Speleologia Emiliana N° 8 - Anno XXIII - IV serie - Settembre 1997, rivista della FEDERAZIONE SPELEOLOGICA REGIONALE DELL'EMILIA ROMAGNA - 
   

UN TORSOLO DI MONTE

Davide Garavini

Tondo di nome, divorato di fatto, ha ora il misero aspetto di un torsolo di monte, mangiato com'è da immaginari enormi denti che ne hanno scolpito le pareti a gradoni del fronte di cava.
Privato della sua forma originaria, ha perso volume e imponenza, ma non importanza. Semmai ne ha acquisito, negli ultimi sette anni, dal punto di vista speleologico. Lo sviluppo lineare complessivo delle grotte di Monte Tondo è infatti passato dai circa 800 metri prima del 1990 ai circa 8 chilometri attuali. Il destino del monte è comunque tutt'ora incerto. Quasi sempre escluso dai progetti di parco regionale della Vena del Gesso Romagnola, sacrificato di fatto al ruolo di polo unico estrattivo di gesso per tutta l'Emilia Romagna, per Monte Tondo non vi sarà pace fino a quando sarà economicamente conveniente estrarre gesso in Italia. Gli attuali proprietari, di una delle cave di gesso più grandi d'Europa, sono società multinazionali lontane quanto mai dal territorio e dai problemi locali. La lunga agonia di Monte Tondo, lenta e veloce al tempo stesso, dura da circa 40 anni. Nulla in confronto ai 5-6 milioni di anni di queste rocce evaporitiche del periodo Messiniano, eppure sufficienti a sconvolgerne il delicato equilibrio.

Inquadramento generale:
La Vena del Gesso Romagnola è uno dei più importanti affioramenti gessosi d'Italia, in cui sono stati scoperti sistemi carsici di notevole importanza. La Vena del Gesso Romagnola (d'ora in poi solo VdGR) si sviluppa parallelamente al tratto di via Emilia compreso fra Faenza e Imola. La via Emilia costeggia lungo tutta la pianura padana i primi rilievi appenninici. Le valli e i fiumi che scendono al mare incrociano la via Emilia perpendicolarmente. Alcuni di essi incrociano allo stesso modo la VdGR alcuni chilometri più a monte. In totale si tratta di circa 17 km di affioramenti gessosi suddivisi in quattro tronconi, da Brisighella a poco oltre l'abitato di Borgo Tossignano. Da SE a NW si hanno rispettivamente:

1° troncone (compreso fra il fiume Lamone e il torrente Sintria) composto da due tratti affioranti di 2 km circa ciascuno, separati fra loro da formazioni marnoso-arenacee. I sistemi carsici di queste due zone non sono in contatto fra loro. L'aspetto di questo primo tratto è marcatamante differente dagli altri per la discontinuità del crinale e la mancanza del ripido fronte di falesia, così caratteristico della VdGR. Il rilievo più alto di questa zona è il M.te di Rontana che raggiunge i 485 metri s.l.m. contro i 115 metri s.l.m. di Brisighella, costruita in parte su affioramenti gessosi, mentre l'attuale fondovalle si trova più in basso, a circa 75 m. s.l.m.

2° troncone (compreso fra il torrente Sintria e il torrente Senio). Si tratta di una delle due zone più lunghe (5 km) e rappresentative della VdGR. Larga mediamente un chilometro, con un versante (quello sud) praticamente verticale e privo di vegetazione, e l'altro (quello nord) con pendii moderatamente declinanti e ricoperti da fitta boscaglia. In questo tratto, a ridosso dell'abitato di Zattaglia, si trova il rilievo più alto di tutta la VdGR: Monte Mauro, che con i suoi 515 metri s.l.m. si slancia sopra i circa 100 metri s.l.m. del livello del fiume.

3° troncone (compreso fra il torrente Senio e il fiume Santerno). Del tutto simile al precedente nell'aspetto e nella lunghezza (5,5 km), il 2° e il 3° troncone rappresentano la parte centrale della VdGR. Caratterizzati dalla sella di Cà Faggia il primo, e da quella di Cà Budrio la seconda, i due tronconi sono separati da una stretta gola scavata dal torrente Senio: la cosidetta "Stretta di Borgo Rivola".

4° ed ultimo troncone (situato a nord di Borgo Tossignano, oltre il fiume Santerno) si sviluppa per circa 3 km. Si tratta delle ultime propaggini settentrionali della VdGR, con affioramenti a tratti discontinui e poco estesi in larghezza, anche se conservano tutte le peculiarità di questa catena montuosa in miniatura.

Le nostre ricerche, negli ultimi sette anni, si sono concentrate quasi esclusivamente nella zona di monte Tondo, ovvero all'estremità nord del secondo troncone. In questa ristretta zona, compresa fra i torrente Senio e il monte della Volpe, è attiva anche la cava di gesso, la cui propietà si estende appunto dal torrente Senio fino alla vetta di monte Tondo e all'abitato dei Crivellari. In tutto poco meno di 1 Kmq di terreno conteso fra esigenze estrattive, speleologiche e ambientali.

