| Preistoria dell'Emilia Romagna, I, Bologna 1962 |
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RENATO SCARANI |
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GLI SCAVI NELLA TANACCIA DI BRISIGHELLA |
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La Tanaccia è una splendida cavità naturale che si apre nei gessi messiniani ad occidente di Brisighella (fig. 1) (1). La grotta, nota alle indagini speleologiche fin dall'autunno del 1934 (2), assunse interesse archeologico nella primavera successiva, quando si attuarono i sondaggi che fruttarono i materiali conservati nel liceo Torricelli di Faenza (3) (fig. 1). Fu appunto esaminando questi reperti che ritenemmo opportuno d'intervenire con una serie di scavi sistematici che ebbero la seguente successione cronologica : 29-30 luglio 1955: breve campagna per saggiare la consistenza stratigrafica del deposito antropico; 22-27 agosto 1955: primo intervento su basi sistematiche; 29 agosto - 7 settembre 1956: terza ed ultima campagna esplorativa (4). I - Topografia. Sull'ampiezza della zona scavata si rimanda al rilievo planimetrico (fig. 2). In proposito va osservato che la maggior parte dei materiali giaceva nella zona compresa fra le lettere B. e C. Fertilissima di reperti risultò anche la grotticella laterale. Al fine di condurre i lavori senza pericoli e senza eccessivi impedimenti, prima dello scavo fu necessario rimuovere alcuni grossi massi di selenite che gravavano direttamente sui livelli culturali. Sotto il pesantissimo blocco che occupava tutto il settore A. si rinvennero i resti di un bambino. Nessuna iniziativa si poté prendere per rimuovere l'enorme placca gessosa che insiste sui livelli culturali oltre la linea D-E. Si era pensato di far brillare alcune mine, ma ciò fu sconsigliato dopo un'accurata ispezione sulle condizioni tettoniche della grotta (fig. 2). II - Stratigrafia Viene prodotto il rilievo stratigrafico compiuto alla fine della prima campagna sistematica del 1955 (fig. 3). La sezione che si presenta è la più completa, nel senso che qui la serie dei livelli risultò intatta. Dal punto B. all'imbocco della cavità una parte dei livelli apparve asportata da prolungate azioni di dilavamento. Dalla sezione si osserva che, dopo uno strato superficiale di cm. 10, contenente residui organici ed inorganici di recentissima data, fu incontrato un terreno scuro con pochi frammenti fittili attribuibili all'età del ferro. Infatti le ceramiche risultano chiaramente lavorate al tornio. Un recipiente, probabilmente coevo, di buon impasto rosso indicante analoga lavorazione, fu raccolto in una nicchia sulla sinistra della gran placca di gesso di cui s'è già fatto parola. Lo strato con i frammenti di cui sopra, avente uno spessore di 60 centimetri, insisteva sopra un livello argilloso che apparve formato con materiali provenienti dal disfacimento termoclastico della volta gessosa. I livelli superficiali del terreno culturale furono raggiunti a m. 1,30, posto che la stratificazione sterile sovrastante aveva una potenza di circa 60 centimetri. Lo spessore del terreno archeologico fu calcolato in m. 2,70. In base ad alcune peculiarità, la stratificazione antropica risultò caratterizzata dai seguenti livelli : 1) - terreno grigio, molto carico di carboncini e assai fertile di materiale archeologico; 2) - livello a tonalità più chiara, con normale dotazione d'industrie varie; 3) - terreno nerastro molto ricco di reperti. Va specificato che i tre livelli non presentavano alcuna soluzione di continuità. Si deve anche aggiungere che tracce di un grosso focolare apparvero nella parte intermedia del terzo livello (fig. 3). Gli scavi del 1956 permisero di controllare l'esattezza della stratigrafia testè riportata. Inoltre si potè constatare che uno spessore non indifferente di terreno antropico interessa ancora la zona che soggiace alla gran placca di gesso, che, come si è precisato, non è assolutamente possibile rimuovere con mezzi normali. Dato il pericolo di massi incombenti; data la natura stessa della roccia che presenta una durezza notevole, posti altri elementi potenzialmente sfavorevoli, lo scavo si concluse, come s'è detto, sulla linea D-E della planimetria generale dello scavo. Restano perciò altre possibilità di condurre proficue esplorazioni. Si deve però osservare che gli scavi richiedono un consolidamento preliminare di tutto l'ambiente e la rimozione di una buona parte della placca gessosa più volte indicata. Prima di procedere alla
descrizione dei materiali è opportuno osservare che lo studio tipologico
degli stessi ha convalidato un'osservazione fatta più volte nel corso degli
scavi, vale a dire che il complesso culturale risulta sostanzialmente
omogeneo. Resta quindi esclusa qualsiasi differenziazione sul piano
stratigrafico. Va infine aggiunto che i livelli culturali erano del tutto
integri. Ciò apparve chiaramente dalla regolarità del deposito, dalla
continuità dei livelli, dalla particolare posizione dei reperti, tanto che
fu possibile rinvenire in breve spazio i vari elementi di uno stesso vaso.
La circostanza è infine confermata dalla presenza di recipienti intatti. III - Materiali. Il complesso culturale è costituito da una notevole massa di frammenti fittili, da vasellame completo e da altro perfettamente integrato. Accedono vari elementi della litotecnica, manufatti d'osso e varie casse di resti osteologici comprendenti ossa umane e di bruti. La parte naturalistica è completata da alcuni cornetti di capriolo e da un corno di cervo. A - Ceramiche. L'analisi tipologica della documentazione fittile consente di attuare le seguenti suddivisioni: ceramiche rozze, di medio impasto e di qualità fine. Le forme vascolari vanno classificate nel seguente ordine: doli, olle e ollette, orci e orciuoli, tazze monoansate, scodelle e scodelloni, boccali, anfore, coppe, recipienti a fruttiera e vasellame minuto. I - Ceramica rozza. E' il gruppo che prevale per quantità di reperti e per la varietà delle fogge. Fra i recipienti di maggior formato il tipo più frequente è dato dal vaso sferoidale-biconico, con base piana e orlo a svasatura più o meno sensibile. I recipienti in parola offrono un campionario quanto mai vario di anse e di prese. La presa che ricorre con maggior frequenza è quella a grossa prominenza semicircolare; seguono le prese a linguetta rettangolare ingrossata, la presa a grosso tubercolo in foggia anche aculeata, la presa con insellatura che modella ai lati due protuberanze più o meno accentuate. Frequente è la caratteristica presa a bottone circolare. Fra le anse appare raro il tipo a robusto anello nastriforme; comune è invece la foggia a gomito che può prolungarsi in appendice di tipo asciforme. Assai modesto risulta il repertorio decorativo, modesto in senso tecnico ed estetico. Si ricordano i cordoni plastici lisci o con intaccature (prevale il tipo ricavato) e l'impressione a crudo, ottenuta esercitando una pressione sulla pasta ancor molle con la punta del dito. Per ciò che riguarda la disposizione dei cordoni si può precisare che essi corrono generalmente in corrispondenza delle prese; altre volte si hanno cordonature isolate e parallele che interessano soprattutto la gola del vaso e la parte superiore del ventre. Nell'ambito degl'indicati elementi ornamentali si segnala la parte di orlo di un'olla, sulla quale si vedono due cordoni paralleli congiunti da segmenti a zig-zag. L'elemento decorativo è integrato dalle solite intaccature (Tav. 66a). Un confronto sufficientemente calzante ci viene offerto da un reperto del Monte Castellaccio, dove figura anche il motivo che si arricchisce di tubercoli al centro di ogni triangoletto (5). Fra i materiali scavati alla Tanaccia va infine notata la presenza di un recipiente globoso, probabilmente un'olla, con grosso tubercolo dal quale si stacca un cordone plastico orizzontale. Passando alla ricerca dei confronti è il caso di dire che essi sono completi o stringenti fra i materiali della grotta del Farneto. Detti confronti valgono sia per le forme, sia per il complesso dei manici, delle prese e delle decorazioni. E' bene osservare che le affinità scendono talvolta al dettaglio, come nel caso della presa con intaccature verticali (6) e della protuberanza a disco (7). Questo tipo di decorazione plastica si osserva anche fra i materiali del Pescale (8) e all'Isolino che ha dato anche la presa con insellatura e il tubercolo aculeato (9). Prese plastiche circolari figurano anche nei complessi fittili di Vucedol (10). A questo punto si rende necessario precisare che le anse a gomito del Farneto sono assai numerose e cronologicamente significative. Passando al vasellame di
medio formato, si osserva che le fogge più comuni sono l'orcio e l'orciuolo.
