Speleologia Emiliana N° 5 - Anno XX - IV serie - Settembre 1994 , rivista della FEDERAZIONE SPELEOLOGICA REGIONALE DELL'EMILIA ROMAGNA - Atti del 9° convegno speleologico dell'Emilia Romagna - Casola Valsenio, 31 ottobre 1993
      

ESPLORAZIONI DEL GRUPPO SPELEOLOGICO FAENTINO NEI GESSI DI MONTE MAURO - MONTE DELLA VOLPE (VENA DEL GESSO ROMAGNOLA)

Sandro Bassi, Roberto Evilio, Marco Sordi (Gruppo Speleologico Faentino)

Negli ultimi quattro anni l'attività dei G.S.Fa. nella Vena del Gesso romagnola (d'ora in poi V.d.G.) si è concentrata sulla zona centrale, compresa tra la valle del Sintria ed il sistema Rio Stella-Rio Basino e culminante con Monte Mauro (515 m), massimo rilievo dell'intera Vena. Si tratta di un'area che in passato era stata sempre trascurata ed erroneamente ritenuta priva di fenomeni carsici rilevanti; gli unici, conosciuti fin dagli anni '50, consistevano in una serie di cavità tettoniche attorno alla cima di Monte Mauro, nelle tre grotte di Cà Monti e in due grotte poste a quota più bassa: quella di Cà Castellina e quella della Colombaia.

Il "sospetto" che in realtà dovesse esserci ben di più era peraltro sempre esistito. Vediamo perché: il Rio Basino (principale collettore del massiccio), poco prima di uscire a giorno con la risorgente omonima, riceve due grossi affluenti, uno a sifone in sinistra idrografica ed uno a cascata, con sovrastante strettoia, in destra; entrambi di provenienza ignota ma con bacini di assorbimento certamente molto vasti, a giudicare dalla portata. Quello di destra si supponeva appunto provenisse dalla zona in esame. Fin dai primi anni '80 il Gruppo aveva quindi iniziato una minuziosa campagna esplorativa sulla dorsale tra Cà Faggia e M. Mauro, scoprendo e rilevando una lunga serie di buchetti - tutti siglati con F. - di sviluppo e caratteristiche diverse (da fratture tettoniche più o meno complesse a paleo-inghiottitoi), ma accomunati dal fatto di non "sfondare" verso il basso. La scoperta dell'Abisso F.10 ha invece segnato la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra. Certamente è la tessera fondamentale di questo laborioso mosaico, anche se un collegamento con il sottostante Rio Basino è stato finora appurato solo per via idrologica, tramite colorazioni con fluoresceina. L'acqua dell'F.10 è la stessa che scaturisce dalla fessura dell'affluente di destra idrografica, quello che si getta nel Basino con la nota cascatella.

PREMESSA

Dopo anni di confusione ed equivoci nelle ricerche e nelle esplorazioni, nel 1981 all'interno del nostro Gruppo si decise di procedere alla suddivisione in zone della V.d.G. facendo riferimento alle località presenti e siglando di conseguenza le nuove cavità per un più facile riconoscimento. Prendendo come esempio il presente lavoro abbiamo F.10 = (Cà) Faggia 1 0, oppure M. 1 = (Cà) Monti 1 e così via. La cosa è stata fatta presente anche in Federazione per una standardizzazione, ma dalla metà degli anni '80 l'attacco scoordinato portato alla V.d.G. da Gruppi più o meno nuovi ha riportato la situazione nel caos: ognuno ha battuto, disostruito ed esplorato - giustamente ma all'insaputa degli altri - siglando nelle più svariate maniere ed approfittando anche dei vari "el Dorado" sotterranei che altri avevano trovato. Non è una polemica, questa, ma una vecchia situazione che si sta trascinando da molti anni: sei o sette gruppi lavorano sulla V.d.G. romagnola ed ognuno tira l'acqua al suo mulino, operando come vuole, spesso senza criteri. Non siamo in Marguareis, né in Apuane, né sulle Grigne: la V.d.G. è molto più piccola, possibile che gli speleologi romagnoli non riescano a trovare un pur minimo accordo per lavorare in una proficua collaborazione?