Introduzione:
Salendo dalla via Emilia lungo la SS306 Casolana Riolese, all'altezza dell'abitato di Borgo Rivola si incontra la VdGR tagliata trasversalmente dalla valle del Senio. Negli altri tre punti in cui la vena è lambita o tagliata in due da un fiume o da un torrente (Brisighella, Zattaglia, Borgo Tossignano), le pendici rivolte al fiume sono piuttosto dolci. I rilievi sono ben marcati ma senza scarpate e pareti verticali. La stretta di Borgo Rivola si differenzia in questo, e già da lontano appare evidente la sagoma della gola che separa i due tronconi centrali. Superato Borgo Rivola si possono osservare le due ripide scarpate, in cui una recente frana di modeste proporzioni (sul versante di destra idrografico) rivela la naturale difficolta di queste rocce a mantenersi in strutture verticali in presenza di faglie o fratture.
L'erosione in questo punto deve essere stata sicuramente molto intensa, e solo in parte facilitata dalla morfologia del terreno. Per questo motivo si è propensi a ritenere la straordinaria presenza di pozzi e condotte di ampie dimensioni all'interno di monte Tondo, quali paleocorsi, a vari livelli successivi, del torrente Senio prima dell'erosione della gola attuale. La presenza all'interno di alcune condotte fossili di blocchi di marna e di calcare organogeno di grosse dimensioni (fino a mezzo metro di diametro) venuti da lontano, fanno pensare a grosse portate idriche e alle zone di provenienza di questi blocchi dai contorni arrotondati. Lunghe percorrenze e grosse portate fanno pensare ad un paleocorso del torrente Senio.
Superata la stretta di Borgo Rivola, all'altezza del ponte sul rio Mighe possiamo fermarci ad osservare, dietro di noi, l'imponente anfiteatro artificiale realizzato dai geni dell'epoca moderna: gli ingegneri minerari e gli architetti del recupero ambientale. Inutile soffermarsi oltre su un tale argomento così a lungo dibattuto quanto insoluto: chi volesse rendersi personalmente conto della vastità della devastazione può recarsi a Riolo Terme, all'interno della Rocca Trecentesca, nel centro di documentazione permanente della VdGR. Li si trova un plastico in scala 1:3000 che riproduce il tratto di VdGR compreso fra il monte del Casino e il torrente Sintria, con la ricostruzione di monte Tondo prima dell'inizio dell'attività estrattiva.
Per rendersi conto invece della devastazione interna al monte occorre lavorare di immmaginazione sulla base dei seguenti dati: in vent'anni di attività estrattiva interna sono stati scavati circa 15 chilometri di gallerie. Con una base di dieci metri e una altezza che varia a seconda dei casi da 7 a 15 metri (nel caso delle gallerie ribassate che rappresentano oltre il 40 % del totale), si riesce a stimare il volume totale di gesso estratto dall'interno del monte in oltre 1.300.000 mc. Lungo questo reticolo di gallerie a più strati sovrapposti, sono state intercettate in numerosi punti linee di faglia, diaclasi, condotte, pozzi e meandri, per un totale di 186 incontri censiti fra gallerie artificiali e cavità naturali. Una vera strage, anche perchè in molti casi le voragini sono state colmate con detriti e massi per poter continuare l'estrazione del gesso.
Vi è poi un piccolo corso d'olio ipogeo, olio esausto per la precisione, che ha lasciato la sua indelebile traccia, sia visiva che olfattiva, all'interno del monte. A lato degli ingressi del piano di galleria di cava a quota 220 m. vi sono due brevi gallerie, munite di portone e collegate fra loro, che fungono da officina. Nel pavimento dell'officina sono stati praticati tre fori, dal diametro di 20 centimetri l'uno, che sboccano in una galleria del sottostante piano a quota 200. Qui, dopo un breve percorso di alcuni metri a margine della galleria, il corso d'olio viene intercettato da altre tre perforazioni, simili alle precedenti, che scendono per alcune decine di metri facendo scomparire il liquido nero chissa dove. Utilizzato per molti anni, probabilmente decenni, ha sicuramente rappresentato un pratico sistema fognario per scaricare nafta, olio esausto, petrolio, solventi o quant'altro fosse utilizzato all'interno dell'officina, senza costi aggiuntivi di smaltimento rifiuti. Non sappiamo se questo sistema sia tutt'ora in uso, ne sappiamo dove sia finito l'olio versato nelle perforazioni. Forse in una cavità fossile oppure attiva, in un interstrato o sotto i banchi gessosi. Bisognerebbe conoscere con esattezza la profondità delle perforazioni e l'esito dei carotaggi per sapere se sono state incontrate zone vuote. In ogni caso le possibilità sono solo due: o una sacca d'olio giace nel sottosuolo racchiusa da pareti impermeabili, oppure l'olio ha trovato un modo di defluire verso l'esterno andando ad inquinare il corso del Torrente Senio. L'unica speranza è racchiusa nella nuova direzione dei lavori di cava, che è operativa da circa un anno, e nella loro maggiore sensibilità nei confronti di un ennesimo problema di non distruzione (o inquinamento) del medesimo patrimonio ambiente in cui viviamo.
Operare in un ambiente così marcatamente condizionato dalla presenza di una cava comporta dei vantaggi e degli svantaggi. I vantaggi a dire il vero sono pochi, anche se significativi, e non possiamo esimerci dal riconoscere il "merito" alle gallerie di cava di alcune importanti scoperte: la Buca Romagna, la grotta dei Tre Anelli, il pozzo Moby Dick e per ultimo l'abisso Cinquanta sono stati scoperti unicamente grazie alla presenza delle gallerie di cava che le hanno intercettate. Per intenderci si parla nel complesso di circa quattro chilometri di grotte, ed alcune cavità (Buca Romagna e Tre Anelli) per alcuni anni sono state accessibili unicamente attraverso un labirintico percorso all'interno delle gallerie di cava. Solo in un secondo tempo sono stati aperti gli ingressi alti (rispettivamente di 24 e 16 metri) per renderne possibile l'accesso dall'esterno, anche se questo ne ha radicalmente mutato il regime di circolazione dell'aria.

