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AA.VV.- La collezione Scarabelli, 2 preistoria a cura di Marco Pacciarelli - Casalecchio di Reno (BO) - Novembre 1996 |
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FALSARI MEDIEVALI NELLA GROTTA DEL RE TIBERIO? di Sauro Gelichi Una tradizione locale (Scarabelli 1872, p. 12) ricordava l'esistenza di "monetarj falsi" nella grotta del re Tiberio. Secondo lo Scarabelli questa notizia avrebbe avuto una sua qualche veridicità e sarebbe stata confermata dai risultati degli scavi eseguiti all'interno della grotta (in part. Tassinari 1865; Zauli Naldi 1869; Scarabelli 1872; per una sintesi critica vedi Bertani, supra). Già il Tassinari, che nel 1865 aveva aperto tre settori di scavo fino a raggiungere la profondità di tre metri, segnalava la presenza di un livello di frequentazione relativamente recente, da cui provenivano resti di fusione e crogiuoli (nn. 836-838, 823-827 e 839-841: vedi comunque infra), interpretati come attestazione della presenza di falsari in tempi non molto remoti (Tassinari 1865). Successivamente, nel 1869, in uno dei saggi praticati all'interno della grotta, lo Zauli Naldi scoprì "un apprestamento in sassi formante un piano, molti resti di crogiuoli, ritagli di lastre, frammenti e un cannello di rame" (i materiali degli scavi Tassinari e Zauli Naldi non sono sempre distinguibili: per i numeri vedi supra; il cannello, secondo Bertani, non poteva che essere il n. 920, anche se è un numero dell'inventario Scarabelli) (Zauli Naldi 1969; Bertani, in questo volume). Ultimo, in ordine di tempo, lo scavo di Scarabelli del 1870: anche in questo frangente ci si imbatté in livelli di frequentazione post-classici. Come indicato nella sua relazione, lo scavo, raggiunta la profondità di m 4,96, aveva restituito, nei primi m 1,75, una congerie di materiali insieme a scorie di fusione, che avevano consentito allo studioso di affermare: "d) infine essere certo che la caverna in un'epoca relativamente non molto remota, e forse in quella a cui ponno appartenere le maioliche, i crogiuoli, le scorie del piano più elevato del terriccio con carboni, ed anche quella medesima cui allude la tradizione volgare dei falsi monetarj, servì realmente come officina metallurgica in cui si effettuarono fusioni di metalli" (Scarabelli 1872, p. 19). Lo Scarabelli associava, per questa più recente fase di utilizzo della grotta, le maioliche (nn. 931-933, vedi infra) e le scorie ritrovate nel suo scavo, con i frammenti di crogiuoli scoperti nelle precedenti esplorazioni del Tassinari e dello Zauli Naldi (ibidem, tabella a p. 17) ed attribuiva tutti questi manufatti ad un recente momento di utilizzo dell'ambiente con lo scopo di recuperare, rifondendolo, il metallo dei bronzetti votivi: dunque la notizia dei monetieri, che una tradizione locale manteneva ancora viva, poteva avere un suo qualche fondamento. Altro materiale venne successivamente recuperato nella grotta, in particolare da Riccardo Lanzoni tra il 1923 e il 1935: di questi oggetti, sulle cui modalità di ritrovamento esistono indicazioni abbastanza generiche, alcuni furono depositati presso le collezioni comunali (tra questi diverse ceramiche di epoca medievale), altri andarono a formare una piccola raccolta privata ancora di proprietà della famiglia (non vidi: Bertani, in questo volume). Non mi risulta, infine, che materiali di età medievale siano stati recuperati nelle indagini degli anni '50. I materiali Naturalmente non è facile estrapolare, fra tutti i reperti provenienti dalla grotta e oramai totalmente decontestualizzati, quelli che appartengono ad epoca post-classica. Se alcune ceramiche, un denaro bolognese e i vetri sono identificabili con sicurezza (vedi infra), maggiori incertezze si hanno per taluni reperti (fusaiole in terracotta, alcuni vaghi di collana in pasta vitrea, qualche reperto in bronzo) di cronologia molto dubbia (per tale motivo non sono stati presi in considerazione in questa sede) e per i resti dell'attività metallurgica (non tanto i crogiuoli, quanto le barrette di metallo, i