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DAL RENO AL SINTRIA di Danilo Demaria (Gruppo
Speleologico Bolognese – Unione Speleologica Bolognese) La prima volta che visitai l’Acquedotto romano di Bologna fu nel 1989. Il ritrovarmi all’interno di quel tratto di condotto sotterraneo abbandonato fu un’esperienza molto forte. Un qualcosa di assai diverso da quello che si può vedere in ogni sito archeologico o intuire leggendo i libri di Storia. Lì, semplicemente, eri dentro alla Storia. Ti avvolgeva, tanto che di tutti quei secoli perduti potevi sostanzialmente percepirne il silente respiro. I segni dello scalpello sulla roccia raccontavano di un lavoro duro, certamente sofferto ma eseguito con estrema perizia alla luce tremolante delle lucerne da qualche nostro antenato, giusti giusti duemila anni prima. Un’atmosfera rarefatta, rotta dalla nostra acetilene, ti faceva scoprire, un passo dopo l’altro, un mondo sospeso nel tempo. Da quel giorno ho cominciato, come speleologo, ad interessarmi anche alle cavità artificiali, trasformando quello stupore iniziale, forse un po’ fanciullesco e legato all’aspetto avventuroso del viaggio sotterraneo, in qualcosa di più razionale. Negli anni a seguire ho visitato decine e decine di queste cavità, in Italia e anche fuori dal nostro Paese, cercando sempre più di vedere e di capire, di interpretare il fenomeno che, di volta in volta, mi si prospettava dinanzi. Assieme agli amici e soci del GSB-USB che condividono tale passione abbiamo anche cominciato a documentare con rilievi, foto ed articoli questa particolare realtà, acquisendone via via una sempre maggiore dimestichezza. Col trascorrere del tempo ho però scoperto innanzitutto che rimane invariato in me quel senso di ammirazione che destano diverse di queste opere sotterranee ed è quindi con estremo piacere che ho colto l’invito degli amici dello Speleo GAM di Mezzano prima a visitare la Grotta della Lucerna e poi a raccontare ciò che vi ho visto. Perché,
al di là di tutte le interpretazioni, che hanno sempre risvolti personali
e soggettivi, una cosa è inconfutabile ed emerge prepotentemente agli
occhi di chi abbia acquisito una seppur minima esperienza in questo
settore: gli adattamenti a cui è stata sottoposta la nostra grotta
rappresentano davvero un’entità di un certo rilievo e spessore. Le
cavità artificiali
Prima di procedere oltre mi occorre fornire un breve cenno atto a fare meglio comprendere il fenomeno e l’importanza delle cavità artificiali. L’uomo ha cominciato ad inoltrarsi nel sottosuolo con cavità appositamente costruite già diverse migliaia di anni fa. Le più antiche di esse risalgono sicuramente all’inizio del Neolitico, con scavi sotterranei volti a procurare la selce con cui ottenere gli strumenti litici. Fatto sta che, col passare del tempo, l’utilizzazione del sottosuolo ha proceduto di pari passo con l’evoluzione delle diverse civiltà che sono venute affermandosi e si sono anche moltiplicati i motivi e le ragioni che hanno portato l’uomo a spingersi sottoterra con opere sempre più complesse. L’elenco che segue fornisce l’esempio delle differenti tipologie di tali cavità attualmente riconosciute: A.
Opere idrauliche b.
Opere insediative civili
C.
Opere di culto
D.
Opere militari
E.
Opere estrattive
F.