La ricerca di un compromesso:
Ovunque nel mondo governano le leggi economiche, tutto il resto è subordinato ad esse. Inutile illudersi di poter sovvertire l'ordine delle cose, o di riuscire a vincolare decisioni economiche con argomenti di salvaguardia naturalistico/ambientali, ma tentar non nuoce, anzi si deve. È nostro preciso compito fare tutto il possibile per la tutela dell'ambiente, quello carsico e ipogeo in particolare, o perlomeno divulgare e diffondere le nostre conoscenze specifiche di un ambiente così celato agli occhi dei più da risultare sconosciuto. Gli svantaggi a cui si va incontro nell'operare, a livello speleologico, a stretto contatto con una cava sono innumerevoli. Il rischio, fisico e giuridico, a cui si va incontro nell'accedere abusivamente ai terreni di proprietà della cava, alle gallerie abbandonate, e nel percorrere i gradoni esterni che rappresentano l'attuale fronte di scavo a cielo aperto. Un altro aspetto negativo è dato dalla precarietà di alcune situazioni, come l'ingresso dell'abisso Cinquanta, che si apre a quota trecento, su uno dei tanti gradoni del fronte di cava. Da quando è stata esplorata per la prima volta (agosto '96) l'ingresso è mutato già due volte, o per meglio dire arretrato, in quanto in entrambi i casi si sono persi circa dieci metri di cavità finita nel silos del piazzale di cava. Anche l'aspetto psicologico del problema può avere una sua valenza: per una coscenza anche moderatamente ecologista/ambientalista il vedere protrarsi nel tempo un simile scempio, una simile sconsiderata devastazione di un monte, con la sua crosta superficiale di terriccio ricca di flora e fauna, ma soprattutto con la sua dimensione interna, fatta di vuoti, faglie e spaccature trasformate dal tempo in gallerie e condotte, in cui si trovano tracce dell'evoluzione geologica e di quella umana tipiche di questa zona, lascia perplpessi. Ancora una volta pare che nulla abbia più valore del profitto. I reperti archeologici salvati dalla distruzione, oltre a quelli irrimediabilmente perduti, sono solo una piccola pedina del più vasto ambito dell'evoluzione del pianeta, ma nessun puzzle può considerarsi completo senza tutte le pedine. E vedere cancellare simili importanti testimonianze, impotenti di fronte agli interessi economici di poche persone, non è indolore.
Ma gli speleologi non possono sostituirsi agli archeologi. Questo concetto, recentemente ribadito dalla dottoressa von Eles Masi della Soprintendenza per i beni Archeologici dell'Emilia Romagna all'inaugurazione (tenutasi il 23 marzo '97) della mostra "Vivere e lavorare in grotta", crea una situazione di stallo qualora vi siano dei reperti archeologici nelle condotte ipogee. In questo caso cosa si può fare ? Si aspetta. Si aspetta che un archeologo si impratichisca di tecniche speleologiche quel tanto che basta per accedere alle zone in questione, oppure, al contrario, che uno speleologo si faccia riconoscere all'altezza della situazione in ambito archeologico. Supponiamo ora che il tempo non vi sia, o perlomeno ve ne sia molto poco. Se la cavità in questione, i Tre Anelli, o per meglio dire i rami alti più a sud di questa grotta, si trovassero molto vicino al fronte di cava, diciamo circa cinquanta metri in linea d'aria, e la diagnosi dei dottori cavatori gli concedesse sei mesi, massimo un anno di vita, allora che si fa? Si cerca di salvare il salvabile, e il nostro tentativo è stato improntato sul dialogo e sulla mediazione fra le nostre esigenze (salvaguardia del comune patrimonio ipogeo e archeologico) e quelle dei cavatori (salvaguardia dei posti di lavoro e soprattutto degli investimenti).
Questo progetto, partito nella primavera del '96, ha avuto degli sviluppi superiori alle aspettative. Con l'autorevole appoggio della F.S.R.E.R. sono stati sensibilizzati tutti gli organi interessati al problema a livello regionale e provinciale, mentre grazie all'opera dell'assessore all'ambiente e alla lungimiranza del sindaco di Riolo Terme sono stati organizzati numerosi incontri a livello locale. La fortunosa concomitanza con l'imminente scadere del piano decennale di coltivazione da parte della cava ha poi costretto i responsabili dell'attività estrattiva a scendere al tavolo delle trattative con un atteggiamento moderato e apparente disponibilità. Come punto di arrivo di questa prima fase di studio del problema si è arrivati alla stipula di una convenzione (sottoscritta all'inizio del '97) fra il comune di Riolo Terme e l'università di Bologna, dipartimento di scienze della terra e geologico-ambientali, per la realizzazione di uno studio idrogeologico. Questo al fine di avere un quadro dettagliato della zona di proprietà della cava da utilizzarsi come base di partenza per il rilascio del nuovo piano decennale di coltivazione.
Titolare della convenzione il prof. Forti da cui, fra l'altro, è partita la proposta. Consulenti per gli aspetti geologici e stratigrafici i professori Marabini e Vai, sempre dell'università di Bologna, sulla base di studi precedentemente realizzati e dei carotaggi effettuati in questi anni dai geologi della cava. Per gli aspetti ipogei e per la realizzazione delle colorazioni il compito è stato affidato al gruppo Speleo GAM di Mezzano promotore di tutto il progetto.
Nel mese di Maggio '97 è stata ufficialmente presentata la relazione conclusiva, propositiva, dei professori Forti, Marabini e Vai, al comune di Riolo Terme. La tesi sostenuta in questa relazione punta al raggiungimento di due obiettivi fondamentali: la conservazione dell'attuale linea di crinale di tutto l'anfiteatro del fronte di cava, quale limite invalicabile da subito, prima ancora dell'approvazione del nuovo piano decennale di coltivazione. Questo perchè la società estrattrice ha già chiesto la proroga di un anno del piano in scadenza, sicuramente più permissivo di quello futuro. Come secondo obiettivo fondamentale la conservazione della sella che separava monte Tondo da monte della Volpe. Anche in questo caso si tratta di congelare situazioni già esistenti, vincolando in tutte le direzioni orizzontali l'espansione dell'area interessata dai lavori di estrazione. Con le direzioni orizzontali bloccate non rimangono che quelle verticali. Il piano proposto suggerisce infatti di verticalizzare maggiormente le pareti dell'anfiteatro, attualmente costituite da gradoni alti 20 metri e larghi 10, e di abbassare il piazzale di quota 215 fino a raggiungere i calcari di sottobanco, anche se quest'ultima operazione porterebbe inevitabilmente ad intercettare il torrente che scende dall'Abisso Mezzano verso il ramo attivo del Re Tiberio, rendendone così fossile quel tratto di condotta.
È un compromesso s'intende, con i suoi limiti e le sue perplessità, che non accontenta fino in fondo nessuno, cavatori in testa, ma se la proposta venisse accettata (perchè ancora non è detto) sarebbe comunque un bel risultato. Davvero un bel risultato. Le ultime notizie in merito, datate fine luglio '97, dicono che il piano proposto dall'università di Bologna piace: piace al comune di Riolo Terme e alla provincia di Ravenna, che istituirà una commissione tecnica per esaminare a fondo i dettagli. Pare che vi sia l'intenzione di adottarlo come base di partenza, altro però, per ora, non è dato sapere. Speriamo bene.