tondelli ed altri resti di bronzo). Alcuni materiali di sicura cronologia ci indirizzano comunque nell'identificare i tratti salienti della sequenza. Il nucleo maggiore di reperti è costituito da ceramiche, che possono essere distinte in quattro categorie: a) invetriate in monocottura; b) invetriate in bicottura; c) smaltate policrome; d) ingobbiate monocrome e dipinte. Le invetriate in monocottura sono rappresentate da un solo frammento di parete di boccale (n. 1099), coperto all'esterno da vetrina densa ed estesa di colore verde oliva (5 Y4/4). Come di consueto nei reperti di questo tipo l'interno è nudo (eccetto macchie di vetrina in coincidenza di piccoli crateri) e l'impasto, duro con minuti inclusi anche superficiali ed iridescenti, di un colore variabile dal rosso giallastro (5 YR 5/6) al marrone rossastro (5 YR 4/4). Poiché il pezzo è di dimensioni esigue, non è possibile determinare se si tratti di un frammento di ceramica a vetrina pesante (CVP) o a vetrina sparsa (SG) (su questi problemi: Brogiolo-Gelichi 1992): tuttavia il reperto è paragonabile ai tipi diffusi in questa parte della regione tra IX e X secolo (forse anche XI) (Gelichi-Maioli 1992). Le invetriate in bicottura (tre frammenti: s.n. inv.; 1120; 1121) sono tutte pertinenti a forme chiuse (boccali), ricoperte da vetrina verde, di diversa tonalità, sia interna che esterna. L'impasto è di colore marrone molto chiaro (10 YR 7/4) o giallastro chiaro (6/4), duro e depurato. Sono frammenti riferibili ad una tipologia diffusa, in questa area, nel corso della seconda metà del XIV secolo (forse anche primi decenni del XV), nella quale vengono realizzati, come ho suggerito in altra sede (Gelichi 1992, pp. 68-71), quasi esclusivamente contenitori da olio. Le smaltate policrome sono suddivisibili in due categorie: una è rappresentata da un unico frammento (n. 1119), appartenente alla categoria delle maioliche di produzione romagnola del XVI secolo; il resto è costituito da diversi frammenti di "maioliche arcaiche" (Nepoti 1984). Le "maioliche arcaiche" rappresentano il gruppo più numeroso di ceramiche documentate alla grotta del re Tiberio e meritano alcune considerazioni più approfondite. Un primo gruppo è costituito da quattro frammenti di catini tronco-conici apodi ed ansati, con impasto rosato, depurato e qualche segno di imperfezione dovuto ad una non perfetta cottura (addensamento di smalto sulla tesa, attaccature ecc.) (forse due esemplari: nn. 951, 952, 1117 e s.n. inv.) (tav. 1). La decorazione, quando determinabile, era, sulla parete, di carattere geometrico e, sul fondo, vegetale. Questa forma, pur non essendo frequentissima nella produzione romagnola, trova, per il momento, qualche attestazione a Faenza (Gelichi 1992, pp. 74-76) e a Cesena (materiale inedito, in corso di studio). A Bologna esemplari del genere sono noti negli scavi di San Domenico (Gelichi 1987, 18.79-80) e, soprattutto, murati come "bacini" nel campanile della chiesa di San Domenico, dove sono datati intorno al secondo decennio del XIV secolo (Gelichi-Nepoti 1990, p. 137, fig. 7): corrisponde alla forma 5 della classificazione delle " maioliche arcaiche" bolognesi della Fase Iniziale (ibidem, fig. 14). Un secondo gruppo è rappresentato da diversi frammenti (nn. 934, 953, 954, 1124, 1125) di un grande boccale, di cui si riconosce il piede e l'ansa, del tipo bifido (fig. 1). Solo un paio di frammenti consentono di determinare, seppure parzialmente, la complessa decorazione centrale, costituita almeno in parte da tralci vegetali, mentre sotto l'ansa compare una grande croce tracciata solo in bruno. Per quanto boccali di tali dimensioni siano abbastanza rari, qualche esemplare è noto in regione (ad es. a Bologna, San Domenico: Gelichi 1987, nn. 18.66-18.68; Ravenna, Museo Nazionale: Zurli-Iannucci 1982, n. 123, p. 96, n. 129, p. 98). Un terzo gruppo è rappresentato da una serie di frammenti, prevalentemente di pareti, spesso di piccole dimensioni, pertinenti ad almeno dodici boccali (nn. 931-932, 1126-1131). La forma non è generalmente ricostruibile, come i decori (in un caso giglio al centro), ma l'insieme dei pezzi non sembra diversificarsi dai tipi presenti in area romagnola verso l'ultimo quarto del XIV secolo. Infine un ultimo gruppo è costituito da un frammento di parete di albarello, con vetrina interna coprente e resti di un decoro a treccia sul collo (n. 933) (tav. 1). La forma è quella che si diffonde nel corso del XIV secolo in queste aree (sul problema vedi Gelichi 1992, pp. 79-82). Le ceramiche ingobbiate sono rappresentate esclusivamente da due frammenti, uno (n. 1118) maculato in manganese, l'altro ingobbiato monocromo (vetrina trasparente) (n. 1122): costituiscono le uniche attestazioni di epoca post-medievale raccolte sul sito. Insieme alle ceramiche sono da segnalare due fusaiole in terracotta invetriate. La prima (n. 1015) ha forma biconica schiacciata con carena smussata, ricoperta da vetrina verde; la seconda (n. 1025) ha sempre la forma biconica, ma con carena accentuata da spigolo vivo, invetriata in giallo-marrone (tav. 1). Queste due fusaiole, invetriate in monocottura, appartengono ad una categoria di manufatti diffusi in tutta l'area padana nei contesti dei secoli centrali del medioevo, forse utilizzati come vaghi di collana o pendenti decorativi (per confronti in aree limitrofe vedi Gelichi 1982, p. 57, fig. 5, nn. 27-30; Brogiolo-Gelichi 1992, pp. 29-30). Dallo scavo provengono anche diversi frammenti di recipienti in vetro (tav. 1), purtroppo molto mal conservati, tra i quali sono riconoscibili un bordo forse di bottiglia (n. 918) e un ampio frammento di bicchiere decorato a stampo a globettiò (sempre n. 918), di un tipo sufficientemente comune tra XIV-XV secolo (Stiaffini 1991, pp. 229-234, tav. V. 1, 6). Relativamente consistente il nucleo dei materiali in metallo, tra i quali, per l'unicità in questo contesto, è preliminarmente da segnalare un verrettone in ferro (n. 1016), abbastanza mal conservato, in due frammenti, con parte della cannula, a sezione circolare, cava (tav. 1). Il resto è costituito da frammenti di rame, alcuni dei quali contenuti all'interno di una scatolina di cartone con la seguente didascalia originaria: "Pezzi di Lastre informi di Rame". Si possono suddividere in cinque gruppi. Il primo gruppo (n. 840) è costituito da nove lastrine frammentarie di cm. 1,5 di spessore, dai margini irregolari recanti evidenti tracce di tagli (fig. 2). Il secondo gruppo (sempre n. 840) è costituito da sette frammenti simili ai precedenti, ma di spessore inferiore (meno di 1 cm). A parte vanno considerati un elemento piatto di forma allungata rastremata con terminazione semicircolare e ribattino (n. 839) e un filo ritorto (n. 841; fig. 2). Infine due tondelli (?) (ancora n. 840) dello spessore di cm 0,1 e del diametro di cm 1,4 e 1,2 (fig. 2). In una seconda scatoletta sono contenute numerose scorie di rame informi (n. 837) (una terza, più piccola, conteneva solo una scoria apparentemente dello stesso tipo, n. 836, anche se la scritta originaria recita: "lacrima di zinco"). Una quarta scatolina (n. 838) conteneva infine una lamina in rame avvolta a tubetto ed un listellino, sempre in rame, abbastanza spesso a sezione rettangolare. Come abbiamo ricordato in precedenza un ultimo oggetto di rame, n. 920, è un cannello leggermente rastremato da una parte (lungh. cm 5, diam. 1 e 0,5), da identificare forse con quello citato dallo Zauli Naldi, benché nell'inventario sia indicato tra i materiali dello scavo Scarabelli (cosi Bertani, in questo volume). Secondo gli originari cartelli i nn. 836-838 dovrebbero provenire dallo scavo Tassinari. Nel complesso il numero dei reperti in metallo si può suddividere in due categorie: la prima è costituita da alcuni frammenti che, in linea teorica, potrebbero anche essere riferibili a manufatti d'uso (es. n. 839, forse 841); la seconda (ed è la maggioranza) a reperti che, per le loro caratteristiche, sembrano effettivamente appartenere ad un ciclo di lavorazione del metallo. Tale ipotesi è suffragata dall'esistenza, sempre nello stesso ritrovamento, di una serie di crogiuoli in terracotta