Vie di transito
G. Altre opere non classificate All’interno di queste categorie principali si attua poi un’ulteriore suddivisione che tiene conto delle singole specificità per complessive 36 sottoclassi. Come si vede esiste una notevole varietà di tipologie, ciascuna delle quali è il risultato di un lavoro teso a soddisfare specifiche necessità di chi ha costruito l’opera sotterranea. E questo è un punto fondamentale. Dovendo rispondere ad esigenze diverse le cavità artificiali si caricano di aspetti fortemente tecnici e si presentano quindi con morfologie e strutture assai tipiche per ogni tipologia e altrettanto condizionanti. Quindi un cunicolo minerario è totalmente diverso da quello costruito per scopi acquedottistici, una cava di materiale lapideo è assolutamente differente da un ipogeo creato ad uso abitativo e quest’ultimo è del tutto discosto da quello utilizzato a scopo funebre o rituale. Un’altra cosa da tenere sempre in mente è questa: la realizzazione di una cavità sotterranea non è un’operazione affatto facile. Anche nelle migliori condizioni di scavo richiede sempre tempo e fatica e quindi non avviene mai in maniera casuale, ma è sempre dettata da precise esigenze di carattere storico e sociale. Con un semplice esempio possiamo quindi dire che un contadino che decida di scavare un ipogeo prossimo alla propria casa per adibirlo a cantina creerà un qualcosa di abbastanza modesto e, generalmente, di fattura non eccelsa. La realizzazione di opere più grandi richiede invece maggiori capacità tecniche e progettuali e, nondimeno, economiche ed è quindi alla portata solo di strutture sociali e politiche di un certo livello. Questo potrà sembrare banale ma è opportuno ricordarlo: tanto più un’opera è complessa ed accuratamente eseguita tanto maggiori sono le risorse economiche impiegate per realizzarla. Siccome, oggi come per il passato, tali risorse non sono in mano a tutti, questo aspetto diventa un fattore discriminante quando ci si trovi nell’esigenza di compiere un’analisi storica sull’origine di un ipogeo artificiale. Infine mi preme spendere qualche parola sullo studio e la documentazione delle cavità artificiali. L’interesse per questo tipo di ipogei è sempre esistito, ma è andato crescendo negli ultimi 25 anni e, soprattutto, si è strutturato sotto il profilo organizzativo. A livello nazionale esiste un’apposita Commissione Cavità Artificiali istituita dalla Società Speleologica Italiana, che è l’unico organismo operante su tutto il territorio italiano. Tale Commissione elabora appunto strategie comuni di ricerca e di studio e promuove incontri fra i vari ricercatori del nostro Paese (l’elenco tipologico presentato sopra in maniera sintetica è un esempio di questo lavoro). Ad un livello inferiore esistono analoghe commissioni regionali, nel nostro caso nell’ambito della Federazione Speleologica Regionale dell’Emilia Romagna, a cui afferiscono i ricercatori locali. All’interno della Commissione Nazionale si è inoltre stabilito di comprendere fra le cavità artificiali anche quelle grotte che mostrino forti segni di adattamento e di modificazione da parte dell’uomo. La Grotta della Lucerna rientra pienamente in questa casistica e come tale verrà trattata. La
Grotta della Lucerna e gli altri ipogei di età romana Per tentare di interpretare i lavori praticati nella Grotta della Lucerna dobbiamo rifarci ad alcuni punti, acquisibili con le prime immediate osservazioni, cercando poi di inserire il tutto all’interno di un quadro storico locale che sia il più possibile corretto, scartando di volta in volta quelle opzioni che ci si mostrano con un minore grado di coerenza o di probabilità. Cominciamo quindi col descrivere brevemente il fenomeno a cui ci troviamo di fronte. Abbiamo una cavità naturale, una grotta, che è stata modificata in più punti artificialmente. Nello specifico l’opera di scavo ha teso ad allargare fratture naturali, spesso già sede di fenomeni carsici, in particolare di piccoli canali di volta. Ne è derivata una struttura di tipo cunicolare, caratterizzata da tratti sostanzialmente orizzontali alternati a brevi salti verticali. I lavori sono stati eseguiti in più punti. Quelli più consistenti sono relativi al corridoio principale che dall’ingresso conduce alla sala centrale, ad un settore laterale sinistro (galleria a NW) e ad un terzo ambito laterale