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E'
il 6 gennaio 2001 quando durante una battuta esterna nella zona del
Monte Penzola notiamo che quella che sembra una valle che scende tra due
dossi di gesso verso il fiume Santerno è in realtà una dolina, sul cui
fondo si apre una piccola cavità dalla quale esce una forte corrente
d'aria.
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Torniamo
dopo qualche giorno e con una piccola disostruzione ci troviamo
all'interno della Grotta della Befana (nome derivato dal giorno in cui
è stata trovata).
Dopo
la discesa di due saltini di 4 e di 3 metri e la percorrenza non troppo
agevole di una quarantina di metri di uno stretto e fangoso cunicolo, ci
troviamo su un bel pozzo di 12 metri, alla base del quale si diparte uno
stretto meandro.
Quest'ultimo,
con non pochi sforzi e con un fastidioso bagno nel fango, conduce ad un
ampio salone di interstrato, alla base del quale troviamo un grosso
collettore, percorribile verso valle ma non verso monte, in quanto
l'acqua che lo attraversa viene in parte dal meandro da cui siamo
discesi ed in parte da un piccolo sifone, assolutamente scoraggiante.

Verso
valle si procede lungo una grande galleria molto lavorata dall'acqua e
in alcuni punti alta anche più di 10 metri, con il pavimento
completamente concrezionato in cui l'acqua scende attraverso una serie
di vaschette.
Il
nostro cammino è accompagnato da un odore sempre più intenso di zolfo
e da una presenza sempre più massiccia di cristallizzazioni gessose
sulle pareti; dopo pochi metri ci troviamo di fronte ad una risorgenza
di acque sulfuree, circondata da caratteristiche concrezioni
variamente
colorate e ricoperte da una miriade di cristalli che le rendono
luccicanti.
Ben
presto ci imbattiamo in una serie di ambienti di crollo che rendono più
faticosa la progressione e ci costringono a girare in alto in zone
fossili.
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Più
a valle poi l'acqua si infila in una stretta condotta impraticabile, ma
lungo tutto il collettore nelle zone alte ci sono ancora camini da
risalire ed alcuni arrivi d'acqua.
Pochi
mesi dopo un'ulteriore battuta esterna porta all'esplorazione di
un'altra cavità che si apre pochi metri più in basso dell'ingresso
della Befana.
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Attraverso
una grossa spaccatura si accede ad un piccolo saltino di 4 metri, si
scende lungo l'interstrato fino ad un pozzo di 10 metri alla base del
quale, con nostra sorpresa, troviamo un torrente di dimensioni simili a
quello della Befana e con la stessa abbondanza di concrezioni sul
pavimento che si infila in una stretta fessura.
E'
il ramo a monte della Befana, quello cioè che alimenta il piccolo
sifone alla partenza del collettore.
Dopo
alcune disostruzioni riusciamo a percorrerlo, verso monte, per varie
centinaia di metri, lungo svariati rami che sono tutt'ora in fase di
esplorazione.
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Uno
di questi rami ci porta presto alla scoperta di un nuovo ingresso, che
si apre alla base della parete rivolta verso la valle del Santerno.
La
Grotta della Befana arriva alla sua attuale estensione (1200 metri
rilevati più vari rami ancora in fase di esplorazione) dopo il
collegamento con questa seconda cavità.
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Guardando
infatti il P12 della Befana dal basso si intravvede una rientranza della
roccia a 8-10 metri d'altezza che, raggiunta con una breve risalita in
artificiale, si rivela essere l'arrivo di un meandro fossile che ci
conduce su un altro pozzo parallelo che scendiamo per circa 8 metri.
Eliminando
il detrito che pavimenta quest'ultimo pozzo riusciamo ad aprire uno
stretto varco verso il basso, che immette su un grande ambiente e di lì
a poco ci accorgiamo di esserci già stati.
Scendendo
in fondo alla sala ci troviamo infatti nel punto dove spariscono le
acque all'interno della cavità che si sviluppa a monte della Befana; la
congiunzione è fatta.
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Pochi
mesi più tardi l'ennesima battuta alla ricerca delle risorgenze di
tutto il sistema porta i suoi frutti con la scoperta della Grotta di Ca'
Paradisa, che si apre proprio a livello del piazzale dell'omonima
vecchia cava.
Qui
ritroviamo le acque del sistema che escono da una stretta condotta molto
simile a quella che troviamo al fondo della Befana (siamo a soli 60
metri in pianta) e si insinuano tra i detriti che costituiscono il
piazzale di cava.
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E'
presumibile che l'ultima parte della grotta sia stata
"mangiata" dalla cava, che ha visto la fine della sua attività
nei primi anni venti.
L'intero
sistema ha comunque ancora varie incognite, specialmente per quanto
riguarda i rami verso monte, caratterizzati da correnti d'aria molto
forti e stagionalmente da notevoli apporti d'acqua.
E'
nostra intenzione inoltre effettuare al più presto uno studio più
approfondito della zona sulfurea, per avere un quadro idrogeologico più
completo del sistema carsico della Befana.
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