| AA.VV.- La collezione Scarabelli, 2 preistoria a cura di Marco Pacciarelli - Casalecchio di Reno (BO) - Novembre 1996 |
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L'USO DELLA GROTTA DEL RE TIBERIO DURANTE LE ETA' DEI METALLI di Maria Giovanna Bertani, Marco Pacciarelli La stratigrafia indagata tanto accuratamente da Scarabelli, il confronto e la correlazione da questi istituiti tra i livelli individuati nel corso dei diversi scavi del secolo scorso, l'esposizione dei materiali secondo un criterio "stratigrafico" e la possibilità di riconoscere molti dei reperti conservati tra quelli menzionati nelle relazioni di scavo consentono di delineare con un qualche dettaglio la sequenza delle fasi di frequentazione della grotta, benché l'esplorazione solo parziale e gli interventi di sterro "predatorio" condotti nel giacimento archeologico tanto nel Medioevo quanto in tempi più recenti facciano sì che permangano diverse incertezze. L'uso della grotta nell'età del bronzo Le evidenze archeologiche relative alle più antiche fasi di utilizzazione della grotta sembrano indicare una sua originaria destinazione sepolcrale. L'ipotesi di un primitivo uso funerario era stata avanzata già nel 1872 da Scarabelli, che nello scavo del 1870 aveva individuato nello strato più profondo, posto a m 4,70-4,96 dal piano di calpestio (fig. 1), alcune ossa umane, attribuite W.-R. Teegen a un individuo di 13-16 anni. Non essendo possibile collocare cronologicamente in modo preciso questo strato, data l'assenza di manufatti associati, ci si dovrà basare sul terminus ante quem fornito dai reperti provenienti dagli strati soprastanti, che hanno restituito ceramiche databili tra il Bronzo medio 3 e il Bronzo recente, con alcuni reperti residui più antichi, risalenti fino all'età del rame. Una sicura testimonianza della presenza di sepolture nella grotta in età anteriore al Bronzo medio 3 è venuta da recenti scoperte effettuate da membri del Gruppo Amici della Montagna di Mezzano (Bertani et al. 1994), che entro sedimenti posti a cinque-sei metri di profondità dal piano di calpestio della grotta, intaccati da sottostanti gallerie di cava, hanno rinvenuto resti scheletrici di una giovane donna e di un infante in età perinatale (Teegen, comunicazione personale), e alcuni vasi databili tra la fine dell'antica e i primi inizi della media età del bronzo (Bertani et al. 1994). Cavità naturali usate come luogo di sepoltura tra Bronzo antico e Bronzo medio iniziale non sono rare; si può ricordare in particolare il caso della vicina grotta della Tanaccia di Brisighella (Farolfi 1976), dalla quale provengono resti di sepolture e di corredi funerari riferibili in gran parte ad un momento iniziale del Bronzo antico, anche se non manca qualche reperto che potrebbe riferirsi ad un momento più avanzato, sempre nell'ambito dell'antica età del bronzo (ad es. Farolfi 1976, fig. 17,2, fig. 24,2). Per quanto riguarda le fasi successive, documentate dai reperti del Bronzo medio 3/Bronzo recente provenienti dagli strati soprastanti, manca qualsiasi dato sul carattere della frequentazione. L'assenza di resti scheletrici umani nello strato immediatamente soprastante, che farebbe pensare ad una cessazione o almeno rarefazione delle deposizioni funerarie, può tuttavia indurre a sospettare un cambiamento delle modalità di utilizzazione della grotta, in direzione di un uso o più specificamente cultuale, oppure di tipo abitativo. E' da sottolineare che in generale nell'Italia peninsulare sembra manifestarsi durante l'età del bronzo un progressivo abbandono dell'uso delle cavità naturali come luoghi di sepoltura, con un più deciso spostamento verso la funzione cultuale nel corso del Bronzo medio, pur non essendo rari i casi di utilizzazione abitativa (sul tema in generale Guidi 1991). L'ipotesi di un uso cultuale della grotta, legato alla presenza di acque di stillicidio ricche di sostanze