CRONISTORIA ESPLORATIVA

ABISSO F. 1 0

Aperto nell'autunno del '90 dopo una lunghissima opera di disostruzione, questo abisso, con i suoi -220, si è rivelato il più profondo al mondo in rocce gessose. L'ingresso si apre in una modesta dolina, a quota relativamente alta (405 m), sulla dorsale secondaria che separa la sella di Cà Faggia dal gruppo di doline di Cà Monti.

La morfologia della prima parte non si discosta molto da quella di altre grotte della Vena dei Gesso: una rapida sequenza di saltini, pozzetti e pozzi, intervallati da brevi ma micidiali cunicoli meandriformi unitamente a tanto, tanto fango; il tutto, in breve, precipita a - 100. La sequenza dei pozzi P.3-P.7-P.9-P.12-P.30 termina con uno splendido e articolato P.15 a cui si accede tramite una cengia raggiungibile pendolando 6 metri sopra il fondo dei P.30. Fin qui lo spostamento in pianta è modesto: il rilievo evidenze che la grotta scende a spirale, sempre impostata su una frattura velocemente erosa dalle acque. La base del P. 15 segna una svolta nell'andamento della cavità, presentandosi con un meandro, con acqua corrente sul fondo ed un camino tappezzato di grandi cristalli di gesso a monte. A valle - perché è questa che più ci interessa - dopo l'ossessiva strettoia della "Saddam-muri", si procede nel meandro, ora fossile, asciutto e comodo. Dopo un paio di saltini, si giunge in una saletta in cui riappare il torrente, arricchito d'altri apporti. Sulle pareti, fino a circa 1,5 metri di altezza, si notano evidenti livelli di piena che non sembrano poi tanto antichi.

Qui la grotta "esplode", con parti alte vaste e caotiche, non ancora ben esplorate, mentre la via dell'acqua segue un fangosissimo cunicolo d'interstrato; per fortuna non dura a lungo: infatti si procede nella parte fossile di un bel meandro, fino ad una caratteristica galleria in cui appaiono le prime splendide colate calcitiche. La direzione della grotta, nord-est, delude chi sperava in una facile discesa verso il complesso sottostante, ma esalta chi spera di sciogliere il mistero delle acque drenate dal bacino di M. Mauro. Ci troviamo in una zona in cui la prosecuzione non è evidente, in mezzo ad una quantità di strettoie che tirano aria. Una di queste, peraltro l'unica forzabile "senza scasso", immette, in una zona sontuosamente concrezionata e ricca d'acqua.

Tramite due saltini, uno dei quali arrampicabile - non senza qualche rimpianto - su concrezioni mammellonari degne di Frasassi, arriviamo in una regione in cui, obbligati a lasciare la via dell'acqua, si sale tramite strettoia ad una saletta all'incrocio tra il meandro principale e una diaclasi. Salendo ancora con cauta arrampicata si raggiunge il tetto del meandro. Questo è senz'altro uno dei nodi principali della grotta. Il nome, Triclinio, è dovuto al fatto che, essendo asciutto e senza fango, anzi con morbida sabbia, viene utilizzato per le soste ristoratrici: la ridotta altezza non consente di mangiare seduti, ma ci si adegua, memori dell'antica Roma. Ciò che più colpisce è la caratteristica sezione cupoliforme della volta, perfettamente liscia e ornata di splendidi arabeschi di gesso secondario, formatisi per dissoluzione operata dai veli di umidità. Le dimensioni rivelano che le acque che hanno creato questi ambienti erano ben più copiose del ruscello che corre ora in profondità, il quale può essere raggiunto discendendo il meandro fino al greto che si presenta con una pendenza lieve, abbastanza costante in una galleria dalla facile percorribilità. Dopo 150 metri, una strettoia sifonante impedisce la prosecuzione: da segnalare un affluente a sifone con discreta portata che si immette nel corso principale in destra idrografica; ogni tentativo di risalirlo o aggirarlo è risultato vano (la strettoia a -182 ha costituito il primo fondo raggiunto).