Le colorazioni:
Sotto la direzione del prof. Forti sono state effettuate tre colorazioni nei primi mesi del '97, che hanno permesso di inquadrare meglio l'idrologia ipogea di monte Tondo.
La prima colorazione è stata fatta all'abisso Cinquanta al termine di una settimana piovosa, in un punto piuttosto distante dal fondo attuale della grotta, a circa tre quarti dello sviluppo attuale. In meno di tre ore la fluoresceina è apparsa a giorno dalla risorgente "artificiale" delle acque del sistema Re Tiberio. Si parla di risorgente artificiale in quanto, da tempo, una delle gallerie di cava ha intercettato il ramo attivo del Re Tiberio deviandone inevitabilmente il corso d'acqua che ora defluisce lungo i fossi a margine delle gallerie stesse, per arrivare a giorno nel piazzale della cava, dietro il grande silos, a quota 105.
La seconda colorazione è stata effettuata alla Buca Romagna, il cui torrente dell'asse principale scompare a quota 206 in una condotta occlusa da riempimenti, mentre in prossimità del sifone terminale, a quota 181, su un percorso con portata minima si inserisce un affluente di portata paragonabile a quella del torrente di quota 206. La colorazione ha permesso di verificare innanazitutto che il torrente è il medesimo, e che l'acqua dopo aver superato il sifone terminale della Buca Romagna passa per la grotta Grande dei Crivellari, per la grotta Uno e Due di Cà Boschetti, per poi uscire a giorno dalla risorgente omonima. È questo il sistema del versante nord di monte Tondo, quello fra l'altro più lontano dalle attività estrattive, e quindi praticamente illeso.
La terza colorazione è stata effettuata all'abisso Mezzano, grotta situata a monte delle due precedenti, e quindi interessante per la definizione dello spartiacque sotterraneo. L'abisso Mezzano, nonostante presenti importanti mutilazioni ad opera delle gallerie di cava, presenta un corso d'acqua che, dopo aver percorso vari tratti in ambienti naturali, defluisce attraverso il pavimento della galleria di cava costituito da massi e detriti incastrati sopra la prosecuzione originale della cavità stessa. Vi sono però alcuni rami laterali intatti in cui è presente una debole circolazione idrica, e da questi è stata fatta la colorazione. Con quest'ultimo test sappiamo che l'acqua dell'abisso Mezzano si dirige dapprima verso sud, ovvero verso il fronte di cava (1° test point in un breve tratto di torrente a quota 200), poi gira in direzione ovest, molto probabilmente lungo una linea di faglia parallela a quelle del sistema del Re Tiberio, passando sotto l'attuale piazzale del fronte di cava a quota 215. Il tracciante compare poi in un altro breve tratto di torrente a quota 160 (2° test point) per fare la sua comparsa a giorno nella risorgente del Re Tiberio. In questo modo si è definito, sulla base delle conoscenze attuali, anche il secondo sistema carsico di monte Tondo, primo per importanza, vastità, implicazioni storiche ed archeologiche, nonchè purtroppo per livello di devastazione. Fanno parte di questo sistema: l'abisso Mezzano, l'abisso Cinquanta, la grotta dei Tre Anelli, il pozzo Moby Dick e tutto il complesso del Re Tiberio.

Il sistema Nord:
A partire dalla Buca Romagna, in cui compare per la prima volta, il corso d'acqua che prende corpo via via lungo il percorso delle grotte del sistema nord verrà indicato come torrente "RCB" (Romagna/Crivellari/Boschetti).

