Giuseppe Scarabelli nacque a Imola il 16 settembre 1820, figlio unico di Giovanni medico e della contessa Elena Gommi Flamini, cognome e titolo nobiliare che anch'egli erediterà alla morte dello zio Giacomo nel 1845, senza tuttavia mai ostentarlo.
Dopo una solida istruzione in famiglia e brevi periodi di studio universitario a Firenze e Pisa, si ritirerà definitivamente in Imola nel 1845 dopo la morte del padre, dedicandosi a tempo pieno per tutta la vita a ricerche geologiche e archeologiche sul versante appenninico tra Bologna e Ancona, utilizzando la sua condizione di possidente per autofinanziarsi, ma anche adoperandosi per l'innovazione delle tecnologie agricole nell'Imolese (fu tra l'altro presidente del Consorzio Agrario e del Consorzio del Canale dei Molini).
Fu anche personaggio assai impegnato come patriota e politico, prima partecipando attivamente alle vicende risorgimentali della sua città (nel 1847 fu nominato maggiore in 2° della guardia civica, nel 1848 fu vicecomandante della compagnia di volontari imolesi di stanza a Pontelagoscuro, etc.), di cui fu anche il primo sindaco dopo l'Unità d'Italia, quindi fu nominato Senatore del Regno nel 1863.
Si sposò in età matura con la contessa Giovanna Alessandretti, vedova del conte Ercole Faella, ma non avrà figli suoi. Il nipote acquisito Giovanni Toldo (1867-1945) diverrà un suo assiduo collaboratore nelle ricerche geologiche dell'ultimo periodo, purtroppo però non succedendogli nella direzione del Gabinetto di Storia Naturale di Imola che Scarabelli diresse per quasi cinquant'anni.
Fu ricercatore attivo sino agli ultimi giorni, morendo nella notte del 28 ottobre 1905, rimpianto sinceramente da molti suoi concittadini. Nel suo ultimo viaggio fu accompagnato dai bambini dell'Asilo infantile, istituzione di cui era stato propugnatore e benefattore quando aveva vent'anni e che presiedette sino alla morte.
UN PIONIERE DELLA SPELEOLOGIA DELL’APPENNINO.
Recentemente la città di Imola si è attivamente impegnata a rispolverare il ricordo, a novant'anni dalla morte, di Giuseppe Scarabelli Gommi Flamini (1820-1905), indiscusso pioniere degli studi geologici dell'Appennino, che fu anche celebre archeologo e attivo uomo politico risorgimentale. Motivo occasionale di tale celebrazione è stato il restauro e la catalogazione delle collezioni di rocce, fossili e manufatti preistorici conservate nel Gabinetto di Storia Naturale che Scarabelli contribuì a fondare in Imola nel 1857, e che diresse per tutta la vita. La riapertura ufficiale di questo museo il 16 dicembre 1995, che è stato felicemente intitolato allo stesso Scarabelli, è stata occasione anche per una mostra dedicata ai suoi studi, nell'ambito della quale sono stati esposti alcuni documenti inediti del suo Archivio personale, conservati dal 1937 nella Biblioteca Comunale di Imola e in corso di catalogazione.
Ebbene, tra i molti appunti e disegni inediti che ho avuto occasione di consultare rapidamente, non pochi sono i riferimenti di Scarabelli ad argomenti che possono rientrare a pieno titolo negli interessi della speleologia. Constatazione che non deve certo stupire se si considera che Scarabelli fu essenzialmente un naturalista che operava sul terreno (si prefiggeva di percorrere il territorio "quasi palmo a palmo"), e che, tra la cinquantina di sue pubblicazioni scientifiche, notoriamente un paio delle più importanti riguardano osservazioni geognostiche e scavi archeologici effettuati nella Tana del Re Tiberio in Romagna e nella Caverna di Frasassi nelle Marche.
Scopo di questo articolo è soprattutto la divulgazione di alcuni di questi inediti, al fine di recuperare per quanto possibile a Scarabelli quel ruolo nello sviluppo degli studi speleologici nell'Appennino che egli effettivamente ai suoi tempi si era meritato.
BREVE CURRICULUM SCIENTIFICO DI SCARABELLI.
