gradatamente all'età della pietra, osservando gli avanzi umani industriali sepolti in ciascuno di quegli strati, e che rappresentavano le diverse fasi di incivilimento [ ... ]" (ibidem). Scarabelli dava così mostra di quella stessa attenzione agli aspetti didattici ed educativi che aveva improntato la nascita del Gabinetto di Storia Naturale, e che caratterizzerà anche in seguito la sua attività di scienziato e di direttore della collezione (Campioni 1984; Pacciarelli - Pedrini 1995).

Dopo il Congresso, l'interesse suscitato in quella sede dalle collezioni imolesi in generale, e in particolare dai reperti della grotta del Re Tiberio, e le problematiche rimaste aperte dopo lo scavo del 1870 sollecitarono Scarabelli alla ripresa delle ricerche nella grotta. Lo ostacolava la mancanza di finanziamenti, per ovviare la quale Scarabelli dapprima fece inoltrare richiesta di un sussidio al Ministero d'Agricoltura, Industria e Commercio da parte del sindaco di Imola, e poi chiese fondi direttamente a quest'ultimo, con lettera in data 28 ottobre 1871 (Campioni 1984, p. 538 nota 13). Il 25 febbraio dell'anno successivo, nella lettera al professor Antonio Stoppani letta nella seduta della Società Italiana di Scienze Naturali (Scarabelli 1872), Scarabelli mostra di non aver perduto le speranze di poter avviare nuovi scavi nella grotta, forse confidando di trovare nel mondo scientifico appoggio più concreto di quello che gli veniva dalle istituzioni. Tuttavia, nonostante gli auspici di Scarabelli, lo scavo del 1870 chiude per molto tempo la serie degli interventi a scopo scientifico nella grotta del Re Tiberio, a meno che l'indicazione di alcune didascalie originali dei materiali (15), che accanto a "D(ono) Zauli Naldi" recano la data del 1873, non rivelino, oltre ad un ingresso in museo successivo alla donazione del 1870, un'ulteriore esplorazione di Zauli Naldi, altrimenti ignota.

Pur nella stasi degli scavi, i materiali della grotta del Re Tiberio venivano a formare negli stessi anni il più significativo nucleo di reperti archeologici del Gabinetto di Storia Naturale prima degli scavi del Monte Castellaccio. Nel 1874, nel dettagliato manifesto illustrativo dell'ordinamento della "sala di geologia" del Gabinetto, ospitata al primo piano dell'edificio di San Francesco, Scarabelli rappresenta gli "Oggetti raccolti nella Caverna detta del Re Tiberio" nella prima delle bacheche centrali, accanto alla quale, con studiato raggruppamento tematico, si trovavano le vetrine laterali contenenti gli "Oggetti di Paleoetnologia" e gli "Oggetti dell'Epoca Romana" (Pacciarelli - Pedrini 1995). All'interno della bacheca i materiali erano ordinati con gli stessi criteri stratigrafici che ne avevano caratterizzato l'esposizione bolognese, e con lo stesso rigore espositivo che improntava l'intera collezione e ne costituiva il vanto riconosciuto (cfr. Campioni 1984; Pacciarelli - Pedrini 1995). In ciascuno dei due lati della bacheca, a doppio spiovente, i reperti si allineavano con tutta probabilità su quattro file, rappresentate nel manifesto come registri orizzontali (16). Didascalie esplicative, stampate su fondi di scatoline dello stesso tipo di quelle che contenevano (e contengono) i reperti, illustravano poi i criteri dell'ordinamento e precisavano lo strato di provenienza dei diversi gruppi di materiali, mentre cartellini manoscritti recavano la definizione degli oggetti e ne fornivano i dati di reperimento.

L'attenzione del visitatore era subito richiamata dall'"avvertenza" generale, a firma del "commissario ordinatore G. Scarabelli G.F.": "Gli Oggetti esposti sono collocati secondo l'ordine discendente della profondità da cui vennero estratti dal terriccio che forma attualmente il piano della Caverna" (fig. 5). Seguivano poi le didascalie con le indicazioni stratigrafiche, come "Dalla superficie del suolo sino alla profondità di Metri 1,75 si trovarono gli oggetti che seguono" o "Da Metri 3,26 dalla superficie del suolo sino a Metri 4,96 di profondità (fine dell'interrimento della Caverna) si trovarono gli oggetti che seguono" (fig. 6); non mancava neppure la didascalia introduttiva agli aspetti geologici della grotta ("Rocce del Mioceno superiore che costituiscono il Monte detto della Volpe in cui esiste la Caverna"), che affiancava i molti campioni di rocce e terreni prelevati negli scavi (17).

