GIOVANNI BERTINI MORNIG

   

Luciano Bentini (Gruppo Speleologico Faentino)

   

Mornig nasce sul Carso il 22 novembre 1910 e la passione per il mondo sotterraneo, come per tanti altri giovani triestini, gli nasce in giovane età non venendogli mai meno. Svolge fin d'allora un'intensa attività compiendo audaci esplorazioni nelle più profonde cavità del Carso sia da solo che partecipando ad uscite di Gruppi Speleologici  Ciò avviene, come egli stesso ricorda, nel 1927. Ma poi, per il suo carattere ribelle e indipendente, continua ad andare in grotta da solo o con compagni occasionali di quella che scherzosamente chiama la "Ditta Corsaro & Co.", dal soprannome che gli era stato affibbiato per il fatto che nelle sue uscite porta in testa un fazzolettone nero. Più tardi in Romagna significativamente il suo nome verrà spesso storpiato in "Morgan".

Agli inizi degli anni '30 si trasferisce a Bologna, dove conosce Luigi Fantini, il fondatore del Gruppo Speleologico Bolognese del CAI, di cui diviene amico e con lui collabora a diverse esplorazioni. Dall'ottobre del '33 è però a capo, per breve tempo, di un gruppetto di secessionisti che aderisce al G.E.B. (Giovani Escursionisti Bolognesi); ma ben presto, l'anno successivo, l'abbandona ed inizia le prime solitarie ricerche ed esplorazioni nella Vena del Gesso Romagnola, pressoché sconosciuta dal punto di vista dei carsismo ipogeo.
Fra "Corsaro" Mornig e l'amico bolognese comunque nulla è cambiato: la più profonda grotta esplorata nel Faentino, a Monte Rontana, si chiamerà Abisso Fantini.
In un'epoca in cui le comunicazioni non sono rapide né agevoli (spesso Fantini verrà in Romagna da Bologna in bicicletta), lo speleologo triestino elegge come base operativa Ca' Varnello, abitata dai Biagi: e uno della famiglia, Attilio, "un contadinello di 13 anni" cui verranno dedicate le cavità assorbenti della Tanaccia, diviene uno dei più sicuri e arditi esploratori della zona. Scriverà di lui A.M. Perbellini, inviato de "Il Resto del Carlino": "Lo abbiamo trovato proprio ieri [22/10/1934, n.d.r.] e ci ha guardato con un lungo sguardo di rimpianto. - Vieni anche tu - gli abbiamo detto. Impossibile. La semina richiedeva tutte le braccia. Anche quelle del giovane Attilio. Ma la settimana ventura ... ".
Mornig raccoglie dati, chiede informazioni sulle "tane" ai contadini; quei contadini che, nel vederlo passare quasi sempre solo, con lo zaino sulle spalle, una matassa di corda a tracolla e un grosso rotolo di scalette d'acciaio in mano, gli avevano affibbiato il nomignolo di "om selvadig".
E' alla fine di una di queste esplorazioni, una sera sulla cima del Monte Rontana, che fa conoscenza con alcune persone di Faenza, il dottor Casella e sua moglie Alice ed altri giovani e ragazze che in seguito lo accompagneranno in altre imprese. Costoro con gran meraviglia lo vedono sbucare improvvisamente da sotto terra tutto sporco di fango e ritirare poi a grandi bracciate una lunga corda e dei rotoli di scale.
Mornig era riuscito quel giorno a portare a termine l'esplorazione dell'Abisso Fantini, intitolato all'amico che lo aveva salvato l'anno prima da una critica situazione nella Spipola, ove era rimasto intrappolato per un incidente che avrebbe potuto avere un esito fatale.
Più tardi, a casa del dottor Casella, "con la lingua oleata da buon sangiovese", narra la sua impresa e forse è in questa occasione che nasce il Gruppo Speleologico a cui aderiscono via via diversi giovani di varia estrazione, ma tutti contagiati dalla passione che "Corsaro" ha saputo infondere. Il Gruppo fa capo al Liceo - Ginnasio "Evangelista Torricelli", mentore il Preside prof. Socrate Topi, anch'egli entusiasta.
