Speleologia Emiliana N° 11 - Anno XXVI - IV serie - Dicembre 2000, Rivista della FEDERAZIONE SPELEOLOGICA REGIONALE DELL'EMILIA ROMAGNA

   
LA  GROTTA  DELLA  LUCERNA  A  MONTE  MAURO (VENA  DEL  GESSO  ROMAGNOLA): PROSPETTIVE  DI  RICERCA  GEOLOGICO-SPELEOLOGICA  E  STORICO-ARCHEOLOGICA
     
di Stefano  Marabini
  

Riassunto: La recente scoperta, da parte degli speleologi del GAM di Mezzano, di una nuova grotta alla base della parete sud di Monte Mauro nella Vena del Gesso Romagnola, apre concrete possibilità di individuare un importante sistema carsico. Essa è stata  denominata Grotta della Lucerna a seguito del rinvenimento di frammenti di una lucerna di epoca romana nel riempimento di un anfratto laterale, sulle cui pareti sono osservabili consistenti  tracce di lavori artificiali di scavo. Sono prevedibili notevoli risultati dal proseguimento dell’esplorazione speleologica  e dalla pianificazione di appositi scavi archeologici.

1 - LA   SCOPERTA 

Certo, come presupposto di ogni scoperta, la fortuna non riveste mai un ruolo secondario. Ma, per quanto riguarda la recente scoperta della Grotta della Lucerna a Monte Mauro, nella Vena del Gesso Romagnola, credo sia giusto affermare, parafrasando scherzosamente il titolo dell’ultimo film di Pupi Avati, che sono stati soprattutto i tenaci speleologi del GAM di Mezzano a fare l’impresa.

L’avventura è iniziata un giorno dello scorso novembre, durante i lavori di allestimento del Centro di Documentazione nella Rocca di Riolo Terme, quando, di fronte al grande plastico della Vena del Gesso realizzato da Baldo Sansavini, si discuteva insieme sul fatto che a Monte Mauro, in decenni di ricerca, erano state esplorate solo numerose cavità tettoniche e mai una vera e propria grotta carsica. Questa circostanza risultava per così dire strana, sia dal punto di vista geologico che speleologico, in quanto da un lato l’ingente spessore e la fratturazione dell’ammasso gessoso, e dall’altro la presenza di molte doline in alta quota, costituivano buoni indizi circa l’esistenza di un sistema carsico basale simile, tanto per intenderci, a  quelli delle poco lontane Tana del Re Tiberio e Tanaccia.

Una quindicina di giorni dopo, durante una prospezione speleologica di gruppo pianificata a tavolino, è stata di fatto scoperta la nuova grotta alla base della parete sud di Monte Mauro, a quota di circa 340m s.l.m. All’interno di uno stretto anfratto impostato su una frattura perpendicolare al pendio, come ce ne sono tanti in zona, si è palesata, una trentina di metri entro l’ammasso gessoso, un’ampia sala di inequivocabile aspetto carsico, con splendidi pendenti al tetto, lunga e larga circa una decina di metri e parimenti elevata, delimitata in fondo da un’alta e liscia parete verticale di frattura.

Perlustrando gli stretti cunicoli presenti sui lati della sala è stata poi individuata una potenziale prosecuzione del complesso carsico sia verso il basso che in direzione nord/nord-est, cioè sempre più addentro nell’ammasso gessoso di Monte Mauro. Per proseguire l’esplorazione saranno comunque necessarie faticose disostruzioni e l’allargamento di alcuni passaggi.

La caratteristica principale della nuova grotta, foriera di importanti soddisfazioni al di là della pura ricerca speleologica, è comunque costituita dalle consistenti e diffuse tracce di lavori artificiali di scavo, anche all’interno di anfratti molto nascosti. Si tratta in generale di ravvicinati solchi verticali e paralleli, incisi nella roccia gessosa con utensili appuntiti (quali ad esempio picconi e scalpelli) per allargare passaggi e ambienti, e di grosse tacche probabilmente incise per alloggiarvi strutture lignee (quali travi, scale…) di cui non sono rimaste tracce.

Uno scavo effettuato sul pavimento del lato occidentale della grande sala ha portato alla luce un paio di cavità artificialmente ampliate, che successivamente sono state completamente sepolte con un riporto di detrito gessoso e argilloso spesso alcuni  metri. E’ all’interno di questo detrito che sono stati rinvenuti casualmente i frammenti di una lucerna di epoca romana, fino ad ora il solo indizio che può alimentare una qualche ipotesi circa l'epoca di questi lavori, e che emblematicamente è stato lo spunto ideale per denominare la grotta, con l’augurio che aiuti a far luce sul mistero che oggi la ammanta.