Buca Romagna: ER RA 734
Ingresso a quota 298 m. slm, sviluppo spaziale 1249 m., sviluppo planimetrico 919 m., dislivello 117 m. (-117). Pozzi ramo principale: -11, -5, -6, -5, -4, +6, -7. Pozzi rami laterali: +3, +8, +8, +8, +10, +8, +7, +6, +6, +7, +7, -6, -4, -9, -6, +5, +11, +5, +6, +5. Esplorata nel 1991 partendo da una delle gallerie di cava del piano a quota 200, una delle più arretrate in profondità, è stata risalita senza particolari difficoltà. I pozzi, anche se numerosi, sono per lo più di pochi metri. L'andamento del ramo principale della grotta, come si può vedere dalla sequenza dei pozzi, è da considerarsi sub-orizzontale, mentre gli altri rami laterali, in particolare quello intercettato dalla galleria di cava, ha un andamento prevalentemente verticale. Per alcuni anni l'unico ingresso è stato costituito dalla galleria di cava da cui è partita l'esplorazione, ma data la difficoltà ad accedere a queste zone si è deciso di aprire un ingresso alto scavando un cunicolo verticale. Sono state necessarie una dozzina di uscite di scavo per aprire ed allargare un varco lungo 24 metri.
Accesso: attraversato l'abitato del Crivellari si segue la carraia che procede in direzione ovest. Incontrata una vigna sulla sinistra la si costeggia in direzione sud, poi si risale il canalone che si incontra al termine del coltivo. Risalito per circa 200 metri il canalone, e raggiunto un tratto pianeggiante, un cartello legato ad un albero ne indica l'ingresso. Facilmente percorribile in libera, tortuoso ma sufficentemente largo, il cunicolo iniziale porta ad un pozzo con scalette fisse. Segue una stretta condotta poi un breve tratto di meandro, un saltino, un altro breve tratto di cunicolo ed ecco che ci si affaccia da una finestra nel collettore principale della grotta. Di fronte a noi l'arrivo d'acqua ci indica la direzione di provenienza della grotta. È possibile effettuare una breve risalita verso monte, che però termina poco oltre. Proseguendo invece verso valle la grotta presenta un bel meandro, facilmente percorribile in posizione eretta. Un breve salto attrezzato con scalette fisse, ancora un tratto di meandro prima di giungere ad un bivio: l'acqua prosegue a destra, in un percorso transitabile ma scomodo, mentre a sinistra un percorso agevole porta ad incrociare un meandro perpendicolare al nostro. A destra si va verso il fondo, a sinistra verso il ramo intercettato dalla cava.
Direzione fondo: meandro sempre comodo in cui confluisce il corso d'acqua abbandonato in precedenza. Un passaggio basso ci fa notare un piccolo affluente a polla, in cui il ridotto scorrimento idrico è comunque sufficente a tenere in movimento la sabbia. Poco oltre ci si trova a ridosso di un salto. Qui si può scegliere fra due opzioni: scendere il salto e seguire il corso d'acqua per alcuni metri fino a quando scompare in una condotta occlusa da riempimenti a quota 206. Per proseguire in direzione del fondo occorre tornare indietro e risalire oltre l'ultimo salto. Se non si intende perdere tempo è possibile evitare di scendere e risalire affrontando un traverso lungo la parete destra, affrontabile anche in libera. Si prosegue poi a mezza via in un meandro fino a giungere in un punto in cui il meandro fa una brusca svolta a sinistra. Se si passa dal basso la fessura risulta un po stretta, anche se percorribile, mentre passando più in alto (tre o quattro metri) occorre procedere in contrapposizione o in aderenza su parete inclinata. Si scende un poco e si raggiunge un tratto più largo ricco di concrezioni, anche di grandi dimensioni. In particolare, dopo aver scavalvato alcuni massi di frana, si passa sotto una colata calcarea giallastra pulita e ricca di stillicidio. Recuperata nuovamente la posizione eretta vi è ora un bel tratto di meandro a misura d'uomo, forse il più bello di tutta la grotta. Sinuoso, ondulato, alto sopra di noi, lo si percorre senza fatica muovendosi di lato. Alla fine un pozzo da 12 metri ci porta nella parte fangosa della grotta. Si cammina sopra uno strato di 30-40 centimetri di fango denso, un salto di un paio di metri, poi ancora fango mentre la condotta si abbassa e si restringe. Si prosegue carponi fino ad un passaggio basso, occorre strisciare, oltre il quale confluisce il torrente scomparso a quota 206. Si prosegue ancora per alcuni metri fino ad un nuovo passaggio basso, percorribile solo in periodi non piovosi. Oltre c'è spazio per una persona, massimo due, prima dell'inizio della zona allagata che rappresenta il sifone terminale a quota 181. Non sono stati descritti i rami laterali e il ramo intercettato dalla cava: i primi perchè brevi e non particolarmente significanti, il secondo perchè solitamente non armato e quindi non visitabile.

Grotta a Ovest dei Crivellari: ER RA 368
Ingresso a quota 224 m. slm, sviluppo spaziale 81 m., sviluppo planimetrico 61 m., dislivello 25 m. (-25). Piccola grotta inghiottitoio, posizionata a circa metà strada fra la Buca Romagna (a monte) e la grotta Grande dei Crivellari (a valle), attraverso la quale non è possibile raggiungere il piano di scorrimento del torrente RCB. Un vero peccato, dato che il percorso fra le due grotte è piuttosto lungo e sconosciuto: un accesso a metà strada avrebbe reso possibili ulteriori esplorazioni e aumentato l'importanza di questa grotta.