Trattasi di recipienti di forma troncoconica i quali, nella parte inferiore,
possono subire una notevole rastremazione (Tav. 66b, 70b). Gli orli sono
diritti e lisci; sporadiche le intaccature al labbro; la base è
generalmente piana e a volte prende una conformazione a tacco. Il repertorio
decorativo degli orci è quanto mai modesto: applicazioni di elementi
plastici o scarse impressioni cupelliformi. Particolarmente interessante,
anche per le possibilità dei numerosi confronti, risulta l'orcio decorato
con tubercoli regolarmente distanziati su linee parallele. Accostamenti
perfetti si hanno al Pescale (Tav. 70d) (11) a Fontanella Mantovana (12) e
fra i materiali della Lagozza (13). Per gli orci con base a tacco
ricorderemo gli esemplari di Villa Persolino (14), della Fornace dei
Cappuccini di Faenza (15) e di Pieve di Corleto, dove figura anche il tipo
con rastremazione inferiore (16). In quest'ultimo insediamento si rinvenne
anche l'orcio troncoconico con orlo leggermente rientrante, foggia che ha
perfette rispondenze al Farneto (17) e a Remedello (18). Sul Monte
Castellaccio si rinvenne il tipo di orcio troncoconico con tubercoli
sistemati a metà della parete e la foggia leggermente panciuta con l'ansa
ad anello; quest'ultima forma ha grossi tubercoli nella posizione
precedentemente indicata (19). Fra i materiali della nota stazione imolese
ricorre anche il piccolo orcio che si rastrema verso il basso; per manico ha
una bella presa rivolta all'insù (20). Un orcioletto con ansa a gomito e
tubercoli a metà circa dell'altezza figura fra le suppellettili del Farneto
(21). Ritornando ai materiali della Tanaccia sembra particolarmente
interessante la base di un orcio foggiata leggermente a tacco. L'interesse
del pezzo non sta ovviamente nella foggia che, come abbiamo visto, è
abbastanza comune, ma nell'ornato costituito da una serie di cuppelle
disposte come in un recipiente della Lagozza, cioè verso la base (22).
Segnalato un frammento della Tanaccia, interessato da una fitta serie
d'impressioni a crudo, ricordiamo la parte di un orcio decorata a cordoni
paralleli disposti a regolari distanze. Detti cordoni, che risultano
applicati, sono intaccati da impressioni quanto mai regolari (Tav. 67a).
Esatti riferimenti abbiamo trovato fra i materiali della grotta di Monte
Bradoni (23) e a Grotta all'Onda (24). E' qui opportuno osservare che i
materiali di quest'ultima cavità offrono alla Tanaccia numerosissime altre
rispondenze. Si ricordano, fra l'altro, le fitte impressioni e i tubercoli
che interessano la zona attorno all'orlo del vaso (25). File di tubercoli
allineati presso l'orlo si ebbero anche fra i materiali della Lagozza (26),
deposito da cui fu tratto un orcioletto con decorazione a lenticchie (27).
Detta decorazione si osserva fra le ceramiche di Ripoli (28) e del Farneto
(29). Un orciuolo della Tanaccia offre una doppia fila d'impressioni a crudo
in prossimità dell'orlo come recipienti analoghi del Pescale (30) e
dell'Isolino (31) (Tav. 66a). A questo punto si segnala un frammento d'orcio
con cordone applicato in vicinanza dell'orlo La decorazione porta tracce
d'impressioni digitali. Sulla parete del vaso, con disposizione irregolare,
emergono piccole protuberanze plastiche interessate da impressioni del tipo
indicato. Per confronti si osservi un reperto proveniente da Grotta
all'Onda(32). Nel gruppo delle ceramiche di tipo Polada numerosi sono i boccali, le tazze e le anfore. Come risulta dalla parte illustrativa, le fogge sono originalissime (fig. 4). Presenti sono pure le forme frutto di rielaborazione locale. Per i riferimenti ricordiamo l'analogo vasellame della grotta del Farneto (37) (fig. 5). Frammenti di tazzine del tipo indicato furono scavati nel livello eneolitico di Borgo Panigale. A proposito di questi reperti ci sembra opportuno richiamare l'attenzione sulla tecnica e sullo stile delle rispettive decorazioni, tecnica e stile che si riallacciano direttamente alla cultura del vaso campaniforme (Tav. 71a). Tra le forme ad anfora della Tanaccia meritano una segnalazione i due frammenti dotati rispettivamente di un'ansetta a perforazione verticale e di una presa canaliculata con disposizione orizzontale. Per il primo dei due reperti ci sono sembrate calzanti le analogie offerte da un vaso globoso dell'Eneolitico iberico (38), orizzonte culturale al quale può riallacciarsi lo scodellone con parte inferiore allungata (fig. 4) (39) e la coppa su pieducci presente anche a Pieve di Corleto (40) e nel deposito eneolitico di S. Bartolomeo in Sardegna (41). Recipienti su pieducci furono segnalati dal Battaglia ad Arquà Petrarca (42). E' nota la diffusione di questo singolare tipo di recipiente in tutto il settore europeo (43). A questo punto resta da segnalare un'ansa del solito tipo a gomito che si prolunga in due tubercoletti conici, come analoghi esemplari scavati a Barche di Solferino (44) e a Bande di Cavriana (45), cioè in pieno ambiente palafitticolo. Indichiamo ora due poculetti: uno con ansa a gomito desinente in lieve prolungamento; l'altro dotato di un'ansa pure a gomito dalla quale si stacca un cordone plastico orizzontale. La foggia è presente a Fimon (46) e a Ledro (47). Recenti studi ne hanno dimostrato la continuità nei tardi insediamenti della età del bronzo nella Val Padana (48). Il repertorio delle ceramiche di qualità rozza è completato dai seguenti rinvenimenti : vasellini troncoconici, minuscoli vasetti, uguali a quelli raccolti nella vicina grotta del Re Tiberio (49), e la presa a duplice perforazione verticale, rinvenuta anche a Villa Persolino (50) e al Farneto (51). Si aggiungono due recipienti a fruttiera, uno con base piana e l'altro con sostegno cavo. Evidenti sono i confronti offerti dall'Isolino per queste ultime e caratteristiche, fogge vascolari (52). Una coppetta a base piana si osserva anche fra i materiali del Farneto. Peculiarità interessanti di questo reperto sono il tipo d'impasto, che è figulino, e la decorazione formata da leggere solcature a zig-zag verso la base del vaso (53) II - Ceramiche di medio impasto. Trattasi di un materiale fittile caratterizzato da precisi attributi tecnici e tettonici: buona manipolazione degli impasti, che risultano di una grana abbastanza fine; soddisfacenti processi di cottura; uniformità nello spessore delle pareti che sono levigate accuratamente. Le forme sono abbastanza comuni: recipienti biconici e sferoidali-biconici, orciuoli, numerosi scodelloni e rare tazze. Per non appesantire eccessivamente il testo verranno descritti solo i pezzi di maggior rilievo. Iniziamo quindi con uno scodellone alto cm. 6,5, con diametro alla bocca di cm. 20,2 e il fondo leggermente piatto. L'impasto è nerastro; l'unica decorazione è data da un grosso tubercolo che emerge fra la carena e la parete superiore che accenna ad una leggera svasatura. A proposito della forma indicata dobbiamo dire che molti sono i frammenti con orlo ingrossato come si osserva su recipienti analoghi di Remedello (54) e del Pescale( 55) Di un vaso con foggia non esattamente definibile, comunque di buone proporzioni, dato anche il consistente spessore della parete, resta un frammento dotato di grossa presa discoidale col diametro di cm. 4,5. Da questa presa, e precisamente da un punto più alto rispetto al diametro orizzontale, si staccano due cordoni paralleli evidentemente ricavati dalla pasta ancor molle del vaso. Di un recipiente di forma anch'essa non precisabile resta una presa ovaleggiante che da un lato si prolunga in un cordone plastico. Qualcosa del genere si osserva su recipienti della palafitta di Ledro (56). Un recipiente sferoidale-biconico della Tanaccia mostra un ornato a grosse prominenze plastiche distribuite regolarmente lungo la linea di maggior espansione. Recipienti simili e con uguale decorazione figurano nel complesso fittile del Farneto (57). A proposito di prominenze plastiche va ricordato che nella grotta romagnola scavammo una piccola bozza attribuibile a vaso d'impasto nerastro. Il reperto giaceva nella grotticella laterale dalla quale provengono le ceramiche decorate di cui si parlerà in seguito. E' nota la presenza di piccole bozze cave fra i materiali di tipo Lagozza e precisamente nel gruppo della produzione monocroma (58). Di tipo Lagozza si ebbero alla Tanaccia alcuni esemplari di tazze. A questo punto va descritto un grosso frammento di scodellone emisferico con base leggermente piana. Di questo recipiente, più che la foggia, interessa il manico foggiato a nastro, impostato in prossimità dell'orlo sul quale si eleva leggermente. Va notato che nella sua parte alta