E' noto che Scarabelli, istruito a Imola in famiglia da precettori sin verso i vent'anni, si recò quindi a studiare in Toscana agli inizi degli anni '40, prima anatomia a Firenze, evidentemente obbedendo al proposito di seguire le orme del padre valente medico, e poi scienze naturali a Pisa. Quivi maturò definitivamente la sua vocazione per gli studi geologici seguendo le lezioni di due dei maggiori scienziati italiani del momento: il pisano Paolo Savi (1798-1871) e il venafrese Leopoldo Pilla (1805-1848). In particolare forte fu l'influsso scientifico e umano del Pilla, da poco giunto a Pisa dopo aver dovuto abbandonare Napoli per motivi politici, di cui divenne caro amico. Purtroppo il passionale e instancabile Pilla morì prematuramente a Curtatone, dove guidava il battaglione di studenti pisani falcidiato dalle armi austriache.
In questo breve e intenso periodo di studio pisano, interrotto nel 1843 senza laurearsi, Scarabelli assimilò comunque a fondo teorie e metodi della neonata geologia stratigrafica, consolidando successivamente la propria preparazione scientifica attraverso vari viaggi di studio nel Lombardo-Veneto (Milano, Verona, Padova, Venezia, Trieste, ...), in Svizzera e anche nell'Italia Meridionale (Napoli e Sicilia). A partire dal 1844 intraprese poi a proprie spese un personale progetto di ricerche geologiche nelle Legazioni settentrionali dello Stato Pontificio e si diede a percorrere incessantemente e metodicamente l'Appennino Emiliano-romagnolo-marchigiano, attivandosi in studi di stratigrafia, età dei terreni e assetto strutturale, sempre mantenendo un proficuo contatto scientifico con i suoi professori e amici pisani, e con vari altri studiosi italiani che era andato via via conoscendo.
Questi studi furono brillantemente esposti in una ventina di pubblicazioni scientifiche uscite nell'arco dei quindici anni precedenti l'Unità d'Italia, tra cui spiccano soprattutto, per l'originalità, le prime "vere" carte geologiche di questa zona dell'Appennino, tra cui sono soprattutto da citare quelle della Repubblica di S.Marino, della Provincia di Bologna, della Provincia di Ravenna, e del Senigalliese e Anconetano.
Tra gli altri numerosi argomenti scientifici originalmente affrontati da Scarabelli in questo fertile periodo giovanile e pioneristico (1839-1859) si devono citare almeno: la giacitura e l'età delle "ossa fossili" di grandi vertebrati continentali rinvenute nei dintorni di Imola da Giuseppe Cerchiari, la giacitura e il significato delle "armi antiche in pietra dura" che si rinvengono nell'Imolese, studio che lo sancirà pochi anni dopo come fondatore della paletnologia italiana, la stratigrafia dei gessi del Miocene superiore e l'accertamento di una prevalente età miocenica per i terreni del versante Appenninico Padano, il significato stratigrafico delle filliti del Miocene superiore del Senigalliese collezionate da Vito Procaccini Ricci.
Gli incarichi politici che egli assunse successivamente all'Unità d'Italia non assopirono assolutamente in lui la passione per gli studi scientifici, che egli coltivò indefessamente ancora per decenni sino alla morte, in particolare completando il suo progetto di cartografia geologica della Provincia di Forlì
e interessandosi attivamente di archeologia dopo la scoperta del villaggio preistorico del M.Castellaccio a Imola nel 1867. Si riferiscono al filone degli interessi archeologici anche gli scavi che egli condusse come detto nella Tana del Re Tiberio e in quella di Frasassi. Nell'ambito dei suoi impegni ufficiali in campo geologico è doveroso ricordare almeno la sua partecipazione all'organizzazione del II° Congresso Internazionale di Geologia che si tenne a Bologna nel 1881, la preparazione della visita a Frasassi nel 1883 dei componenti della Società Geologica Italiana, la presidenza del medesimo sodalizio nel 1888 che comportò l'Adunanza Generale di Rimini.
Ma nel lungo periodo della maturità e della vecchiaia (1859-1905) egli dedicò gran parte del suo tempo alla cura del Gabinetto di Storia Naturale di Imola, nelle cui vetrine egli ordinò migliaia di pezzi mineralogici e paleontologici dell'Appennino e di altre zone italiane,
nonché i materiali archeologici da lui scavati (tra cui quelli della Tana del Re Tiberio). Questo Museo costituì sino alla morte di Scarabelli uno dei principali punti di riferimento per chiunque si interessasse di studi naturalistici dell'Appennino, e fu visitato dai più importanti scienziati italiani e stranieri in visita in Italia.