Come si può notare dalle diciture delle didascalie, la scansione dei reperti seguiva la stratigrafia osservata da Scarabelli nel proprio saggio di scavo. Trovandosi tuttavia a dover ordinare insieme anche gli oggetti rinvenuti da Tassinari e da Zauli Naldi, Scarabelli operò un accurato lavoro di raccordo tra i dati dei diversi scavi e di confronto tra i materiali, talvolta raggruppando reperti analoghi di diversa provenienza (ad es. crogioli, ossa, frammenti di bronzo), ma sempre indicando nel cartellino, accanto alla definizione degli oggetti, gli autori del rinvenimento.

Il confronto tra l'apparato illustrativo predisposto da Scarabelli per la bacheca dei materiali dalla grotta del Re Tiberio e la sintesi dei dati sulla stessa edita dal senatore nel 1872 (Scarabelli 1872), e in particolare con la tabella degli oggetti rinvenuti da lui pubblicata (fig. 3), mostra una significativa identità tanto nell'impostazione quanto nella terminologia descrittiva: anche nel campo archeologico, così come in quello geologico, la musealizzazione dei materiali si conferma dunque per Scarabelli ad un tempo lo stimolo e l'esito dell'analisi scientifica, e il museo il luogo dell'elaborazione e della divulgazione, secondo un'ottica che ne impronta tutta l'attività di studioso (cfr. Mansuelli 1952; Pacciarelli - Pedrini 1995).

L'ordinamento conferito da Scarabelli ai materiali della grotta, esemplare per rigore e chiarezza, rimase immutato nei suoi criteri generali, nonostante le trasformazioni subite dal Gabinetto e l'incremento di nuovi materiali, che non vennero tuttavia ad alterare in modo significativo la collezione originaria.

La prima modifica sul piano espositivo si verificò subito dopo la morte di Scarabelli, nel 1905, quando l'aggiunta al museo di una nuova sala a lui intitolata e dedicata ai materiali archeologici, divenuti numerosi dopo gli scavi condotti tra il 1873 e il 1883 a Monte Castellaccio e tra il 1891 e il 1904 a S. Giuliano, comportò il trasferimento dei reperti della grotta del Re Tiberio dalla bacheca dell'originario allestimento a una vetrina a parete. Come già nella bacheca, anche nella vetrina i reperti dovettero conservare la disposizione stratigrafica, resa percepibile con maggiore evidenza dal sovrapporsi dei ripiani e ancora esplicitata dalla presenza delle didascalie e dei cartellini originali, che vi furono ricollocati. Le trasformazioni successive si concentrano invece negli anni '30, quando il Museo di Storia Naturale venne riallestito al piano terra dell'edificio di San Francesco, dove si trova attualmente, e gli oggetti trasferiti nella vetrina angolare appositamente realizzata, in cui sono ancora visibili (Piani 1938; Pacciarelli - Pedrini 1995).


fig. 1

fig. 2

fig. 3

fig. 4

fig. 5

fig. 6

   

fig. 1 - Veduta dell'ingresso della grotta dei Re Tiberio, dall'interno.

fig. 2 - Frammenti di crogioli di età medioevale dalla grotta del Re Tiberio, con didascalia originale.

fig. 3 - Tabella riepilogativa dei reperti più significativi rinvenuti dagli scavi di Tassinari, Zauli Naldi e Scarabelli, distinti in base alla profondità di rinvenimento, dall'articolo di Scarabelli dei 1872

fig. 4 - Originale della sezione della grotta del Re Tiberio eseguita da Scarabelli, con il saggio di scavo dei 1870 e l'indicazione della stratigrafia incontrata (Archivio Storico dei Comune di Imola).

fig. 5 - "Avvertenza" generale, a firma del "Commissario ordinatore G. Scarabelli G. F.", illustrante i criteri espositivi dei reperti della grotta del Re Tiberio nell'allestimento dei Gabinetto di Storia Naturale.

fig. 6 - Didascalie originali del Gabinetto di Storia Naturale, che affiancavano gli oggetti sul piano della vetrina e ne indicavano gli strati di provenienza.