l'ansa si prolunga e si espande accennando a due brevissime prominenze laterali. Per quanto rudimentale, tuttavia la foggia sembra anticipare i manici con appendici brevi della prima età del bronzo. Come al solito un confronto può trovarsi fra le ceramiche del Farneto. Ricordati un orcioletto con perforazione a beccuccio, l'ansetta a gomito con prominenza a punta di dito e le numerose anse a gomito con e senza prolungamento, fogge comunissime al Farneto, il discorso va portato sopra due interessanti frammenti: trattasi di una porzione di recipiente a teglia e di un largo piatto con margini leggermente rialzati ed espansi (fig. 5). Questo tipo di fittili è assai frequente al Farneto, dove appare anche la foggia dotata di un'ansa con parte superiore foggiata a gomito (59). Una forma analoga sembra ricorrere anche fra i materiali dell'Eneolitico sardo (60) che offre possibilità di confronti per molti altri reperti. Per ultimi vengono ricordati i seguenti manufatti : scodella a base piana, uguale ad un esemplare di Grotta all'Onda (61), e il coperchietto fittile, che vediamo rappresentato al Monte Castellaccio (62), all'Isolino (63), alla Lagozza (64) e ad Anghelu Ruju (65) III - Ceramica fine. Iniziamo la rassegna con i vari frammenti di tazze e scodelle in fogge peculiari alla Lagozza. Trattasi di una produzione fittile che nel settore regionale conta ogni giorno di più su probanti documentazioni. Forme analoghe infatti sono state riconosciute fra i materiali di Villa Persolino (66), a Pieve di Corleto (67), sul Monte Castellaccio (68), al Farneto (69) e al Pescale (70). Un frammento di tazza d'impasto nero, finissimo, con pareti lucide, per accurato lavoro di levigatura, offre una decorazione formata da tre leggere solcaturine disposte orizzontalmente sulla parete superiore del vaso che accenna ad una notevole svasatura. La foggia ci sembra tipica della Lagozza (71), mentre per l'ornato si può ancora ricorrere al contesto fittile del Farneto. Un altro frammento di tazza d'impasto nerastro mostra una decorazione ottenuta con una serie di quattro solcaturine concentriche. E' ancora la grotta del Farneto che offre possibilità di confronti (72). In proposito bisogna osservare che nella grotta bolognese la decorazione incisa o a solcature è abbastanza frequente (73). Fra l'altro va ricordato il motivo a stella (74) che figura anche fra i materiali di Bodio (75), di Grotta all'Onda (76) e dell'Eneolitico sardo (77). Nel tardo ambiente palafitticolo lombardo un ornato a stella appare fra i materiali della zona del Garda (78). Sempre dalla grotta del Farneto si ebbe una ceramica decorata a cerchi concentrici con frange esterne (79). Il motivo è noto all'Eneolitico iberico (80), dove è in voga anche il tipo stellare (81). Riprendendo il discorso sulla decorazione a cerchi concentrici, va sottolineato che il motivo figura anche fra i materiali di Vucedol (82). A questo punto l'attenzione va rivolta sopra un frammento della Tanaccia, frammento che appartenne ad un boccale identico a quello scavato al Farneto. La foggia si riallaccia direttamente ai tipi di Remedello (83) e di Ca' di Marco (84). A proposito dei citato boccale di Remedello si deve notare la presenza delle solcaturine leggere e della decorazione a cerchi, decorazione che si osserva anche su vasellame coevo della grotta di S. Bartolomeo (85). Un ornato ottenuto con tre solcaturine leggere fiancheggiate da linee a zig-zag si osserva sullo scodellone della Tav. 68a. Foggia di recipiente e tipo di decorazione figurano fra i materiali del Farneto (86). In questa grotta si nota anche il motivo a zig-zag con punto al centro di ogni triangoletto. Già dicemmo che questo motivo, ottenuto plasticamente, figura fra i fittili del Monte Castellaccio. Sempre al Farneto, il motivo a zig-zag, fra linee parallele ottenuto a graffito, si stende verticalmente sul collo di qualche vaso di medio impasto (87), esattamente come su recipienti delle palafitte varesine (88). La foggia delle tazze di cui alla fig. 4 ci sembra tanto eloquente da non richiedere altre precisazioni. Va solo notato che, quando interi, questi recipienti si raccolsero normalmente capovolti. Nel caso della tazzina della fig. 4 (in alto a destra) si ricorda che essa si rinvenne nella grotticella laterale insieme a ceramiche decorate nello stile del vaso campaniforme; in tutta vicinanza giacevano tre placche di un cranio umano, attribuibile ad individuo molto giovane, e due crani interi di piccoli cani. Nella concomitanza di questi vari elementi non è da escludere un fatto di natura rituale. Sulla presenza di tazze tipiche di Polada al Farneto si è già accennato e quindi sarebbe ozioso ripeterci. L'attenzione dev'essere invece rivolta alla miglior produzione fittile della Tanaccia rappresentata dalle belle ceramiche decorate. Un frammento di scodellone con fitte impressioni trova fra le ceramiche dell'Isolino i più vicini confronti (89). Una certa analogia sembra offerta da ceramiche rinvenute all'Arma dell'Aquila (90), nella caverna delle Arene Candide (91) e nella grotta di S. Elia presso Cagliari (92). Su tecnica e stile decorativi del frammento figurato nella Tav. 68a non sembrano esservi perplessità. Evidente è infatti la sua appartenenza all'ambiente culturale del vaso campaniforme (93). In Italia un motivo ornamentale pressochè analogo si osserva fra le ceramiche raccolte alla Sassina, le cui manifestazioni culturali offrono altri elementi di vaso a campana; al complesso in esame è pure attribuibile il frammento della Tanaccia decorato a scacchiera e il frammento decorato a bande verticali (Tav. 69) (95). Deve qui osservarsi che il motivo a scacchiera è presente anche nella stazione del Pescale (96), stazione che offre alla Tanaccia un confronto per l'ornato a fasce ottenuto a fitto punteggiato (97). Questa particolare tecnica decorativa ci appare sia nell'ambito della cultura del vaso campaniforme (98), sia nell'ambiente culturale di Vucedol (99). In Italia l'ornato in parola si offre sopra alcuni frammenti provenienti dalle tombe eneolitiche di Ca' di Marco (100). Un frammento di tazzina di tipo Polada mostra una decorazione formata da solcature incise a crudo le quali risultano fiancheggiate da elementi decorativi che stanno fra il triangoletto intagliato e l'impressione. In questo caso i confronti più espliciti sono offerti dalle ceramiche del Pescale, dove la tecnica ad impressione e ad intaglio è quanto mai frequente(101) . Solcature con elementi marginali del tipo indicato si osservano anche su recipienti della cultura del vaso campaniforme (102) Tipici triangoletti intagliati si ammirano sul frammento della Tav. 69, frammento che non esitiamo ad attribuire, date anche le sue dimensioni, ad un vaso a campana. Per quanto il motivo a triangoletti intagliati sia peculiare di Vucedol (1'03), va comunque osservato che anche nell'Eneolitico iberico figurano triangoletti ottenuti ad intaglio (104) e ad impressione a crudo (105). Un elemento di decorazione molto vicino ai modelli di Vucedol sembra essere quello della tazza di cui un frammento è riportato nella Tav. 68d. Di particolare interesse ci sembra anche il frammento della Tav. 69. Qui la decorazione risulta ottenuta con la tecnica ben nota alla cultura del vaso campaniforme, dove è anche abbastanza diffuso il motivo ornamentale, il quale è tuttavia presente anche a Vucedol in forme molto vicine alla nostra (106) Nell'ambito dell'Emilia-Romagna i confronti sono ancora offerti dal Pescale, dove l'incisione profonda e i motivi del vaso a campana ci sembrano abbastanza frequenti (107). Nella Tav. 68d è data la figura di un frammento con decorazione impressa secondo una tecnica che appare in uso anche all'Isolino (108). Fra i materiali di qualità fine è da porsi in risalto il frammento di una ciotolina emisferica con orlo che accenna a rientrare leggermente. Più che la forma del vaso, che può partecipare ai tipi della Lagozza, emerge la qualità della ceramica per la finezza dell'impasto e per altri elementi, come l'accurato lavoro di levigatura che produsse superfici abbastanza lucide. Il colore del vaso sta fra il nocciola ed il color camoscio. IV - Ceramica figulina. La ceramica del tipo
indicato è molto scarsa. I frammenti infatti sono solamente tre ed
appartengono ad altrettanti recipienti di forma non precisabile. Il tipo è
acromo con colori a varia tonalità : dal rosso acceso al gialliccio. Sulla
diffusione della ceramica acroma di tipo Ripoli in Emilia vi sono gli studi
del Malavolti e una nuova indagine in questa direzione sarebbe semplicemente