LA CULTURA SPELEOLOGICA DEL GIOVANE SCARABELLI.
Sebbene non sia comunemente ritenuto corretto parlare di speleologia per le ricerche che si effettuavano in grotta negli anni in cui il giovane Scarabelli si recò a studiare geologia a Pisa, pure è oramai assodato che l'interesse per le cavità naturali, e per il mondo sotterraneo in genere, aveva già diffusamente attirato da secoli l'interesse dei naturalisti, molti dei quali visitarono più grotte di tanti speleologi contemporanei. Anzi, analizzando l'approccio di Scarabelli a interessi che possiamo oggi senza dubbio definire di tipo speleologico, ci si fa l'idea di come lo sviluppo di questa disciplina fosse, a livello embrionale, già in rapidissimo progresso e la predisponesse a una diffusione, per così dire, di massa.
Per esempio uno dei suoi professori pisani, Paolo Savi, che era prima zoologo e poi geologo, aveva ripetutamente fatto cenno nei suoi scritti scientifici a specifiche caverne della Toscana e ai depositi di ossa fossili in esso contenuti. Queste osservazioni erano non solo argomento delle sue brillanti lezioni universitarie, ma anzi venivano a costituire oggetto di specifiche escursioni di studio; infatti negli appunti inediti di Scarabelli relativi ad escursioni di studio in Toscana
sono numerosi gli accenni a grotte. Per esempio quando egli visita le Alpi Apuane osserva "alla Corchia" una "magnifica caverna [...] che da due anni soltanto era stata scoperta in una cava di marmo"; quando effettua nei dintorni di Pisa una escursione di gruppo guidata da Pilla riferisce di aver rinvenuto "qualche brano d'osso" nelle fenditure del calcare cavernoso, di aver osservato alle cave di Oliveto "bellissime stalattiti, o come dicono i scalpellini colaticci", e che infine,
allorché "più della Scienza potendo la fame", tutti salirono alla panoramica "Grotta del Pipi" per ristorarsi, bere Malaga e fumare un "sigaro di tranquillità e pace".
D'altra parte non bisogna trascurare la grande importanza che nell'insegnamento geologico del tempo veniva rivolta allo studio delle miniere, considerate come situazioni uniche e ottimali per lo studio dell'assetto geologico del sottosuolo (a quel tempo le perforazioni di pozzi profondi erano agli albori, e la geofisica non era ancora nata). E noi sappiamo che Scarabelli ne visitò parecchie di miniere, all'Isola d'Elba, a Monte Catini, in Versilia, etc.
La visita di studio a grotte e miniere sarà una costante anche dei successivi viaggi di Scarabelli nel Lombardo-Veneto e nell'Italia Meridionale. Tra l'altro a Padova egli seguì per alcune settimane le lezioni di Tommaso Catullo (1782-1870), famoso descrittore di caverne (sebbene i critici riferiscano che molte delle sue notizie erano di seconda mano), nel solco della tradizione di protospeleologia veneta iniziata nel settecento da Alberto Fortis (1741-1803). Trieste fu visitata da Scarabelli nel 1843, cioè pochi anni dopo la prima esplorazione scientifica della Grotta Gigante, in un periodo in cui la speleologia triestina trasse notevole sviluppo dalla necessità di rifornire d'acqua la città.
Del lungo viaggio in Sicilia del 1844-45 purtroppo non abbiamo un resoconto dettagliato; comunque è certo che Scarabelli visitò la grotta di S.Ciro presso Palermo, dalla quale provengono le ossa di ippopotamo e rinoceronte che sono tuttora conservate nel Museo di Imola. In alcuni dettagliati spaccati della grotta egli ne evidenziò forma, dimensioni, orientamento, stratigrafia dei depositi, presenza di un livello marino caratterizzato da fori di litofagi, etc.; cioè un vero e proprio
rilievo speditivo.
In sostanza da questa attività giovanile di studio e ricerca di Scarabelli emerge chiara la piena consapevolezza sull'importanza scientifica dell'esplorazione delle cavità naturali, e soprattutto una sua abilità non comune nell'eseguire le osservazioni essenziali (il rilievo della grotta di S.Ciro è a questo proposito emblematico). In particolare, se da un lato Scarabelli risulta prevalentemente attirato, figlio dell'educazione scientifica ricevuta, dalla possibilità di eseguire dettagliati studi stratigrafici dei riempimenti di grotta con la speranza di rinvenire giacimenti di ossa fossili, in ogni caso egli manifesta da subito interesse anche per i processi che hanno generato le cavità e determinato la loro evoluzione. E in sostanza si deve constatare che nel suo metodo geognostico si intravedono già molti aspetti di analisi che sono propri della scienza speleologica.
