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Atti del XIX Congresso Nazionale di Speleologia, Bologna 27-31 Agosto 2003. |
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I
PRINCIPALI SISTEMI CARSICI DELLA VENA DEL GESSO ROMAGNOLA E IL LORO
CONDIZIONAMENTO
STRUTTURALE Luciano Bentini (Gruppo Speleologico Faentino) Parole
chiave: sistemi carsici; Vena del Gesso romagnola; morfologia e
struttura geologica. RIASSUNTO La
Vena del Gesso costituisce uno degli elementi geografici e geologici più
caratteristici dell’Appennino romagnolo, affiorando in modo continuo,
con uno sviluppo lineare di circa 25 km, da Gesso nella valle Sillaro a
Brisighella nella valle del Lamone. La
deposizione delle evaporiti avvenne nel Messiniano, tempo in cui la
Terra fu colpita da una catastrofica “crisi di salinità” iniziata
circa 6 Ma fa e protrattasi fin verso i 5,5 Ma. L’emersione
con morfologia di catena montuosa è legata agli ultimi contraccolpi
dell’orogenesi dell’Appennino; l’attuale assetto strutturale, con
profilo monoclinalico in sezione trasversale, interessato da faglie
trasversali e longitudinali, responsabili della formazione, in alcuni
segmenti della V.d.G., di una serie di scaglie addossate le une alle
altre e separate da superfici d’accavallamento che determinano diverse
ripetizioni della successione, fu assunto in gran parte probabilmente in
appena 100-200.000 anni già nel Messiniano superiore. Tali
linee strutturali, essendo vie di facile penetrazione e scorrimento per
le acque meteoriche, hanno indirizzato e controllato lo sviluppo del
carsismo, come appare evidente raffrontando le direzioni
d’allungamento dei principali sistemi carsici con le linee di disturbo
presenti nell’affioramento selenitico: Tana della Volpe, complesso
facente capo alla Tanaccia e sistema Grotta Rosa – Leoncavallo –
Alien nei Gessi di Brisighella; sistema Fantini – Cavinale nei Gessi
di Rontana e Castelnuovo; sistema facente capo alla Risorgente ad ovest
di Ca’ Poggiolo e complesso Stella – Basino – F10 nei Gessi di
Monte Mauro e Monte della Volpe; sistemi del Re Tiberio e dei Crivellari
nei Gessi di Monte Tondo; complesso di Ca' Siepe nei Gessi di Monte del
Casino e Tossignano; Grotta della Befana nei Gessi tra Santerno e
Sillaro.
La
Vena del Gesso (da qui in avanti V.d.G.) costituisce uno degli elementi
geografici e geologici più caratteristici dell’Appennino romagnolo,
affiorando in modo continuo, con uno sviluppo lineare di circa 25 km, da
Gesso nella valle del Sillaro a Brisighella nella valle del Lamone.
La deposizione delle evaporiti avvenne nel Messiniano (Miocene
terminale), tempo in cui la Terra fu colpita da una catastrofica
“crisi di salinità” iniziata intorno a 6 Ma fa e protrattasi fin
verso i 5,5 Ma, causata dalla chiusura per sollevamento orogenetico di
due stretti, più profondi ed articolati di quello attuale di
Gibilterra, detti nor-dbetico e sud-rifano.
Ciò provocò l’isolamento del Mediterraneo con un’alternanza
di disseccamenti e d’inondazioni testimoniate dai 16-17 cicli di gesso
separati da intercalazioni di argille nere e fetide.
Verso i 5,5 Ma fa, alla fine di tutti i cicli, si registrò una
fase di disseccamento più prolungata seguita dalla fase tettonica detta
“intramessiniana” che causò la formazione della catena selenitica,
la quale rimase emersa per circa 100.000 anni: il bacino evaporitico
romagnolo cessò definitivamente di esistere e i suoi depositi vennero
compressi, inclinati verso la pianura e fagliati.
L’emersione viene confermata da una ricca fauna continentale i
cui resti ossei disarticolati sono stati rinvenuti nella cava del
Monticino di Brisighella, nei riempimenti di fratture più o meno
carsificate.
Quando, circa 5,3 ma fa, l’acqua a salinità normale
proveniente dall’Atlantico tramite l’apertura di Gibilterra rioccupò
il Mediterraneo, la V.d.G. venne sommersa da un mare mediamente
profondo, fino a quando fu coinvolta dall’orogenesi appenninica che la
fece emergere di nuovo e definitivamente.
L’attuale assetto strutturale, con profilo monoclinalico in
sezione trasversale, interessato da faglie trasversali e longitudinali
responsabili della formazione, in alcuni segmenti della V.d.G di una
serie di scaglie addossate le une alle altre e separate da superfici di
accavallamento che determinano diverse ripetizioni della successione, fu
assunto in parte probabilmente,
in appena 100-200 mila anni già a partire dal Messiniano
superiore (VAI, 1988. [ed. 2002]; 2002). Tali
linee strutturali, essendo vie di facile penetrazione e scorrimento per
le acque meteoriche, hanno indirizzato e controllato lo sviluppo del
carsismo, come appare evidente raffrontando le direzioni di allungamento
dei principali sistemi carsici con le linee di disturbo presenti
nell’affioramento selenitico.
L’ubicazione e l’orientamento delle forme carsiche e dei
sistemi di circolazione ipogei riflette, infatti, fedelmente gli
andamenti e gli incroci di faglie e fratture: dove le dislocazioni sono
più fitte e gli spostamenti maggiori, più denso e sviluppato è il
reticolo carsico. Questa
nota costituisce una sintesi di quanto acquisito in tal senso,
stralciando dati dispersi in numerosi lavori, alcuni dei quali non
facilmente reperibili quali perizie geologiche, relazioni tecniche, tesi
e tesine di laurea, aggiornandoli ed integrandoli con osservazioni
inedite.
Non ha la pretesa di formulare conclusioni definitive, anche
perché le indagini di carattere geologico svolte in grotta, già di per
sé difficoltose, sono state fino ad oggi relativamente scarse e non
coprono omogeneamente i vari settori in cui si articola la V.d.G.; è da
considerarsi soltanto una fase interlocutoria, punto di partenza per
stimolare nuove ricerche. Nei
Gessi di Brisighella esiste uno spartiacque carsico, coincidente
approssimativamente con quello superficiale, rispetto al quale il
drenaggio avviene verso ESE (bacino della Tana della Volpe nel settore
orientale) e NE (bacino della Tanaccia nel settore occidentale).
Questo spartiacque inizia dal Monte della Siepe, prosegue in
direzione WSW lungo il crinale sulle argille impermeabili e attraversa
poi obliquamente l’affioramento selenitico nell’area di Ca’ Marana
ove, al confine tra quest’ultima e il settore del Monticino si osserva
un evidente gradino morfologico riferibile ad un brusco dislocamento dei
Gessi del Monticino verso N.
La dislocazione di questi ultimi rispetto ai Gessi di Marana
denuncia la presenza di una faglia trasversale diretta N-S responsabile
di una traslazione-rotazione dei due ammassi selenitici che, in base a
considerazioni speleologiche si ritiene passi poco ad E della linea
sulla quale sono allineati l’Abisso Casella e le Grotte Rosa Saviotti
e Lina Benini (COSTA, 1982). La
Tana della Volpe (ER RA 102) costituisce il collettore, con direzione
ESE, delle acque meteoriche dell’omonima valle cieca, di forma
allungata e con l’asse maggiore orientato NNW-SSE, interposta tra gli
affioramenti gessosi sui quali sorgono la Rocca ed il Santuario del
Monticino; con uno sviluppo complessivo di poco meno di 800 m ed un
dislivello di m 62,43, la grotta perviene in pieno centro storico di
Brisighella, essendo la sua risorgente ubicata a meno di 50 m dalla
Residenza municipale.