destro (galleria a SE). L’altro aspetto immediatamente percepibile è che siamo in presenza di un’opera incompiuta. La dimensione trasversale delle gallerie è limitata ad alcuni decimetri, appena sufficienti al passaggio di una persona, ma in senso verticale si arriva ad uno scasso profondo anche 3 o 4 m. Per qualche motivo, non ancora chiarito, la prima di queste gallerie è stata tamponata con argilla e detriti. All’interno di questo riempimento si sono rinvenuti i frammenti di lucerna che hanno dato il nome alla cavità e che hanno fornito un primo corretto inquadramento cronologico per l’opera, collocandola nel I secolo d.C. Sul fatto che il tamponamento sia in sostanza immediatamente successivo allo scavo non mi pare che possano sussistere dubbi. Si potrebbe ipotizzare una sequenza temporale dei lavori secondo la quale allo scavo della prima galleria fa seguito il riempimento della medesima, per procedere poi con lo scavo della seconda (magari contemporaneo all’esecuzione del tamponamento) e al successivo abbandono definitivo dell’impresa. Sulla sostanziale correttezza della datazione tornerò successivamente, una volta avanzata un’ipotesi sulla tipologia. In precedenza abbiamo detto che le cavità artificiali possiedono un forte contenuto tecnico e che questo ne condiziona pesantemente la forma e le strutture che vi si trovano. Le opere in sotterraneo che hanno un andamento cunicolare del tipo di quello evidenziato nella Grotta della Lucerna sono davvero di pochi tipi: le miniere, alcuni ipogei ad uso bellico e le opere idrauliche. L’ipotesi di una possibile utilizzazione dei cunicoli a scopo militare ritengo sia da scartare. La dimensione trasversale limitata impedirebbe di sicuro il movimento agevole ad un legionario romano con la sua panoplia, oltre ad introdurre la necessità di fornire una risposta coerente alla presenza di un insediamento militare in zona, per di più dotato di strutture sotterranee complesse per il transito delle truppe. Anche la particolare situazione geologica correlata alla mancanza di minerali portano ad escluderne la ricerca. In aggiunta la notevole accuratezza e la regolarità nell’esecuzione del taglio della roccia rappresenterebbero davvero un aspetto insolito per una miniera, mentre sono invece tipiche delle opere idrauliche, in cui l’eliminazione delle asperità e il mantenimento di forme prestabilite della sezione di scavo costituiscono una precisa esigenza funzionale. Credo perciò che la Grotta della Lucerna sia effettivamente da interpretare come un’opera idraulica. Ovviamente fra quest’ultime esistono numerose sottoclassi, ma ancora una volta quelle con sviluppo cunicolare sono di pochi tipi: i cunicoli di drenaggio, le fogne e gli acquedotti. La collocazione topografica della grotta, in un contesto morfologico con ripidi versanti, esclude totalmente i cunicoli realizzati per drenaggio e bonifica dei campi e anche quelli per il trasporto e l’allontanamento di acque reflue. Non resta quindi che rivolgere la nostra attenzione agli acquedotti, o meglio in senso lato alle opere di captazione e di ricerca delle acque ad essi in qualche modo correlati, con le quali la Grotta della Lucerna condivide più di un aspetto, mostrando al contempo anche qualche diversità. Cerchiamo quindi di vedere quali sono gli elementi che possono accomunare o differenziare questa dalle altre opere idrauliche, partendo prima da un inquadramento più generale su questi manufatti nella nostra regione. Oltre all’Acquedotto di Bologna sono noti diversi altri condotti sotterranei che ne alimentavano le principali città in epoca romana. Quello di Ravenna è senz’altro l’opera di maggiore importanza, visto anche il ruolo storico che la città venne ad acquisire. Fu realizzato da Traiano e restaurato da Teodorico. Captava l’acqua probabilmente nella zona di Meldola nella valle del fiume Ronco – Bidente. Ne sono stati individuati tratti in sotterraneo proprio presso Meldola. A nord della via Emilia il toponimo di Pieve di S. Maria in Acquedotto, assieme alla presenza di ruderi di piloni affioranti in vari punti del Ronco testimonia della parte costruita su arcate fino a Ravenna. Probabilmente alimentava anche il porto imperiale di Classe. Ad Imola sono stati individuati resti dell’acquedotto in sotterraneo, 4 km a sud – ovest della città, sulla sinistra del Santerno. Era edificato