Vi sono ragionevoli indizi per supporre la presenza di analoghe cavità artificiali sepolte anche nella porzione settentrionale della sala principale, mentre un’altra cavità artificiale, impostata su una fessura naturale lunga una decina di metri, che è stata allargata sin quasi a un metro e approfondita di circa 4m, è stata individuata al termine di un ramo orientale della grotta e si presenta invece apparentemente priva di riempimento. L’impressione è che quest’ultima cavità sia stata frettolosamente abbandonata per un'improvvisa interruzione dei lavori.

Interessantissimo è inoltre il fatto che in superficie, sul piano attuale della grande sala, cioè al di sopra del riporto artificiale che conteneva la lucerna romana, sono state rinvenute tracce di un focolare e vari frammenti di ceramica da fuoco, in corso di studio, di fattura verosimilmente medievale.

Infine, l’imbocco di alcuni cunicoli artificiali al di sotto dell’ingresso attuale della grotta avvalora l’ipotesi che quest’ultimo si sia determinato a seguito di un voluminoso fenomeno di crollo, il quale avrebbe al tempo stesso occluso un originario ingresso esterno situato parecchi metri più in basso.

Poiché ogni nuova esplorazione sembra aumentare gli aspetti misteriosi della grotta anziché chiarirli, è verosimile che l’impresa proseguirà ancora a lungo. 

2 - GEOLOGIA   E   SPELEOLOGIA. 

Monte Mauro, in sinistra del Torrente Sintria, è la cima più elevata della Vena del Gesso Romagnola (515m s.l.m.), in un tratto in cui quest’ultima raggiunge anche la sua massima larghezza (oltre 1 km), per effetto degli importanti raddoppiamenti tettonici rappresentati dalle scaglie di M.Incisa e di Col Vedreto (1).

La complessità strutturale del crinale che da Monte Mauro scende verso il fondovalle del Torrente Sintria è accentuata dal fatto che il potente pacco di banchi gessosi che lo costituisce è troncato a sud da una faglia subverticale,  la quale si diparte, obliquamente alla Vena del Gesso, dalla Pieve di Monte Mauro in direzione della località di Bosco.

Quest’ultima struttura tettonica è tra l’altro una delle cause dell'intensa fratturazione dei gessi posti immediatamente a sud della Pieve e della cima di Monte Mauro, tale che è qui quasi impossibile riconoscere la loro stratificazione, e inoltre determina la “lingua” di affioramento gessoso, parimenti fratturato, che si diparte a sud dalla Vena per raggiungere la località di Bosco. Questa larga fascia di roccia gessosa fratturata è ricca di anfratti e cavità, come il cosiddetto Tanone presso Pederzano, la cui esplorazione non ha comunque mai portato, come detto, all’identificazione di un vero e proprio sistema carsico.

L’ammasso gessoso sommitale a est di Monte Mauro si presenta invece più moderatamente fratturato, così da rendere possibile il riconoscimento e la correlazione di oltre una decina di banchi sulla distanza di parecchie centinaia di metri. Esso è disturbato tettonicamente soprattutto da un sistema di faglie e fratture orientate verso nord/nord-est, il medesimo su cui è impostato l’ingresso della Grotta della Lucerna.

E’ probabile comunque che l’intera successione gessosa di Monte Mauro, sebbene non siano purtroppo stati ancora individuati affioramenti chiari in merito, sia “scollata” alla base in corrispondenza del contatto con i sottostanti litotipi terrigeni della Formazione Marnoso-Arenacea. Questi ultimi infatti, per effetto del complesso rapporto tridimensionale tra contatti stratigrafici e tettonici, si incuneano, tra il crinale est di Monte Mauro e la “lingua” gessosa di Bosco, sin sotto la cima principale di Monte Mauro.

In corrispondenza del subaffioramento di questo “cuneo marnoso-arenaceo” il versante sud di Monte Mauro assume, a causa della maggiore erodibilità, una forma concava, localmente con forme tipicamente riconducibili a processi franosi. Una marcata evidenza di tal genere si ha proprio sotto l’ingresso della Grotta della Lucerna, ubicata nei banchi basali della successione gessosa, dove è presente un’ampia nicchia di distacco franoso proprio in corrispondenza del contatto litologico sepolto tra gesso e marne; questa fenomenologia franosa corrisponde certamente ad una zona di ristagno idrico, probabilmente determinata da una sorgente perenne sepolta.

La presenza del “cuneo” di terreni poco permeabili di Bosco, che verso est si connette con la fascia di affioramento marnoso-arenaceo che interrompe la Vena del Gesso per una larghezza di oltre 1 km nel fondovalle del Sintria, ha senza dubbio giocato un ruolo importante anche nell’evoluzione carsica della zona.