Tra il giugno 1934 e l'aprile 1935 vengono esplorate una cinquantina di grotte, prevalentemente in territorio di Brisighella, ma con puntate a Monte Mauro e fino oltre il Senio. Di molte di esse Mornig esegue il rilievo topografico, compilando inoltre le schede catastali del R. Istituto Italiano di Speleologia di Postumia: copia di tale prezioso lavoro si è fortunosamente salvata malgrado gli eventi bellici e ha permesso dalla metà degli anni '50 di controllare e riprendere il lavoro iniziato dallo speleologo triestino.
Preziose sono poi le sue lettere a Fantini, che permettono di ricostruire vicende altrimenti oscure e rivelano la stretta collaborazione che sempre vi fu tra i due; proprio a Fantini si devono tra l'altro le splendide foto dei più spettacolari ambienti sotterranei dei gessi romagnoli.
Mornig ha illustrato i risultati delle sue più importanti esplorazioni con articoli pubblicati sul "Corriere Padano" e su "Il Resto del Carlino", articoli che lo spazio tiranno non ci permette di riprodurre integralmente ma i cui titoli sono di per sé significativi, rivelandone il tono appassionato e romantico. A titolo esemplificativo citiamo, dal "Carlino" del 20/9/1934: "Orrido e pittoresco degli abissi. Preparativi -Sotto la minaccia delle frane - Il pozzo più profondo dell'Emilia - La grotta più bella - Antico covo di banditi".
Anche A.M. Perbellini, il già citato redattore del quotidiano bolognese, che partecipa ad alcune esplorazioni capeggiare da Mornig ha scritto pagine di grande interesse: valga per tutte l'intitolazione del lungo articolo apparso il 23 ottobre 1934 sulla discesa all'Abisso Fantini: "Nuove esplorazioni del più profondo abisso emiliano - Sei diavoli al castellaccio di Rontana -Un asso della speleologia - Splendori e insidie del sottosuolo - Dalle aquile ai pipistrelli, da Prometeo a Polifemo - Finalmente le stelle!" .
E a tanto giunge l'entusiasmo di Perbellini che riesce a far si che il "Carlino" patrocini la spedizione faentina progettata da Mornig all'inesplorata Spaluga di Lusiana sull'Altipiano di Asiago, voragine che incute timore per l'ignota profondità, per il fatto che durante la Grande Guerra vi era stata gettata un'ingente quantità di esplosivi e teatro di una tragedia essendovi precipitato, il 18 gennaio 1918, un autocarro carico di soldati italiani che vi avevano trovato la morte ed i cui resti non si erano mai potuti recuperare. L'esplorazione avviene il 27 novembre 1934 (la profondità viene stimata 216 m) e, nei due giorni successivi, il 28 e il 29, il "Carlino" dedica un'intera pagina ai resoconti di Perbellini e di Mornig sull'emozionante discesa e sul recupero di alcuni miseri resti. Un ampio articolo viene pubblicato inoltre su "Il Piccolo" di Trieste del 29 novembre.
Una scoperta di grande rilievo è il riconoscimento, nel marzo 1935, che l'ampia caverna d'accesso alla Tanaccia di Brisighella era stata utilizzata in età preistorica; i primi sondaggi iniziati da Mornig col dott. Stefano Acquaviva e proseguiti poi dal dott. Antonio Corbara portano in luce vari reperti tra cui tre boccaletti ceramici integri attribuibili alla prima età del bronzo, esposti in seguito nella saletta speleologica allestita dallo stesso Mornig al Liceo - Ginnasio "E. Torricelli".
La Saletta Speleologica, poi intitolata a Socrate Topi, per volontà di quest'ultimo era stata allestita nei mesi precedenti come sezione del Museo di Scienze Naturali da Mornig ed è da considerare indubbiamente il coronamento delle conoscenze da lui acquisite sul carsismo superficiale ed ipogeo, con grande rilievo all'idrologia sotterranea di cui aveva indagato e scoperto gran parte delle incognite. Un grande plastico, foto, rilievi anche tridimensionali costruiti con ingegnosi accorgimenti, cristalli di gesso, campioni di alabastro, concrezioni, pisoliti, minerali, fossili, reperti archeologici della, Tanaccia, esemplari di fauna e flora cavernicola, erano stati disposti razionalmente nella saletta e, come appare in una corrispondenza del "Corriere Padano" del 6 aprile 1935 era "la prima raccolta, degna di tal nome e degnamente collocata, della zona carsica romagnola che va da Tossignano a Brisighella. Nessuno o pochi hanno messo in luce la ricchezza, degna di studio, di questa zona quasi dimenticata: il giovane Mornig che ha esplorato caverne e abissi e scoperte innumerevoli grotte ha nel preside del Liceo trovato la possibilità di costruire un'importante sezione speleologica regionale che sarà invidiata a Faenza."