Attualmente tale risorgente, che è osservabile attraverso
un’apertura verticale chiusa da uno sportello metallico, in Via
Saletti di fronte al numero civico 5, viene convogliata direttamente
nella rete fognaria, mentre prima di tale sistemazione alimentava il rio
della Doccia che, come il rio della Valle, sub-parallelo ed interposto
tra i colli della Rocca e della Torre dell’Orologio (tombato intorno
al 1425) incideva la conoide di Brisighella (COSTA & BENTINI, 1988
[ed. 2002] con precedente bibliografia; PIASTRA & COSTA, 2002;
PIASTRA, c.s.). La
Tana della Volpe si sviluppa, impostata probabilmente su un giunto di
strato, parallelamente alla faglia WNW-ESE che divide le evaporiti del
Monticino da quelle della Rocca, nei banchi di gesso superiori i quali
presentano una giacitura che tende alla verticalità.
Questi ultimi dati si desumono da una perizia del 1981 di Stefano
Marabini, nella quale viene messo in rilievo anche che le particolari
condizioni tettoniche e litologiche – abbondanza di fratture N-S
intersecanti i banchi di gesso, giacitura inclinata verso NNE degli
stessi – non lascia dubbi che tutte le acque che s’infiltrano
nell’area SE della Cava drenano in direzione della Tana della Volpe
scorrendo nello strato impermeabile di base inclinato verso N. Esternamente
all’area di cava, la faglia diretta N-S in prossimità
dell’allineamento Abisso Casella – Grotta Rosa – Grotta L. Benini,
come già anticipato, limita il blocco gessoso del Monticino da quello a
stratificazione sub-orizzontale della Marana, nel settore occidentale
dei Gessi di Brisighella.
In quest’ultimo si sviluppano due grandi complessi carsici
quasi certamente autonomi.
Il primo prende nome dalla Tanaccia (ER RA 114)
che ne costituisce l’antica risorgente, ma comprende anche
quattro cavità assorbenti denominate Grotta Biagi A e B (ER RA 116),
Grotta Brussi (ER RA 380), Buco I sotto Ca’ Varnello (ER RA 536) ed
una cavità-relitto, i Buchi del Torrente Antico (ER RA 115).
Tale sistema è interpretabile come una tipica cavità
d’attraversamento la cui lunghezza si aggira sui 2 km, con
circolazione idrica solo stagionale; le acque, che nel tratto terminale
del loro percorso sotterraneo fino a pochi anni fa s’inabissavano in
uno stretto cunicolo ben presto impraticabile, posto ad un livello
inferiore rispetto alla grande caverna “preistorica”, attualmente
scompaiono molto più a monte sotto il crostone stalagmitico del Thalweg.
Si presume che esse, dopo un tratto con decorso parallelo ai
Buchi del Torrente Antico – e pertanto retroverso rispetto alla
direzione generale SW-NE del complesso – tornino a giorno da una
risorgiva verso il fondo della vallecola ove ha origine il Rio delle
Zolfatare, ma una recente immissione di fluoresceina ha dato esito
negativo, come pure per la sorgente sulfurea perenne che sgorga a quota
leggermente inferiore 30 m più a valle. A
quest’ultima fa capo invece, come accertato mediante prove
colorimetriche, il secondo complesso carsico, che comprende Grotta Rosa
(ER RA 106, svil. m 900, disl. –m 65), Grotta Leoncavallo (ER RA 757,
svil. m 600, disl. –m 60) e Grotta di Alien (ER RA 578, svil. m 260,
disl. –m 69), i cui ingressi costituiscono, a quote via via
decrescenti, i punti idrovori di segmenti facenti parte dello stesso
sistema carsico avente direzione SE-NW.
Nel terminale di Alien l’acqua sparisce in una fangosa e
stretta condotta impraticabile per riaffiorare appunto dalla sorgente
sulfurea. In
conclusione, in questo settore della V.d.G. nel raggio di soli 700 m vi
sono due bacini imbriferi a sé stanti, uno dei quali, con direzione
SW-NE fa capo alla Tanaccia, mentre l’altro, con direzione SE-NW,
alimenta le grotte Rosa, Leoncavallo e Alien; complessi che,
sviluppandosi quasi convergendo nel loro ultimo tratto, non sembrano
confluire in un unico collettore, ma sfociare all’esterno tramite
risorgenti vicinissime e pressoché alla stessa quota (EVILIO, 2000). I
dati relativi al condizionamento geologico-strutturale del sistema
afferente alla Tanaccia sono stati pubblicati da BRANDOLINI (1996) in un
lavoro inteso a correlare il quadro delle discontinuità ivi rilevate
con il suo sviluppo morfologico e direzionale.
Nel diagramma delle progressioni di sviluppo del complesso
carsico si evidenziano cinque gruppi direzionali preferenziali (ENE,
ESE,
SE, NE, NNE), comparabili a quelli strutturali esterni ed
interni.
Da tale confronto emerge che la maggioranza degli ambienti
ipogei, per quanto riguarda la loro direzione e morfologia, è
direttamente legata a tale reticolo di fratture, l’artefice principale
della speleogenesi della Tanaccia, di frequenza variabile da metrica a
decametrica, piuttosto che il fattore stratificazione che risulta essere
in molti casi in contropendenza rispetto al piano lungo cui l’acqua
scorre.
In alcuni casi assume comunque rilevanza anche quest’ultimo
fattore, in quanto alcune morfologie sono state condizionate anche dai
piani di stratificazione, a giacitura WNW-ESE e NW-SE con inclinazione
media di 30°. Le
conclusioni di Brandolini sono sostanzialmente in accordo con i dati
contenuti in un precedente lavoro di COSTA (1982, cit.) nel quale si
evidenzia come lo sviluppo delle numerose forme carsiche presenti nel
sistema Tanaccia appaia condizionato da due fattori fondamentali: la
presenza rilevante di fratturazione e diaclasi e l’andamento dei
giunti di stratificazione.
Quando uno di questi fattori possiede un peso maggiore
dell’altro, si sviluppano con particolare evidenza le rispettive forme
tipiche.
E’ interessante sottolineare, ad es., le diversità
morfologiche tra la parte a sviluppo S-N e quella ad andamento
prevalentemente W-E nel ramo principale della Tanaccia: nella prima area
la grotta giunge a svilupparsi in contropendenza rispetto ai giunti di
strato; nella seconda si hanno tratti in cui predominano forme legate
ora alla fratturazione (Galleria alta e stretta tra la Sala delle Sabbie
e il Salone), ora alla stratificazione (Sala Piatta, Sala del Laghetto,
Salone, Sala delle Sabbie). Nel
lavoro di Costa viene però dato particolare rilievo al riconoscimento
delle bancate gessose entro le quali si sviluppa il segmento del sistema
carsico della Tanaccia strictu sensu: al suo interno sono stati
riconosciuti, attraverso l’individuazione della “prima comparsa”
della facies 5 (gesso clastico) di VAI & RICCI LUCCHI (1977) e
l’osservazione delle facies presenti negli strati in oggetto, i banchi
IV, V, VI e VII.
I giunti di strato sono visibili nei seguenti punti della grotta: -
il giunto IV/V si trova nell’area di accesso alla Sala delle
Sabbie, ove il soffitto inclinato della grotta è costituito dalla base
del V banco, mentre il piano di calpestio è rappresentato dal tetto del
IV banco, in seguito al distacco di un grosso blocco, frammentato,
scalzato dall’erosione del torrente; -
il giunto V/VI è osservabile, sulla destra idrografica,
nell’area in cui la stretta ed alta galleria che inizia al termine
della Sala delle Sabbie si immette nel Salone; -
il giunto VI/VII è ubicato al soffitto della Sala Piatta, per la
quale si verifica una situazione analoga a quella relativa al giunto IV/V.
La base del VII banco ha direzione 313° ed immersione 30° SW;
alla sommità del VI sono stati osservati grossi cristalli
suborizzontali ascrivibili alla facies 6. E
poiché il cavernone di accesso alla Tanaccia si apre in un banco alto,
considerazioni stratigrafiche e morfologiche inducono a ritenere che
esista in questo settore un contatto tettonico banchi alti / banchi
bassi; disturbo di notevole intensità in quanto mentre nel settore
meridionale dell’affioramento la direzione e l’inclinazione media
dei banchi gessosi sono rispettivamente 120° e 50°, nei pressi della
Tanaccia c’è invece una forte inversione di tendenza (D.340°, I.40°). Sul
condizionamento geologico-strutturale del sistema Grotta Rosa –
Leoncavallo – Alien non è invece disponibile alcun dato, poiché alle
esplorazioni ed alle operazioni di rilevamento svolte negli anni ’90
non è ancora seguito uno studio specifico in tal senso.