oziosa (109). Per quanto riguarda i frammenti della Tanaccia, data la loro
sporadicità, ci sembra di poter dire che trattasi di reperti importati. Una
loro derivazione dal Pescale potrebbe essere un'ipotesi tutt'altro che
assurda, visto che i due contesti hanno tanti punti in comune. Dopo quanto
precede ricordiamo che nella grotta del Farneto si rinvenne un frammento di
coppetta decorata che risulta di argilla figulina (110). Sempre in tema di
ceramica figulina può essere utile ricordare che essa apparve fra i
materiali di Grotta all'Onda (111) e che la sua diffusione in Toscana
risulta confermata da rinvenimenti di recentissima data (112). Nell'Italia
settentrionale la ceramica figulina è stata anche segnalata nella stazione
di Alba (113). V - Ceramica
rosso-corallina. Fra i rinvenimenti della
Tanaccia ricordiamo un paio di frammenti di ceramica finissima, quanto mai
depurata e di un bel colore rosso corallino. Nell'ambito della regione non
abbiamo trovato possibilità di confronti. L'insediamento più vicino alla
Tanaccia, dove si raccolsero frammenti del tipo in argomento, è quello di
Norcia. Qui si rinvennero molti altri fittili che offrono numerose affinità
ai materiali della grotta in parola (114). B - Fusaiole. Le fusaiole, tutte di terracotta, presentano le seguenti forme a largo disco con diametri da cm. 5 a cm. 8, spessore da mm. 8 a cm. 1; di forma lenticolare, sempre molto grandi; a basso cilindretto pervio; lenticolare in foggia comune alle stazioni enee (un solo esemplare). C - Oggetti di metallo. Gli oggetti in rame (o bronzo a basso tenore di stagno) sono tre: un'ascia piatta a margini lievemente rialzati; uno spillone a testa circolare piatta ed un oggettino amorfo. L'ascia è lunga mm. 135, è larga alla penna mm. 50 e al tallone, retto, misura mm. 22. Come formato il reperto rientra perfettamente nell'ambito degli elementi culturali di tipo Remedello (115) Sulla diffusione dell'ascia piatta di rame in Emilia-Romagna si rimanda al repertorio che si pubblica in questi volumi. Dallo stesso repertorio si può rilevare come l'ascia piatta eneolitica sia stata rinvenuta generalmente sporadica. Due sole accettine, con valore ovviamente simbolico, si rinvennero nelle tombe dei Boschi di Malta, presso Sasso Marconi (116) e a Borgo Rivola, nella media valle del Senio (117). Quest'ultima località dista pochi chilometri della grotta della Tanaccia. Passiamo ora allo spillone con testa piatta di foggia subellittica. Nella parte superiore piatta si osservano tracce di un appiccagnolo come negli esemplari di Cisano (118) e di Cella Dati (119). Si riportano le dimensioni dell'oggetto : lunghezza attuale cm. 8; assi della parte appiattita mm. 30 e mm. 35; spessore mm. 2. Per i confronti possibili fuori del territorio nazionale si rimanda al gruppo di reperti analoghi dell'Eneolitico francese, reperti decorati come gli esemplari di Cisano e di Cella Dati (120). D - Manufatti di pietra. Le cuspidi in pietra (selci e ftaniti) sono circa una decina, tutte dotate di peduncolo ed alette. Un esemplare di selce grigia, presenta il lavoro di scheggiatura su entrambe le facce. se ne riportano le dimensioni : lungh. mm. 40; largh. alle alette mm. 23. Un secondo reperto, di selce rossiccia con lavorazione bifacciale, offre le seguenti misure : lungh. originaria mm. 57; largh. alle alette mm. 24. Nel gruppo delle cuspidi per freccia vi è anche un esemplare in ftanite con accurato lavoro di ritocco su entrambe le facce. Se ne riportano le dimensioni : lungh. mm. 50; largh. alle alette mm. 23. Il pezzo più importante fra i manufatti in parola ci sembra un elegante cuspide di piccolo formato (Tav. 69) : lungh. complessiva mm. 35; lunghezza del solo peduncolo mm. 15; larghezza delle alette mm. 15. Va osservato che il lavoro di ritocco figura sopra una sola faccia; nell'altra la lavorazione interessa solo la parte marginale del reperto. A questo punto ricordiamo una bella punta-raschiatoio su lama di selce grigiastra, leggermente arcuata. Anche in questo manufatto il lavoro di ritocco appare sopra la sola faccia convessa (Tav. 69). Per confronti si rimanda ancora al Pescale (121). Fra i materiali in pietra levigatasi hanno i seguenti oggetti una piccola accetta di colore verdastro (Tav. 69), un anellino di steatite (Tav. 69), un piccolo martello litico (Tav. 69) e i frammenti di altri tre esemplari, uno dei quali di notevoli dimensioni. Accedono alcune lame grezze (Tav. 69), numerose schegge e scheggioni di selce e ftanite e un interessante percotitoio formato da un grosso ciottolo siliceo. Di particolare significato ci sembra un blocchetto di roccia verde levigata ridotto alle dimensioni necessarie per ricavarne un'ascia o un martello di medie proporzioni. Con una certa frequenza si raccolsero macine e macinelli. Visto nel suo complesso il repertorio litico della Tanaccia risulta ben qualificato e rappresentativo, anche se non molto consistente. Nell'area regionale i confronti più immediati vengono offerti dalla vicina stazione di Villa Persolino (122), da Colunga (123) dalla grotta del Farneto (124) e dalla stazione modenese del Pescale, (125) tanto per citare i complessi di maggior rilievo. Per quanto cronologicamente successivo, ampie posibilità di stringenti analogie sono offerte dal contesto litico del Monte Castellaccio (125). Il fatto, come si vedrà dalle conclusioni, è di particolare significato cronologico e culturale. E - Industria dell'osso. Dalla Tav. 70a risulta che l'industria dell'osso era in grado di produrre oggetti anche di raffinata fattura. Molto numerosi, rispetto agli altri manufatti, risultano gli aghi e le punte (Tavv. 69, 70). Esemplari identici li abbiamo osservati in certi repertori culturali della Liguria (126). Anche a Norcia, che offre elementi di contatto alla Tanaccia, la produzione degli oggetti d'osso risulta qualificata (127). Oggetti di buona fattura appaiono anche fra i materiali di Ripoli nella valle della Vibrata (128). In proposito è interessante osservare che quest'ultimo settore ha con l'Eneolitico emiliano-romagnolo numerose possibilità di collegamenti, possibilità che dall'industria litica e fittile si possono estendere ai prodotti dell'osso e del corno. Sempre in tema di oggettini in corno di cervo si nota che le belle spatolette di Ripoli (129) trovano perfetti riscontri al Farneto (130) che offre a sua volta altri elementi, come l'indicata ceramica acroma della produzione figulina, le prese della ceramica rozza, i recipienti cribrati e alcune forme della ceramica nerastra fra cui lo scodellone con parete superiore rientrante (131). Ritornando alla Tanaccia va riferito che dagli scavi uscì un frammento di corno cervino con sicure tracce di lavorazione iniziale. Passando alle spatolette
della Tav. 70a dobbiamo confessare di non aver trovato elementi di
confronto. Alle Scalucce una lastrina di zanna di cinghiale offre una serie
di perforazioni analoghe a quelle dei reperti in osso della grotta romagnola
(132). L'argomento va concluso rilevando la sporadicità della industria
dell'osso nei depositi dell'Eneolitico emiliano. Tanto per esemplificare si
ricordano le stazioni del Pescale (133) e di Colunga. In quest'ultimo
insediamento la documentazione degli oggetti in osso è data da due soli
reperti di scarso significato formale (134) F - Materiali
naturalistici. Nel gruppo di detti materiali, per altro assai numerosi, figurano cornetti di capriolo, un corno di cervo con tracce d'intaccature, almeno tre crani interi di cani e molte ossa di animali di media e piccola taglia. A proposito dei crani di canidi si deve osservare che nella grotticella laterale se ne raccolsero due insieme a placche di cranio umano e a vario materiale fittile. Abbiamo già accennato a questo fatto e alle possibilità di attribuire valore rituale alla eterogenea concomitanza di certi elementi culturali e naturalistici. Qui si può aggiungere che l'associazione di parti scheletriche umane e di cane non rappresenta un elemento eccezionale nell'ambito dell'Eneolitico italiano. Basterà che ricordiamo l'ormai classico esempio offerto dalla tomba di Ripoli (135) Alcune precisazioni si devono a proposito delle ossa umane rinvenute un po' ovunque durante gli scavi nella grotta in parola. In un solo caso, infatti, esse apparvero in connessione anatomica. Trattasi comunque di ben poca cosa e precisamente delle ossa della spalla e del braccio di un individuo adulto. Per lo scheletro del bambino, trovato sotto il masso del settore A, si può solo affermare che i resti si trovarono in condizioni tali da non permettere alcuna precisa e diretta osservazione durante i lavori di ricupero. Questi furono estremamente difficili e pazienti data l'estrema fragilità del reperto. Dev'essere notato che il piccolo scheletro giaceva in terreno completamente sterile, al contrario delle ossa della spalla e del braccio, presso le quali si raccolse una cuspide di freccia. Ad evitare equivoci ripetiamo ancora che le ossa umane, salvo i casi citati, si rinvennero smembrate ed associate sporadicamente ai resti delle industrie e alle ossa dei bruti. All'indicato gruppo dei