Assolutamente da non trascurare è comunque il fatto che nei medesimi anni molti altri naturalisti in Italia e in Europa si stavano sempre più appassionando all'esplorazione scientifica delle cavità naturali, e che la rete di scambi di informazione reciproca era assai più estesa di quanto siamo abituati a pensare. Per esempio nella Guide du géologue voyageur del franco-austriaco Amì Boué (1794-1881), stampata a Bruxelles nel 1836 in due volumi per oltre mille pagine complessive, vero best-seller di divulgazione geologica a carattere mondiale (di cui Scarabelli possedeva ovviamente una copia), viene raccomandato di portarsi dietro lunghe corde e scale per la visita delle caverne (pagg.53-54, vol. I°), esplorazione interessante sebbene: “[...] ne traversant, en géneral,
qu'une sorte de depôt, elles ne donnent guère de renseignementes sur la nature composée d'un pays, mais bien quelquefois sur le créations animales qui y ont veçu” (pag.82, vol. I°).
E per restare all'ambito scientifico italiano in cui si muoveva il giovane
Scarabelli, è curioso notare come gran parte dei suoi corrispondenti scientifici, chi più chi meno, si siano interessati di ricerche di tipo speleologico. Emblematica per esempio è la figura del paleontologo veronese Abramo Massalongo (1824-1860), con cui Scarabelli pubblicò la ponderosa monografia sulla flora fossile contenuta nei gessi del Senigalliese, le cui note biografiche ricordano come avesse più volte messa a repentaglio la vita nel farsi calare entro una gerla per esplorare le numerose cavità calcaree delle sue zone.
I PRIMI STUDI GEOLOGICI DI SCARABELLI SUI GESSI ROMAGNOLI.
Se quindi si può considerare ben documentata una approfondita acculturazione giovanile di Scarabelli su argomenti di tipo speleologico, acquisita come detto anche tramite il turismo scientifico in alcune delle principali aree carsiche italiane, si può però parlare anche di uno Scarabelli autentico esploratore di cavità sotterranee, come testimoniano soprattutto vari appunti inediti del suo Archivio personale. A questo proposito rivestono preminente importanza un paio di pagine di appunti da lui stesso titolate: “Escursioni geologiche fatte essendo in Casola Valsenio il luglio 1844”, che costituiscono tra l'altro il più antico resoconto che ci è noto di suoi studi geologici originali in Romagna; da questi appunti emerge innanzitutto indiscusso il fatto che il primo argomento di ricerca geologica che attirò la sua attenzione furono i grossi strati gessosi affioranti in continuità sul versante appenninico della Romagna occidentale (la cosiddetta Vena del Gesso), forse non a caso l'unica roccia carsica di questa zona.
L'interesse principale di Scarabelli per questi gessi, che furono uno dei suoi prediletti argomenti di studio sino alla morte (eseguì
splendidi disegni geologici della medesima zona anche nel
1898), e che egli per primo datò correttamente al Miocene superiore, fu soprattutto di tipo stratigrafico, consistente in osservazioni che venivano a mettere in dubbio l'ipotesi corrente di una origine metamorfica per i similari gessi del Bolognese, ritenuti una trasformazione secondaria di calcari ad opera di gas solforati.
Ma d'altra parte in questo manoscritto, che viene di seguito per la prima volta integralmente pubblicato unitamente ad uno schizzo di sezione geologica contenuto separatamente nel medesimo quinterno e verosimilmente coevo, Scarabelli fornisce una descrizione di forme carsiche superficiali e sotterranee dei gessi (“cavità [...] in forma vescicolare”, “caverne [...] nelle volte tapezzate di calce solfato incrostante”, “valette in forma di imbuto”, etc.), che ci prova quanto fosse approfondito il suo approccio di analisi della morfologia carsica, e di quante cavità sotterranee egli avesse indubbiamente visitato.
“Escursioni geologiche fatte essendo a Casola Valsenio il Luglio 1844.