Ciò non impedirà che 50 anni dopo non solo la saletta, ma tutte le raccolte naturalistiche del Museo di Scienze Naturali del Liceo, vengano sfrattate e sistemate in modo precario in un buio e tetro corridoio, poiché l'Amministrazione Comunale di Faenza, con la squisita sensibilità per la cultura, l'arte, la scienza e le vestigia storiche cittadine, che l'ha contraddistinta in tutti i tempi, non trova di meglio che utilizzare i locali che le ospitava per sistemarvi la Scuola di Disegno, a sua volta sbattuta sul lastrico.
A salvare dall'oblio e dalla polvere la raccolta Mornig provvede ora per fortuna il G.S.F. che, nel cinquantenario della sua fondazione, ne ottiene il prestito allestendo la Mostra che verrà inaugurata il prossimo autunno nei locali del nuovo Museo Civico di Scienze Naturali.
Ma una "futile bega", come dice Mornig, che risaliva all'ormai lontano 1929 e che aveva creato uno screzio tra lui e la XXX Ottobre a proposito dell'ingiusta accusa formulata da quest'ultima sulla "veridicità" dei suoi rilievi di alcune grotte del Carso, è causa del rifiuto da parte di Anelli di accettarlo come socio dell'Istituto Italiano di Speleologia. L'amarezza è talmente grande che Mornig decide di piantare tutto e di partire volontario per l'Africa orientale (e solo i buoni uffici del dott. Casella, di Fantini e di altri amici riusciranno a far sì che il suo desiderio si realizzi).
Non v'è di meglio, per comprendere il suo stato d'animo, che riprodurre un passo di una lettera di Mornig a Fantini in data 31 marzo 1935: " ... Io ho finito la mia carriera di speleologo, e posso ringraziare l'Istituto. Inutile le dica, caro Fantini, sull'attività da me svolta in quest'ultimo anno, vero? - Tre conferenze, due mostre ed un Museo oltre alle esplorazioni e studi idrologici sull'Abisso Fantini, e le Grotte di Cavulla. Si ricorda inoltre che lei à scritto varie volte al dott. Anelli per farmi avere la Tessera?" La risposta che ò avuto oggi, è questa: "Per Lei sono spiacente di non poter aderire al desiderio di avere la nostra Tessera: ci risulta che Ella sia stata allontanata dalla Soc. XXX Ottobre di Trieste, sodalizio che tanto à contribuito ... etc." Che sia stato allontanato nel 1927 sì, per il semplice motivo che non sono stato mai socio della XXX Ottobre. Ma è pure vero che con gli speleologi di detta società sono stato sempre in ottimi rapporti e pure in seguito e fino al 1931, anno in cui lasciai Trieste ho continuato con loro le esplorazioni, e che in ottimi rapporti sono ancora in specie con il loro Presidente, Cesare Prez. Comunque non credo che per una futile bega, se bega si può chiamarla, avvenuta otto anni or sono, mi si neghi la Tessera... Ad ogni modo io ne ò abbastanza, e taglio corto. Il risultato di tutto ciò? Eccolo: il Gruppo romagnolo va a monte. Del materiale mio avviene questo: le corde, parte regalate, parte vendute ai contadini, delle scale, i piuoli serviranno per il fuoco, i cavi tagliuzati gli venderò come ferro vecchio. Circa i fogli di Catasto di 106 grotte, 86 grafici, i schemi dei corsi d'acqua sotterranei dell'Abisso Fantini, della Gr. di Martino, del Torrente antico, della Grotta Rosa, Noce e degli Abissi Acquaviva e Casella trovati con colorazioni di fluorescina, relazioni sulle 86 grotte; insomma tutto quello che ò fatto, lo brucerò! Ne basta: l'opuscolo sulle grotte del brisighellese che doveva essere pubblicato il 20 aprile va a monte; la pellicola di Lusiana già bruciata, le diapositive avranno la stessa fine. Non voglio tenere insomma nulla che accenni alle mie esplorazioni. Rimarrà solamente il Museo, ma non per mia volontà. Chi vorrà continuare le esplorazioni dovrà ricominciare da capo. ... "
In Africa Orientale Mornig rimane anche dopo la fine della guerra e seguendo la sua innata passione percorre impervie e selvagge zone raccogliendo notizie ed esplorando cavità note solo agli indigeni. La seconda Guerra Mondiale interrompe tale attività e la sconfitta italiana significa per lui, sempre fedele alle sue idee politiche che mai rinnegherà, ma soprattutto appartenente "a quella razza di italiani che non si è mai piegata davanti a alcuno", la prigionia nei peggiori campi di concentramento del Kenia e del Sudafrica, in particolare in quello speciale di Zonderwater dove mette per iscritto i ricordi con cui nelle lunghe serate intrattiene i compagni di sventura. Nasce cosi "Fascino di Abissi", la sua opera più bella, che avvince il lettore per le forti emozioni e per la rara suggestione che il suo stile personalissimo, a volte veramente poetico, riescono a creare.