Negli stessi anni il complesso dei reperti della grotta vedeva aumentare la propria consistenza, seppure in percentuali non rilevanti, per la donazione di materiali rinvenuti da Riccardo Lanzoni, ispettore onorario alle Antichità per la valle del Senio (Veggiani 1957).

Lanzoni, recentemente scomparso, compì ricorrenti esplorazioni nella grotta, rinvenendovi tra il 1923 e il 1935, nel periodo di ricerche più intense, una stipe di circa trecento vasetti entro una fenditura della roccia (Bertani et al. 1994, p. 51) e, in diversi punti della grotta (18), altri materiali, comprendenti frammenti ceramici, vaghi in vetro, fusaiole, anellini e altri frammenti bronzei, almeno un bronzetto votivo e ossa animali. Parte di questi materiali fu conservata da Lanzoni, venendo a costituire una piccola raccolta privata ancora in possesso della famiglia (cfr. Veggiani 1957, fig. 4, fig.5), parte invece fu donata al Museo di Imola negli anni 1934-35 (19) e venne annessa alla collezione Scarabelli.

Il complesso dei materiali della grotta del Re Tiberio, così accresciuto e riallestito nella nuova sala, fu oggetto di una revisione accurata e rispettosa: con attenzione scrupolosa alla storicità della raccolta i materiali Lanzoni non furono uniti e confusi con quelli provenienti dagli scavi del secolo scorso, ma vennero tenuti distinti, vuoi esponendoli in un settore a parte della vetrina, nel ripiano inferiore, come accade per la massima parte dei reperti, vuoi accostandoli ai materiali "Scarabelli", ma conservando insieme agli oggetti l'indicazione della diversa provenienza, come avviene per un peso tronco-piramidale assai simile a quello trovato nel 1870 (20). Nuovi cartellini manoscritti, con l'indicazione a stampa del "Museo Comunale - Imola", accompagnarono poi i reperti di antica e di recente acquisizione, uniformandoli sul piano espositivo, e, mentre una didascalia segnalava gli "Oggetti varii raccolti dal Sig. Riccardo Lanzoni. 1934-1935", gli originali cartellini di pugno di Scarabelli vennero trascritti con fedeltà, anche se leggermente abbreviati, e conservati entro le scatoline insieme agli oggetti.

Turisti, esploratori e clandestini: la "frequentazione" della grotta dopo il 1870

Se i materiali rinvenuti da Lanzoni furono gli unici ad entrare a far parte della collezione intitolata a Scarabelli, arricchendo la sezione del museo riservata alla grotta del Re Tiberio, essi non furono certo i soli ad essere raccolti - trafugati o scavati - nella grotta dopo gli scavi sistematici del 1870.

L'antro, non più oggetto di scavi scientifici, continuò infatti ad attrarre curiosi e ad ispirare leggende. Resoconti su periodici, notizie contenute in guide turistiche, articoli di geologia e di storia locale, e persino drammi teatrali e opere poetiche (21) attestano come tra gli ultimi decenni dell'800 e i primi del '900 il luogo rappresentasse una frequentata meta di escursioni per i villeggianti delle vicine località termali ("[ ...] la grotta del re Tiberio è una delle rarità che i signori e le signore beventi corrono ad ammirare" (22)), per i curiosi, per geologi e studiosi in genere, e non da ultimi anche per gli scavatori clandestini, certo animati da meno nobili intenzioni.

Già nel 1872, due anni dopo lo scavo di Scarabelli, Francesco Orsoni, singolare figura di archeologo che l'anno precedente aveva scoperto la grotta del Farneto (23) visitando la grotta del Re Tiberio vide "nelle mani di quei terrazzani idoletti di bronzo e patere con figure dipinte di fattura greca, che essi terrazzani mi offrivano in vendita"; e giunto all'interno osservò "qua e colà sul suolo della grotta alcune buche, non so se praticate dai villici o da chi fece degli assaggi, e dolente e crucciato me ne ritornai ripensando agli avi antichi, alle violazioni e manomissioni susseguenti, agli assaggi superficiali che diedero campo e furono stimolo all'ingordo villano di predare tanti e sì rari tesori" (Orsoni 1890).