in trincea con fondazione in cocciopesto e alzato e volta in sesquipedali manubriati. A Parma si hanno resti di acquedotto in sotterraneo, eseguito in trincea, datato alla prima età imperiale. A Reggio sono noti, almeno per ora, solo resti di condutture fittili in contesto urbano, ma è evidente che tali condutture potevano essere alimentate solo da un acquedotto. A Campirossi di Campegine (RE) è stato rinvenuto un tronco di un altro acquedotto sotterraneo ricavato in trincea e diretto a Brescello, porto fluviale romano sul Po. La lunghezza totale stimata per questa opera è di 15 km e la particolarità è data dal fatto che il suo percorso è totalmente in pianura. Infine anche a Rimini sono stati scoperti tratti di acquedotto sotterraneo. Dalla breve panoramica esposta si può vedere come il ricorso a queste strutture fosse assai diffuso. Potremmo non essere troppo distanti dal vero ipotizzando che tutte le città poste lungo la Via Emilia (e non solo quelle come si è visto) utilizzassero questo sistema di approvvigionamento idrico che, del resto, è un elemento tipico dell’urbanistica romana. Desterebbe quindi meraviglia immaginare che un’opera di questo tipo possa trovarsi nella valle del Sintria, destinata ad alimentare Faventia/Faenza e quel grande impianto termale di età imperiale i cui resti giacciono nei pressi di Piazza del Popolo? Torniamo ora a prendere in considerazione la datazione proposta per gli adattamenti della Grotta della Lucerna e inquadriamola nell’ottica regionale. Lasciando fuori dal discorso Rimini, che è la prima città occupata dai Romani già nel 268 a.C., la restante parte della regione cade sotto il controllo di Roma, dopo aspre guerre combattute coi Celti, in maniera definitiva nel 190-189 a.C. I
nuovi arrivati procedono alla ridistribuzione delle terre con la
centuriazione (nel nostro caso in età sillana la porzione di territorio
fra Senio e Montone è assegnata definitivamente a Faenza) e rafforzano
progressivamente la loro presenza col trascorrere del tempo, ma per molti
decenni a venire l’elemento romano sarà ancora minoritario rispetto
all’originaria popolazione locale e il processo di pacificazione e
integrazione, dopo una quarantina d’anni di guerre, sarà lungo e
difficile. A testimoniarlo sono alcune date. È solo nel 90/89 a.C. che
viene concessa la cittadinanza romana agli abitanti delle città e
nell’82 a.C. la Gallia Cisalpina viene designata come Provincia romana.
Bisognerà poi aspettare il 49 a.C. perché la cittadinanza romana sia
estesa anche a tutti gli altri abitanti. La costruzione delle grandi opere pubbliche cittadine comincia sostanzialmente solo nella seconda metà del I secolo a.C. Prendendo ad esempio la più importante città della regione, Bononia/Bologna, abbiamo chiare indicazioni di questo processo. Qui l’acquedotto viene costruito e messo in funzione nella prima età augustale, cioè negli ultimi due decenni a.C. Come spesso avviene in questi casi c’è da aspettarsi che certe innovazioni arrivino prima nel grande centro e poi da esso si diffondano nel resto del territorio. È quindi molto probabile che l’acquedotto bolognese sia il più antico fra tutti quelli costruiti dai Romani. Se la Grotta della Lucerna costituisse effettivamente un’opera idraulica risulta decisamente appropriata una sua collocazione al I secolo d.C. o, al massimo, agli inizi del II (per confronto, l’ultimo acquedotto costruito a Roma è del 256 d.C.). La caratteristica comune agli acquedotti della nostra regione che si sviluppano col loro corso sotterraneo nell’area appenninica è quella di percorrere un fianco vallivo (quello del Reno per Bologna, il Santerno per Imola e il Ronco nella zona di Meldola). Tale situazione topografica si riscontra anche per alcuni di quelli che alimentavano Roma (Acqua Marcia, Acqua Claudia, Anius Novus e Vetus, per i tratti nei pressi di Tivoli e S. Cosimato), tanto da essere un elemento abbastanza distintivo. In un analogo contesto si collocano anche le gallerie della Grotta della Lucerna. Questa situazione è ovviamente determinata da precise esigenze tecniche, legate da una parte alle necessità di un lavoro topografico preliminare atto all’individuazione dei punti di attacco dello scavo in sotterraneo e dall’altra all’esecuzione dello scavo stesso, che poteva avvenire solo in presenza di opportuni sbocchi di accesso e di uscita