L’unica osservazione “telegrafica”, avente ad oggetto
Alien, si deve ancora a Costa: al suo ingresso, che sembra aprirsi al
contatto dei banchi VI e VII, appare evidente un’immersione degli
strati verso NNE, cosa che si riscontra anche al suo interno. Nei
Gessi di Rontana e Castelnuovo ha sede un unico sistema carsico che
attraversa longitudinalmente l’intero ammasso gessoso, caratterizzato
dalla verticalità degli strati, parallelamente agli assi strutturali
SSE-NNW dell’affioramento, costituiti dalle faglie ed accavallamenti
individuati da MARABINI & VAI (1985), tipico esempio di collettore
ipogeo raggiungibile in tratti discontinui del suo percorso attraverso
“grotte a pozzo”. Il
sistema, di cui l’Abisso Fantini (ER RA 121) è la cavità assorbente
posta alla quota più elevata (m 426) e la Grotta Risorgente del Rio
Cavinale (ER RA 457) è il terminale dell’unico collettore drenante
tutte le acque di questo settore della V.d.G, come è stato accertato
mediante numerose prove colorimetriche, comprende l’Abisso Garibaldi (ER
RA 528), l’Inghiottitoio a NE di Ca’ Piantè (ER RA 458), la Grotta
di Selva (ER RA 765) e gli Abissi Mornig (ER RA 119) e Peroni (ER RA
627), tutti dislocati, assieme ad altre cavità assorbenti e punti
idrovori, a quote via via decrescenti lungo la direttrice Carnè –
Piantè – Castelnuovo.
Tale sistema, esteso linearmente circa 1,8 km, è percorribile
solo in segmenti più o meno lunghi, ma le principali grotte che ad esso
fanno capo vantano uno sviluppo complessivo di m 3.674; il dislivello
esistente tra Abisso Fantini e Grotta Risorgente del Rio Cavinale è di
ben 267 m, il massimo riscontrato in tutta la Vena del Gesso romagnola (G.S.FAENTINO,
SPELEO GAM MEZZANO, 1999, con precedente bibliografia). La
relazione fra tettonica e fenomeni carsici appare ben evidente se si
raffrontano le direzioni di allungamento delle principali cavità con
l’andamento delle linee di disturbo presenti nell’area, che essendo
le vie preferenziali di penetrazione e scorrimento delle acque hanno
indirizzato lo sviluppo del carsismo.
La caratteristica geologica principale dei Gessi di Rontana e
Castelnuovo è infatti di essere costituiti da una serie di scaglie
tettoniche addossate le une alle altre, separate da almeno tre superfici
principali di accavallamento secondo assi SSE-NNW, che determinano una
struttura embriciata con diverse ripetizioni della successione,
complicata da numerose faglie verticali sia trasversali, con
orientazione prevalente NW-SE e NE-SW, sia longitudinali orientate E-W (MARABINI
& VAI, 1985 cit.; MARABINI et alii, 1994; G.S. FAENTINO, SPELEO GAM
MEZZANO, 1999, cit., carta geologica allegata). I
banchi gessosi hanno direzione NW-SE ed un’inclinazione in genere
molto accentuata: la loro giacitura risulta infatti sovente da
sub-verticale a localmente rovescia.
Nell’area di Rontana, in uno di questi banchi sub-verticali che
per il suo modesto spessore è probabilmente da collocarsi tra il
settimo e il decimo della formazione, si apre l'Abisso Fantini, che si
sviluppa nella sua parte iniziale con una serie di pozzi allineati lungo
discontinuità strutturali, fra le quali riveste un ruolo fondamentale
un’ampia diaclasi avente direzione SW-NE, strettamente correlata al
locale assetto ed alle caratteristiche dei banchi interessati dal
carsismo.
Questi ultimi hanno quivi immersione a NE con pendenza di 60°,
che all’interno della grotta si accentua fino a circa 75°. Anche
nell’Abisso Peroni le osservazioni condotte particolarmente nel salone
di crollo, che con direzione SE-NW attraversa almeno quattro banchi di
spessore medio unitario intorno ai 15 m, hanno permesso di riscontrare
il ruolo primario che rivestono le dislocazioni e le famiglie di
fratture ad esse legate, indotte da forze plicative orientate.
I banchi di gesso attraversati dalla lunga sala appaiono in un
assetto sinclinalico realizzatosi attraverso vaste lacerazioni dei
margini slabbrati e dislocati e rimarchevoli scorrimenti dei banchi
sulle marne d’interstrato (COSTA, 1987).
Anche il raggiungimento di gallerie a quote inferiori attraverso
pozzi, come nel caso del P38 che collega la dolina dell’Abisso al
corso d’acqua ipogeo del complesso Fantini-Cavinale, è da mettersi in
relazione col locale assetto dei banchi interessati dal carsismo,
essendo tali pozzi impostati (come nel caso dell’Abisso Fantini) lungo
lineazioni strutturali, con morfologia “a campana”, tipica dei pozzi
a cascata (COSTA & FORTI, 1994, cit., p.106). Il
rilevamento geologico della Grotta Risorgente del Rio Cavinale ha
permesso di individuare un sistema di discontinuità tettoniche comprese
in un range di direzioni 210°-230° con inclinazioni 65°-75° e
un’immersione a NW.
Tale sistemadi fratturazioni non sembra però aver condizionato
se non in alcuni tratti l’impostazione direzionale della cavità, che
ha un andamento generale all’incirca ESE-WNW (120°-300°).
Una conferma della presenza del sistema di fratture 210°-230°
si ha comunque nella parte più interna della grotta, dove predomina il
motivo strutturale avente direzione 230°.
In effetti, la cavità, sebbene volga tendenzialmente a WNW, è
caratterizzata da frequenti svolte che seguono alternativamente due
plessi di fratture o linee di disturbo tettonico incrociantisi fra loro
con un angolo di poco superiore a 90°; di esse sono state individuate
chiaramente quelle con direzione antiappenninica, mentre quelle
appenniniche non risultano chiaramente leggibili perché nascoste dalla
presenza di vasti accumuli di massi in frana.
Anche all’esterno, nell’area sovrastante la risorgente, sono
state rilevate fratturazioni raggruppabili in un sistema corrispondente
o compatibile con quella avente direzione antiappenninica (210°-230°)
riscontrata all’interno della cavità. Per
quanto riguarda la stratificazione, all’interno di quest’ultima è
stato possibile rilevare valori direzionali compresi in un range 100°-130°
con immersione NNE e inclinazione tra 70° e 85°; i valori esterni sono
anch’essi delimitabili in range simili: direzione 115°-135°,
immersione NNE, inclinazione 65°-80°. Anche
la morfologia è condizionata dalla presenza dei vari sistemi di
fratturazioni: infatti, il condotto si sviluppa con una sequenza di
gallerie intervallate da alte fenditure sub-verticali con sezione a V
rovescia.
In alcuni casi, in corrispondenza del vertice, si può osservare
la parte relitta dell’intercalazione argilloso-marnosa che separa le
bancate selenitiche verticalizzate.
Alcuni tratti rettilinei sono poi definiti da un fianco sinistro
(destra idrografica) liscio ed inclinato di circa 80°, morfologia che
sta ad indicare il ruolo non trascurabile che hanno avuto i giunti di
stratificazione come fattore speleogenetico (BENTINI et alii, 1999;
TABANELLI, 1998). Nei
Gessi di Monte Mauro e Monte della Volpe l’affioramento selenitico
appare come “moltiplicato” ad opera di faglie longitudinali ad
andamento appenninico, compressive o di accavallamento, che hanno
“affettato” i gessi disarticolandoli nelle tre scaglie tettoniche di
Monte Mauro, Monte Incisa e Co’ di Sasso, alle quali si deve
aggiungere quella di Col Vedreto accavallata su quest’ultima dalla
quale non è perciò facilmente distinguibile: conseguentemente si ha
una triplicazione della successione regolare dell’intera successione
evaporitica le cui bancate risultano verticalizzate o addirittura
rovesciate.