minerali, appare suggestiva, ma presenta per ora solo labili elementi di sostegno, quali la presenza di ceramiche di fattura estremamente curata come la tazza con alta ansa ornata a solcature (cat. B: nn. 725-726), e di forme atte a contenere ed attingere acqua, come la tazza summenzionata, quelle carenate (cat. B: nn. 670 e 696-700) e il vaso con beccuccio (cat. I: n. 656). L'altra ipotesi, quella di una occupazione abitativa, è invece supportata dalla presenza di ceramiche grossolane e di contenitori di uso domestico come il vaso a listello interno (cat. H: n. 652) e i dolii (cat. E-G), che tuttavia non sono da considerare incompatibili con l'interpretazione precedente, potendo essere riferiti a forme di frequentazione rituale e/o a deposizioni votive. M. P. L'uso della grotta nell'età del ferro Per l'età del ferro le testimonianze archeologiche sono abbondanti e significative. Le più antiche tracce di frequentazione del vano d'ingresso sembrano potersi individuare, pur con qualche perplessità, nello strato di esiguo spessore incontrato da Scarabelli nell'area più interna della grotta tra i 2,91 e i 3,26 metri di profondità, al di sopra del livello dell'età del bronzo: dallo strato furono raccolti "cocci di vasi in terra cotta non torniti" (Scarabelli 1872, p. 54), e ad esso si deve probabilmente riferire anche il peso da telaio (cat. I, n. 680; fig. 7), benché rinvenuto (per probabile intrusione) nel livello sottostante. Di questa prima fase, che si può collocare ipoteticamente in un momento iniziale del VI secolo a.C., in relazione al primo diffondersi del popolamento umbro (cfr. Colonna 1974; Romagna 1981; Colonna 1985; Cristofani 1995; Bermond Montanari 1996), non è possibile precisare la connotazione funzionale: se si tratti cioè di una occupazione temporanea a fini abitativi, oppure, come sembra assai più probabile, delle prime attestazioni di una frequentazione a scopo cultuale, con deposizione di oggetti ancora non differenziati rispetto a quelli d'uso comune. In ogni caso, almeno a partire dalla fine del VI secolo a.C. la grotta del Re Tiberio è senza dubbio adibita a luogo di culto, e vi si dovevano svolgere riti comportanti l'offerta alle divinità di doni specializzati: si data infatti tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C. una statuetta bronzea rappresentante una devota (cat. L, n. 928), e nello stesso periodo, pur se con maggiore approssimazione, anche gli inizi della diffusione dei vasetti miniaturistici, in particolare quelli decorati a bugne e quelli a due anse verticali; i primi imitanti l'olletta/bicchiere umbro ampiamente diffuso negli abitati coevi e documentato anche tra i materiali della grotta, i secondi probabilmente ispirati al più colto modello del kantharos etrusco. Dallo scorcio del VI secolo a.C. la frequentazione santuariale della grotta proseguirà con continuità ininterrotta fino all'età romana (cfr. Mazzini, infra): un bronzetto schematico di tipo "Marzabotto", un altro con torquis tipicamente celtico, un terzo votivo tardoellenistico di offerente ammantato (Veggiani 1957, fig. 5; cat. L, nn. 927, 929), e frammenti di ceramica attica, di skyphoi etruschi sovradipinti e di ceramica etrusca a vernice nera (cat. D-G) si allineano in un asse cronologico che giunge al pieno III secolo a.C., e lungo il quale si dispongono, con maggiori oscillazioni, le serie di vasetti miniaturizzati e le ceramiche di produzione locale (cat. A-C; per un più analitico inquadramento dei materiali. Il riconoscimento dell'uso santuariale della grotta avvenne in realtà con relativo ritardo rispetto agli scavi di Tassinari, Zauli Naldi e Scarabelli. Quest'ultimo, l'unico tra i "pionieri" dell'esplorazione della caverna ad aver elaborato ipotesi interpretative, ne proponeva infatti una destinazione funeraria (Scarabelli 1872, pp. 55-57), forse già suggeritagli nel 1856, all'epoca dell'esecuzione del primo rilievo dell'antro (cfr. Pacciarelli, in questo volume, pp. 42-64), dall'osservazione delle vaschette scavate nelle pareti, che ritenne " antichi sepolcri" (fig. 2). Se i resti di ossa umane rinvenute nello scavo del 1870 rafforzarono in Scarabelli l'ipotesi originaria, "la grande quantità di piccoli vasetti [ ... ] raccolti [ ... ] in uno spazio relativamente molto ristretto" rappresentavano invece "un enigma" (Scarabelli 1872, p. 56), che neppure il ritrovamento di esemplari simili nello scavo del villaggio di Monte Castellaccio riuscì più tardi a chiarire: sui vasetti infatti - interpretati nel 1872 vuoi come "balsamarii" vuoi, riprendendo un'ipotesi già formulata da Zauli Naldi (Zauli Naldi 1869, p. 15), come piccoli crogioli (1) - nel 1887 Scarabelli scrive: "Dunque oscurità perfetta sulla destinazione vera di tal vasetti, ma doversi per altro ritenere rivolta ad uso importante, ed esteso a quei tempi" (Scarabelli 1887, p. 66). Sarà il Pigorini, oltre vent'anni dopo lo scavo di Scarabelli, a riconoscere il significato votivo dei miniaturistici (Pigorini 1896) e, dopo altri vent'anni, sarà il Rellini ad associarli, per primo, ad un culto delle acque salutari (Rellini 1916). I bronzetti votivi, in numero così ridotto di contro alle centinaia di vasetti miniaturistici, passarono invece sostanzialmente inosservati (il solo menzionato è il n. 927: cfr. Bertani, supra, nota 9), anche se Scarabelli non dimentica di sottolineare come i pochi bronzi trovati fossero il "residuo di molti altri oggetti", estratti e rifusi clandestinamente (Scarabelli 1872, p. 56); e che materiali metallici dovessero trovarsi in grande quantità lo dimostra appunto l'impianto, in età medievale, delle officine fusorie, oltre alla notizia della vendita, ancora nel secolo scorso, di "idoletti di bronzo", riportata dall'Orsoni (Orsoni 1890). Le modalità di ritrovamento dei vasetti miniaturistici, rinvenuti in tutti gli scavi solo nel settore più vicino all'ingresso, e sempre in insiemi di numerosi esemplari (cfr. Bertani, supra), induce a ritenere che l'ambiente della grotta potesse essere funzionalmente differenziato, in probabile relazione con le diverse pratiche del culto. Benché non sia possibile definire con precisione le modalità di frequentazione dello spazio sacro, è probabile che la zona prossima all'apertura, più agevolmente raggiungibile dai fedeli, fosse deputata sia alla captazione delle acque minerali, che tuttora percolano lungo le pareti (cfr. Marabini, supra) e che si raccolgono in nicchie scavate nella roccia in tempi remoti quanto imprecisabili (fig. 3; cfr. Bentini 1985), sia ad accogliere in piccole stipi le offerte che venivano deposte una volta espletati i riti (libagione?). I doni, come abbiamo visto, consistevano in particolare in bronzetti votivi, vasetti miniaturistici e altro vasellame ceramico. Per quanto riguarda il vasellame ceramico, tuttavia, è ipotizzabile che i recipienti venissero offerti non tanto, o non solo, per il loro valore - reale o simbolico -, quanto come contenitori di offerte di altro tipo: alimenta ri, in primo luogo (per le offerte alimentari in grotte cultuali cfr. Miari 1995), ma anche di piccoli oggetti di metallo (fig. 4), oppure di materiali pregiati come l'ocra (fig. 5). L'ipotesi della deposizione di offerte alimentari simboliche all'interno dei vasetti miniaturistici potrebbe trovare sostegno nelle tracce carboniose che si osservano in diversi esemplari (ad es. i nn. 228, 311, 328, 382, 416, 440, 573), e nel richiamo agli esiti di una delle analisi eseguite nel 1872 per conto di Scarabelli da parte di Adolfo Casali, che in alcuni vasetti riconobbe residui di sostanze grasse (cfr. nota 1). Più chiare le tracce dell'offerta di ocra: alcuni miniaturistici con resti di ocra rossa furono infatti rinvenuti da Scarabelli, che la estrasse e l'espose in vetrina allegandovi chiara didascalia ("Ocra rossa, estratta da alcuni vasetti trovati entro