Non è ad esempio da escludere che l’ingresso della Grotta della Lucerna sia in qualche modo correlabile geneticamente e cronologicamente con il “terrazzo morfologico” inciso proprio nella porzione di chiusura di questo “cuneo”, anch’esso a quota di circa 340m s.l.m., e che quest’ultimo corrisponda a un antico livello di base carsico attualmente elevato di circa duecento metri rispetto al fondovalle. Analoghi indizi morfologici sono tra l’altro presenti anche sul fianco opposto della valle del Sintria, nella zona a monte di Castelnuovo e del Rio Cavinale, i quali sono a loro volta ragionevolmente correlabili, geomorfologicamente,  con i depositi alluvionali terrazzati più antichi della piana di Villa Vezzano, in destra del Sintria pochi chilometri più a nord.

In conclusione, poiché in questi ultimi depositi alluvionali sono stati rinvenuti pochi anni fa resti di conifere di clima fresco riconducibili ad oltre 44.000 anni (2), si prospetta come ragionevole l’idea che le indagini geologiche e speleologiche in merito alla nuova grotta possano anch’esse contribuire a migliorare le conoscenze sull’evoluzione geologica di questa zona durante l’ultima epoca glaciale.

3 - STORIA  E  ARCHEOLOGIA. 

Dal punto di vista del popolamento antropico, la porzione di Vena del Gesso che gravita intorno a Monte Mauro dovette senza dubbio rivestire, in virtù del peculiare rilievo geomorfologico, un ruolo rilevante e continuo sin da epoche antichissime.

I rinvenimenti numericamente più imponenti sono quelli della ben nota Tana del Re Tiberio, posta di fronte a Borgo Rivola nella valle del Senio, cioè  poco più di 3 km a ovest in linea d’aria da Monte Mauro, per la quale è attestata una frequentazione, con scopi prevalentemente sepolcrali e cultuali, a partire dall'Età del Bronzo sino almeno all'epoca romana (3). Poche centinaia di metri a ovest di Monte Mauro si trova invece la Grotta dei Banditi, nella quale sono state individuate tracce di presenze antropiche databili in particolare all’Età del Bronzo antico e all’Età del Ferro più recente (4).

Avvicinandoci alla zona della grotta di recente scoperta, non vanno trascurati altri indizi, più o meno sporadici, di antiche presenze umane, come testimonia  il recente rinvenimento di un vaso dell’Età del Ferro in una delle tante cavità tettoniche situate proprio nella parete sud di Monte Mauro (5). A questo proposito si ritiene tra l’altro molto probabile la presenza di cavità naturali di frequentazione protostorica alla base della parete, ancora sconosciute in quanto sepolte al di sotto di spessi accumuli franosi e di detrito determinatisi successivamente. Come già si è detto, non si può escludere che la stessa Grotta della Lucerna presentasse in passato un ingresso a quota più bassa, il quale potrebbe essere stato frequentato in epoca preromana.

Passando appunto all’epoca romana, cui si è tentati di rimandare per una preliminare datazione dei lavori artificiali di scavo precedentemente descritti entro la Grotta della Lucerna, sebbene non siano stati a tutt’oggi individuati importanti insediamenti nelle immediate vicinanze, non si deve comunque sottovalutare la relativa persistenza di toponimi prediali di origine romana nell’intera conca di Zattaglia, (Cassano, Vespignano, Zerfugnano …). Forse non è un caso che proprio entro il podere di Cassano risulti compresa gran parte della parete sud di Monte Mauro.

Una spiegazione per il denso popolamento rurale romano della zona circostante si può senz’altro ricercare nella morfologia particolarmente dolce dell’antistante ampio versante vallivo del Sintria, determinata da una paleofrana, larga alcuni chilometri,  che migliaia di anni fa si staccò dal crinale tra M.Spungi e M.Pratesi. Pendii di tal genere risultano infatti costituiti diffusamente in superficie da terreni sciolti e suoli fertili, e quindi sono assai idonei per attività agricole di tipo seminativo.

Proseguendo questa rapida rassegna storica, l’attenzione non può non soffermarsi sull’epoca bizantina, per la quale viene suggestivamente ipotizzata, su basi storiografiche e toponomastiche, la presenza, proprio nella zona di Monte Mauro, di un'importante linea difensiva fortificata a protezione dell’avamposto imperiale di Ravenna,  il cosiddetto limes Tiberiacus, dal nome dell’Imperatore bizantino Tiberio II, il cui regno va dal 578 al 582 (6). E’ a questi tempi che viene riferita la costruzione del Castrum Tiberiaci, di cui si è sino ad oggi cercata invano una traccia sicura nel sito ove, in cima al crinale gessoso, sorgono il castello e la pieve di Monte Mauro.