Le faglie longitudinali sono dislocate da altre ad esse
perpendicolari con andamento antiappenninico, cioè trasversali alla
“Vena”, ben visibili nel versante SW, che si infittiscono ed
aumentano di rigetto ove alcune di esse determinano la struttura a
“Graben” nella bastionata di Monte della Volpe, costituita dalla
“sella” di Ca’ Faggia (MARABINI & VAI, 1985, cit.; MARABINI et
alii, 1994).
Quest’ultima ha la morfologia di una paleovalle fluviale che
incide la dorsale gessosa, divenuta fossile quando, a partire dal tardo
Quaternario, l’erosione differenziale ha cominciato a far emergere i
gessi dalle formazioni limitrofe secondo il noto principio
dell’inversione del rilievo (GÉZE, 1969).
Nei gessi dell’Emilia-Romagna sembra infatti che i fenomeni
carsici abbiano avuto il loro maggiore sviluppo nell’ultimo
postglaciale, essenzialmente durante i periodi caratterizzati da forti
precipitazioni (FORTI & FRANCAVILLA, 1988). Nel
punto più depresso della valle cieca del Rio Stella posta a S della
falesia, in corrispondenza della struttura a “Graben”, ha origine il
complesso Inghiottitoio del Rio Stella (ER RA 385) – Grotta Sorgente
del Rio Basino (ER RA 372), traforo idrogeologico che con un dislivello
di 88 m si sviluppa per 1.470 m con direzione SW-NE trasversalmente allo
sbarramento evaporitico. Poiché
il Rio Stella non aveva sufficiente energia per scavarsi un varco nei
gessi come il Senio ed il Sintria, il suo bacino evolveva in forma di
valle cieca che alimentava il sistema ipogeo le cui cavità assorbenti,
col progressivo abbassamento del locale livello di base carsico,
divenivano fossili mentre ne venivano innescate altre a quote via via
meno elevate (FORTI,1991; COSTA & FORTI, 1994, cit.). Il
corso d’acqua ipogeo aumenta via via la sua portata specialmente per
l’apporto fornito da due affluenti, uno dei quali, in destra
idrografica, vi s’immette mediante una cascatella alimentata, come
accertato mediante prove colorimetriche (14-15/10/1991), dal ruscello
che scorre nell’Abisso F10 (ER RA 738); l’altro, in sinistra
idrografica, sgorga da un profondo sifone la cui area d’alimentazione
è ancora soltanto ipotetica, ma che sembra estendersi fino almeno a
Ca’ Sasso, ad oriente della frazione Crivellari.
Degno di nota è il fatto che la portata complessiva dei due
affluenti è più che tripla rispetto a quella del corso principale (BENTINI
et alii , 1965). Molte
delle cavità assorbenti aprentisi sul fondo delle doline che crivellano
i Gessi di M.Mauro – M. della Volpe drenano nel complesso
Stella–Basino; si segnala ad es. la Grotta a SE di Ca’ Faggia (ER RA
539), profonda 120 m ove una esigua fessura ha fino ad ora impedito la
progressione, pur essendo interessata da una forte circolazione
d’aria: è stato comunque accertato che le acque che la percorrono
confluiscono in destra idrografica nell’F10, essendovi stati rinvenuti
in corrispondenza dell’innesto granuli di polistirolo immessivi come
traccianti dagli speleologi del GAM.
Ma è soprattutto l’F10, che si apre a q. 400 poco a N della
linea di cresta in una modesta dolina sulla dorsale secondaria che
separa la “sella” di Ca’ Faggia dal gruppo di doline di Ca’
Monti, , la chiave di volta di questo settore della V.d.G.: si tratta di
una grotta caratterizzata da fangose strettoie e pozzi, meandri e
crepacci prima di accedere alle grandi gallerie freatiche che si
sviluppano a partire da q. –100 circa, percorse dal torrentello che
alimenta la cascatella. Dai dati finora acquisiti nel corso delle
operazioni di rilievo, risulta che l’F10 è impostato su un reticolo
di linee disgiuntive intersecatesi tra loro con angoli di circa 90°.
Nella parte iniziale, fino al “Primo Fondo”, a q. –182,
prevalgono decisamente quelle orientate verso NE, poi si ha una brusca
svolta verso NW e lungo tale direttrice la grotta si sviluppa fino a q.
–187 (cioè fin dove è stata eseguita la poligonale), ma
probabilmente anche oltre tale limite. Il collegamento con la cascatella
non è ancora materialmente avvenuto, poiché la profondità massima
raggiunta, con uno sviluppo noto che si aggira sui 2 km, è di circa 210
m, una trentina di metri al di sopra della confluenza.
Il dislivello complessivo del sistema è pertanto di 241 m,
calcolato fra la quota d’ingresso dell’F10 e quella del punto ove
tornano a giorno le acque del Rio Basino (m 159).
A tale dislivello vanno però aggiunti gli almeno 13 m di
profondità del sifone in sinistra idrografica, riscontrati sia nel
corso delle immersioni subacquee effettuate tra il 1984 e il 1999 sia
dopo le operazioni di parziale svuotamento eseguite con una pompa
idraulica, a fine agosto 2001 ed integralmente nel settembre 2002. In
assenza di studi specifici di carattere geologico internamente al
sistema carsico Stella-Basino-F10, si possono soltanto formulare ipotesi
sulla relazione esistente tra l’orientamento e lo sviluppo
all’interno dei banchi evaporitici dei vari segmenti che lo
costituiscono e l’assetto strutturale dell’area in esame. Il
complesso Stella-Basino, avendo origine alla base della falesia dove
affiorano i banchi evaporitici maggiori, dovrebbe svilupparsi
interamente all’interno di questi ultimi, attraversandoli nel suo
sviluppo a causa del loro assetto sub-verticale.
Ciò vale certamente per il tratto iniziale (Rio Stella) che,
essendo costituito da una frattura per buona parte riempita da una
caotica breccia a grossi blocchi gessosi disarticolati, rende plausibile
l’ipotesi che esso sia impostato su una faglia.
Morfologia questa ben diversa da quella che caratterizza la parte
terminale della cavità, ampia ed alta forra a meandro le cui pareti
opposte sono solcate da cornici sovrapposte a testimoniare i
paleo-livelli del corso d’acqua ipogeo.
Tale linea disgiuntiva non è stato ancora chiarito se sia una
vera e propria faglia o una diaclasi vicariante ampliata dalle acque
canalizzate fino a formare saloni di crollo nei tratti ove incrocia
fratture ad essa perpendicolari. L’F10,
aprendosi verso la sommità dell’ammasso gessoso, dovrebbe invece
svilupparsi inizialmente all’interno dei cicli evaporitici minori, ma
raggiungere nel suo approfondirsi anche quelli del membro inferiore
della formazione poiché confluisce nel Basino al livello del Thalweg. Varie
considerazioni, fra cui le morfologie imponenti che si riscontrano nella
parte più profonda finora raggiunta dell’F10 – principalmente i
meandri trasformati in vere e proprie forre solcate da paleolivelli di
scorrimento che, come nel Rio Basino, rappresentano l’evoluzione
gravitativa delle gallerie orizzontali – e la portata superiore
dell’affluente a cascata rispetto a quella del “corso principale”
alla confluenza, hanno portato ad ipotizzare che il sistema principale
di tutto il complesso ipogeo sia l’F10-Basino e che il Rio Stella di
tale complesso sia solo un affluente.
Quest’ultimo, caratterizzato da laminatoi, strettoie, frane
caotiche, si troverebbe allineato nella stessa direttrice del Rio Basino
solo perché impostato sulla medesima importante linea disgiuntiva
trasversale alla Vena del Gesso (A.A. VV., 1993; BASSI et alii, 1994). A
questo rompicapo, ben lontano dall’essere risolto, si aggiunge il caso
intrigante dell’affluente a sifone di q.161 in sinistra idrografica
del Basino ipogeo, unico esempio di “carsismo sommerso” attivo nella
Vena del Gesso.