refrattaria, conservati in numero di cinque e ad uno stato molto frammentario (nn. 823-827; tav. 1). All'interno dei crogiuoli, che attestano una prolungata esposizione al fuoco (vistose alterazioni delle superfici per eccesso di calore), sono evidenti tracce di scorie della fusione del rame. L'associazione con le lastrine di rame e, forse, due tondelli, sopra ricordati, richiama il ritrovamento, inedito, di Monte Battaglia (Casola Valsenio, Ravenna). Nel 1983, in occasione dello scavo archeologico all'interno della torre del castello (Gelichi 1986, p. 164; Gelichi-Brunetti 1988, s.n. p.), vennero individuate tracce evidenti dell'attività di falsari, in fasi databili ai primi anni del XVI secolo. In questo caso, insieme a monete ritenute palesemente false (quattrini pesaresi di Costanzo e Giovanni Sforza: Finetti 1987, p. 100), vennero scoperti tondelli, lastrine di rame con segni del distacco e crogiuoli con scorie di rame. L'esistenza, in questo sito, di una officina clandestina di falsari ben si addice alla perifericità del luogo e allo stato di progressivo abbandono che conobbe a partire dal primo decennio del XVI secolo. Il caso di Monte Battaglia non è tuttavia isolato: oltre agli esempi citati a suo tempo da Finetti (1987, pp. 99-100), che ricorda tra l'altro i quattro coni da falsari rinvenuti nel 1907 in un foro praticato nel muro della navata destra della chiesa di Piona (Corno), corre l'obbligo di menzionare il ritrovamento avvenuto di recente a Castel Corno (Vallagarina) nel Trentino Occidentale. Qui sono stati scoperti dischetti di metallo integri, simili a monete non coniate e placchette in metallo con i ritagli dei dischetti (Gremis-Zanoni 1988, pp. 134-135): successivamente è stato recuperato anche un tentativo di imitazione di un quattrino di Merano (XIV-XV secolo) (Gremis 1990, p. 66, n. 6 e pp. 73-74). I materiali rinvenuti nella grotta del re Tiberio, dunque, non solo indicano in maniera inequivocabile l'esistenza di una pratica metallurgica (evidente sia per i semi-lavorati in rame che per i crogiuoli), ma lasciano sospettare la possibilità che questa attività possa effettivamente essere riferibile all'iniziativa di qualche falsario. Tuttavia l'assenza di monete palesemente contraffatte (così non sembra per il quattrino di cui parleremo più avanti) e l'impossibilità di associare questi resti con materiali meglio databili rendono difficile la loro cronologia (il tipo di tondello rinvenuto, comunque, pare circoscriverla al tardo/post medioevo). Finetti sostiene che i falsari di moneta piccola dovettero moltiplicarsi nella prima metà del XVI secolo e l'intensificarsi di tale fenomeno trova ampio riscontro nella documentazione ufficiale (Finetti 1987, nota 63, p. 87 e 100): ma zecchieri-falsari dovevano operare anche prima (ibidem, p. 99) e su questo abbiamo pure attestazioni archeologiche (Castel Corno) (Gremis 1990, p. 74). Dallo scavo proviene anche una moneta: R/ + MATER. STUDI - ORUM in croce attorno al globetto D/ + (rosetta) BO (ros.) NO (ros.) NI (ros.) - A tra quattro globetti Diam.: cm 1,4; peso gr. 0,4 C.N. I. 10, p. 15, n. 47. Si tratta di un denaro bolognese in mistura battuto nel periodo della relativa autonomia dalla Chiesa, tra l'ultimo quarto del XIV e i primi anni del XV secolo (1376-1401). La visibilità archeologica dei materiali databili verso la fine del XIV secolo si distacca nettamente dal resto dei reperti: anche l'unica moneta medievale conservata e leggibile si riferisce a questo periodo. Significa questo che anche l'attività metallurgica, i cui resti sono stati chiaramente identificati, possa attribuirsi allo stesso ambito cronologico? Al momento attuale sembra l'ipotesi più plausibile, anche se non bisogna dimenticare che il numero maggiore di reperti di quel periodo (ceramiche e vetri), proviene dai recuperi Lanzoni (e qualcosa anche dallo scavo Scarabelli: le "maioliche arcaiche" nn. 931-933), mentre negli interventi che più degli altri hanno restituito le tracce di queste attività (Tassinari e Zauli Naldi) non vengono segnalati reperti di quel periodo.