Tanto i Gessi di Tossignano che quelli su cui è situata Rivola, e la torre di M.Mauro sono stratificati in grossissimi strati inclinati al N.E. con un angolo di 35°, angolo che a M.Mauro è molto maggiore essendo che arrivasi ai 48°. Questi gessi formano una cresta che molto s'innalza sopra il sovrastante terreno terziario subbappennino (Tossignano-Rivola, M.Mauro). Il gesso si riferisce in generale alla varietà laminare a ferro di lancia, ma trovasi anche la varietà selenite in piccole vene intercalate alla varietà precedente. Il gesso a minuti cristalletti, rassomiglianti al riso pure a M.Mauro si trova.
A M.Mauro nel gesso si trovano vene di calcedonio latteo e rosaceo, tracce di ferro Oligisto, e piccole masse intercalate di un calcare terroso pieno di cavità senza alcuna traccia di corpi organizzati. Questo calcare è di un colore bianco gialliccio, ed è sporcante.
La direzione poi di tutta la formazione gessosa è N.O S.E. precisamente come l'Asse Appenninico.
Di faccia a Tossignano alcuni straterelli di marna cenerognola sono frapposti ad alcuni male riconoscibili strati di gesso e sono sparsi di minuti cristalletti di solfato di calce. In questi non ho mai rinvenuta nessuna impronta d'origine organica. Colla percussione tramanda forte odore di gas idrogeno solforato. Il gesso di monte Mauro presenta molte cavità nel suo interno in forma vescicolare, che si avvertono nel camminarvi sopra pel suono cupo che occasionano. Di queste caverne avvene parecchie che sono praticabili e che tutte sono nelle volte tapezzate di calce solfato incostante. Anche nella parte inferiore una stallammite gessosa tutto incrosta, ed io mi penso che non andrebbe mal avvisato colui che vi sospettasse al di sotto ossa fossili. Osservata dalla sommità della torre di M.Mauro la massa gessosa che al N.E. come si disse v'inclinava prossimamente, presenta tante piccole valette in forma d'imbuto ad altezze sempre decrescenti, queste valette o imbuti sono ricoperti nel loro fondo che è pieno da una prospera vegetazione, vegetazione che io credo sia favorita in massima parte dal essere riparata dai venti, come dal essere abbondantemente concimata dall'umus che nelle parti superiori si forma e per mezzo dell'acque in giù viene trasportato. La acque che colà entro si scolano non ànno uscita che entro ai gessi stessi trapelando, e vengono poi a ricomparire più in basso in forma di rii. Il rio Sterra (corruzione della parola sotterra) ne offre il più bell'esempio.
Questi imbuti somigliano tanti piccoli crateri e la loro disposizione è molto simigliante a quella d'un favo. Saranno essi formati al momento del sollevamenti de' gessi per forza di gas o pure dovranno essi ripetere l'origine loro a sprofondamenti? Sotto ai gessi in concordante stratificazione giacciono (a cento passi al disopra di Rivola) straterelli di Argille marnose privi affatto di fossili organici a un tratto tratto alternativamente si succedono altri di marna sabbiosa che talora gialliccia il più delle volte cenerognola si riscontra. Questa marna sabbiosa che nella sopracennata località non si può che considerare subordinata all'altra argillosa, a poco a poco aumenta tanto da prendere sull'altra il sopravanzo, di modo che prima d'arrivare a Casola Valle del Senio e seguitando sempre (fino a) nient'altro fuor d'essa si trova se si vuole però al quanto cangiata nella consistenza perchè ridotta allo stato di Molassa o vogliamo dire di un gres marnoso; presso Casola nel rio? ho trovato piccole tracce di un Litantrace(Houlle) molto compatto e pesante, ma in si piccola quantità da non destare neppure veruna mania nei casolani stessi, che daltronde ogniun sa quanto in fatto di infinite cose s'illudono i campagnioli.
Sopra Casola Valsenio nella Parocchia di Baffadi ne' straterelli di marna subordinati a macigni ho trovato due impressioni di conchiglie appartenente l'uno alla Tellina equalis l'altro alla Voluta Lucinata. Le impressioni pure di piante molto a fucoidi rassomiglianti non di rado s'incontrano.