Il passo successivo per il proseguimento delle esplorazioni è stato quello di cercare di rimanere il più vicino possibile alla volta del meandro, essendo ormai chiaro che la via seguita attualmente dall'acqua presenta difficoltà insormontabili: quindi, dal Triclinio, scesi pochi metri, si inizia a traversare un bel meandro perfettamente eroso, con progressione a volte difficile a causa della sua larghezza. Un'ennesima colata di concrezione che sembra ostruire il passaggio viene risalita per circa 10 metri fino ad una fiabesca saletta. Grappoli di stalattiti "spaghettiformi" pendono dalla volta, sul pavimento grosse stalagmiti, a formare un ambiente del tutto unico in grotte della V.d.G. La quantità di concrezioni calcaree è talmente anomala rispetto a tutte le altre grotte della Vena da meritare approfonditi studi sulla loro genesi: è probabile siano da ricercare cause peculiari e specifiche di questa cavità.

Dopo questa zona concrezionata il meandro continua a saliscendi, cosa che in prima esplorazione ha creato non pochi problemi, finché con un'ultima risalita si perviene in un'ampia galleria. Questa zona è molto interessante dal punto di vista esplorativo poiché presenta due piccoli ma significativi affluenti sulla destra idrografica: il primo risalito per alcuni metri, porta alla base di uno spettacolare camino alto non meno di 20-25 m e ingombro per almeno metà diametro di una concrezione colonnare di aspetto e dimensioni eccezionali.

Dopo qualche decina di metri lungo la galleria ecco il secondo affluente; di questo conosciamo la provenienza: granuli di polistirolo alla sua base rivelano che qui arriva la Grotta a sud-est di Cà Faggia, oggetto di un maldestro tentativo di "colorarne" il modesto ruscello che vi scorre al nuovo fondo raggiunto recentemente dal GAM (si può ipotizzare quindi che in questa zona confluiscano anche le altre cavità - note o meno - che si trovano ad est di Cà Faggia).

Tornando alla galleria, superato quest'ultimo arrivo, assistiamo ad una brusca accentuazione della pendenza degli strati, poi il pavimento sparisce in un P.20 molto bello, specie nell'ultima parte. Nel pozzo, dopo una decina di metri di discesa, riappare il torrente che si getta con fragore in una campata gemella alla prima, distante pochi metri. Qui la grotta diventa abbastanza caotica: dopo pochi metri dal fondo dei P.20 si perviene in una sala fangosa e con massi di crollo e con un altro P.20 sotto cascata si giunge al termine attuale delle esplorazioni: una strettoia sifonante, peraltro forse aggirabile (posta presumibilmente a -220; una ventina di metri di dislivello ci separa dal letto del Basino).

Una "punta" successiva, partita dalla base del P.23, ha portato all'esplorazione di un ramo ascendente che costituisce forse la fase intermedia dell'approfondimento del torrente. Si tratta comunque di un ramo molto complesso che necessita di mezzi artificiali per progredire.

Già ora la grotta ha conseguito, nel suo genere, un primato mondiale di profondità, ma al di là delle cifre si è chiarito soprattutto che questo è il vero nodo idrologico dell'area, come collettore della dorsale Monte Mauro-Sella di Cà Faggia.

GROTTA SOTTO LA ROCCA DI MONTE MAURO (387 E-RA)

Conosciuta nella sua parte iniziale (i primi 30 metri) fin dal 1958; nell'aprile '91 una lunga opera di disostruzione consente di esplorare altri 250 m, fino a -59. La grotta, completamente tettonica, è, in sostanza, impostata su una grande frattura con direzione WE, parallela alla parete esterna dei monte, senza alcuna traccia di attività idrica a parte i veli di condensa che hanno creato per dissoluzione bei drappeggi candidi. Per il resto, imponenti fenomeni di crollo hanno contribuito a disegnare una morfologia dalle caratteristiche quasi apuane (Sordi, 1993).