Grotta Grande dei Crivellari: ER RA 398
Dati accertati della parte storica. Ingresso a quota 192 m. slm, sviluppo spaziale 175 m., sviluppo planimetrico 116 m., dislivello 70 m. (+8 / -62), pozzi: -14, -16. Sviluppo lineare presunto, dopo le recenti esplorazioni, 400 m, mentre il dislivello rimane praticamente invariato. In una parete gessosa, posta trasversalmente ad un breve canalone, si trova l'ampio ingresso della grotta. Ad un primo pozzo (P14) fanno seguito alcuni salti (S4, S2). Segue poi un altro pozzo, impostato su una fessura allungata ma stretta (P16), poi una sala di interstrato in cui, sul lato destro, scorre per alcuni metri il torrente R.C.B. Arrivo e scomparsa del torrente ovviamente attraverso passaggi impraticabili. Il soffitto della sala è ricco di pendenti da erosione e di canali di volta antigravitativi. Oltre il torrente un altro ambiente di interstrato, più stretto e fangoso del precedente, poneva fine a questa grotta. Dopo circa 40 anni di stasi, nel gennaio 1997 sono casualmente riprese le esplorazioni durante una delle fasi delle colorazioni di cui alle pagine precedenti. Senza dare nulla per scontato la curiosità ha spinto a verificare uno stretto passaggio, in cui non era richiesta alcuna disostruzione, per trovare accesso ad un livello fossile superiore. Da questi si è poi potuti scendere nuovamente al livello del torrente, oltre l'ex sifone terminale, e proseguire verso valle. Nella parte nuova vi sono due rivoli d'acqua che si uniscono frontalmente, l'uno contro l'altro, lungo la stessa linea di faglia per poi defluire in direzione perpendicolare. Dati esatti sull'attuale sviluppo non se ne hanno: la grotta è tutt'ora in fase di esplorazione.

Grotta Enrica: ER RA 704
Ingresso a quota 175 m. slm, sviluppo spaziale 90 m., sviluppo planimetrico 71 m., dislivello 16 m. (+2 / -14). Grotta di modeste dimensioni, fossile nel primo tratto fino al congiungimento col rivolo d'acqua proveniente dalla dolina situata più a monte: quella della scuola dei Crivellari. Nella parte attiva della grotta si stà cercando, tramite disostruzione, il proseguimento della stessa nella speranza di poterla collegare alla grotta Grande dei Crivellari.

Grotta Uno di Cà Boschetti: ER RA 382
Ingresso a quota 126 m. slm, sviluppo spaziale 800 m., sviluppo planimetrico 624 m., dislivello 38 m. (+19 / -19), pozzi: -16, -7, -6, -14, -6, +6, +8, +6. Esplorata alla fine degli anni '50 dal G.S.F. per uno sviluppo lineare di circa 200 metri, successive esplorazioni e disostruzioni effettuate nel 1993 ne hanno quadruplicato lo sviluppo. Ciò si è ottenuto allargando un passaggio semisifonante verso monte, cioè in direzione della Grotta grande dei Crivellari, da cui dista ormai solo poche decine di metri. Vi sono in realtà altri tre ingressi, vicini fra loro, rispettivamente a quota 126, 130, 136. Da questi tre ingressi originari si accede alla parte più a valle della grotta. Alle zone nuove si accede o tramite la disostruzione di cui sopra, oppure attraverso l'ingresso alto ottenuto anch'esso tramite disostruzione. Seconda per estensione fra le grotte di questo sistema carsico, risulta piuttosto complessa e articolata, con zone fossili a diversi livelli che si intersecano in più punti. Da segnalare, nella zona attiva più a monte, la presenza di un arrivo d'acqua, anch'esso a sifone, dalla destra idrografica. Provenienza ignota.

Grotta Due di Cà Boschetti: ER RA 383
Ingresso a quota 123 m. slm, sviluppo spaziale 210 m., sviluppo planimetrico 171 m., dislivello 30 m. (+6 / -24), pozzi: -5. Esplorata alla fine degli anni '50 dal G.S.F. per uno sviluppo lineare di circa 20 metri, nel 1993 è stato raggiunto il ramo attivo dopo una breve disostruzione. Fossile in tutte le zone alte, una volta raggiunto il piano di scorrimento del torrente lo si può seguire per circa 35 metri. L'arrivo, a sifone, dista pochi metri dalla grotta Uno di Cà Boschetti, mentre verso valle un altro sifone sbarra la strada agli ultimi 100 metri in linea d'aria che la separano dalla risorgente, con un dislivello di soli 4 metri.