Dalla grande apertura che lasciano i gessi (a Rivola) al passaggio dal Fiume Senio, sembrerebbe che allorquando si depositavano i terreni subappennini il mare vi avesse dovuto entrare, e avesse poi lasciato anche dalla parte superiore a Rivola il medesimo deposito di marne bleu conchiglifera, ma ciò non si verifica affatto, quindi si deve credere che la apertura de gessi in quella contrada sia avvenuta posteriormente al ritiro del mare pliocenico, e che il Senio costituisse un lago avanti di rompere la barriera de' gessi”.
Tra le numerose informazioni del manoscritto meritevoli di approfondimento, è da segnalare soprattutto l'ipotesi finale, appena accennata, dell'esistenza di un antico lago nella valle del Senio, concetto che fu ripreso da Scarabelli nella sua prima vera pubblicazione scientifica, scritta in francese, inviata alla Societé Géologique de France nel maggio 1847, ma poi pubblicata per disguidi vari solo nel 1851 corredata da disegni.
In questa pubblicazione Scarabelli sembra accettare definitivamente l'ipotesi dell'antico lago sulla base del rinvenimento di fossili di conchiglie lacustri interposti tra l'ultimo strato di gesso e i depositi alluvionali del Fiume Senio, e riferisce quindi di attribuire un certo grado di attendibilità ad una vaga tradizione popolare degli abitanti del luogo in merito a un lago che avrebbe occupato un tempo tutta la piana elevata che da Casola si estende per una lunghezza di almeno 6 km sino allo sbarramento gessoso di Rivola; ovviamente Scarabelli riteneva che il taglio degli strati gessosi fosse stata opera della forza di erosione delle acque, forse anche dalla dissoluzione carsica, non già degli Etruschi come riferiva la leggenda.
Altre informazioni sullo sviluppo di questa ipotesi da parte di Scarabelli sono desumibili da
alcuni disegni autografi conservati nel suo archivio, come la "Pianta dell'antico Lago della Valle del Senio" datata 1845, da cui fu ricavata la figura della pubblicazione del 1851, e
una sezione geologica del terrazzo fluviale di Valsenio datata 1846 giustapposta alle "Brecce quaternarie", in cui Scarabelli segnala il rinvenimento di ossa umane in deposito di travertino corrispondenti al fondo del presunto lago.
Dalla fine degli anni '50 Scarabelli non svilupperà più l'ipotesi del lago, lasciando intendere di non poterla più provare con il rinvenimento delle conchiglie lacustri, poiché aveva successivamente accertato che queste appartenevano alla successione gessosa. Ciononostante l'ipotesi Scarabelliana del lago è stata più volte citata dagli autori successivi, o per accettazione acritica, o per essere esclusa.
LE ESPLORAZIONI NELLA TANA DEL RE TIBERIO.
Una particolarità della pianta dell'antico lago disegnata nel 1845 è l'ubicazione di dettaglio di una caverna indicata come Tana del "Re Tiberio", grotta che si apre nella parete gessosa in destra del F.Senio a Borgo Rivola ad una quota di circa 90m più elevata rispetto all'alveo del Fiume Senio, nota da tempo e oggetto di varie leggende, che Scarabelli fu senz'altro il primo ad esaminare scientificamente. Nella pubblicazione del 1847-1851 semplicemente Scarabelli constata che essa si trova al contatto tra due banchi di gesso, alla quota cui poi sarebbero stati stabili per lungo tempo le acque del lago e riferisce di averla visitata senza rinvenire alcun fossile, trovandola “vasta e pittoresca”. In ogni caso il rilievo miniaturizzato che riporta sul disegno mostra che l'aveva già abbondantemente esplorata.
Scarabelli tornerà ufficialmente a scrivere della Tana del Re Tiberio solamente nel 1872, sotto forma di una lettera aperta all'amico abate Antonio Stoppani (1824-1891), il famoso autore del Bel Paese, dopo che già altri ne avevano divulgato i rinvenimenti archeologici: l'amico Giacomo Tassinari in una lettera allo stesso Scarabelli
e il nobile faentino Domenico Zauli-Naldi. Nella lettera a Stoppani egli afferma che i gessi di
M. Mauro presentano “particolarmente dalla parte della Sintria” “inflessioni di strati più o meno vaste e risentite, in cui si mostrano eziandio fratture profonde e notevoli spostamenti [...] Ond'è che tali fatti sono molto opportuni per ispiegarci come sul fianco NE del detto
M. Mauro, esistono parecchie di quelle depressioni di suolo a forme d'imbuti, [...] ”, mostrando pertanto un sensibile progresso nella comprensione dei fenomeni carsici rispetto alle prime osservazioni giovanili. Inoltre riferisce tra l'altro che l'ingresso risulta ampliato con incavi rettangolari per la raccolta di acque percolanti sulla parete, che dopo 55m si apre una sala di diametro di 15m e alta ancora di più, scavata in un intero strato di gesso, e cita la presenza di un paio di crepacce. In questa pubblicazione è contenuta la famosa
sezione geologica tratta da una fotografia, corredata da uno schematico rilievo planimetrico e in sezione della grotta, che è simile alle tavole esposte nella vetrina del Museo in cui sono conservati i reperti scavati da lui e da Tassinari, ben più ricche di informazioni. Simili sono anche le sezioni di scavo, in cui si vedono la galleria di entrata, la grande sala, e un cunicolo che prosegue con andamento ascendente.