Finita la guerra ritorna a Trieste con il suo vecchio e logoro cappello da alpino, unico ricordo di 12 anni di esperienze africane ma, come anni dopo scrive su "La Voce di Genova" del luglio '62 " ... i miei camerati se ne andarono subito alla ricerca dei loro famigliari, mentre io rimasi solo, ad aspettare che la vita si risvegliasse ... A Trieste non avevo nessuno, e, dopo tanti anni di assenza, da chi, poi, dovevo andare?
Faceva freddo, molto freddo, e c'era la neve: una neve sudicia e sporca e la bora miagolava di continuo, a volte ruggiva con raffiche violente.
E fu appunto la bora che mi diede il benvenuto in quel gelido mattino ... Un ben lugubre benvenuto!"
Torna a calarsi nuovamente negli abissi in cui era disceso negli anni giovanili, ma stavolta per un compito tragico e nobile, per dare una pietosa sepoltura ai corpi straziati delle vittime innocenti trucidate e infoibate, per il solo fatto di essere italiane, da quelle che definisce "le orde civili e liberatrici slave": "Chi non ha visto, come abbiamo visto noi, l'orrore delle foibe, chi non sa, come lo sanno coloro che si sono calati nelle viscere della terra, per il pietoso recupero dei corpi rinsecchiti e mummificati, (le braccia ancora legate con ferro spinato) chi non sa dei loro martirio non può immaginare tanta tragedia! ... a quasi vent'anni di distanza, sarei ridisceso nell'Abisso Plutone per constatare la presenza di numerose salme, e da quel momento, con un profondo senso di tristezza e di amaro nel cuore, avrei lasciato nei profondi abissi del Carso un cero acceso, umile omaggio nostro, ai Martiri delle foibe. E cosi il Pozzo della Miniera, a poche centinaia di metri dal Plutone che tutt'ora contiene oltre 2000 salme! Duemila e più esseri umani che, legati a cinque o sei con filo spinato, venivano fatti passare, di notte, vicino alla voragine: un colpo alla nuca al primo o, nella maggior parte dei casi, uno spintone, ed il susseguirsi delle tragiche catene umane dei vivi precipitava nel profondo con un urlo lacerante cui faceva eco la risata satanica dei carnefici."
Diviene poi socio del Gruppo Triestino Speleologi ed è membro del Comitato organizzatore del II Congresso Nazionale di Speleologia di Asiago (l'unico a cui risulta abbia partecipato, in sintonia col suo carattere); più tardi aderisce alla Sezione Geospeleologica della S.A.S.N., indi è nuovamente, intorno alla metà degli anni '50, in Romagna.
A Faenza comunque aveva ripreso i contatti fin dall'immediato dopoguerra, come risulta da una sua lettera inviata a Fantini da Trieste il 22 luglio 1947, ove l'informa che l'ing. Dino Bubani l'aveva assicurato che tutte le relazioni, disegni, rilievi di ben 114 grotte [sic] erano in salvo (dunque, come già anticipato, il proposito di bruciare tutto non era stato attuato) e che glie le avrebbe spedite al più presto.