dei lavoranti e del materiale. Quello che in parte distingue le diverse situazioni è la quota relativa, decisamente più alta nel caso della grotta di Monte Mauro rispetto agli altri citati, dove il cunicolo è posto pochi metri al di sopra dell’alveo fluviale. Quale poteva essere dunque il piano d’opera originario? A mio giudizio esistono un paio di possibilità. Una particolarità è certamente costituita dal fatto che i tratti delle gallerie del settore NW sono separati da alcuni salti verticali di pochi metri, che spezzano quindi la continuità e la costanza nell’inclinazione del piano di fondo. Se questa fosse la configurazione finale del manufatto la cosa sarebbe improponibile in un acquedotto. Ciò potrebbe denotare la volontà di spingersi verso il basso, più ancora che in orizzontale, seguendo l’approfondirsi dei canali di volta. Un tale sviluppo avrebbe però una sua logica di fronte ad un tentativo di individuare un consistente bacino di acque sotterranee. In base alle nostre attuali conoscenze di idrogeologia carsica sappiamo bene che all’interno dei gessi non si possono trovare grandi riserve d’acqua, perché la stessa struttura di questi acquiferi non consente grandi capacità di immagazzinamento. I Romani però non possedevano queste nozioni, che sono di acquisizione abbastanza recente, ma sicuramente non era sfuggito loro il fatto che a poca distanza dalla grotta c’è la valle cieca del Rio Stella e che il torrente che vi scorre sparisce dentro alla montagna. Oggi sappiamo che questo collettore sotterraneo percorre tutta la dorsale gessosa fino alla risorgente del Rio Basino. Ma anche questa è una acquisizione recente e i nostri predecessori di duemila anni fa ne erano sostanzialmente all’oscuro. Se le acque sotterranee fossero state il loro obiettivo certamente non esisterebbe modo migliore di intercettarle che quello di seguire il reticolo carsico. Questo potrebbe giustificare anche l’altra particolarità della Grotta della Lucerna, quella cioè di possedere più cunicoli paralleli, scavati in fasi successive nel tentativo di raggiungere queste risorse idriche e più volte fallito fino all’abbandono definitivo dell’impresa. L’altra possibilità è che il cunicolo fosse effettivamente scavato con lo scopo di trasportare acqua, con la realizzazione di un traforo completo di Monte Mauro. In tal caso le tecniche cantieristiche prevedevano l’esecuzione dello scavo in contemporanea a partire dai due fronti opposti, con squadre differenti che procedevano l’una contro l’altra fino ad incontrarsi in un punto mediano. Se questa fosse la situazione, sul versante settentrionale del monte, all’incirca lungo la stessa direzione e leggermente più in basso di quota dovrebbero essere presenti i corrispondenti lavori di scavo, praticati dalla squadra a valle. Nel caso dei trafori di un monte la direzione da mantenere nello scavo e i punti di attacco dello stesso erano determinati in precedenza da una palificazione (detta coltellatio) che attraversava il medesimo monte. Per riportare in sotterraneo tale poligonale esterna uno dei metodi più usati era quello di praticare un pozzo verticale a pochi metri dall’ingresso del cunicolo, consentendo così di derivarne per allineamento la direzione esatta di movimento e la quota relativa. L’eventuale ricerca e ritrovamento di tali manufatti aiuterebbe certamente ad inquadrare in maniera più sicura le opere presenti nella Grotta della Lucerna. Le opere qui praticate meritano una particolare attenzione proprio perché, almeno allo stato attuale delle ricerche, risultano essere state abbandonate e quindi si presentano incomplete. Se da un lato tale incompletezza pone serie ed evidenti difficoltà, come si è visto, nel cogliere il senso del progetto complessivo da quello opposto ci consente di osservare una sorta di istantanea, di attimo in cui il lavoro è ancora in corso e di ricavarne quindi una serie di informazioni utilissime sulle tecniche di scavo, informazioni che spesso sono destinate a sparire definitivamente una volta che l’opera è completata e posta in funzione. Nell’accedere alla galleria orientale si ha la netta impressione che tutto sia stato abbandonato da un momento all’altro, come se fosse finito un turno di lavoro e le maestranze avessero lasciato sbrigativamente il loro posto per fare ritorno all’esterno. Possiamo perciò osservare tutta