GROTTA CARLO AZZALI (M. l)

Scoperta nell'estate '91 ed esplorata dopo lunga e laboriosa disostruzione dell'ingresso, che si apre a quota 400, alla base dei lato ovest di un'ampia dolina posta a nord-est di Cà Monti. Le speranze iniziali di scendere fino al collettore dell'F.10 a monte dei corso attualmente conosciuto si sono rivelate vane e sembrano destinate a rimanerlo. La grotta presenta uno sviluppo modesto, di 130 metri, e il fondo, a -28, non ha offerto concrete possibilità di prosecuzione, nonostante i tentativi di scavo.

Parrebbe una cavità senza infamia e senza lode se non fosse per la particolarissima presenza al suo interno di cristallizzazioni di quarzo puro, di struttura dendritica bianco candida ("quarzo scheletrico"), su grandi macrocristalli di gesso in dissoluzione. Analisi microscopiche e chimiche effettuate da P. Forti (1993) hanno accertato che la genesi dei quarzo deve essere stata concomitante alla dissoluzione, parziale o totale, dei gesso, che quindi doveva essere preesistente. Ciò esclude la possibilità di una precipitazione del quarzo a temperatura superiore ai 50 gradi centigradi, dato che in tal caso si sarebbe prodotta un'alterazione del gesso in anidrite. In attesa del responso di un'ulteriore analisi tesa a definire la temperatura di formazione del quarzo, si ipotizza l'esistenza locale di condizioni ambientali che abbiano permesso la deposizione dei quarzo cristallino a temperature medio-basse, tali da non comportare la trasformazione del gesso in anidrite. Resta questo il primo ritrovamento di quarzo scheletrico effettuato non solo in ambiente carsico gessoso, ma in una qualsiasi grotta al mondo ove non vi siano state condizioni di termalità (Forti, cit.).

ABISSO VINCENZO RICCIARDI (M.2)

Scoperto ed esplorato nell'autunno '92. L'ingresso si apre nel punto più basso della stessa dolina dell'M.1 ed era ostruito da un analogo tappo di terra e detriti. Si è rivelato di notevole complessità e interesse, non solo dal punto di vista speleologico, ma anche archeologico e faunistico.

Consiste in una parte fossile, con un ramo laterale completamente rivestito da splendide concrezioni e percorso solo durante la prima esplorazione (si è deciso di preservarlo astenendosi da ulteriori visite: si chiede altrettanto anche agli altri gruppi trattandosi comunque della parte meno promettente per eventuali prosecuzioni); di un settore "centrale" che gravita su un pozzo in frana, aggirabile in libera; e di un livello inferiore con una lunga galleria, con direzione nord, percorsa da un ruscelletto fino a -100: qui la galleria si abbassa e si restringe drasticamente, precludendo ogni prosecuzione.

Pur essendoci un sottostante spessore carsificabile per un potenziale di altri 150 metri, i livelli di piena qui osservabili, la morfologia sub-orizzontale con marcate anse e la totale assenza di circolazione d'aria lasciano supporre che più avanti si trovino ostacoli (sifoni o laminatoi sifonanti) che permettono solo un lento smaltimento dell'acqua.

Interessante si è rivelato un affluente di sinistra idrografica, proveniente da un ramo lungamente risalito nel tratto principale fino a quota non lontana dall'esterno (a giudicare dalla presenza di detriti vegetali) e a sua volta ramificato in subaffluenti provenienti da pozzi di aspetto e dimensioni insolite per i gessi.

Ma a prescindere dalle eventuali possibilità esplorative future, la grotta presenta un particolare interesse idrologico. Il torrentello principale potrebbe alimentare il corso dell'F. 10, affluente di destra del Rio Basino. In caso contrario rimangono solo due ipotesi plausibili: che arrivi all'affluente esterno dei Basino (risorgente ad ovest di Cà Poggiolo, non catastata) oppure al sifone della Grotta della Colombaia; entrambi sono notevolmente lontani (Bassi e Caneda, 1993).