Nella premessa di un lavoro rimasto inedito, "Grotte di Romagna", Mornig riferisce di aver effettuato nel dopoguerra tre nuove campagne speleologiche: la prima nel 1955, della durata di 45 giorni, svolta con l'intento di studiare l'accessibilità delle più belle grotte del brisighellese; la seconda, della durata di 60 giorni, nel 1956, durante la quale esplorò il tratto tra il Senio e il Sintria; la terza, di tre mesi, nel 1957, per lavori di riordinamento della raccolta da lui allestita nel Liceo di Faenza e per riprese cinematografiche di alcune grotte della zona, in collaborazione col prof. Emiliani e speleologi faentini e brisighellesi.
Partecipa anche agli scavi archelogici organizzati nel 1955 dalla Soprintendenza alle Antichità dell'Emilia-Romagna nella Tanaccia, da lui riconosciuta come insediamento preistorico vent'anni prima.
Il riferimento agli speleologi faentini ci riporta alla nascita del nostro Gruppo; in realtà si trattava di due gruppi: il "Città di Faenza" e il "Vampiro", costituitisi indipendentemente l'uno dall'altro a breve distanza di tempo nel 1956 e ben presto antagonisti ma non nemici.
Nell'estate di quell'anno sapemmo che il noto speleologo triestino era tornato in Romagna per riprendere le esplorazioni nella Vena del Gesso.
Avevo spesso sentito parlare di lui da un amico di Brisighella, Andrea Liverzani, perché Mornig era stato in alcune occasioni ospite di suo padre che conosceva dagli anni '30 ed aveva iniziato Andrea alla speleologia portandolo con sé in alcune grotte. L'immagine che me ne ero fatta era quella di un uomo ancora nel pieno delle forze, sicuro di sé in tutti i frangenti ed in grado di superare qualsiasi difficoltà, come lo aveva descritto Perbellini sul "Carlino" nel 1934: " ... il giovane triestino ... esploratore ufficiale di tutte le grotte gessose che si stendono dal Lamone al Sillaro, ed asso consacrato di codeste ardue e pericolose avventure sotterranee ... alto, slanciato, occhi acuti come spilli, carnagione olivastra ... a volte a volte decoratore, elettricista, fotografo, disegnatore... con la passione...salda e irresistibile delle profondità... ; con una cera scura che pare risenta delle "immersioni" nelle tenebre eterne ... assume nella vita cotidiana l'aspetto di una marionetta dinoccolata e senza rilievi. Ma quando è "al lavoro", egli si anima improvvisamente, assume una straordinaria imperiosità, dirige le operazioni con un'autorità e un'energia che addirittura lo trasformano ... non soltanto uno sportivo, ma anche uno scrupoloso indagatore delle grotte che esplora, di cui ritrae le sagome in esatti spaccati e precise planimetrie e da cui riporta reliquie geologiche, fotografie, esemplari di tutti i generi".
Ricordavo di aver intravisto tali plastici foto e reperti nella saletta del Museo di Scienze Naturali quando studiavo al Liceo; già a quell'epoca forse ero stato contagiato anch'io dal "fascino degli abissi" che avevo potuto però sperimentare soltanto qualche anno dopo.
Riuscimmo entrambi i Gruppi, a metterci in contatto con Mornig e subito programmammo una serie di esplorazioni da farsi insieme, anche perché egli diceva di ricordare esattamente l'ubicazione di molte grotte individuate, ma non esplorate, all'epoca della sua partenza per l'Africa.
La domenica, di prima mattina, cominciammo ad incontrarci a Brisighella, dove "Corsaro" aveva trovato un precario alloggio, e di lì partivamo seguendo le sue indicazioni. Indossava sempre un maglione nero, calzoni di tela caki ed un cappellaccio di feltro, che preferiva al vecchio elmetto di acciaio della Prima Guerra Mondiale dipinto di giallo.Ben presto ci accorgemmo però che le dure esperienze e le traversie avevano lasciato il segno intaccando il suo fisico: bastava un bicchiere di vino perché gli si impastasse la lingua.Una volta lo cercammo per tutto il paese e solo dopo lunghe ricerche lo trovammo che dormiva in una greppia piena di paglia in una vecchia stalla in disuso. 