Risorgente a NW di Cà Boschetti: ER RA 538
Ingresso a quota 95 m. slm, sviluppo spaziale 30 m., sviluppo planimetrico 29 m., dislivello 6 m. (+6). È costituita da due rami paralleli distinti, distanti pochi metri, di cui uno fossile e sopraelevato di un paio di metri. Una volta uscite a giorno, dopo poche decine di metri le acque si uniscono a quelle del torrente Senio. La risorgenza del sistema Nord era conosciuta fin da tempi remoti, dato che il ruscello sgorga da un sottoroccia non particolarmente ampio ma comunque ben visibile (dimensione alcuni metri). Una curiosità è data dal fatto che questa risorgente funziona da troppo pieno. Nei periodi di siccità la risorgente è asciutta, mentre nel torrente che scorre nelle grotte a monte (la Uno e la Due di Cà Boschetti in particolare) si conserva una certa portata d'acqua. Recentemente, luglio '97, è stata effettuata una colorazione in queste condizioni e sono state scoperte due polle risorgenti lungo l'argine sabbioso del torrente Senio. Distanti 75 metri in direzione NW la prima, e 80 metri in direzione WNW la seconda, ovvero a monte della grotta conosciuta, l'acqua proveniente dal sottosuolo risulta essere più fredda di quella del torrente, almeno in estate. La ricerca su base termica, estesa a tutto il tratto di argine dx del Senio che scorre lungo la parete gessosa, ha portato alla scoperta di un'altra risorgenza subacquea a circa 150 metri in direzione SW rispetto le due precedenti, proprio sotto la parte più verticale della parete gessosa. Si può pertanto ipotizzare la presenza di un nuovo sistema carsico situato fra i due conosciuti (complesso del Re Tiberio e sistema Nord), oppure, più realisticamente, potrebbe trattarsi della risorgenza naturale del sistema Re Tiberio. Fino alla fine degli anni cinquanta, inizio anni sessanta, la risorgente del sistema del Re Tiberio era intatta ma sconosciuta. Con lo scavo del piano di gallerie a quota 140 ne fu intercettato il ramo attivo e deviato nel piazzale di cava il corso delle acque. Tutto o in parte ? Forse vi sono degli affluenti che si congiungono più a valle del punto intercettato dalla galleria di cava, e che continuano tutt'ora a defluire lungo il percorso originario, oppure non tutta l'acqua defluisce attraverso le gallerie di cava. Di certo si sa che quando fu intercettato il ramo attivo una grande quantità di acqua e fango si riversò nelle gallerie di cava. Questo indica la presenza di un sifone a valle e di una zona allagata che si svuotò rapidamente. Potrebbe essere rimasto un residuo di zona allagata che alimenta, con minor pressione, il sifone e quindi la risorgenza originaria. Trovare la prosecuzione del ramo attivo originario, magari attraverso un sifone, non sarà certo facile, ma le possibilità esplorative in questa direzione sono ancora molte. Tenteremo comunque una colorazione, in quanto l'individuazione della naturale risorgenza del complesso del Re Tiberio riveste una notevole importanza storica e speleologica.

Struttura interna della cava:
L'esistenza di una cava è vincolata alla presenza di materiale economicamente interessante e ad uno studio approfondito del territorio. La prima considerazione è ovvia, la seconda un po meno. Per impostare un sistema di gallerie artificiali occorre studiare attentamente la morfologia del terreno, affinchè l'attività estrattiva sia redditizia, funzionale e possibilmente sicura. Questi principi base sono validi per tutte le miniere, anche se in molti casi è la struttura interna del monte ad influenzare la dislocazione delle gallerie.
Vediamo quali sono, nel caso specifico di una cava di gesso, i principali fattori di condizionamento. Innanzitutto la localizzazione dei litotipi gessosi alle varie profondità, in particolar modo del primo banco, quello di base, che rappresenta il punto di partenza. In ognuno dei quattro livelli in cui si è sviluppato l'estrazione sotterranea, il reticolo di gallerie è costituito, a grandi linee, da poche gallerie principali, solitamente lunghe, che corrono parallele all'asse della VdGR e sono indicate con una lettera: A, B, C, D, ecc. In direzione perpendicolare si sviluppano le fitte traverse numerate (al massimo una trentina per piano).
La galleria "A" è la prima, quella che costeggia il limite inferiore del primo banco di gesso, Fino a sfiorare i calcari di sottobanco. Solo in alcuni casi, a seguito di dislocazioni dei banchi, è stata realizzata la galleria "AS" per portare nuovamente il margine di utilizzo al limite del sottobanco. La larghezza di un piano di gallerie è vincolato dallo spessore degli strati e dall'angolo di immersione degli stessi. Di norma sono stati scavati solamente i primi quattro banchi di gesso, mentre il quinto e il sesto solo occasionalmente. Questo limite determina la larghezza massima sfruttabile per ogni piano di gallerie, che risulta essere di circa 200 metri. Per la lunghezza invece non vi sono virtualmente limiti, tant'è che le gallerie si addentrano normalmente per 400/500 metri fino ad un massimo di circa 700 metri. La direzione di queste gallerie principali va da Ovest-Nord-Ovest verso Est-Sud-Est, le trasversali di conseguenza. Osservando attentamente i disegni topografici delle gallerie di cava, datati a seconda dei piani negli anni '70 e '80, si possono ricavare dati molto interessanti. Le quote dei quattro piani sono: 140, 160, 200, 220. Appare subito eviente la mancanza del piano a quota 180, quasi a voler separare le gallerie basse da quelle alte, differenti per struttura ed estensione. Le gallerie traverse sono separate da uno spessore di dieci metri di roccia, mentre i piani sovrapposti, in caso di gallerie ribassate, sono separati da un pavimento spesso cinque metri.
L'attuale fronte si scavo, esclusivamente esterno, parte dal piazzale di quota 215 per innalzarsi fino alla cresta. La sua forma, in pianta, è quella di un anfiteatro, poco visibile dalla SS306 grazie ad un agine di detriti che si innalza per diverse decine di metri, mentre le pareti sono strutturate a gradoni alti dai 15 ai 20 metri. Il gesso, distaccato dalle pareti per mezzo di esplosivo, viene trasportato fino all'imboccatura, a quota 250, di un grande pozzo artificile dal diametro di 5 metri e profondo più di cento.
Rovesciati al suo interno, i massi di gesso vengono dapprima ridotti a dimensioni non superiori al metro di diametro per mezzo di un braccio idraulico (come quello di uno scavatore), dopo di che viene mandato dentro una enorme macina (costruita negli anni sessanta direttamente dentro la montagna) da cui esce triturato per essere stipato, attraverso un nastro trasportatore, dentro il silos del piazzale a quota 100. Il grande pozzo attraversa quindi tutti i livelli delle gallerie, e vi è un'area di protezione tutt'attorno, larga 60 metri, interdetta da tempo agli scavi sotterranei.