Il rammarico di Orsoni, che tornò sul luogo altre volte nel 1889 e nel 1890 e che si riproponeva di compiervi degli scavi per metterne a confronto i risultati con quelli della grotta del Farneto (24), non era privo di fondamento: la grotta, la cui apertura "nella stagione estiva par quasi che inviti a godere della frescura e dell'ombra che là vi si gode" (Gardini 1928, p. 21), continuò infatti ad essere oggetto non solo di scavi clandestini, ma addirittura di massicci sterri volti all'estrazione di guano di pipistrelli, nell'ordine di "parecchi quintali", utilizzato come fertilizzante (Gardini 1928, p. 23).

In questa serie di esplorazioni dagli scopi disparati fanno sola eccezione per serietà di intenti, sul piano archeologico, le già illustrate ricognizioni di Lanzoni, che proseguirono anche dopo la data dell'ultimo ingresso di materiali nella collezione dei museo (1935) (25) , nonché le ricerche condotte nel 1941-42 da Antonio Veggiani, che nel luglio 1941 vi eseguì un piccolo saggio di scavo (Veggiani 1957).

Il saggio fu realizzato "ad una decina di metri dall'entrata verso la parte sinistra" (Veggiani 1957, p. 668), in un'area che "vari ricercatori" (clandestini) avevano indicato come particolarmente ricca di vasetti votivi, e in un punto che a Veggiani parve non intaccato da interventi precedenti. Lo scavo, che non fu condotto stratigraficamente e che si arrestò alla profondità di m 1,70, portò al rinvenimento di numerosi materiali, distinti sulla base della maggiore o minore profondità di rinvenimento: ceramica a vernice nera, frammenti in argilla depurata e ossa animali nei livelli superiori, vasetti miniaturistici, una fusaiola, frammenti attribuiti all'età del bronzo e un pezzo di ocra rossa, originariamente deposto entro un vasetto, in quelli inferiori.

I materiali recuperati da Veggiani, interrompendo il tradizionale legame tra ricerca sul terreno e conservazione museale, non confluirono nelle raccolte civiche di Imola, né vi confluirono quelli messi in luce nell'ultimo degli scavi a scopo scientifico condotti nella grotta del Re Tiberio, ad opera della Soprintendenza archeologica dell'Emilia Romagna (26). Nel 1950, infatti, il continuo ripetersi di sterri abusivi indusse la Soprintendenza a compiere alcuni saggi, che furono diretti da G.A. Mansuelli con l'assistenza di Lanzoni (Arias 1950; Mansuelli 1950; Arias 1952; Mansuelli 1955). La grotta venne sondata con tre trincee: una trasversale presso l'ingresso, in un'area con tutta probabilità già ampiamente "rovistata" nel passato, dove si raggiunse la profondità massima di m 1,20 ritrovando frammenti attribuiti all'età del bronzo; una seconda longitudinale fino alla distanza di m 11 dall'ingresso, dove furono messe in luce alcune concentrazioni di vasetti miniaturistici in un terreno, scavato fino a m 0,90 di profondità, che parve non rimaneggiato; e una terza sul fondo del primo vano della grotta, dove si incontrarono lenti di terra prive di materiali. Il confronto tra la pianta dei saggi realizzati da Mansuelli e quella dello scavo di Scarabelli rivela la sostanziale - e singolare - coincidenza della terza trincea del 1950 con l'area dello scavo condotto da Scarabelli proprio ottant'anni prima, e chiarisce le cause, del tutto accidentali, dell'assenza di materiali in quel luogo.

Gli scavi di Mansuelli rappresentano l'ultimo - anzi, sostanzialmente l'unico - intervento regolare operato nella grotta del Re Tiberio dopo le esplorazioni di Scarabelli. Solo di recente la grotta, la cui area negli ultimi decenni è stata interessata dalla presenza di una cava di gesso, è stata oggetto di nuove ricerche, questa volta a carattere speleologico, condotte a partire dal 1990 dal Gruppo Amici della Montagna di Mezzano e mirate all'esplorazione e al rilievo della complessa serie di cunicoli e gallerie che si dipartono da essa. Nel corso delle ricerche, che hanno portato tra l'altro all'individuazione di un torrente sotterraneo, sono stati scoperti i resti di una sepoltura e alcune ceramiche datate alle prime fasi dell'età del Bronzo, ad essa probabilmente associate; gli uni e le altre rinvenuti a quella stessa profondità di circa 5 m dal piano di calpestio, alla quale Scarabelli nel 1870 aveva individuato il piano antico della grotta e rinvenuto altri resti di ossa umane (Bertani 1994, pp. 52-54).