Senza dubbio questo singolare ramo completamente allagato è da
mettere in relazione con le dislocazioni tettoniche che interessano
localmente l’affioramento gessoso ed il fatto che le acque fuoriescano
in pressione anche nei mesi più siccitosi postula l’esistenza di un
vasto bacino di alimentazione il cui spartiacque è ipotizzabile poco ad
est della frazione Crivellari (BENTINI, 1994; FORTI et alii, 1989); ma a
tutt’oggi non è stata individuata alcuna cavità assorbente
praticabile tramite la quale sia possibile accedere a quello che è
senza dubbio un vasto ed importante sistema.
Un dato significativo che avalla tale asserzione è costituito da
quanto riscontrato nell’autunno del 1990, anno di estrema siccità:
l’unica acqua scorrente nel Basino ipogeo era quello proveniente dal
sifone, poiché completamente in secca erano sia il “corso
principale” a monte di quest’ultimo sia la cascatella. Lo
svuotamento mediante una pompa idraulica del condotto allagato ha
permesso infine di prendere visione diretta delle sue dimensioni e
morfologie.
Esso sprofonda in direzione dapprima NW, poi SW, sviluppandosi
nell’ammasso gessoso in foggia di alta fenditura larga mediamente 1,20
m, con un’inclinazione intorno ai 45° coincidente con la locale
immersione degli strati; quest’ultima è evidenziata da un’intercalazione
argillosa che su entrambe le pareti, perfettamente levigate
dall’azione dissolutiva dell’acqua, è stata profondamente intaccata
dall’ablazione per effetto dell’erosione differenziale.
Il soffitto ha una morfologia simile ad un vero e proprio canale
di volta, effetto di erosione antigravitativa che postula in passato un
totale riempimento del condotto sifonante; nelle condizioni attuali però
solo sul suo pavimento giace un modesto accumulo di ciottoli arenacei
con patine nerastre del tutto simili a quelli che occupano il Thalweg
del Basino.
Prima dello svuotamento del sifone anche spessi sedimenti
argillosi si erano depositati sia sul fondo sia sulle pareti, causando
quasi immediatamente l’intorbidamento dell’acqua durante le
immersioni degli speleo-sub. Finissimi
sedimenti argilloso-sabbiosi permangono invece tutt’ora alla profondità
massima raggiunta, 13 metri circa, ove il condotto assume un andamento
sub-orizzontale: qui la sua luce è risultata quasi totalmente ostruita
da tale spesso riempimento che anche nel settembre 2002 ha bloccato la
progressione, non essendo stato possibile risucchiarlo con una sorbona
perché troppo viscoso finchè impregnato d’acqua né asportarlo
manualmente perché in quella occasione la disostruzione avrebbe
comportato tempi troppo lunghi e l’impiego di un numero ben più
elevato di persone. Nel
settore orientale di Monte Mauro esiste un altro sistema carsico del
quale solo in questi ultimi anni è stata parzialmente esplorata la
Risorgente a ovest di Ca’ Poggiolo, conosciuta da alcuni decenni ma
che si riteneva inaccessibile prima dello scavo effettuato dal G.S. AGIP
Ravenna, la quale confluisce in destra idrografica nella forra epigea
del Rio Basino.
Si tratta della cavità ubicata alla quota più bassa del settore
in esame della V.d.G., prossima al locale livello di base, con
predominanti morfologie di tipo freatico (strettoie cilindriche,
laminatoi e sifoni) specialmente intorno a m 200 s.l.m., e soltanto in
corrispondenza dell’incrocio di faglie secondarie, evidenziate dalla
presenza di pozzi e di cambiamenti di direzione del flusso, si
presentano sulle pareti del letto attivo morfologie vadose.
La progressione sia a monte che a valle rispetto al pozzetto di
accesso disostruito è rettilinea, poiché la grotta è impostata lungo
una faglia con andamento NW – SE con direzione circa 120° - 130° (POGGIALINI,
2000). Tale
sviluppo direzionale e la consistente, perenne portata dell’acquifero
fanno ipotizzare che il sistema a monte della risorgente dreni le
precipitazioni di un vasto bacino comprendente gran parte delle numerose
doline che, a partire dalla sommità di Monte Mauro, si susseguono a
quote via via decrescenti allineate lungo dislocazioni dirette NW – SE
con cavità assorbenti note ed esplorate da tempo che, pur in assenza di
prove colorimetriche, si supponeva ne costituissero segmenti fra loro
collegati da modesti corsi d’acqua che circolano nelle loro parti più
profonde. Una
di queste cavità è la Grotta della Colombaia (ER RA 388) nella quale,
dopo un ennesimo tentativo di forzamento non coronato da successo,
all’inizio del dicembre 2002è stata immessa dal Gruppo ravennate
fluoresceina sodica che ha colorato intensamente le acque scorrenti
nella Risorgente a ovest di Cà Poggiolo, confluite poi nella forra del
Basino e da qui nel Senio. Particolarmente indiziato è anche l’Abisso Ricciardi (M2, ER
RA 777) oggetto di uno studio approfondito che ha permesso di
raccogliere dati di grande interesse che qui di seguito si riassumono:
si apre a NW di Monte Mauro a q. 400 e si sviluppa per oltre 400 m
in direzione N con un dislivello di m 100; verso il fondo un
rigagnolo scorre al contatto tra un ciclo carbonatico costituito da un
bancone di calcare massivo biancastro ed un sovrastante banco di gesso,
per cui si ipotizza che il terminale della grotta si sviluppi
all’altezza dell’ultimo ciclo carbonatico (“calcare di base”) o
tutt’al più in corrispondenza di uno degli interstrati argillosi dei
cicli evaporitici basali (“sottobanchi”) (BASSI & CANEDA, 1993).
Ipotesi suffragata dall’insieme dei dati strutturali e
litologici; l’Abisso
Ricciardi incrocia infatti una delle numerose faglie ad andamento
longitudinale che ribassano a gradinata verso SW, intersecandola, la
piega a ginocchio che interessa la successione evaporitica di Monte
Mauro.
È probabile che la faglia dell’abisso sia la continuazione
diretta di quella principale su cui è impostata la dolina della Pieve (MARABINI
& VAI, 1985, cit..; 1993). L’assetto
strutturale dei Gessi di Monte Tondo, ad ovest della valle cieca del Rio
Stella, cambia radicalmente rispetto all’ammasso di Monte Mauro con la
sua disgiunzione longitudinale che “moltiplica” l’affioramento
della formazione evaporitica.
A Monte Tondo, ove gli strati hanno direzione NW-SE con
inclinazione mediamente di 50° verso NE, prevale invece lo stile
trasversale, con modesti disturbi, analogamente a quanto si riscontra
nell’attiguo segmento che si sviluppa tra Senio e Santerno. Subito
a nord della Cava ex ANIC è stata però individuata una faglia maestra
estensiva a direzione longitudinale, battezzata “faglia Scarabelli”,
accompagnata da una coniugata posta a sud, che con andamento NW-SE
attraversa i due versanti del Senio: a Monte Tondo si sviluppa fino alla
frazione Crivellari e al di là del fiume si prolunga molto regolare
fino a tagliare l’intera “Vena” nei pressi di Sasso Letroso.
La regolarità e la linearità di tale sistema estensivo che
taglia tutte le strutture precedenti testimonia di un’età geologica
abbastanza recente, post Pliocene inferiore.