Dati e note:

Piano quota 140:

Contatti gallerie/spaccature = 14, di cui diaclasi evidenti = 6

Gallerie normali = 1045 mt, con sezione di 54,3 mq

Gallerie ribassate = 210 mt, con sezione di 126,3 mq

Totale gallerie = 1255 mt

Gallerie di servizio o sondaggio = 1710 mc

Totale volume estratto = 83.266 + 1710 = 84.976 mc

A quota 140 vi è una galleria di servizio lunga 120 metri che collega il pozzo della macina all'esterno. È servito per la realizzazione del pozzo stesso. Questo è in assoluto il livello meno sviluppato come estensione, anche se dalle carte risultavano in progetto gallerie per uno sviluppo circa doppio di quello attuale. Molto interessante è l'indicazione di una vasta zona carsica (meandro o pozzo) topografata, con uno sviluppo in pianta di 55 metri e una larghezza massima di 3 o 4 metri.

Piano quota 160:

Contatti gallerie/spaccature = 41, di cui diaclasi evidenti = 20

Gallerie normali = 1915 mt, con sezione di 54,3 mq

Gallerie ribassate = 575 mt, con sezione di 126,3 mq

Totale gallerie = 2490 mt

Gallerie di servizio o sondaggio = 656 mc

Totale volume estratto = 176.607 + 656 = 177.263 mc


È indicato lungo una linea di faglia un tratto di cavità naturale lungo 65 metri che è stato intercettato da 4 gallerie traverse adiacenti.

Piano quota 200:

Contatti gallerie/spaccature = 56, di cui diaclasi evidenti = 9

Gallerie normali = 2895 mt, con sezione di 59,3 mq

Gallerie ribassate = 3010 mt, con sezione di 139,3 mq

Totale gallerie = 5905 mt

Totale volume estratto = 590.967 mc

Le spaccature non sono uniformemente distribuite lungo le varie gallerie, ma sono raggruppate in due zone: una subito all'inizio delle gallerie longitudinali, l'altra alla fine. Tutte cinque le gallerie longitudinali (A, B, C, D, E) terminano in corrispondenza di fratture in seno alla roccia. Il piano di gallerie a quota 200 è il più esteso.
Le fratture del gruppo di d'ingresso si trovano entro un raggio di cento metri le une dalle altre, mentre quelle del gruppo di fondo sono perfettamente allineate lungo una medesima linea di faglia antiappenninica (lunga oltre 200 metri) che ha come direzione Est-Nord-Est <--> Ovest-Sud-Ovest. In quest'ultima zona sono segnalati anche quattro carotaggi: due segnalano presenza di fango, altri due zone vuote. I due gruppi di fratture distano fra loro 400 metri.

Piano quota 220:

Contatti gallerie/spaccature = 75, di cui diaclasi evidenti = 17

Gallerie normali = 2485 mt, con sezione di 54,3 mq

Gallerie ribassate = 2350 mt,  con sezione di 126,3 mq

Gallerie scomparse = 275 mt + 100 mt ribassate

Totale gallerie = 5210 mt

Gallerie di servizio o sondaggio = 463 mc

Totale volume estratto = 149.868 + 309.435 + 463 = 459.766 mc

I piani di galleria sono in buona parte sovrapposti, soprattutto quelli di quota 200 e 220, mentre quelli di quota 140 e 160 si trovano leggermente più spostati a nord, ovvero verso valle.
Questo è ovvio in considerazione dell'asse e dell'angolo di immersione dei banchi di gesso, che oscilla dai 40-45 gradi dei piani superiori ai 20-25 gradi dei piani inferiori. Gli angoli di immersione degli strati a quota 220 variano da 35 a 48 gradi.
È segnalata una zona carsica piuttosto vasta (13 metri per 2-2,5 di larghezza) situata in buona parte sotto il piano della galleria.
Sono inoltre evidenziate due importanti linee di faglia: la prima ha comportato lo scorrimento verticale dei banchi di 5-10 metri, mentre la seconda è direzionata perpendicolarmente ai banchi, quindi al loro angolo di immersione, ed ha comportato uno slittamento in tal senso di circa 15 / 20 metri.
Il volume totale di gesso estratto dall'interno del monte è stimato (sulla base delle carte topografiche) in 1.312.972 mc per uno sviluppo lineare di 14.860 mt.

Bibliografia:
"La Vena del Gesso Romagnola" edito dalla Regione Emilia Romagna nel 1994.

P. Lucci "Monte Tondo: il fascino di un abisso senza nome", Speleologia Emiliana N°3, anno 1992.

L. Bentini "L'attività estrattiva", Speleologia Emiliana N°4, anno 1993 (contiene ampia bibliografia).

M. Ercolani, P. Lucci, G. Sansavini "Le grotte di Mone Tondo", Speleologia Emiliana N°5, anno 1994.

Altri articoli sono stati pubblicati sul bollettino trimestrale del GAM, disponibile, a richiesta, c/o ns. sede. 
N°1 Anno 1997 P. Lucci "Quel che resta di monte Tondo"
N°2 Anno 1997 G. Sansavini "Abisso Cinquanta"
N°3 Anno 1997 D. Garavini "Speleologia anno 1997"

   

Speleo GAM Mezzano (RA)