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ZAULI NALDI, D., 1869, Sulla Grotta del re Tiberio, Faenza.

Note

(1) Seguendo le indicazioni di Tassinari, l'area scavata a "una cinquantina di metri" dall'ingresso risulterebbe ubicata verso la fine del corridoio che conduce alla sala circolare interna della grotta (la cosiddetta "cupola gotica": cfr. Scarabelli 1872, p. 48), dove lo scavo avrebbe dovuto svolgersi alla sola luce delle fiaccole. Tuttavia né nel resoconto di scavo né nella letteratura successiva vi è cenno di una simile esplorazione; si è pertanto più propensi a ritenere che lo scavo Tassinari - come del resto quelli che lo hanno seguito - sia rimasto circoscritto all'interno del primo ambiente della grotta, e che l'indicazione della distanza di una cinquantina di metri dall'ingresso sia del tutto indicativa, e alluda piuttosto alla zona più remota da questo: cfr. Tassinari 1865, p. 484 "[ ... ] en trois points diffirents peu après l'entrée, jusqu'à la distance […]".

(2) Campioni di carbone e di argilla e cristalli di gesso furono raccolti dal Tassinari e sono conservati tra i materiali della grotta con i nn. 819, 828 (Tassinari/Scarabelli), 829, 833: di questi, come dei campioni raccolti da Scarabelli e dei materiali metallici e dei resti ossei raccolti nel corso dei diversi interventi di scavo, si veda in calce al testo l'elenco con le diciture dei cartellini originali.

(3) I resti di crogioli, i residui di fusione e i frammenti di "rame" sono conservati con i nn. 836, 837, 838, nonché 823-827 e 839-841, e sono indicati dai cartellini come provenienti, senza distinzione, dallo scavo Tassinari e da quello Zauli Naldi; le ossa hanno i nn. 812-814 (Tassinari/Scarabelli), 815, 816, 842 (Tassinari/Zauli Naldi), 846-848. Resti ossei, tuttavia, furono rinvenuti numerosi anche nel livello inferiore dello scavo: all'interno del complesso dei materiali che i cartellini originali consentono di riconoscere come reperiti da Tassinari, le ossa rinvenute negli strati superiori sono state perciò distinte solo ipoteticamente, in base alla collocazione sul ripiano superiore della vetrina, che conserva nel complesso il criterio espositivo "stratigrafico" conferitole da Scarabelli (vedi supra).

(4) Che il testo "à une profondeur moindre d'une mètre" (Tassinari 1865, p. 485) vada inteso come "ad una profondità minore di un metro" e non "minima" è confermato dalla tabella riassuntiva dagli oggetti rinvenuti nella grotta, distinti per profondità, edita in Scarabelli 1872, p. 54 (fig. 3).

(5) Il cartellino originale reca l'indicazione "Scodella in terracotta tornita. Scarabelli"; tuttavia il confronto tra i materiali conservati e il disegno autografo e la descrizione dei Tassinari induce a ritenere che si tratti proprio di questo pezzo.

(6) I frammenti ceramici hanno i nn. 716, 722-724 (Tassinari/Zauli Naldi/Scarabelli), 811 (?); la fusaiola il n. 736; le ossa i nn. 771-772, 745-749 e 775-776 (Tassinari/Zauli Naldi/Scarabelli), 784-786 (cfr. nota 3).

(7) Un dente di cinghiale lavorato e un coltello in selce: nn. 731 e 732.

(8) In proposito, in relazione alla figura di Scarabelli, si rimanda a Ciancio 1995; Vai 1995.

(9) I frammenti di ceramica hanno i nn. 886-889 (Zauli Naldi/Scarabelli); i frammenti di ferro il n. 822; i frammenti di vetro i nn. 917-918 (i cartellini originali li indicano come "Tassinari", ma sia il resoconto di Zauli Naldi che la tabella di sintesi di Scarabelli inducono a ritenerli provenienti dallo scavo dello Zauli Naldi: cfr. Zauli Naldi 1869, p. 9 e Scarabelli 1872, p. 54); le ossa i nn. 734-735 (Zauli Naldi/ Scarabelli), 774, 782-783 (cfr. anche note 3 e 6). Il bronzetto è il n. 927 e la moneta il n. 923. Il frammento di lucerna, il cui rinvenimento diede inizio all'esplorazione, non può essere che uno tra i frammenti nn. 895, 896 o 906.