Le conseguenze della presenza di questo disturbo si manifestano
in una marcata fratturazione che condiziona il processo di dissoluzione
carsica (FORTI et alii, 1997). Nei
Gessi di Monte Tondo hanno sede due distinti sistemi carsici per uno
sviluppo complessivo di oltre 9 chilometri: essendo oggetto di uno
specifico lavoro (ERCOLANI et alii), ad esso si
rimanda riportando qui di seguito soltanto i dati che rientrano
nell’economia della presente nota, anticipatimi da comunicazioni
personali di P.LUCCI. Nel
settore meridionale è impostato il sistema del Re Tiberio, che con uno
sviluppo spaziale complessivo delle grotte che ne fanno parte, non tutte
collegate fisicamente tra loro, di circa 6.300 m e un dislivello di 223
m, volge tendenzialmente a NW, pur essendovi tratti labirintici e vari
segmenti orientati SW-NE condizionati da linee disgiuntive trasversali
alla “Vena”. La
cavità assorbente ubicata più a monte è l’Abisso Mezzano (ER RA
725, quota d’ingresso m 340, sviluppo m 650, dislivello –m 139),
intercettato con ingenti mutilazioni – come del resto si verifica in
altre grotte di questo sistema – da una galleria della cava di gesso
di Monte Tondo che ora ne drena le acque verso il ramo attivo della Tana
del Re Tiberio.
La fluoresceina immessavi nel 1997 dallo Speleo GAM in un
collettore secondario non intercettato dall’attività estrattiva ha
consentito di confermare sperimentalmente la connessione dell’Abisso
con le seguenti grotte facenti parte del complesso in esame, delle quali
si forniscono qui di seguito i dati catastali e si compendiano le
caratteristiche peculiari: -
Tana del Re Tiberio (ER RA 36) e Abisso Cinquanta (ER RA 826),
collegate fisicamente nel febbraio 2003 mediante disostruzione che ha
messo in connessione diretta il terminale “storico” e i rami nuovi
della prima: nel loro insieme si sviluppano per m 4.434 con un
dislivello di 182 m.
Della Tana del Re Tiberio, il cui ingresso “preistorico” si
apre a q. 173, era conosciuto da tempo immemorabile unicamente il ramo
fossile che si sviluppa con andamento sub-orizzontale per 330 m, ma le
esplorazioni svolte negli ultimi dieci anni dagli speleologi di Mezzano
ne hanno dilatato l’estensione in modo esponenziale; l’Abisso
Cinquanta si apre invece su un gradone del fronte di cava ed il suo
ingresso dal 1996 ad oggi è arretrato di circa 10 metri a causa
dell’attività estrattiva. -
Inghiottitoio del Re Tiberio: ER RA 739, quota ingr. m 266, svil.
m 168, disl. –m 76. Il
ramo fossile “storico “ della Tana del Re Tiberio – come già noto
da precedenti studi – si sviluppa nel VI banco della formazione
evaporitica fino a raggiungere nelle parti più elevate la base del VII,
mentre quelli dei livelli sottostanti sono impostati nei banchi
inferiori, sicuramente il V e forse il IV; la recentissima esplorazione
di un ramo fossile sovrastante quello “storico” è risultato
inoltrarsi nei banchi superiori. L’Abisso
Cinquanta, dall’articolazione complessa, è caratterizzato da lunghe
ed enormi gallerie sub-orizzontali, con potenti riempimenti di sedimenti
alluvionali, che si sviluppano su più livelli, collegate fra loro da
pozzi o da stretti e profondi canyons non sempre percorribili,
coinvolgendo in tal modo nel corso della sua evoluzione diversi banchi,
a partire forse da alcuni cicli evaporitici minori, fino a raggiungere
il III al livello del Thalweg del Senio.
Lo sviluppo delle morfologie presenti è riconducibile
fondamentalmente ai giunti di strato e alle discontinuità costituite da
fratture e diaclasi: i primi hanno avuto un ruolo primario per la genesi
delle ampie gallerie, che in corrispondenza di essi sono impostate; le
seconde hanno favorito invece le morfologie gravitazionali rappresentate
dai pozzi e dai canyons, essendo state alternativamente tali linee
disgiuntive privilegiate dalla circolazione delle acque sotterranee per
migrare progressivamente a livelli inferiori fino a raggiungere il
locale livello di base.
Pure il reticolo di questa grotta – come già anticipato – è
stato intercettato dalle gallerie di cava, per cui l’idrologia del
tratto terminale del ramo attivo ne è stata sconvolta. Collegata
solo idrologicamente al sistema del Re Tiberio, rispetto al quale si
apre poco a monte, è anche la Grotta dei Tre Anelli (ER RA 735, quota
ingr. m 284, svil. m 1.074, disl. –m 144), come è stato appurato
dalle prove colorimetriche del 1997: le acque in cui è stato immesso il
tracciante è infatti tornata a giorno dalla risorgente
“artificiale” che drena le acque canalizzate di tutto il complesso
da quando una galleria di cava ha intercettato il ramo attivo della Tana
del Re Tiberio deviando il torrente che ora defluisce lungo i fossi del
reticolo creato dall’attività estrattiva sfociando infine nel
piazzale – e di qui nel Senio – dietro il grande silo a q.105 s.l.m.
(ERCOLANI et alii, 1994).
La morfologia dominante nella Grotta dei Tre Anelli è quella di
una successione di pozzi intervallati da brevi condotte sub-orizzontali;
fa eccezione il ramo NW, purtroppo in gran parte devastato dalle
intersezioni con le gallerie di cava, il cui andamento è
sub-orizzontale.
Anche in questa grotta un ruolo importante nella speleogenesi,
oltre che le discontinuità costituite da ampie diaclasi, hanno avuto i
giunti di stratificazione, evidenziati dai soffitti piatti che
rappresentano un motivo ricorrente. Il
secondo sistema carsico, denominato “dei Crivellari”, si articola
secondo una direttrice SSE-NNW con uno sviluppo complessivo di 3.000 m e
un dislivello di 200 m: comprende varie cavità, anch’esse non tutte
collegate fisicamente tra loro, ma attraversate da un
unico collettore, a partire dalla Buca Romagna (ER RA 734, quota
ingr. m 298, svil. m 1.249, disl. –m 117) nel settore meridionale e a
quote via via decrescenti, nel settore settentrionale, la Grotta Grande
dei Crivellari (ER RA 398, quota ingr. m 205, svil. m 589, disl. –m
82), le Grotte I e II di Ca’ Boschetti (ER RA 392 e 393,
rispettivamente a q.126 e 123 con dislivelli di m 38 e m 30 ed uno
sviluppo complessivo di 1.000 m) e la vicina Risorgente a NW di Ca’
Boschetti (ER RA 538, quota ingr. m 95, svil. m 30, disl. +m 6) che
sembra costituire il “troppo pieno” dell’intero sistema, mentre in
condizioni di portata “normale” si ipotizza che le acque vengano
drenate direttamente nel Senio da due polle individuate in subalveo
presso la sponda destra, circa 30 m a monte dalla risorgente (GARAVINI,
1997). Nella
Grotta I di Ca’ Boschetti si immettono anche le acque inghiottite
dalla dolina sotto la ex Scuola dei Crivellari; da segnalare inoltre,
sul fondo della Grotta Grande, l’apporto di un corso d’acqua
proveniente dalla Grotta Enrica (ER RA 704, quota ingr. m 201, svil. m
90, disl. m 15) che si immette con un angolo di 180° in quello
principale. Quanto
alla “faglia Scarabelli”, essa non sembra condizionare in modo
determinante i due sistemi carsici: infatti a sud e parallelamente ad
essa si sviluppa quello del Re Tiberio col quale non sembra interferire
se non forse confinandolo, mentre a nord, pur intersecando quello dei
Crivellari tra la Grotta Grande e la Buca Romagna, prevalgono una o più
linee disgiuntive trasversali lungo le quali esse si articolano. Il
tratto della V.d.G. tra Senio e Santerno (Gessi di Monte del Casino e
Tossignano) è caratterizzato da una relativa tranquillità strutturale,
con banchi selenitici in assetto monoclinalico aventi direzione 120°,
immersione a nord e inclinazione mediamente di 30°.
L’area di affioramento, con la falesia volta a sud, continua e
compatta, che permette di esaminare chiaramente la stratigrafia e la
struttura, raggiunge un massimo di larghezza a Monte del Casino, ove
sono concentrate le forme carsiche superficiali e sotterranee, come
conseguenza delle dislocazione con andamento trasversale all’ammasso
gessoso, responsabili della minuta fratturazione di quest’area; si
tratta di numerose faglie dirette SSW-NNE e di una struttura di
sprofondamento tipo mini-Graben, la “sella” di Ca’ Budrio.