Una proposta di interpretazione della sequenza post-classica Molti dubbi gravano, ovviamente, sulle modalità di raccolta dei materiali (ed anche sulle relative osservazioni di carattere stratigrafico) nell'indagine all'interno della grotta del re Tiberio, anche se dobbiamo riconoscere che, a grandi linee, la sequenza è stata identificata. Gli scassi superficiali, ovvi peraltro e già rilevati dallo stesso Scarabelli, non devono aver facilitato la lettura delle fasi di occupazione più recenti del sito. Anche con queste riserve, i materiali giunti sino a noi forniscono tuttavia alcune inequivocabili indicazioni. La grotta, che in linea teorica avrebbe potuto essere stata frequentata, senza soluzione di continuità, durante tutta l'epoca post-classica, non reca di questo evidenti ed inequivocabili tracce. E' possibile che una presenza temporanea non abbia lasciato resti archeologicamente riconoscibili (o che questi, modesti, non siano stati raccolti), pur tuttavia i materiali paiono concordare nel circoscrivere a due specifici periodi le principali fasi di occupazione del sito. Il primo è rappresentato da pochi, ma significativi elementi: il frammento di boccale di CVP (o SG) e le due fusaiole invetriate. Tali materiali, che si datano tra IX e XI secolo, documentano un momento di utilizzo della Grotta non altrimenti attestato. Ceramiche a vetrina pesante sono tutt'altro che comuni nell'ambito delle produzioni da mensa dei secoli centrali del medioevo; l'assenza poi di altri più frequenti tipi ceramici degli stessi periodi, se non è dovuta ad una selezione al momento della raccolta dei dati, rende tale attestazione, insieme alle fusaiole invetriate, ancora più significativa, qualificandola o sul piano della specificità funzionale (ad esempio si tratta di oggetti collegati con una pratica di natura cultuale) o della specificità sociale (ad esempio legata a qualche esperienza di carattere eremitico, non infrequente nelle vallate appenniniche in questo periodo: vedi l'episodio narrato nella vita di San Romualdo che riferisce dell'esistenza, intorno al 1003-1004, di eremiti isolati, ognuno dei quali con un proprio sustentator, a Biforco, nella non troppo distante valle del Montone, Tabacco 1965, ora 1993, pp. 201-202). Il secondo è rappresentato da un discreto numero di manufatti, tutti collocabili tra l'ultimo quarto del XIV e i primi anni del XV secolo. Appartengono a questa fase di occupazione le ceramiche (le "maioliche arcaiche" e le invetriate verdi), i pochi frammenti di vetro e la moneta (un denaro della Repubblica di Bologna databile tra il 1376 e il 1401). La loro quantità non indica necessariamente un periodo lungo di formazione del deposito, ma potrebbe riferirsi ad una frequentazione intensa del sito, anche se di breve durata: mancano, infatti, recipienti per la cottura di cibi, la cui assenza, se non dobbiamo supporli di metallo, risulterebbe abbastanza curiosa per una fase di occupazione stabile e prolungata. Questo è forse il periodo al quale attribuire quelle attività metallurgiche che abbiamo riferito, non senza qualche incertezza, alla presenza di falsari. La presenza di un deposito votivo di statuette ed altro materiale in bronzo da riciclare (tra le monete di epoca romana ve n'è una, ad esempio, intenzionalmente spezzata), la cui esistenza doveva essere nota nel luogo, potrebbe essere stato un buon motivo per l'impianto di una zecca clandestina. Ma ancor più decisiva, nel favorire questa scelta, doveva essere stata la marginalità geografica di un sito lontano dai centri abitati e sufficientemente protetto, onde impedire di incorrere nelle severe pene che venivano inflitte ai contraffattori. Il terzo ed ultimo periodo di occupazione è rappresentato esclusivamente da due frammenti ceramici, uno di maiolica policroma di tipo rinascimentale, l'altro di una maculata in manganese, ambedue databili, genericamente, nel corso del XVI secolo. Questa volta i reperti parrebbero effettivamente indicare una frequentazione saltuaria ed incidentale del sito. 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