A proposito dell’ubicazione del Castrum Tiberiaci, la recente individuazione delle fondazioni di un “muraglione” in blocchi di gesso, lungo almeno una trentina di metri e largo mediamente un metro e mezzo, sul ciglio della scarpata gessosa di Bosco, apre interessanti prospettive di prospezione topografica antica e archeologica.  I resti di questo “muraglione”, infatti,  sono posti  in una posizione ottimale per dominare la vallata del Sintria e al tempo stesso sono visivamente collegati, sia con la cima di Monte Mauro, sia con l’imbocco della Grotta della Lucerna, che dista in linea d’aria poco più di un centinaio di metri a nord. In sostanza, l’area corrispondente al citato “terrazzo morfologico” di Bosco, compresa tra Monte Mauro, il “muraglione” e la grotta, può essere sicuramente risultata ottimale in passato, per caratteristiche geomorfologiche e per la presenza di acque sorgive, all'impianto di un accampamento difensivo;  forse è proprio in questa direzione che bisognerebbe insistere nella ricerca del Castrum Tiberiaci.

Nel Medioevo, le principali notizie circa un insediamento umano in zona si riferiscono soprattutto alla sommità di Monte Mauro, con le prime attestazioni, intorno alla metà dell'VIII secolo, relative alla Pieve di S. Maria in Tiberiaci, e del Castrum Tiberiaci, proprio sulla cima più alta. I resti relativi a quest'ultima struttura, certamente più tardi di diversi secoli rispetto alle prime attestazioni, potrebbero essere collegati, in linea di ipotesi, ad alcuni resti di muri a secco osservabili in più punti sul versante gessoso meridionale e alla sua base, tra cui forse anche il citato “muraglione” di Bosco, la cui cronologia è al momento di difficile precisazione. In questo caso, anche per la Grotta della Lucerna si potrebbero ipotizzare forme di frequentazione antropica in epoca medievale.

Allorquando la Rocca di Monte Mauro fu conquistata dalle truppe del Duca Valentino nei primissimi anni del 1500, la località perse gran parte del suo ruolo strategico e insediativo, tanto da divenire il covo di un numeroso gruppo di banditi, che imperversò in zona per decenni, come sembra testimoniare anche il nome della Grotta dei Banditi. E’ probabile, per analogia, che la ceramica da fuoco rinvenuta superficialmente nella Grotta della Lucerna sia riferibile a questo periodo.

In ogni caso è indubitabile come l’area compresa tra Bosco e l’ingresso della Grotta della Lucerna abbia rivestito per secoli un ruolo chiave per la logistica locale, in quanto essa ha costituito la via di collegamento più breve tra Monte Mauro e il fondovalle del Sintria passando per Cassano, e da qui, risalendo per Vespignano, in direzione di Brisighella. Ancora oggi è ben riconoscibile in vari punti, ad esempio proprio a ridosso del “muraglione” di Bosco, il tracciato, abbandonato, della Strada Comunale riportato sul Catasto Napoleonico-Pontificio di inizio ‘800.  Si è già pensato di ripristinarlo, un giorno, per il collegamento a piedi tra la grotta e Monte Mauro. 

In conclusione, sono veramente molti gli aspetti storici del territorio di Monte Mauro cui l’esplorazione speleologica e archeologica della misteriosa Grotta della Lucerna potrà dare contributi, forse, al momento, imprevedibili. 

BIBLIOGRAFIA: 

(1)  MARABINI S., VAI G.B., 1985 - Analisi di facies e macrotettonica della Vena del Gesso in Romagna, Boll. Soc. Geol. It., 104, pp.21-42. 

(2)  MARABINI S., 1997 - Un bosco fossile, Università aperta Terza Pagina, Imola, anno VII, n.8, p.4.

 (3)  BERTANI M.G., 1997 - La Grotta del Re Tiberio, in "Acque, Grotte e Dei. 3000 anni di culti preromani in Romagna, Marche e Abruzzo", a cura di M. Pacciarelli, Imola, pp. 78-90.

 (4)  BENTINI L., 1988 – L’abbandono in età  protostorica di alcune cavità naturali del territorio di Brisighella - I casi della Grotta dei Banditi e della Tanaccia, in "Brisighella e Val di Lamone – Giornate di studi storici", a cura della Società di Studi Romagnoli e del Comune di Brisighella, Brisighella, in corso di stampa.

 (5)  BENTINI L., 2000 - Un nuovo reperto di età protostorica in una grotticella di Monte Mauro, Ipogea '99, Faenza, pp. 19-21. 

(6)  PADOVANI A., 1996 – Il confine bizantino-longobardo sul Senio e uno sconosciuto “Numerus Iustinianus”, in "Storie per un millennio – Solarolo e Romagna dall’epoca romana ad oggi", a cura dell’Amministrazione Comunale di Solarolo (RA), Russi, pp. 17-33. 

     

Speleo GAM Mezzano (RA)