Quest’ultima è da interpretarsi molto probabilmente come una
sorta di valle cieca relitta, oggi priva del bacino imbrifero a monte,
che costituendo una netta discontinuità morfologico-strutturale incide
la dorsale mettendo a contatto laterale due diversi livelli
stratigrafici: i banchi superiori, ribassati, e quelli inferiori, più
potenti, rialzati alla sua destra ed alla sua sinistra. L’azione
dissolutiva delle acque è evidenziata in superficie dall’ampia dolina
che occupa buona parte della “sella” stessa, da quelle di Ca’
Siepe e Ca’ Poggio e dalle morfologie carsiche (sprofondi e
avvallamenti doliniformi) sovrastanti il corso ipogeo del Rio Gambellaro,
allineate a quote via via decrescenti immediatamente ad est della faglia
che delimita ad occidente il mini-Graben (RICCI LUCCHI & VAI, 1983,
cit.; COSTA & FORTI, 1994, cit.). In
tali doline o contiguamente ad esse hanno origine le cavità assorbenti,
facenti parte tutte del complesso carsico di Monte del Casino, che
drenano le acque canalizzate tornanti a giorno dalla Risorgente del Rio
Gambellaro sviluppandosi prevalentemente in senso trasversale
all’ammasso gessoso conformemente alla direzione della fitta fascia di
dislocazioni ed alla giacitura degli strati.
Fa eccezione però proprio la grotta più importante del
complesso, l’Inghiottitoio a ovest di Ca’ Siepe, compreso il suo
ramo che inizia dalla dolina di Ca’ Calvana, ubicata al margine
orientale dell’area in esame in prossimità del contatto con la
Formazione a Colombacci; salvo che nel tratto terminale finora
esplorato, i corsi d’acqua di questa labirintica cavità defluiscono
infatti in prevalenza in senso longitudinale. Le
note che seguono si basano fondamentalmente sul più recente ed
aggiornato lavoro di ZAMBRINI et alii (2001, con precedente
bibliografia), integrandolo ove necessario con osservazioni desunte da
precedenti pubblicazioni o inedite. Il
complesso di Monte del Casino è costituito da sette grotte, delle quali
tre (Abisso Antonio Lusa, Inghiottitoio a ovest di Ca’ Siepe e Pozzo a
ovest di Ca’ Siepe) sono in diretto collegamento fra loro, mentre le
altre quattro (Buco II di Ca’ Budrio, Inghiottitoio presso Ca’
Poggio, Grotta Enio Lanzoni e Risorgente del Rio Gambellaro) lo sono
solo idrologicamente , com’è risultato dall’esito positivo delle
prove colorimetriche. Nel
loro insieme le prime tre cavità hanno uno sviluppo di 3.726 metri, che
si posiziona interamente lungo l’asse Lusa-Gambellaro a partire
dall’ingresso del primo fino a raggiungerne il fondo, seguendo il
corso d’acqua che scorre poi in Ca’ Siepe fino ad una sala situata
alla massima profondità (-214 m) attualmente raggiunta.
L’inghiottitoio a ovest di Ca’ Siepe comprende un secondo ramo di
pari importanza percorso da un altro torrente che ha origine dalla
dolina di Ca’ Calvana. Le esplorazioni ed il rilievo topografico sono
tutt’altro che conclusi; è da tener presente,ad esempio che la
distanza in linea d’aria con il sifone della Risorgente del Rio
Gambellaro dal quale sgorgano le acque canalizzate di tutto il sistema
è di circa 350 metri. Inoltre, qualora il collegamento venisse
realizzato fisicamente, il dislivello totale di quest’ultimo
assommerebbe a ben 246 metri. Aggiungendo lo sviluppo delle ultime
quattro cavità a quello del sistema in connessione diretta si ottiene
poi un totale di circa 4.400 metri fino ad ora rilevati. Un
quadro più esauriente emerge passando sinteticamente in rassegna le
singole grotte: -
Abisso Antonio Lusa (ER RA 620): è l’ingresso più alto di
tutto il complesso. Si apre a q.405 nella dolina presso Ca’ Budrio e
con uno sviluppo di 700 metri si spinge fino alla profondità di 163
metri. Le sue peculiarità dal punto di vista geologico e morfologico
consistono nel fatto che è impostato, per un lungo tratto, tra il
secondo “sottobanco” ed il primo dei banchi bassi: in questi ultimi
il gesso si presenta in abito cristallino a ferro di lancia oppure
prismatico nella cosiddetta “struttura a palizzata”. I
“sottobanchi” sono costituiti invece da grossi cristalli a ferro di
lancia di colore nero per la presenza di sostanze organiche, a volte
annegati in sottili lamine di gesso rimaneggiato. La cavità si sviluppa
inizialmente nel terzo banco attraversandolo con andamento
prevalentemente verticale e, raggiunto il contatto col secondo
sottobanco, procede con la medesima immersione ed inclinazione degli
strati (N 30°); il rapporto tra stratificazione e morfologia nella
parte terminale non è stata sufficientemente indagato (COSTA et alii,
1985). -
Buco II di Ca’ Budrio (ER RA 378): è un inghiottitoio fossile
che si apre nell’omonima dolina a q. 387, a breve distanza
dall’Abisso A. Lusa ma ad esso non collegato, con uno sviluppo di m 57
ed una profondità di m 23. Per la vicinanza con il Lusa si ipotizza che
sussista la stessa situazione riscontrata nella parte iniziale di
quest’ultimo, e cioè che sia impostato nel solo terzo banco, non
potendo la sua modesta profondità spingersi oltre. -
Inghiottitoio ad ovest di Ca’ Siepe (ER RA 365): è la cavità
col maggiore sviluppo, m 3000, con due ingressi, dai quali hanno origine
rami distinti: quello a quota più elevata (m 358) è ubicato nella
dolina omonima, quello inferiore a q. 267 nella dolina di Ca’ Calvana.
In corrispondenza della confluenza dei due rami percorsi dalle acque
canalizzate vi è un terzo importante apporto idrico che si presume
provenga da ESE, cioè dall’area ove si apre l’Abisso di Camelot
(non ancora inserito in Catasto), esplorato fino alla profondità di
circa 70 metri (GARELLI, com. pers. ).
Per la sua complessità non è possibile in questa sede tentare
di darne anche solo una breve descrizione, per la quale si rimanda al già
citato lavoro di ZAMBRINI et alii. Mi limito pertanto, oltre a quanto già
anticipato, alle seguenti considerazioni: ·
essendo collegato fisicamente all’Abisso A. Lusa, pur in
mancanza di specifiche osservazioni, è da ritenersi che il ramo di
Ca’ Siepe sia impostato anch’esso, almeno nel tratto iniziale,
all’interno dello stesso terzo banco selenitico e/o al contatto coi
“sottobanchi”. Sono però auspicabili accurate indagini per
verificare tale ipotesi. Nulla invece si può dire allo stato attuale
delle conoscenze circa il rapporto con le bancate per il ramo di Ca’
Calvana. ·
Soltanto nel tratto terminale in prossimità della Risorgente del
rio Gambellaro la grotta punta decisamente a nord, conformemente alla
giacitura degli strati ed alle discontinuità tettoniche trasversali;
gran parte di entrambi i rami si sviluppano invece tendenzialmente in
senso longitudinale, da SE a NW e quello che inizia presso Ca’ Calvana
addirittura in contropendenza, da NE a SW; ciò postula l’esistenza di
sistemi di fratture orientati in tali direzioni, privilegiate dalle
acque meteoriche per il loro deflusso rispetto alla pur fitta fascia di
dislocazioni trasversali. -
Pozzo ad ovest di Ca’ Siepe (ER RA 130): si apre a q.357 in un
boschetto sulla sinistra della carraia che da Ca’ Siepe conduce alla
dolina omonima e consiste sostanzialmente in una verticale di 18 metri
con uno sviluppo di 26 m ed un dislivello di m 20; è stato collegato al
complesso dopo una risalita di Rio Calvana in prossimità della
congiunzione del ramo che proviene dalla dolina di Ca’ Siepe, la zona
più ramificata della grotta. -
Inghiottitoio presso Ca’ Poggio (ER RA 375): si apre a q. 268
nella dolina impostata su una faglia trasversale a nord della Risorgente
del Rio Gambellaro e, dopo esser stata collegata alla Grotta E. Lanzoni,
si sviluppa per oltre 200 m toccando la profondità di m 80. La presenza
di intercalazioni argillose distanziate tra loro tra i 7 ed i 10 metri
ed evidenziate dall’ablazione fa ritenere che si sviluppi fra i banchi
superiori, di modesto spessore, inizialmente in conformità con la
giacitura degli stessi (N 30°), poi
verticalmente e con andamento elicoidale determinato da brusche
variazioni di direzione dovute probabilmente alle interferenze
esercitate da una faglia diretta a NE che interseca quella su cui è
impostata la dolina (BENTINI, 1975). Contrariamente
a quanto sostenuto in passato, particolarmente da parte dello scrivente
a causa dell’errata valutazione della quota del terminale e
dell’esito negativo delle prove colorimetriche effettuate dal G.S.