Fu in piedi in un attimo, ma si vedeva che non era completamente lucido: aveva passato il sabato notte a discutere con qualche conoscente o compagno occasionale e i bicchieri erano stati troppi.Quel giorno, dopo una lunga battuta diretta a ritrovare l'Abisso Carnè, un contadino ci accompagnò all'ingresso di una voragine che a detta di Mornig sembrava averne le caratteristiche: si rivelò invece una cavità inesplorata, con profondi pozzi ed una vasta sala concrezionata, catastata poi con lo stesso nome di quella che inutilmente avevamo cercato.
Alla fine dell'estate Mornig tornò a Trieste ed all'inizio dell'anno successivo partii per il servizio militare; solo durante una breve licenza seppi delle nuove esplorazioni e dei filmati realizzati per sua iniziativa. Ma mi resi anche conto che a Brisighella era divenuto un personaggio scomodo perché non aveva peli sulla lingua e, specialmente quando aveva alzato il gomito, si lasciava andare a sostenere pubblicamente, senza mezzi termini, le sue convinzioni politiche; mi accorsi che pure i miei amici del "Vampiro" cercavano ormai di evitarlo.
Forse anche per queste nuova amarezze, per l'incomprensione nei suoi confronti, forse per la salute precaria, Mornig non tornò più in Romagna, ma la causa determinante sembra essere stata la morte, avvenuta quell'anno, di Alice Casella. Sebbene non lo abbia mai detto apertamente, una testimonianza in tal senso ci è offerta da un brano di " Grotte di Romagna" ove, a proposito dell'Abisso Carnè, non si limita a descrizioni morfologiche e tecniche, ma esprime il suo accorato, affettuoso sentimento e l'amara consapevolezza che quel mondo legato agli anni della sua giovinezza e che si era illuso di far rivivere era ormai tramontato per sempre:"Nel settembre del 1957, quando tornai a Brisighella per la terza campagna speleologica del dopoguerra, ebbi la triste notizia dal Dott. Oscar Casella che la sua adorata Consorte era deceduta alcuni mesi prima; era affranto dal dolore. E un grande dolore ne provai anch'io perché apprezzavo in Lei, come del resto tutti coloro che la conoscevano, la Sua bontà d'animo, la sua gentilezza.
Si decise cosi, con i giovani speleologi faentini e brisighellesi di murare sul fondo dell'Abisso Carnè ... una piccola piastrella di ceramica con il Nome della Scomparsa.
La prima domenica di ottobre del 1957, presente il Dott. Casella, il Prof. Emiliani, ed i giovani speleologi, venne prima celebrata la S. Messa nella chiesetta di Rontana, in suffragio di Alice Casella; poi tutti si portarono sull'orlo dell'Abisso.
Le scale furono snodate e calate nel baratro. Uno scese, aveva nello zaino la piastrella di ceramica bianca, con una semplice scritta in nero: ALICE CASELLA - speleologa.
. Il giovane scese lesto giù per la scaletta d'acciaio e si inoltrò fino all'ultima caverna dove murò sulla parete quel piccolo segno di omaggio e di commosso ricordo; risalì e le scale vennero ritirate.
E un mazzo di fiori venne gettato nell'Abisso ... "
Per lunghi anni non sapemmo più niente di preciso di Mornig anche se ci giunsero varie notizie: che s'era trasferito a Genova, che s'era fatto ricoverare in un sanatorio per disintossicarsi e che ne aveva tratto giovamento, che era tornato a Trieste ove s'era sposato.
Soltanto nel '72 " Corsaro" arrivò, senza alcun preavviso, a Bologna in occasione del Quarantennale del G.S.B.-CAI per ritrovarsi col suo vecchio amico Fantini; ma noi di Faenza lo sapemmo troppo tardi e perdemmo l'ultima occasione di rivederlo.
Poi abbiamo letto nelle note di Gianni Spinella e di Mario Kraus del suo girovagare a Trieste da un gruppo all'altro, senza trovare un collocamento fisso se non negli ultimi anni della sua vita.
Per quelli di noi che l'hanno conosciuto v'è ora il rammarico e il rimpianto di non aver saputo comprendere pienamente quest'uomo che, per dirla con Paolo Grimandi, fu libero, pieno di umanità e fierezza, doti con le quali aveva superato le fatiche, le avversità e le umiliazioni di anni difficili, segnati forse dall'impossibilità di adattamento ad un mondo che rapidamente cambia, che presto dimentica, che ha sempre meno tempo per amare, che teme il silenzio e la solitudine.

      

Speleo GAM Mezzano (RA)