(10) Le ossa umane hanno i nn. 817-819; la moneta il n. 922.

(11) I nn. 823-827 e 839-841 (vedi anche nota 3); il cannello in bronzo non può essere altro che il n. 920, benché nel cartellino originale sia indicata una provenienza dallo scavo Scarabelli.

(12) Scarabelli ne fa esplicita richiesta in una lettera al sindaco, in data 26 febbraio 1870 (Campioni 1984, p. 537 nota 11), presumibilmente prima di compiervi gli scavi.

(13) Tra i materiali rinvenuti da Scarabelli e conservati nel museo i cartellini originali e la collocazione nella vetrina permettono di riconoscere come provenienti dal primo livello i reperti nn. 931-933; dal secondo i nn. 713-714, 735, 851, 910-916, 920-921 (i nn. 910-916 provengono probabilmente da questo livello, in quanto i cartellini li indicano rinvenuti "insieme ai cocci dei vasi Etruschi"); dal quarto i nn. 680, 725-726, mentre non sono riconoscibili i "cocci di vasi in terra cotta non torniti" rinvenuti nel terzo livello. Le ossa umane sul piano della grotta sono i nn. 797-784, mentre ossa animali provenienti dallo scavo Scarabelli, ma non più distinguibili per livello di provenienza, sono i nn. 744, 750, 755-756, 773, 787, 788, 790-792 (per altri materiali "Scarabelli" uniti a quelli degli scavi precedenti cfr. le note nn. 2-3, 6 e 9).

(14) I nn. 821, 828, 830, 832, 835, 961-972; i nn. 964 e 970 non provengono propriamente dalla grotta, ma da aree vicine.

(15) I nn. 678, 733, 869, 886-889.

(16) Il criterio di rappresentazione sembra infatti lo stesso delle vetrine laterali, per le quali Scarabelli precisa che "le Scansie, verticali nel Gabinetto, sono qui disegnate come se fossero orizzontali" (cfr. Pacciarelli - Pedrini 1995).

(17) Le didascalie riportate (fig. 5 - fig. 6), che non si esclude potessero essere state approntate già in occasione dell'esposizione del 1871, sono tuttora esposte nella vetrina che contiene i materiali della grotta dei Re Tiberio. Alcune di queste sono ancora in relazione ai materiali cui si riferiscono, come la didascalia con l'indicazione dello strato più superficiale, conservata sul ripiano superiore della vetrina, o quella "geologica", collocata sul ripiano più basso, accanto a numerosi campioni di rocce; fuori posto è invece la seconda didascalia "stratigrafica", che occupa ora il secondo ripiano dall'alto, dove si trovano materiali dell'età del ferro e ossa animali, mentre l'"Avvertenza" a firma di Scarabelli è stata rinvenuta incastrata all'interno della prima didascalia nel corso dei lavoro di revisione dei materiali svolto in occasione della stesura del catalogo.

(18) Alcuni biglietti allegati a gruppi di materiali conservati nella collezione Scarabelli, di pugno del Lanzoni, riportano le seguenti indicazioni sui luoghi di ritrovamento: "Profondità di circa 2 (?) metri nel corridoio" (n. 941), oppure "Nella Grotta del Re Tiberio alla profondità di 60 cm nella terra manomessa" (nn. 1015-1016-1018).

(19) I biglietti manoscritti riportano le date "1934-1935", "IV 8bre 1934" (sic), "10 Ottobre 1934".

(20) Sulla base degli inventari e dei biglietti manoscritti ancora conservati sono riconoscibili come appartenenti alle donazioni Lanzoni i vasetti miniaturistici nn. 441-455 e 645-649, il peso tronco-piramidale n. 681, e i materiali nn. 935-953,1014-1025 e 1068-1100, comprendenti frammenti ceramici di età etrusca (argilla depurata, impasti, ceramica a vernice nera, ceramica sovradipinta), romana (terra sigillata, ceramica comune), medievale (ceramica invetriata, "maiolica arcaica"), frammenti di vetro, due fusaiole, frammenti di ferro e di bronzo, tra cui un anellino rinvenuto all'interno di un vasetto miniaturistico (cfr. Veggiani 1957). Per la collocazione sul ripiano inferiore della vetrina, e non sui ripiani "stratigrafici" riservati ai materiali degli scavi del secolo scorso, sono probabilmente riferibili alla donazione Lanzoni anche i frammenti ceramici nn. 1026-1067 e 1101-1131.