reperti naturalistici vanno aggiunte le numerose conchiglie fossili di
Pectunclus con umbone forato e i due dentini con foro. Ad una collana vanno
sicuramente attribuite le conchiglie forate di cui fu data la documentazione
fotografica in un nostro precedente lavoro (136) Conclusioni. Dalla documentazione addotta emergono le peculiari componenti del complesso culturale illustrato: una parte del vasellame è attribuibile ai tipi della Lagozza, con forme specifiche o rielaborate; una quota non indifferente del contesto fittile va assegnata alla cultura di Polada con forme indubbiamente originali. Un terzo gruppo di fittili trova la sua naturale inquadratura nell'ambito della cultura del vaso campaniforme, mentre altri elementi ci sono apparsi peculiari dell'ambiente culturale di Remedello. A questo stesso livello di cultura vanno attribuiti una parte dei più significativi elementi dell'industria litica, l'ascia piatta di rame e l'anellino di steatite. Per ciò che riguarda i martelli litici dobbiamo osservare la loro mancanza fra le suppellettili funebri di Remedello e la loro notevole diffusione in Emilia-Romagna. Scorrendo le schede del repertorio già indicato, si potrà constatare come nella nostra regione il martello litico, in forma di ferro da stiro, sia ormai rappresentato da un più che consistente numero di esemplari. Dal che ci sembra di poter dedurre che il singolare manufatto ebbe qui uno dei centri di maggior produzione. Per ciò che riguarda lo spillone a testa subellittica piatta si possono richiamare contesti culturali più o meno lontani, ma tutti di evidente estrazione eneolitica. Gli elementi complementari illustrati, come i pochi frammenti di ceramica rosso corallina, rientrano perfettamente nell'ambito cronologico degli elementi sopraelencati, i quali, a nostro avviso, appartengono nel loro complesso all'Eneolitico emiliano in facies media e tarda. Dopo questa prima conclusione di cronologia relativa vediamo com'è possibile inquadrare il complesso in esame nell'ambito della cultura eneolitica regionale. Dalla parte illustrativa si rileva come i confronti più immediati siano stati istituiti con la nota stazione modenese del Pescale. Va tuttavia osservato che se le convergenze sono notevoli, non difettano gli elementi di differenziazione. Al Pescale, infatti, il vasellame,di tipo Lagozza non solo è rappresentato da forme originali e tarde, ma gli esemplari di detto vasellame sono assai numerosi. Alla Tanaccia, come s'è visto, le peculiari fogge della Lagozza sono ancora presenti, ma limitate a pochissimi esemplari. Va tuttavia specificato che il complesso monocromo di qualità media e migliore è di patente derivazione lagozziana. Il rapporto sulla presenza di ceramiche tipiche s'inverte a proposito del vasellame tipo Polada: ben documentato nella Tanaccia; quanto mai sporadico al Pescale (137). Passando ad altri elementi, si può osservare che dalla cavità romagnola si ebbero rari frammenti con bella decorazione ad intaglio, decorazione che invece interessa un notevole nucleo fittile del Pescale, dov'è pure presente il meandro ad incisione robusta che difetta completamente nella Tanaccia. In questa cavità mancano tracce sicure di vasellame a bocca quadrata o quadriloba, una categoria fittile che, come si sa, caratterizza tutto il complesso fittile della stazione modenese indicata. La ceramica figulina, che risulta così abbondante a Pescale, con manifestazioni di notevole purezza e con materiale prodotto localmente, alla Tanaccia è documentata da soli tre frammenti. Difettano al Pescale gli oggetti in metallo; nella Tanaccia non si ebbero ossidiane, per quanto se ne abbia una discreta rappresentanza fra i materiali litici della vicinissima Villa Persolino. Visto che siamo in argomento, possiamo ricordare che uno scheggione di ossidiana si raccolse anche nella più volte indicata grotta del Farneto (138) Riprendendo i confronti tipologici, osserveremo che alla Tanaccia e al Pescale si rinvennero esemplari di piccole accette in pietra verde levigata, con destinazione probabilmente simbolica, date le ridotte dimensioni di detti reperti. Manca fra i materiali della stazione modenese il martello forato ed un'industria dell'osso abbastanza qualificata. Nella grotta romagnola, almeno finora, non si hanno tracce d'industria lirica di tipo campignano, industria ben rappresentata nell'insediamento modenese. Dopo le precedenti precisazioni, ci sembra possibile una seconda conclusione, vale a dire che il complesso culturale della Tanaccia risulta cronologicamente più recente del Pescale. In sostanza la posizione cronologica dei due complessi sembra configurabile nell'ordine di una normale successione : il Pescale può rappresentare il periodo iniziale e medio dell'Eneolitico emiliano; di questa manifestazione culturale la Tanaccia costituisce la fase media e più recente. Per tanto appare evidente la complementarietà dei due complessi. Dalla precedente esposizione analitica risulta che anche la grotta del Farneto ha offerto alla Tanaccia numerose possibilità d'immediate concomitanze tecniche e formali. Il fatto è di particolare interesse, in quanto conferma l'esistenza di un tardo livello eneolitico nella cavità bolognese. Un altro aspetto positivo della precedente constatazione sta nella riconosciuta continuità dei sostrati eneolitici nelle successive manifestazioni enee. La necessità di alcuni chiarimenti è sollecitata dall'importanza stessa dell'affermazione. Iniziando la rassegna dagli elementi tecnici, si osserva che la produzione fittile del Farneto è generalmente bella, d'impasto depurato, con superfici levigate e lucide. Chi cercasse peculiarità analoghe fra i materiali della piena età del bronzo emiliano avrebbe scarse possibilità di successo. Abbiamo già segnalato in altre circostanze l'involuzione tecnica delle ceramiche enee emiliane, involuzione che nelle fasi più tarde, subenee e subappenniniche, investe anche la parte plastica e formale. A titolo d'informazione riferiamo che fra le varie migliaia di frammenti fittili di Borgo Panigale, un solo recipiente, e precisamente un piatto con bella decorazione a solcature e cuppellette, può competere tecnicamente con la produzione fittile del Farneto. Del resto, come si potrà constatare dal prossimo studio, anche la tipica ceramica nerastra, che nella nostra piena età del bronzo viene definita come buccheroide, per intrinseche qualità tecniche, a Borgo Panigale ha più che scarsa documentazione. In sostanza, volendo esprimere un giudizio sui complessi fittili della civiltà del bronzo emiliana, possiamo affermare che durante le manifestazioni enee incipienti le ceramiche sono belle tecnicamente ed anche sotto l'aspetto formale; nella piena facies enea la produzione fittile scade da un punto di vista tecnico per acquistare particolari attributi nelle manifestazioni plastiche: anse, con polimorfismo di appendici, e applicazioni plastiche decorative; nelle fasi subenee e subappenniniche la produzione si fa normalmente monotona, stucchevole, con evidenti aspetti involutivi. Il fatto può essere spiegato ricordando che gli interessi delle popolazioni vissute durante le estreme fasi della nostra civiltà del bronzo furono rivolti ad altre manifestazioni ed in primo luogo verso quell'industrializzazione che nella metallurgia ebbe il settore più efficiente. A proposito della produzione fittile emiliana ci sembra qui opportuno un cenno alle conclusioni del Sàflund, conclusioni che riteniamo di poter condividere in parte (139). Sempre su questo argomento ricordiamo che nel corso dei nostri recentissimi scavi sul colle di Villa Persolino, i dati della stratigrafia dimostrarono che le ceramiche di qualità migliore caratterizzano i livelli attribuibili alle fasi incipienti del bronzo. Ritornando al complesso fittile del Farneto, dovremmo trattare delle forme vascolari, ma di esse qualcosa s'è detto nella parte analitica, per cui passiamo ad altre osservazioni. Si confrontino intanto i due scodelloni riprodotti nella Tav. 68a e nella Tav. 72c. Le affinità formali sono tanto evidenti da lasciarci perplessi sulla necessità di altre