Lo spulcio dei suoi inediti consente tuttavia di colmare in parte la lacuna di informazioni sulle esplorazioni personali di Scarabelli nella Tana del Re Tiberio negli oltre vent'anni che intercorrono tra le due pubblicazioni, che furono ben più sistematiche di quanto lascia intendere Domenico Zauli-Naldi quando nel 1869 così riferisce parlando di questa grotta:
“Oggetto di mera curiosità fu quello speco fino a pochi anni or sono, allorché
invalso nei Dotti il desiderio d'investigare i tempi preistorici, per conoscere viemaggiormente e precisare l'istoria dell'uomo, anche in Italia e pur nella Emilia nostra, sorsero svegliati ingegni che a si interessanti studi vollero dedicarsi.
Fu allora che il Senatore Conte Giuseppe Scarabelli d'Imola e il Signor Giacomo Tassinari di Castelbolognese vollero nelle loro scientifiche escursioni portare le loro ricerche anche su questa grotta”.
Va detto che Giacomo Tassinari (1812-1900), che per 48 anni fu direttore della farmacia dell'Ospedale di Imola, appassionato naturalista pluridisciplinare, amico anche per ideali politici di Scarabelli, fu tra i fondatori del Gabinetto di Storia Naturale di Imola avendo conferito tra l'altro le sue collezioni di conchiglie terrestri e marine, e il suo erbario.
Ebbene, nell'Archivio è presente un rilievo grafico inedito a
colori, titolato "Grotta del Re Tiberio Pianta e sezione", firmato Scarabelli e Tassinari 27 ottobre 1856, risalente cioè a un periodo precedente alla fioritura degli studi preistorici in Italia di cui fa cenno Zauli-Naldi, studi che come noto ricevettero impulso a partire dall'Unità d'Italia per merito soprattutto di Bartolomeo Gastaldi (1818-1879), altro amico fraterno di Scarabelli. Si può forse supporre che nel 1856 Scarabelli e Tassinari avessero già individuato indizi di reperti archeologici, senza tuttavia dar loro ancora grande importanza, o forse che il loro obiettivo era di dare semplicemente un "inquadramento" alle loro numerose escursioni naturalistiche nella grotta. Questo rilievo è assai importante
perché contiene alcune osservazioni che non si ritrovano, o sono riportate solo parzialmente, nella pubblicazione di sedici anni dopo, fra cui sono da evidenziare:
I° La presenza delle cavità artificiali subrettangolari lunghe mediamente intorno al metro scavate sul fianco sud della grotta presso l'imbocco. Scarabelli, con un appunto (forse di poco successivo) le definisce dubitativamente (con punto interrogativo) “antichi sepolcri?”.
Queste cavità sono le medesime rappresentate pure in un famoso bel disegno prospettico a matita dell'ingresso della grotta, anch'esso mai pubblicato da Scarabelli, edito per la prima volta solo una decina d'anni fa; sono in realtà nicchie scavate per riporvi oggetti e in due casi per raccogliere acque percolanti dalla parete, come lo stesso Scarabelli le interpretò nel suo lavoro del 1872, rettificando la prima ipotesi, ma ritenendole comunque di età preistorica.
II° L'esistenza di "corrosioni orizzontali prodotte forse dalle acque dell'antico lago", oggi interpretate come antichi livelli di scorrimento di un corso d'acqua sotterraneo, come tra l'altro si era già corretto anche Scarabelli nella pubblicazione del 1872. In ogni caso resta il fatto che queste corrosioni sono riconducibili ad un momento antico in cui la Tana del Re Tiberio costituiva la base di un sistema di drenaggio carsico, correlabile ad un sistema di terrazzamento fluviale del T.Senio più alto rispetto alla piana terrazzata ipotizzata originariamente come fondo lacustre.