una serie di situazioni differenti. Inizialmente lo scavo è partito da una certa quota e si è sviluppato seguendo la direzione di un condotto carsico. Si è quindi proceduto con un progressivo abbassamento di quota, fino ad un dislivello di 5 m. Una volta raggiunto questo piano si è continuato l’abbattimento della roccia sulla parete frontale, tenendo sempre dietro al paleocondotto. Lo scavo procedeva con un avanzamento ed un abbassamento per gradini successivi utilizzando a questo scopo differenti strumenti. Nella parte superiore si faceva uso dello scalpello lungo, con un movimento rotatorio dall’alto in basso che ha lasciato le ben caratteristiche incisioni arcuate. Tali incisioni sono altresì evidenti in diversi altri punti della grotta e l’utilizzo di questo particolare attrezzo e il relativo metodo di scavo sono ben noti proprio in altri acquedotti romani, elemento questo di ulteriore analogia. Una volta creata questa prima nicchia si procedeva poi all’abbassamento dei gradini sottostanti con uno scalpello normale e con tagli verticali sull’ordine dei 30-40 cm, che lasciano presumere una lunghezza complessiva dello strumento sui 60 cm (2 piedi). I solchi rimasti sono molto netti ed indicano una sezione quadrata o rettangolare di tale scalpello. Un altro aspetto interessante è vedere come fin dall’inizio venisse definita una sezione standard del vano, che veniva immediatamente rifinita e portata nella sua forma pressoché definitiva prima di procedere oltre con l’avanzamento. Non veniva quindi fatto uso di gallerie di esplorazione di dimensioni minori, cosa invece abbastanza comune nel caso di scavi di natura mineraria. Questo particolare ci fornisce lo spunto per una ulteriore considerazione. Il fatto di praticare fin dall’inizio uno scavo così massiccio ed imponente è una buona dimostrazione dell’ipotesi che alle spalle di quest’opera ci fosse un progetto di una certa importanza: lo scavo non procedeva quindi per tentativi, ma secondo una logica già ben delineata in sede progettuale. Teniamo presente un altro dato. È stato stimato che nell’Acquedotto romano di Bologna lo scavo procedesse su una sezione di circa 2 m2 con avanzamenti attorno a 1 piede al giorno (30 cm). Per scavare un tratto di dieci metri occorreva quindi sostanzialmente un mese e nella Grotta della Lucerna diverse sezioni di scavo sono ben superiori ai 2 m2. Possiamo perciò farci un’idea dei tempi necessari alla realizzazione di queste gallerie e anche del conseguente impegno economico che vi doveva essere associato. Anche questo parametro è assai indicativo e va messo conteggiato insieme ai precedenti. Non deve perciò apparire affatto esagerato ritenere questa come un’opera di probabile carattere pubblico, promossa dall’amministrazione centrale localmente competente e in qualche modo ad essa correlata, perché solo una struttura politica di questo tipo poteva oggettivamente possedere quelle risorse e chiamare a sé le persone dotate delle capacità tecniche e progettuali necessarie. A costo di ripetermi tengo quindi a ribadire che quanto è stato rinvenuto nella grotta di Monte Mauro costituisce davvero qualcosa di importante nel panorama delle cavità artificiali ed è un elemento di carattere storico notevole per il territorio in cui è collocato. È
perciò auspicabile che le ricerche intorno a questo manufatto possano
continuare ancora aggiungendo quei nuovi ulteriori elementi di conoscenza
che ci aiutino a inquadrare meglio questo fenomeno e che ci consentano di
accendere una nuova lucerna, tesa a rischiarare definitivamente questo
insolito testimone del nostro passato. Bibliografia AA. VV., 1985 - Acquedotto 2000. Bologna, l'acqua del Duemila ha duemila anni. Regione Emilia Romagna - ed. Grafis, Casalecchio di Reno - pp. 1-285. AA.VV., 2000 – La Grotta della Lucerna a Monte Mauro. Speleologia Emiliana, IV serie, n° 11, pp. 29-39. D.
Demaria, N. Lembo, 2001 – L’Acquedotto romano di Bologna.
Sottoterra
n° 112, Rivista di Speleologia del GSB-USB, pp. 38-63. M.
Marini Calvani (a cura di), 2000 – Aemilia. La cultura romana in
Emilia Romagna dal III secolo a.C. all’età costantiniana. Marsilio
editori, Venezia, pp. 1-607. R. Nini, 1997 – Sistemi di scavo in sotterraneo di acquedotti in età romana. C.A.T. Trieste. Atti del IV Conv. Naz. sulle Cavità Artificiali, Osoppo 1997, pp. 171-186. |
Speleo GAM Mezzano (RA)