Faentino nel marzo 1972 (BANDINI et alii, 1975), il rigagnolo che
percorre la grotta confluisce nel Gambellaro in un punto inesplorato a
monte del sifone, come è stato accertato in seguito dall’immissione
di fluorescina da parte degli speleologi imolesi. -
Grotta Enio Lanzoni (ER RA 619): si apre a q. 259 in prossimità
dell’Inghiottitoio presso Ca’ Poggio al quale è collegata
fisicamente in corrispondenza del terrazzino tra i due P 11 con una
verticale di 17 m; il suo sviluppo è di m 200 con un dislivello di m
38,5 (+m 17, -m 21,5).
Pur in mancanza di specifiche osservazioni in proposito, è da
ritenersi che anch’essa sia impostata nei banchi superiori. -
Risorgente del Rio Gambellaro (ER RA 123): si apre a q. 173,5 e
si sviluppa per metri 350 con un dislivello positivo, nell’alveo del
torrente che la percorre, di metri 6 fino al sifone di q. 170 che ha
bloccato fino ad ora tutti i tentativi di ulteriore progressione. La
cavità descrive in pianta un ampio arco, dirigendosi solo nel tratto più
vicino all’ingresso verso NE, forse impostato sulla faglia più
occidentale del mini-Graben
di Monte del Casino. Rappresenta il collettore di tutte le grotte
che si sviluppano nel campo di doline di tale mini-Graben, le acque
canalizzate delle quali, come già anticipato, vengono recapitate nel
sifone. È
invece tuttora ignoto il bacino idrografico della polla di q.192 le cui
acque fino a pochi anni fa alimentavano il sifone e le cascatelle del
ramo in destra idrografica della Risorgente. Attualmente il punto
idrovoro in cui si inabissavano le acque è occluso ed esse scorrono in
superficie confluendo nel tratto epigeo del Rio Gambellaro, ma
all’interno della grotta l’attività idrica non si è praticamente
modificata. Non
è stato sufficientemente indagato se la Risorgente si sviluppi nei
banchi alti come il vicino Inghiottitoio presso Ca’ Poggio; l’unico
dato acquisito è la presenza, in sinistra idrografica, di un
interstrato di argilla che non si sa però se sia collegabile con uno di
quelli individuati nella predetta cavità. L’intercalazione ha lo
spessore di 40 – 50 cm con direzione SE – NW ed immersione a N di 27°
ed a sue spese, per opera dell’ablazione, si è sviluppata un’alta
fenditura inclinata di 25° - 30° che sfocia all’esterno (BANDINI et
alii, cit., 1975). A
conclusione di questa carrellata salta gli occhi la contraddittorietà
dei dati acquisiti nel corso delle esplorazioni circa la relazione delle
singole grotte con le bancate della formazione evaporitica. Per il Lusa,
che pur essendo la cavità più alta del complesso, si sviluppa
all’interno del terzo banco, viene da pensare che, dopo essere stati
ribassati nel mini-Graben, i banchi superiori siano stati smantellati
dall’erosione prima che divenissero sede di fenomeni carsici profondi
(si richiama in proposito l’interpretazione della “sella” di Ca’
Budrio come paleo-valle fluviale). Tale ipotesi non è però
verificabile mediante l’osservazione diretta delle testate dei banchi
della falesia volte a sud perché tamponati dall’argilla.In altri
settori del campo di doline del mini-Graben l’azione di smantellamento
non sarebbe stata così intensa, preservando così parzialmente o in
toto le bancate superiori ove oltre che nel caso dell’Inghiottitoio
presso Ca’ Poggio, sarebbero impostate altre cavità. Il
tratto della V.d.G. tra Sillaro e Santerno è quello in cui essa è più
stretta a causa della giacitura fortemente inclinata degli strati,
probabilmente per la precoce erosione in età messiniana, ed è spezzata
in tanti blocchi da faglie trasversali; dall’Osteriola fino
all’estremità ovest, poco oltre l’abitato di Gesso, il tipo
alabastrino sostituisce la selenite lasciando invariato il profilo dei
cristalli. In prossimità del Santerno, lungo l’alta parete dell’ex
cava Paradisa è ben apprezzabile la distinzione tra banchi superiori ed
inferiori: sono esposti i cicli evaporitici a partire dal III fino al
XIV, con due livelli di gesso caotico, testimoni di due frane geologiche
sindeposizionali (slumps). Più
ad occidente, le rupi di Casa Gessi sono costituite dai cicli selenitici
spessi (fino al IV o V), sopra i quali compaiono direttamente la
Formazione a Colombacci, molto sottile, oppure le Argille Azzurre
plioceniche. In
località Debolezza il gesso scompare a causa di una delle tante
evidenze di mini-Horst, blocco delimitato da faglie più sollevato di
quelli adiacenti, in cui i banchi selenitici non si sono deposti o sono
stati erosi, cosicché le argille del Tortoniano – Messiniano sono
direttamente a contatto con quelle del Pliocene. Circa
200 m più a ovest ricompare il gesso a Monte Penzola, ove per effetto
della tettonica compressiva tangenziale si ha la duplicazione ( o
sovrascorrimento) della successione evaporitica: i primi cinque cicli
della parte occidentale di questo segmento della dorsale sono inclinati
verso l’alto e si sovrappongono, tagliandoli, ai primi sei cicli che
formano la parte orientale della dorsale stessa. Si può osservare
direttamente la superficie dove è avvenuto lo strappo che ha portato
alla sovrapposizione della porzione strappata secondo un piano quasi
orizzontale. La situazione tettonica è ancora più complicata nel lato
sud della cima, dove si osserva la Formazione a Colombacci che sigilla
il sovrascorrimento, definendone quindi l’età di formazione intorno a
5 M fa (VAI, 1994, cit.;VAI et alii, 1994, cit.). In
questo segmento della V.d.G. il carsismo era pressoché inesistente fino
a quando nel settore ad est di Monte Pezzola, tra Debolezza e Santerno,
fu scoperta dalla Ronda Speleologica Imolese il giorno della Befana del
2001 la grotta che le fu dedicata come ringraziamento per il dono
ricevuto. Trattandosi di una cavità nella quale le esplorazioni non si
sono ancora concluse e di cui sono state pubblicate solo scarne notizie
(ad es. MONGARDI, 2000, che segnala la presenza di sorgenti sulfuree al
suo interno, che in generale sono indizio della presenza di importanti e
profonde fratture tettoniche), devo alla cortesia di L. Garelli quanto
segue: sono stati individuati finora tre ingressi a breve distanza tra
loro, tutti intorno a q. 370 s.l.m.; lo sviluppo attualmente noto è di
m 1520 con un dislivello di m 76 e la grotta è impostata su due
fratture principali orientate 100° e 120°, cioè con andamento
longitudinale rispetto alla falesia rivolta a sud ed a pochi metri dalla
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Speleo GAM Mezzano (RA)