(21) Risale al 1906 il "dramma leggendario in 3 atti" di Lorenzo Costa, La Grotta del Re Tiberio, che ne mette in scena le leggende, e al 1929 il componimento poetico di P. Zama, La Grotta del Re Tiberio - Leggenda di Monte della Volpe, che le divulga in versi, a riprova del permanere attorno alla grotta dell'alone fabuloso, nonostante la consuetudine di frequentazione che locali e turisti sembrano aver instaurato con i suoi recessi. Raccolta esaustiva della bibliografia in proposito è in Veggiani 1957.

(22) Dall'articolo umoristico a firma "Carmilein" nella rubrica "Cronache mondane - Bagni e villeggiature (nostre corrispondenze)" di "Ehi! ch'al scusa", a. XI, n. 32, Bologna 23 agosto 1890.

(23) Su Francesco Orsoni e gli scavi alla grotta del Farneto si rimanda a Fantini 1957 e 1959, con bibliografia, e da ultimo a Rivalta 1995.

(24) A questo proposito l'Orsoni scriveva: "Di quale utilità possa riuscire uno scavo ben condotto e diretto in detta grotta (e ritengo per fermo che in qualche punto della medesima sia rimasta compaginata nell'antico suolo parte dell'antica storia, non ostante le rimozioni avvenute) lo lascio dire a chi si occupa seriamente di tali studi. [ ... ] Tal pensiero mi conforta, mi anima a rivolgere un invito all'egregio signor Sindaco di Riolo ed all'onorevole Giunta, onde quanto mi proponeva di eseguire nella grotta del re Tiberio e sue adiacenze, abbia un felice successo" (Orsoni 1890).

(25) E' del 1941, ad esempio, una visita alla grotta di Lanzoni e di Amedeo Tabanelli: cfr. Tabanelli 1941.

(26) Si ritiene probabile, infatti, che sia da riferire alle scoperte di Lanzoni successive al 1935, e non agli scavi Mansuelli, anche un numeroso gruppo di materiali (tutti frammentari e non lavati) conservati nei magazzini del museo di Imola, in una cassa priva di indicazioni dello scavo di provenienza: si tratta di 156 vasetti miniaturistici frammentari, 46 frammenti di scodelle e piattelli in ceramica grigia, 33 frammenti di scodelle e uno di piattello in ceramica depurata, un frammento di mortaio, uno di ceramica suddipinta, una decina di frammenti di olle/bicchieri e uno di ciotola-coperchio (?) in impasto, 2 anse a nastro e alcuni frammenti di grandi olle, oltre a diversi frammenti dell'età del bronzo e a materiali romani.

Campioni di terreni e minerali

819. ["Sabbia gessosa-calcare con alcune foraminifere (Nel terriccio rimaneggiato del piano della caverna) - Tassinari"].

820. ["Terriccio con Carboni (a poca profondità dal suolo. Grotta del Re Tiberio"].

821. ["Terriccio con Ceneri e Carboni (Presso ai Croggiuoli) - Scarabelli"].

828. ["Carbone - Scarabelli e Tassinari"].

829. ["Gruppi di cristalli di Gesso trovato nel fondo dello scavo fatto nel terriccio dal Tassinari. Era probabilmente stato raccolto come oggetto di curiosità da servire da soprammobile"].

830. ["Terriccio rimaneggiato con Carboni. Alla profondità di 3 metri nella Grotta - Scarabelli"].

832. ["Ceneri e Carboni. Trovati a 2 metri di profondità nel terriccio della Caverna, dove formavano uno strato di 0.15 di potenza -Scarabelli"].

833. ["Lastra lavorata di Molassa che ha subito l'azione del Fuoco - D. Tassinari"].

835. ["Argilla di rimpasto. Alla profondità di M.i 2.50. Proveniente dalla degradazione degli strati argillosi esistenti fra i gessi - Scarabelli"].

955, 958, 959. ["Calcare stallagmitico Grotta del re Tiberio"].

957. ["Travertino fra gli strati di gesso entro la Grotta del re Tiberio"]. 960. [Calcare stalagmitico e stalattitico].

961. ["Travertino con Selce. Forma delle vene fra il gesso e l'Argilla (Mioc.o Sup.e) all'ingresso della Caverna - Scarabelli"].

962. ["Calcare cariato terroso. Var. del N° precedente. Crivellari -D. Scarabelli"].