argomentazioni. Sempre a proposilto del Farneto osserveremo che la foggia dello scodellone dato dalla fig. C della Tav. 71 deriva, evidentemente, dai tipi della Lagozza, come del resto numeroso materiale fittile della Tanaccia. Lo stesso si può dire per la ciotola ad orlo superiore rientrante, che trova analogie anche fra i materiali di Ripoli, per non dire degli accostamenti emiliani, fra i quali ci basterà ricordare Pieve di Corleto, (140), Villa Persolino (141) Monte del Castellaccio (142) e Pescale di Modena (143) La ciotoletta e calotta sferica della Tav. 71b, d'impasto finissimo, con pareti sottili, uniformi, accuratamente levigate, a parte l'elemento decorativo, trova fra i materiali di Ledro un perfetto riscontro (144). Vale la pena di ricordare che l'indicata stazione palafitticola offre al Farneto numerose altre possibilità di calzanti raffronti (145). A nostro avviso l'interessante concomitanza di elementi culturali, interessante use non altro per la posizione geografica delle due stazioni, può spiegarsi nel senso che i due contesti fittili derivano dal comune fondo culturale di tipo Polada. Lo sviluppo dei due centri è da ritenersi comunque indipendente. Dopo quanto precede, a conforto della nostra tesi, richiamiamo l'attenzione sulla fig. 6, nella quale sono stati riprodotti i più caratteristici profili delle anse del Farneto. Va detto per inciso che i tipi di anse indicati rappresentano oltre la metà dei manici scavati nella cavità bolognese. L'altra parte, infatti, è tipica della civiltà enea emiliana. Osserviamo infatti la frequenza dell'ansa a nastro con estremità accartocciata o a voluta (146) in foggia semplice e con perforazioni (147). Per il primo tipo, che trova analogie al Chiavichetto di Seniga (148) e a Fimon (149) si richiamano i numerosissimi esemplari scavati al Monte Castellaccio (150) dove appare anche la foggia pervia (151). Nè a questo soltanto si riducono le possibilità di confronti, dato che l'ansa a nastro pervio in varie fogge, presente al Farneto (152) è documentata anche al Monte Castellaccio (153). Intendiamo riferirci all'ansa canaliculata impostata in prossimità dell'orlo, alla presa a margini abrasi, con e senza perforazioni, alla presa con due fori, alle anse con appendice cilindrica e a quelle cornute, tanto per citare alcuni elementi. A proposito delle anse cornute dobbiamo osservare che le appendici degli esemplari presenti al Farneto e sul Monte Castellaccio sono di tipo rudimentale, primitivo, assai lontane dalle forme involute e barocche della nostra civiltà enea in fase piena e tarda. A questo punto un cenno va ai repertori litici delle due stazioni, repertori che denunciano una palese derivazione dai contesti analoghi dell'Eneolitico. Imponente è la documentazione del Monte Castellaccio; ridotta, anche se significativa, è la suppellettile litica del Farneto. Per la stazione imolese ,dobbiamo inoltre osservare la mancanza pressochè assoluta di ceramiche tipo Polada. Qualcosa c'è, ma trattasi evidentemente di frange, di tipi rielaborati. Volendo concludere, ci sembra possibile affermare che anche le manifestazioni enee del Monte Castellaccio sono d'immediata derivazione eneolitica, anche se il relativo sostrato risulta di formazione diversa da quello della Tanaccia e della grotta del Farneto. Volendo completare le osservazioni diremo che gli elementi della tradizione eneolitica sono rappresentati al Monte Castellaccio da tutto l'armamentario litico, formato dalla convergenza indubbia di elementi campignani e di Remedello; dall'uso frequente della conchiglia per scopi ornamentali; da una certa parte del repertorio fittile. Ricordiamo fra l'altro i tubetti fittili caratteristici dell'Isolino (154), di Polada (155) e del Farneto (156); aggiungiamo il largo piatto fittile con perforazioni periferiche, forma che appare fra le industrie francesi di tipo campignano (157); la presa perforata con estremità espanse, che risulta anche a Ripoli (158); la bozza cava inornata, che abbiamo visto presente nella Tanaccia; la ciotola con parete superiore rientrante, per la quale abbiamo già riportato i confronti; gli orci, le coppe con piede cavo e pieno; i coperchietti fittili tipo Lagozza e una parte dell'industria dell'osso. A questo punto non possiamo dimenticare che una fusaiola di ambra rossa si trovò infissa sul piano d'impianto della stazione (159). A nostro avviso non sembra che il reperto possa pregiudicare la nostra tesi. A tal scopo va ricordato che analoghi rinvenimenti si ebbero ai Lagazzi (160) e nella torbiera di Cataragna (161). Particolarmente interessante, per le deduzioni di cronologia relativa, ci sembra il reperto dei Lagazzi. Tale interesse ha due precisi aspetti: (1°) perchè il reperto si rinvenne associato ad un complesso culturale che ha notevoli elementi di contatto col Monte Castellaccio: strumenti in corno cervino con foro rotondo e rettangolare, pugnaletto da cubito animale, cuspidi di frecce, lavorazione locale della selce, accette litiche levigate, forme vascolari; (2°) perchè l'oggettino d'ambra della stazione cremonese ha la forma a bottone con perforazione a V. Per quanto non presente nelle tombe di tipo Remedello, il bottone con perforazioni a V è unanimemente attribuito all'Eneolitico (162). La sua presenza è nota a Polada (163) a Casale Zaffanella (164) e a Barche di Solferino (165) In Toscana si rinvenne nella Buca Tana di Maggiano con altri reperti di tipo eneolitico (166). In Emilia il reperto in parola si rinvenne ai Boschetti di Chiozza (167) e a Gorzano (168). In questo noto abitato eneo modenese il bottone con perforazione a V fu raccolto alla base della stratificazione antropica, vale a dire nei livelli inferiori di quello strato I.A. che apparve caratterizzato da significativi manufatti litici (coltellini, raschiatoi, fusaiola di pietra, pugnale siliceo, accetta in pietra verde levigata e punteruolo in selce grigiastra) e da un complesso fittile che emerge per particolari attributi tecnici e formali (169). Volendo procedere ad un confronto fra i materiali indicati e quelli del Monte Castellaccio si possono trarre deduzioni di particolare interesse. A questo punto dobbiamo sottolineare un'altra importante circostanza, vale a dire che fra il complesso del Monte Castellaccio e la suppellettile coeva di Villa Persolino esistono tali affinità per cui ripetiamo ancora una volta che sarebbe difficile stabilire la rispettiva provenienza una volta che i reperti delle due stazioni fossero associati. Su Villa Persolino rimandiamo ad una nostra recente pubblicazione, dalla quale si potrà ricavare il repertorio dei materiali esistenti prima dei recenti scavi (170). Sulla stratigrafia dell'indicato insediamento faentino abbiamo già anticipato qualche elemento a proposito della particolare posizione della ceramica enea. Per ciò che riguarda l'interessante complesso eneolitico possiamo qui aggiungere che esso ha una precisa posizione stratigrafica alla base dei livelli contenenti ceramiche subenee, in alto, e della civiltà enea, in facies diverse, nella parte intermedia. Fra i vari livelli non esistono soluzioni di continuità. Nel settore faentino un altro abitato, Pieve di Corleto, presenta numerosi elementi di contatto coi complessi della Tanaccia, di Villa Perisolino e di tutti gli altri depositi precedentemente indicati (171) Dopo quanto precede si possono trarre conclusioni definitive, vale a dire che gli scavi della Tanaccia, integrati da quelli di Villa Persolino, hanno aperto notevoli possibilità allo studio dell'Eneolitico emiliano e delle successive esperienze culturali, con particolare riguardo alla civiltà enea incipiente. Dette possibilità hanno, fra l'altro, una soddisfacente base topografica, base che comprende quasi tutto il settore orientale della regione. Dai cenni che precedono traspare un'altra delle numerosi tesi che abbiamo sostenuto da tempo, cioè l'assurdità delle ricerche volte ad individuare le fasi di collegamento ossia gli antistorici periodi di transizione. Nel Bolognese e nella Romagna, infatti, le manifestazioni iniziali della civiltà enea ci appaiono ogni giorno di più come la normalissima continuità etnica e culturale dei preesistenti sostrati, continuità che, ripetiamo, si estrinseca attraverso la tipologia e la consistenza delle tradizionali industrie in pietra dell'Eneolitico, attraverso la peculiare produzione di manufatti d'osso, attraverso la interessante produzione fittile, nella quale si possono chiaramente individuare tecniche e fogge delle precedenti culture. A proposito delle forme fittili dobbiamo osservare che ci sembra assolutamente immetodico cercare gli schemi di una rigida generalizzazione. Infatti non si deve dimenticare che ogni aggregato aveva, il che del resto succede anche attualmente, peculiari elementi tradizionali, sui quali venivano ad innestarsi le nuove esperienze e gli altri elementi di cultura comunque acquisiti. Sul notevole valore dell'elemento tradizionale nelle nostre culture preistoriche vorremmo dire di più, ma dato che non è questa la sede più adatta, ci permettiamo di osservare che in proposito occorre maggiore meditazione. Prospettato nei termini indicati la problematica relativa ai centri enei del Bolognese e della Romagna, ed indicatene le possibili soluzioni, restano attuali tutte le questioni che si riferiscono all'Emilia occidentale. Diremo sull'argomento che in questi ultimi tempi si sono aperte nuove prospettive di studio. In attesa che si proceda allo scavo sistematico di una delle tante stazioni enee disseminate nelle provincie di Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza (cfr. in proposito il repertorio da noi pubblicato in questi stessi volumi), abbiamo già fissato alcuni capisaldi. Uno di questi è la stazione mantovana di Demorta, stazione che può offrire notevoli spunti per una soddisfacente soluzione dei problemi indicati (172). |