la grotta detta del Re Tiberio"); mentre altri pezzi d'ocra rossa e gialla furono raccolti da Veggiani (Veggiani 1957, pp. 670-672, con riferimenti). Lanzoni, invece, trovò cinque vasetti all'interno dei quali erano conservati anellini o frammenti bronzei (cfr. Veggiani 1957, pp. 673-674), che rivelano il pregio del materiale contenuto di contro a quello dell'oggetto contenente. Per quanto riguarda gli altri tipi di materiali rinvenuti nella grotta, essi devono la loro presenza, probabilmente, a due diversi tipi di utilizzo, benché entrambi connessi con le pratiche del culto: le numerose scodelline in argilla depurata, che costituiscono un insieme ben caratterizzato e omogeneo per dimensioni e fattura (cat. 131), sembrano rappresentare l'omologo, di maggior pregio, dei miniaturistici, con i quali condividono la diffusione in area padana in contesti cultuali o sepolcrali; doni votivi di un qualche pregio dovevano essere anche le ceramiche di importazione (cat. D-G), mentre forme più marcatamente funzionali quali le olle, il mortaio e i coperchi (cat. C1-2, 4), spesso modellate senza l'ausilio del tornio e documentate anche nel settore più interno della grotta, dove le stipi risultano assenti, potevano trovare impiego più adeguato nella conservazione e nella preparazione di cibi, da consumarsi forse in occasione delle cerimonie religiose o da parte degli officianti i riti. Valore più complesso, e probabilmente allusivo a caratteristiche del culto, potrebbero avere infine la fusaiola (fig. 6) e i pesi da telaio, rinvenuti la prima da Tassinari, i secondi da Scarabelli e Lanzoni (cat. H-I): ma il loro problematico inquadramento cronologico scoraggia dal proporre, almeno per ora, qualunque ipotesi. M. G. B. Bibliografia BENTINI, L., 1985, Note preliminari sulle "vaschette " rupestri nella vena del gesso romagnola, in Archeologia tra Senio e Santerno (Atti del convegno, Solarolo 1983), Solarolo, pp. 27-51. BERMOND MONTANARI, G., 1996, L'età del ferro in Romagna, in Quando Forlì non c'era. 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CRISTOFANI, M., 1995, Genti e forme di popolamento in età preromana, in Pro poplo arimenese (Atti del convegno, Rimini 1993), a cura di A. Calbi e G. Susini, Rimini, pp. 145-181. FAROLFI, G., 1976, La Tanaccia di Brisighella. Problemi cronologici e culturali, "Origini" X, pp. 174-243. GUIDI, A., 1991, Alcune osservazioni sulla problematica delle offerte nella protostoria dell'Italia centrale, "Studi di Antichità" 3-4, 1989-1990 (ed. 1991), pp. 403-414. MIARI, M., 1995, Offerte votive legate al mondo vegetale e animale nelle cavità naturali dell'Italia protostorica, in Agricoltura e commerci nell'Italia antica, a cura di L. Quilici e S. Quilici Gigli, Roma, pp. 11-29. ORSONI, F., 1890, La Grotta del Re Tiberio, in "Gazzetta dell'Emilia -Monitore di Bologna", a. XXXI, n. 238, Bologna 29 agosto. PIGORINI, L., 1896, Stoviglie votive italiche dell'età del bronzo e della prima età del ferro, "Atti della R. Accademia dei Lincei. 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Note (1) Nell'edizione dello scavo di Monte Castellaccio Scarabelli accenna ad una sorta di tentativo di "archeologia sperimentale", volto a verificare se i vasetti potessero essere utilizzati come crogioli. Nel carteggio Scarabelli dell'Archivio Storico dei Comune di Imola si conserva in proposito una relazione inviata a Scarabelli da Adolfo Casali in data 11 giugno 1872, sulle analisi condotte "tanto sulle piccole coppe, o crogiolini, di terra [ ... ], quanto sulle materie, contenute in qualcheduna di essi [ ... j"; l'esito delle analisi, nel corso delle quali alcuni vasetti, esposti al fuoco, si fusero, indusse Scarabelli a scartare l'ipotesi che i miniaturizzati potessero essere stati utilizzati come crogioli (Scarabelli 1887, p. 66). Devo la segnalazione del documento d'archivio a Stefano Marabini, che ringrazio. |
Speleo GAM Mezzano (RA)