Altri due particolari meritano di essere segnalati: la presenza, nella galleria inferiore, di banconi di calcare biancastro evaporitico, tutt'altro che comune nelle grotte della V.d.G.. Il tratto terminale dell'abisso si sviluppa quindi al contatto tra l'ultimo ciclo carbonatico ("calcare di base") e il primo ciclo evaporitico basale ("sottobanco") (Marabini e Vai, 1993).

Infine, va citato il rinvenimento di un vasetto fittile a circa 50 metri dall'ingresso e alla profondità di 23 metri. Tale reperto, databile alla seconda età del ferro (VI-V sec. a.C.), è di ceramica grossolana di impasto compatto, nera in frattura e rossastra in superficie: non è possibile per ora un preciso inquadramento culturale anche se i riferimenti più attendibili vanno alle popolazioni centro-italiche che abitavano l'Italia medio-adriatica (gli umbri storici), le quali nel VI-V sec. a.C. con il loro flusso migratorio dettero un impulso decisivo al popolamento dei territorio romagnolo. Resta da spiegare come e quando il manufatto sia pervenuto in grotta: non presenta tracce di fluitazione e sembra quindi da escludere un trasporto da parte delle acque meteoriche. Suggestiva e comunque non inverosimile (per quanto non confortata, al momento, da prove) è l'ipotesi di un deposito intenzionale da parte dell'uomo, introdottosi nella grotta tramite un ingresso ben più agevole di quello attuale, che è solo quanto rimane dopo imponenti fenomeni di crollo (Bentini, 1993).

M.3 & M.4

Dalla grande dolina dell'M.1 e M.2, scendendo verso nord, si incontrano in rapida successione altre due ampie doline: nella prima si trova l'M.3, piccolo punto idrovoro in fase di scavo, nella seconda invece si apre l'M.4, inghiottitoio lungamente disostruito nell'inverno '92 che, tramite un P.6 e vari scivoli fangosi, scende a -20 fino ad una strettoia tuttora "sotto cura".

L'interesse di quest'ultima grotta è che si trova all'incrocio tra la direttrice che unisce le varie doline con i buchi M. e quella 330°, congiungente le zone profonde dell'F.10 con M. Mauro, passando per varie grandi doline. Un suo sfondamento porterebbe, forse, a giungere nel grosso collettore del massiccio.

INQUADRAMENTO IDROLOGICO

In attesa di studi sulla genesi, la struttura e la morfologia delle cavità in oggetto, ci si limita qui a qualche considerazione sull'assetto idrologico. Rimane infatti questo uno dei punti più affascinanti del vero rompicapo costituito dal sottosuolo di Monte Mauro. Al momento vi sono parecchie ipotesi e alcune certezze: tra queste ultime il fatto che il torrente dell'F. 10 è lo stesso che si getta nel Rio Basino con la cascatella di destra idrografica (prove colorimetriche del 16/10/'91). Nella Grotta sorgente del Rio Basino, a monte di tale confluenza (cioè verso il Rio Stella, finora considerato "parte alta" del Basino, ma erroneamente e vedremo perché), si nota un vistoso cambiamento di morfologia: non più imponente galleria con pareti caratteristicamente erose a paleolivelli di scorrimento, ma laminatoi, frane, strettoie; ambienti più articolati, caotici e angusti che denunciano una situazione instabile, di non raggiunto profilo d'equilibrio. Al contrario le morfologie imponenti si ritrovano nella parte terminale dell'F.10, la forra a pareti solcate dalle caratteristiche erosioni non lascia dubbi. Quindi il sistema F.10-Basino (e non già lo Stella-Basino) va considerato il vero collettore di tutta la zona: da un punto di vista puramente geografico l'F. 1 0 appare affluente del Rio Basino e invece va considerato tutt'uno con quest'ultimo (in questo senso il Rio Stella è un affluente e non la parte alta dei Basino come si è sempre creduto).