III° La rappresentazione grafica nella grande sala degli imbocchi di due crepacci orientati rispettivamente est e sud, mentre il condotto principale che si diparte dal fondo della sala risulta esplorato da Scarabelli e Tassinari già per una ventina di
metri. E' infatti disegnata subito dopo la sala, ma a quota grosso modo corrispondente al pavimento della stessa, un'altra cavità che si sviluppa su due livelli sovrapposti per la presenza di un diaframma costituito da “gesso in blocchi stretti fra una fenditoia”. Quanto ai crepacci, sebbene nella lettera a Stoppani del 31/1/1872 Scarabelli affermi che “in una crepaccia sulla parete di destra [quella a sud, n.d.a.] non è ancora disceso”, successivamente egli appunta: “Nel maggio 1872 feci discendere un uomo in questa crepaccia, ma egli mi assicurò che nulla si vedeva di particolare, tranne un incavo a forma di pozzo ripieno d'acqua”.
CONCLUSIONI.
Si può quindi senz'altro affermare, sulla base anche di un primo spulcio dei manoscritti e disegni inediti di Giuseppe Scarabelli, che l'insigne e poliedrico studioso imolese si sia dedicato sin dall'età giovanile a ricerche di tipo spelelologico nei gessi della Romagna, ben più approfondite ed estese di quanto desumibile soltanto dalle sue opere a stampa. Questa apparente riservatezza è forse interpretabile con il fatto che egli nelle sue pubblicazioni, che tra l'altro risultano in un certo senso scarse in rapporto alla vastità di studi eseguiti, si sia concentrato ovviamente sugli argomenti scientifici prediletti, quelli di geologia stratigrafica e archeologici, sacrificando quindi l'esposizione di quelle ricerche che egli riteneva probabilmente ausiliarie, cioè prassi normale, come appunto le esplorazioni in grotta.
D'altra parte però la trascuratezza ufficiale di Scarabelli nel divulgare le proprie esplorazioni "speleologiche" non ci impedisce, anzi sembra invitarci, ad ipotizzare che esse fossero effettivamente ben programmate e assai praticate, e per la loro natura di rischio quasi mai in solitudine. E in questa ottica il fatto che egli tra il 1844 e il 1872, pur se forse limitatamente alla Tana del Re Tiberio, programmò ed eseguì numerose campagne di esplorazione, prima ancora che vi venissero rinvenuti resti archeologici, associandosi nell'impresa per lo meno l'amico Tassinari, si può configurare addirittura come l'embrione di una sorta di gruppo speleologico.
Al di là di questa conclusione che a qualcuno potrà sembrare eccessiva, non si deve però sottovalutare come le esplorazioni pioneristiche di Scarabelli
alla Tana del Re Tiberio, che furono debitamente divulgate in campo archeologico e geologico (v. p.e. il paragrafo che dedica alla Tana del Re Tiberio Antonio Stoppani, a pag.807 del volume II del suo celebre Corso di Geologia nel 1873, che ebbe un'ultima edizione anche all'inizio di questo secolo), abbiano certamente spinto anche altri a intraprendere ricerche speleologiche nelle altre zone dell'Appennino, le quali fiorirono appunto a partire da quegli anni (non è un caso per esempio che le scoperte archeologiche di Orsoni nella grotta del Farneto datino a partire dal 1871).
Un'ultima curiosità è il fatto che Scarabelli nel suo Gabinetto di Storia Naturale collezionò ed espose non solo numerosi campioni di rocce e minerali raccolti in grotta, ma riunì anche una ricca biblioteca scientifica di oltre 1500 titoli di cui è conservato l'inventario, sebbene i vari libri e opuscoli siano stati successivamente dispersi nella Biblioteca Comunale di Imola. Essi erano ordinati in alcune sezioni, di cui una, classificata come “Vulcanologia, sismologia, idrologia, ghiacciai, grotte, argomenti scientifici complessi”, conteneva scritti di Francesco De Bosis, E. Boutin, M. Canavari, Antonio Ferretti, Guglielmo Jervis, E.A.Martel, etc., e veniva a costituire in un certo senso un prototipo di biblioteca speleologica pubblica.