| Fig. 1 - Tanaccia: la posizione della grotta è indicata dal cerchio punteggiato con triangoletto al centro. |
| Fig. 2. - Tanaccia: planimetria della zona scavata. II - Stratigrafia. |
| Fig. 3 - Tanaccia: sezione dello scavo alla fine della campagna 1955. |
| Fig. 4 - Tanaccia: recipienti di tipo Polada e della cultura del vaso campaniforme (in basso a sinistra). |
| Fig. 5 - Farneto: tazza e orcioletto (in alto a sinistra e in basso a destra); Tanaccia: profili di taglie (in alto a destra); Pescale: ansa di tipo Polada (in basso a sinistra). |
| Fig. 6 - Farneto: profili di anse. |
| Note |
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(1) I dati di scheda, riportati nel repertorio unito al secondo volume, possono essere così integrati: Foglio 99 della Carta d'Italia al 25000 - Brisighella - I.S.O.: lat. 44°13'43"; long.: 0°41'45". La cavità trovasi nel podere denominato Compagnia di cui è proprietario il sig. Graziani Giuseppe di Brisighella. (2) Resto del Carlino, 27 ottobre 1934 (A.M. Perbellini). (3) Corriere Padano, 25 maggio 1935 (G. Mornig). (4) E' doveroso ricordare che le campagne sistematiche del 1955 e del 1956 furono possibili grazie all'intervento dell'Amministrazione comunale di Brisighella, la quale offrì la necessaria manodopera con uno sforzo finanziario considerevole. E' dunque merito del Comune di Brisighella se attualmente la nostra regione può contare sopra un complesso archeologico fra i più organici e consistenti nel campo delle culture eneolitiche. (5) G. SCARABELLI, Stazione preistorica sul Monte del Castellaccio, Imola 1887, p. 65, Tav. XV : 2, 3, (6) E. BRIZIO, La Grotta del Farnè nel Comune di S. Lazzaro presso Bologna, in « Mem. Acc. Sc. Ist. Bologna », ser. IV, t. IV (1882), tav. III: 24. (7) E. BRIZIO, o.c., tav. III: 33; G. MONTANARI, La ceramica della Grotta del Farneto, in E.P., 2 (1949-50), p. 143, tavv. I-II; G. BERMOND MONTANARI - A.M. RADMILLI, Recenti scavi nella grotta del Farneto, in « B.P.I. », n.s. IX, vol. 64° (1954-55), p. 48 ss., fig. 3:1;6:7. (8) F. MALAVOLTI, La stazione del Pescale (Modena), in S.E., XVI (1942), p. 456, tav. XXI: 11. (9) P. CASTELFRANCO, Cimeli del Museo Ponti, Milano 1913, tav. XV : 10; XVI 3, 12-14; P. LAVIOSA ZAMBOTTI, Civiltà palafitticola lombarda e civiltà di Golasecca, in « Riv. Arch. Prov. e Dioc. di Como», fase. 119-120 (1939), p. 43, fig. 31. (10) C.V.A., Zagreb-Musée National, Fascicule 1, tav. 42:6,7. (11) F. MALAVOLTI, Appunti per una cronologia relativa del neo-eneolitico emiliano, in E.P., 4 (1953-55), tav. XXIII: 2. (12) G.A. COLINI, Il sepolcreto di Remedello Sotto nel Bresciano e il periodo eneolitico in Italia, in « B.P.I. » XXV (1899), p. 300, 301, tav. 11:10. (13) P. LAVIOSA ZAMBOTTI, o.c., pag. 40, fig. 29. (14) Not. Sc. 1960, p. 321 (R. Scarani). (15) A. MEDRI, Faenza Romana, Bologna 1934, p. 259; Not. Sc., cit., p. 319, fig. 5 (R. Scarani). (16) Fra i materiali inediti Per pochi cenni su questo abitato cfr. Not. Sc., cit., p. 323 ss. (R. Scarani). (17) G. BERMOND MONTANARI - A.M. RADMILLI, O.C., p. 151, fig. 6: 17. (18) G.A. COLINI, o.c., in « B.P.I. », XXIV (1898), p. 43, tav. VII: 6. (19) G.A. MANSUEI.LI, Preistoria e protostoria dell'Imolese, in « Imola nell'antichità », Roma 1957. tav. I: 5; G. SCARABELLI, o.c., p. 66, tav. XVIII: 1, 2, 12. (20) G. SCARABELLI, o.c., p. 66, tav. XVIII: 7. (21) G. BERMOND MONTANARI - A.M. RADMILLI, O.C., p. 156, fig. 6: 1. (22) P. LAVIOSA ZAMBOTTI, o.c., fig. 14. (23) G.A. COLINI, o.c., in « B.P.I. », XXV (1899), p. 306, tav. II: 6. (24) G.A. COLINI, o.c., in « B.P.I. », XXVI (1900), p. 198, 199, tav. V: 7. (25) G.A. COLINI, o.c., in « B.P.I. », cit., p. 198, 199, tav. V: 6, 8, 9; tav. VI: 1, 5; tav. VII: 5. (26) P. LAVIOSA ZAMBOTTI, La ceramica della Lagozza e la civiltà palafitticola italiana vista nei suoi rapporti con le civiltà mediterranee ed europee, in « B.P.I. », n.s. IV (1940), p. 110, fig. 52. (27) P. LAVIOSA ZAMBOTTI, Civiltà palafitticola lombarda cit., p. 40, fig. 30. (28) U. RELLINI, La più antica ceramica dipinta in Italia, Roma 1934, p. 34, fig. 19. (29) Museo Civico di Bologna. (30) F. MALAVOLTI, La stazione del Pescale cit., fig. 7. (31) P. CASTELFRANCO, o.c., tav. XI: 11; XVI: 1; P. LAVIOSA ZAMBOTTI, Ceramica palafitticola lombarda cit., p. 80, fig. 67. (32) G.A. COLINI, o.c., in « B.P.I. », XXVI (1900), p. 199, tav. V: 3. (33) A. DEL CASTILLO, El Neoeneolitico, in « Historia de Espana », di R. Menendez Pidal, Madrid 1954, t. I, p. 570, fig. 415; figg. 469, 470, 471, 474, 485, 486. (34) P. CASTELFRANCO, o.c., tav. XV : 5. (35) P. LAVIOSA ZAMBOTTI, La stazione di Ledro nel Trentino e la sua importanza in rapporto alla preistoria atesina, in « Archivio per l'Alto Adige », a. XXXVII, (1942), tav. I: 3, 4, 8. (36) G. SCARABELLI, o.c., p. 65, tav. XII: 11. (37) G. BERMOND MONTANARI - A.M. RADMILLI, o.c., p. 166, fig. 6: 3; G.A. MANSUELLI, R. SCARANI, L'Emilia prima dei Romani, Milano 1961, tav. 21. (38) A. DEL. CASTILLO, o.c., fig. 431. (39) N. ABERG, La civilisation énéolithique dans la péninsule ibérique, Uppsala-Leipzig - Paris 1921, p. 302. (40)
Not. Sc. cit., p. 325 (R. Scarani). (41) G.A. COLINI, o.c., in « B.P.I. », XXIV (1898), p. 255, tav. XVIII: 1. (42) R. BATTAGLIA, Preistoria del Veneto e della Venezia Giulia, in « B.P.I. », 67-68 (1958-59), p. 321, fig. 117. (43) A. DEL CASTELLO, Cronologia de la cultura del vaso campaniforme in Europa, in « Archivo Espanol de Arqueologia », XVII (1944), p. 1 ss. (44) F. ZORZI, La palafitta di Barche di Solferino, in « B.P.I. », n.s. IV (1940), fig. 14: 6. (45) F. RITTATORE, Contributi di recenti ricerche paletnologiche in Italia, in « Origines », Como 1954, tav. III, fig. 2 D. (46) P. LIOY, Le abitazioni lacustri dell'età della pietra nel Vicentino, Venezia, 1865, tav. IV: 17. (47) P. LAVIOSA ZAMBOTTI, La stazione di Ledro cit., tav. I: 1, 3, 4, 8, 9. (48) P. LAVIOSA ZAMBOTTI, Origini ed attinenze della ceramica palafitticola, studiata in confronto dei materiali della terramara di S. Caterina (Cermona), in « B.P.I. », IV (1935), p. 103, tav. III: 4. (49) A. VEGGIANI, La grotta del Re Tiberio nei gessi di Rivola, in St. Rom., VIII (1957), p. 669, fig. 1. (50) Not. Sc. cit., p. 321 (R. Scarani). (51) G. BERMOND MONTANARI-A.M. RADMILLI, O.C., p. 165, fig. 7: 2. (52) P. CASTELFRANCO, o.c., tav. XI: 3, XVI: 2; P. LAVIOSA ZAMBOTTI, Ceramica palafitticola lombarda cit., p. 31 ss., figg. 23, 24. (53) Reperto inedito nel Museo Civico di Bologna. (54) G. CHIERICI, I sepolcri di Remedello nel Bresciano e i Pelasgi in Italia, in « B.P.I. », X (1884), p. 139, tav. VI: 1. (55) F. MALAVOLTI, I materiali eneolitici del Pescale (Modena) raccolti dal Marchese Luigi De Buoi, in E. P., 1 (1948), p. 76; Id., La stazione del Pescale cit. tav. XXII: 4-4 a. (56) P, LAVIOSA ZAMBOTTI, La stazione di Ledro cit., p. 395, tav. 1: 6. (57) G. MONTANARI, Sulla ceramica della Grotta del Farneto cit., tav. Il: g. (58) P. LAVIOSA ZAMBOTTI, Ceramica palafitticola lombarda cit., p. 30, fig. 22. (59) Museo Civico di Bologna. (60) D. LEVI, La necropoli di Anghelu Ruju e la civiltà eneolitica della Sardegna, in « Studi Sardi », a. X-XI (1952), fig. 14: 5. (61) P. GRAZIOSI, La Grotta all'Onda, in AAE, LXXIII (1943), p. 116, tav. III: 5. (62) G. SCARABELLI, o.c., p. 66, tav. XIX: 10-12. (63) P. CASTELFRANCO, o.c., tav. XI: 5. (64) P. LAVIOSA ZAMBOTTI, La ceramica della Lagozza cit., p. 69, fig. 8. (65) M.A.L., XIX (1909),