963. ["Quarzo concrezionato con conchiglie d'acqua dolce. Gessi de' Crivellari - D. Scarabelli"].

964. ["Gesso (Calce solfata) a grossi cristalli. Monte della Volpe (Rivola) - Scarabelli"].

965. ["Quarzo concrezionato con cristalli di gesso. Crivellari - Scarabelli"].

966. ["A. (mioceno sup.e) Argilla con cristalli di gesso. Trovati in grandi lenti entro ai gessi e forma il substratum del terriccio della Caverna - Scarabelli"].

967. ["C. (mioc. sup.e) Brecciola sabbioso-argillosa. Trovati in lenti entro ed inferiormente all'argilla del saggio A - Scarabelli"].

968. ["Quarzo concrezionato cariato. Var. del N° precedente. Crivellari - Scarabelli"].

969. ["B. Cristalli di gesso estratti per decantazione dall'Argilla del saggio A - Scarabelli"].

970. ["Calcare con lente di Selce e conchiglie. Sotto Rivola sul Senio (fra i Gessi - Scarabelli"].

971. ["(Miocene sup.) Sabbia ferruginosa. Varietà del saggio C -Scarabelli"].

972. ["Brecciola e sabbia ottenuta decantando l'argilla del saggio C (N.B. vi sono alcune foraminifere) - Scarabelli"].

980. ["Ocra rossa, estratta da alcuni vasetti trovati entro la grotta detta del Re Tiberio"; "Ocra rossa, estratta da alcuni vasetti trovati entro la grotta detta del Re Tiberio. Sembra uguale a quella detta Bolo Armeno" (su biglietto allegato)].

981. ["Bolo Armeno"; "Bolo Armeno preso alla Farmacia per confronto" (su foglietto allegato)].

Frammenti e residui di lavorazione del metallo

822. ["Pezzo di Ferro profondamente ossidato - D. Zavoli"].

823-827. ["Frammenti di Croggiuoli - Tassinari e Zavoli"].

836. ["Lagrima di Zinco - Tassinari"].

837. ["Residui di Fusione. Vi è tradizione che nella Grotta del Re Tiberio abitassero Falsi Monetarji - Tassinari"].

838. ["Pezzi informi di Bronzo- Tassinari"].

840. ["Pezzi di Lastre informi di Rame - Tassinari Zavoli"].

920-921. ["Bronzi trovati nella Caverna, a 2 metri di prof.à nel terriccio - Scarabelli"].

Resti ossei

732. ["Canino di Majale lavorato, e ridotto a forma tagliente - D. Tassinari"].

733. ["Osso lavorato - 1873 D. Zauli"].

734-735. ["Ossa lavorate, forse per farne una zampogna - Scarabelli e Zauli"].

744. ["Metacarpo di Bue roso da un Carnivoro - Scarabelli"].

745-748. ["Ossa schiacciate per estrarne il Midollo - Tassinari Scarabelli"].

750. ["Porzione di Cranio e Mandibole di Ruminante - Scarabelli"].

755-756. ["Corna di Bue - Scarabelli"].

771-772. ["Zanna di Majale - D. Tassinari"; Canini di Cignale].

773. ["Omoplata di Majale - Scarabelli"].

774. ["Porzione di Mandibola di Tasso - D. Zavoli"].

775-776. ["Porzioni di Mandibole di Majale di età diverse- Scarabelli Zavoli Tassinari"].

782-783. ["Frammenti di Mandibole di Ruminanti (Pecora) - D. Zavoli"].

784-786. ["Vertebre di Majale - Tassinari"].

787-788,792. ["Ossa del Metatarsi di Majale - D. Scarabelli"].

790-791. ["2 Femori di Majale - D. Scarabelli"].

797-803. ["Ossa Umane. Nel piano più antico della Grotta"].

816. ["Denti di Bue - D. Tassinari"].

812-814. ["Ossa con scalfiture di Armi metalliche taglienti - Scarabelli e Tassinari"].

815. ["Maiale. Testa inferiore di femore - Tassinari"].

817-818. ["Denti ed Ossa Umane - D. Zavoli"].

842. ["Ossa da determinare - Tassinari Zavoli"].

846-848. ["Coste di Animali diversi - Tassinari"].

851. ["Omero umano - D. Scarabelli"].

1014. [Sus. Dono Lanzoni 1935]

    

Speleo GAM Mezzano (RA)