Inoltre si consideri che la portata dell'affluente a cascata è mediamente superiore a quella dei "corso principale" alla confluenza; più volte si è osservato quest'ultimo in secca mentre "l'affluente" è sicuramente perenne. Non si tratta di un cavillo geografico o di stabilire quale sia il corso d'acqua gerarchicamente più importante per sostituire una teoria con un'altra: se si accetta che il vero collettore è l'F.10, si dovranno cercare in quest'ultimo gli affluenti provenienti da tutto il massiccio di Monte Mauro. Una concomitanza di eventi ha interrotto la continuità tra Basino e F. 1 0 e prodotto il basculamento di quest'ultimo, rimasto sopraelevato e "sospeso", con il gradino oggi rappresentato dalla cascatella. Per inciso, lo stesso basculamento, ma verso il basso, è riscontrabile anche nell'altro affluente, quello di sinistra idrografica, confluente nel Basino tramite un sifone di tipo valchiusano di profondità e provenienza ancora ignote.

Nell'asse Basino-Stella passa quindi un'imponente faglia, che ha comportato la dislocazione dei due blocchi adiacenti e reso diretto, logico e lineare il percorso tra i due corsi d'acqua che però sarebbero uno affluente dell'altro.

Dal punto di vista teorico, come base per futuri studi, vengono confermate le intuizioni dei primi esploratori (Bentini et al., 1964) e di Forti et al. (1989): non si tratta di un bacino unico, privo di articolazioni o sottobacini importanti, o apporti da doline e inghiottitoi lontani. t presumibile anzi che la circolazione idrica sotterranea del sistema trovi nel settore di Monte Mauro (con l'F.10 come collettore) il più importante bacino di alimentazione, più ancora che nella valle cieca dei Rio Stella.

A consolidare questa ipotesi sono proprio le esplorazioni dell'F.10; come abbiamo potuto verificare, la portata del torrente di -182 è notevolmente inferiore di quella che si incontra a -187 e ciò dimostrerebbe che tra i due fondi altri apporti vengono da punti di assorbimento più lontani. 1 grandi meandri terminali dell'F.10 sono impostati sui 330°: se verso N-W un ipotetico prolungamento di questa linea porta, dopo 100 metri, al Rio Basino nella zona dell'affluente a cascata, verso S-E arriva a M. Mauro passando sotto numerose doline anche di grandi dimensioni. Questa è stata la molla che ci ha portato a setacciare ancora più minuziosamente l'area, a caccia degli inghiottitoi più arretrati dell'ipotetico collettore. I risultati non sono mancati - Abisso Ricciardi e Grotta Azzali, finora - ma al mosaico manca ancora qualche tessera.

BIBLIOGRAFIA CITATA

Bassi S., Caneda A., 1993: Breve scheda sull'Abisso Ricciardi. Ipogea, Boll. del G.S.Fa, 19-20.

Bentini L., Bentivoglio A., Veggiani A., 1964: Il complesso carsico Inghiottitolo dei Rio Stella Grotta Sorgente del Rio Basino. Atti del VI Convegno di Speleologia Italia Centro-Meridionale, Firenze, 1-16.

Bentini L., 1993: Un reperto archeologico. Ipogea, Boll. del G.S.Fa., 22-23.

Forti P., 1993: I quarzi dendritici sul gesso. Ibidem, 1 6-1 7.

Forti P., Francavilla F., Prata E., Rabbi E. Griffoni A., 1989: Evoluzione idrogeologica dei sistemi carsici dell'Emilia-Romagna: il complesso Rio Stella-Rio Basino (Riolo Terme, Italia). Atti dei XV Congresso Nazionale di Speleologia, Castellana Grotte, 349-368.

Marabini S., Vai G.B., 1993: I primi dati strutturali e stratigraflci dall'Abisso Ricciardi. Ipogea, Boll. dei G.S.Fa., 20-21.

Sordi M., 1993: Grotta sotto la Rocca di M. Mauro idem: 23-24

   

Speleo GAM Mezzano (RA)