col. 448, fig. 31 c. (A. Taramelli). (66) Fra il materiale inedito dei recenti scavi. (67) Not. Sc. cit., p. 396 (R. Scarani). (68) G.A. MANSUELLI-R. SCARANI, o.c., fig. 12. (69) Museo Civico di Bologna. (70) F. MALAVOLTI, La stazione del Pescale cit., p. 50 ss.; Id., Appunti cit., tav. XVII: 1-6; XVIII: 4; XIX: 1. (71) P. LAVIOSA ZAMBOTTI, Civiltà palafitticola lombarda cit., fig. 12. (72) G. BERMOND MONTANARI-A.M. RADMILLI, o.c., fig. 7, 8. (73) G. BERMOND MONTANARI-A.M. RADMILLI, o.c., fig. 2: 9; 4: 1-9, 10-12; 5: 15. (74) G. BERMOND MONTANARI-A.M. RADMILLI, o.c., pag. 169, fig. 3: 5. (75) P. LAVIOSA ZAMBOTTI, Civiltà palafitticola lombarda cit., p. 95, fig. 75. (76) A. MONCHI-R. SCHIFF GIORGINI, Esplorazione sistematica della Grotta all'Onda, in AAE, LV (1915), p. 109, fig. 31. (77) Cfr. la bella tazza della Grotta di S. Bartolomeo in B.P.I., XXIV (1898), p. 254, tav. 18: 7. (78) G. SAFLUND, Le terramare delle provincie di Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza, Uppsala 1939, tav. 44: 9. (79) G. BERMOND MONTANARI-A.M. RADMILLI, O.C., P. 168, fig. 3: 7. (80) A. DEL CASTILLO YURRITA, La cultura del vaso campaniforme, Barcellona 1928, tav. LVII; LXXXII. (81) N. ABERG, o.c., figg. 30-32, 156, 184, 185, 207, 295, 322. (82) C.V.A. cit., tav. 9: 5, 7. (33) G.A. COLINI, o.c., in « B.P.I. », XXIV (1898), p. 31, tav. VII: 3. (84) G.A. COLINI, o.c., in « B.P.I. », cit., p. 225, tav. XI: 10. (85) G.A. COLINI, o.c., in « B.P.I. », cit., tav. XVII: 8; XVIII: 2. (86) G. BERMOND MONTANARI-A.M. RADMILLI, O.C., p. 167, fig. 4: 10. (87) G. BERMOND MONTANARI-A.M. RADMILLI, o.c., fig. 3: 2. (88) P. LAVIOSA ZAMBOTTI, Ceramica palafitticola lombarda cit., pag. 64 s., tav. IV: 7. (89) P. CASTELFRANCO, o.c., tav. XVI: 17. (90) R. RICHARD, Scavi nell'Arma dell'Aquila, in « B.P.I. », n.s. V-VI (1941-42), tav. XII: 10. (91) L. BERNABO' BREA, Gli scavi nella caverna delle Arene Candide, parte I, Bordighera 1946, tav. XXXIV: 16. (92) G.A. COLINI, o.c., in « B.P.I. », XXIV (1898), p. 257, tav. XVIII: 5. (93) A. DEL CASTILLO YURRITA, O.C., tav. VI: 5; XVII. (94) R. BATTAGLIA, Notizie preliminari sulle ricerche preistoriche eseguite nei Monti Lessini (anno 1930), in AAE, LX-LXI (1930-31), p. 412, fig. 6. (95) A. DEL CASTILLO YURRITA, O.C., tav. III: 4. (96) F. MALAVOLTI, I materiali eneolitici del Pescale cit., p. 76. (97) F. MALAVOLTI, La stazione del Pescale cit., tav. XX: 9, 12; XXI: 6. (96) A. DEL CASTILLO YURRITA, o.c., tav. LI, CVIII. (99) C.V.A., cit., tavv. 35-37. (100) G.A. COLINI, o.c., in « B.P.I. », XXIV (1898), tav. XI: 1, 4. (101) F. MALAVOLTI, La stazione del Pescale cit., tavv. XX-XXII. (102) A. DEL CASTILLO YURRITA, o.c., tav. III: 20, XXVII. (103) C.V.A., cit. passim. (104) A. DEL CASTILLO YURRITA, o.c., tav. XXVII. (105) A. DEL CASTILLO YURRITA, O.C., tav. LXXII: 1. (106) C.V.A., cit. tav. 32: 4. (107) F. MALAVOLTI, La stazione del Pescale, cit., tav. XI: 4, 10, 10 a., 12. Al Farneto si nota un analogo motivo di decorazione, il quale risulta molto irregolarmente inciso. Sembrerebbe trattarsi di una imitazione alquanto scadente. Cfr. G. BERMOND MONTANARI-A.M. RADMILLI, o.c., fig. 4: 1-6. (108) P. CASTELFRANCO, o.c., tav. XV : 15. (109) F. MALAVOLTI, Ceramica acroma e dipinta tipo Ripoli in Emilia, in a Atti Soc. Nat. Matem. Modena », LXXI (1940). (110) Museo Civico di Bologna. (111) F. MALAVOLTI, Ceramica acroma e dipinta tipo Ripoli cit., p. 7 estr. (112) V. Fusco, Ceramica eneolitica figulina acroma e dipinta di tipo meridionale rinvenuta per la prima volta in Toscana, in SE, XXIX (1961), p. 305 ss. (113) B.P.I., n.s., X, 65° (1956), p. 129 (Lo Porto). (114) U. CALZONI, Un fondo di capanna scoperto presso Norcia (Umbria), in « B.P.I. » n.s. III (1939), p. 45. (115) G.A. COLINI, o.c., in « B.P.I. », XXVI (1900), p. 219 ss. (116) Cfr. elementi topografici, tipologici e bibliografici nel repertorio unito a questi volumi. Cfr. G.A. MANSUELLI-R. SCARANI, o.c., 85. (117) Se ne parla nel repertorio indicato nel precedente numero. Cfr. inoltre: G.A. MANSUELLI-R. SCARANI, o.c., p. 85, tav. 14. (118) R. BATTAGLIA, Preistoria del Veneto e della Venezia Giulia cit., fig. 113 (ultima a destra). (119) G. PATRONI, La stazione all'aperto di Cella Dati presso Cremona, in « B.P.I. », XXXIV (1908), p. 201, s., fig. A. (120) G. BAILLOUD et P. MIEG DE BOOFZHEIM, Les Civilisations néolithique de la France, Paris 1955, p. 138, tav. LVIII: 19; tav. LXXXIV: 30. (121) F. MALAVOLTI, Appunti cit., tav. XXVIII: 3. (122) Not. Se. cit., p. 322 (R. Scarani). (123) F. MALAVOLTI, Colunga, in E.P., 1 (1948), pp. 56-65. (124) G. MONTANARI - A.M. RADMILLI, La grotta del Farneto presso Bologna, in « B.P.I. », VIII, parte IV (1951-52), p. 130-136; Id-Id., Recenti scavi nella grotta del Farneto cit., pp. 142-146. (125) F. MALAVOLTI, Ricerche di preistoria emiliana: scavi nella stazione neoeneolitica del Pescale (Modena), in « B.P.I. », n.s. VIII, parte IV (1951-52), tavv. VI-VIII; Id., Appunti, cit., tavv. XXVII-XXXI. (125) G. SCARABELLI, o.c., tavv. V-XI. (126) N. MORELLI, Iconografia della preistoria ligustica, in « Atti R. Università di Genova », vol. XVI (1901), tavv. LVII-LVIII. (127) U. CALZONI, o.c., p. 42 ss., tav. 2: 1-5, 12, 16. (128) U. RELLINI, o.c., fig. 7. (129) U. RELLINI, o.c., fig. 7 (in basso a sinistra). (130) E. BRIZIO, o.c., tav. Il: 40. (131) U. RELLINI, o.c., figg. 11, 12, 14. (132) R. BATTAGLIA, Preistoria del Veneto e della Venezia Giulia, cit., p. 218, fig. 68. (133) F. MALAVOLTI, La stazione del Pescale cit., p. 460. (134) F. MALAVOLTI, Colunga cit., p. 59. (135) U. RELLINI, o.c., p. 18, fig. 3. (136) G.A. MANSUELLI - R. SCARANI, o.c., tav. 23. (137) F. MALAVOLTI, Ricerche di preistoria emiliana cit., p. 32. (138) E. BRIZIO, o.c., p. 6. (139) Nel corso di alcuni studi condotti in collaborazione con F. Malavolti ricordo di aver più volte discusso il lavoro del Saflund e ricordo anche che con l'amico scomparso ci trovammo perfettamente d'accordo sulla validità di certe conclusioni tratte dall'autore indicato. In questa occasione non mi resta che confermare il mio giudizio positivo su parte del lavoro del Saflund, lavoro che molto affrettatamente fu considerato e sottoposto a critiche non sempre obiettive. (140) Not. Sc. cit. p. 325 (R. Scarani). (141) Not. Sc. cit., p. 321 (R. Scarani). (142) G. SCARABELLI, o.c., p. 68, tav. XVII: 3, 5. (143) F. MALAVOLTI, La stazione del Pescale cit., tav. XXIV: 11. (144) R. BATTAGLIA, La palafitta del Lago di Ledro nel Trentino, in « Mem. Museo St. Nat. Venez. Trident. », a. XI, v. VII (1943), fig. 7. (145) P. LAVIOSA ZAMBOTTI, La stazione di Ledro nel Trentino cit., tavv. I-III. (146) E. BRIZlO, C.C., tav. III: 11. (147) G. BERMOND MONTANARI - A.M. RADMILLI, o.c., fig. 5: 12. (148) Atti Soc. Ital. Sc. Nat., 1874, tav. IV: 9. (149) P. LIOY, Le abitazioni lacustri di Fimon, Venezia 1876, tav. VIII: 95. (150) G. SCARABELLI, o.c., tav. XIII: 15-15. (151) G. SCARABELLI, o.c., tav. XIII: 15-16. (152) G. MONTANARI, Sulla ceramica della Grotta del Farneto cit., tav. I; G. BERMOND MONTANARI - A.M. RADMILLI, o.c., fig. 5: 1-9. (153) G. SCARABELLI, o.c., p. 6, 69, tav. XIII: 8, 10-13. (154) P. CASTELFRANCO, o.c., tav. XI: 15. (155) P. LAVIOSA ZAMBOTTI, La ceramica della Lagozza cit., fig. 5. (156) G. BERMOND MONTANARI - A.M. RADMILLI, o.c., fig. 2: 18. (157) L. R. NOUGIER, Les civilisations campigniennes en Europe Occidentale, Le Mans 1950, figg. 100-102. (158) U. RELLINI, o.c., fig. 12 (in basso a destra). (159) G. SCARABELLI, o.c., p. 8, 47, 61, 93, tav. XI: 8. (160) A. PAIAZZI, La stazione dei Lagazzi tra Vho e S. Lorenzo Guazzone (Provincia di Cremona), in « B.P.I. », XVII (1891), p. 29, tav. II: 7. (161) B.P.I., XXV (1899), p. 304 (G.A. Colini). (162) M.O. ACANFORA, Fontanella Mantovana e la cultura di Remedello, in « B.P.I. », n.s. X, v. 65 (1956), p. 364. (163) G.A. COLINI, o.c., in « BRI. »», XXVII (1901), p. 124, tav. VIII: 2,4. (164) Not. Sc., 1880, p. 111 (A. Parazzi). (165) F. ZORZI, o.c., p. 73, fig. 26. (166) A. MINTO, La « Buca Tana » di Maggiano nel comune di Lucca, in « B.P.I. » XL (1914) p. 8 ss., fig. 3. (167) F. MALAVOLTI, Appunti cit., tav. XVI: 2. (168) G. SAFLUND, Terremare cit., p. 31, tav. 69: 14. (169) G. SAFLUND, o.c., p. 19 ss., tav. 5: 1-13; tavv. 6-7. (170) Not. Sc. 1960, pp. 319-323 (R. Scarani). (171) Not. Sc. cit., pp. 323-328 (R. Scarani). (172) G. CHIERICI, Stazione Demorta nel Mantovano, in « B.P.I. », III, (1877), pp. 97-109, tav. V. |
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