LE AREE CARSICHE GESSOSE D'ITALIA - Istituto Italiano di Speleologia - Memoria XIV, s. II (2003)
   

TESTIMONIANZE ANTROPICHE PRE-PROTOSTORICHE IN AREE GESSOSE

Stefano Benazzi, Giorgio Gruppioni (Dipartimento di Storie e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali - Università degli Studi di Bologna)

Riassunto

Giacimenti gessosi sono attestati praticamente su tutto il territorio italiano con concentrazioni diverse da regione a regione. Poche tra queste forniscono comunque testimonianze di frequentazioni antropiche pre-protostoriche. Inoltre è evidente un certo squilibrio nella raccolta delle testimonianze a favore dell'Emilia Romagna, dove ad una ricca serie di siti prevalentemente in grotte gessose (Grotta della Tanaccia, Grotta del Re Tiberio, Grotta del Farneto, ecc.), si affiancano numerose e puntuali indagini archeologiche e antropologiche. Anche in Sicilia la presenza dell'uomo pre-protostorico in aree gessose è attestata in vari siti, ma sono necessari ulteriori sviluppi della ricerca per poter delineare un quadro esaustivo. Ad ogni modo le testimonianze antropiche pre-protostoriche che emergono da tutti i siti non risalgono oltre l'Eneolitico. Alcuni di questi mostrano una frequentazione continua che, senza soluzione di continuità, perdura fino all'epoca romana, altri sono caratterizzati da periodi di iato più o meno lunghi che interessano o l'Età del Bronzo o la successiva Età del Ferro.

Parole chiave: Pre-protostoria; archeoantropologia; gessi. 

Abstract

Gypsum karst deposits are present throughout Italy, with different concentrations from region to region. However, few of them provide evidence of the pre protohistoric presence of humans. In this regard, there is a certain imbalance in favour of Emilia Romagna where many sites, mainly in gypsum karst caves (Tanaccia Cave, Re Tiberio Cave, Farneto Cave, etc.), are associated with archaeological and anthropological investigations. The presence of pre protohistoric man in gypsum karst areas has also been recorded in various sites in Sicily, but further research developments are needed to provide an exhaustive picture. In any case, the pre protohistoric human evidence that emerges from all the sites does not date to earlier than the Eneolithic. Some sites were occupied continuously until the Roman era, while others are characterized by a more or less long hiatus in the Bronze Age or the subsequent Iron Age.

Key-words: Pre protohistory; archeoanthropology; gypsum 

Gli affioramenti gessosi italiani non sono distribuiti sul territorio in modo omogeneo, ma risultano più o meno concentrati in molte regioni. Da ciò si evince che il campo della ricerca, il cui denominatore comune sono i gessi, e nello specifico l'uomo pre-protostorico in rapporto a questi, si restringe e si focalizza in queste specifiche aree.

Oltre a questo primo filtro, di carattere puramente litologico, si deve prendere in considerazione anche quello relativo all'estensione degli affioramenti e, come tali, quelli significativi restringono l'area d'interesse a poche regioni, ovvero Sicilia, Calabria, Emilia Romagna. Inoltre non può essere trascurata un'ulteriore considerazione circa il fatto che la presenza di giacimenti gessosi e di probabili cavità carsiche in essi presenti non comporta necessariamente che l'uomo pre-protostorico abbia utilizzati i primi o abitato i secondi. Allo stesso tempo la natura intrinseca dei gessi li porta ad essere particolarmente soggetti a processi di continuo rimodellamento morfologico, cosicché eventuali livelli antropici presenti in grotte scavate in questo contesto litologico potrebbero aver subito gli effetti di questi processi.

Il Piemonte e la Calabria non forniscono infatti alcuna informazione utile in proposito: in particolare, la Calabria è ricca di giacimenti preistorici in grotte calcaree mentre non sono documentati ritrovamenti in cavità gessose, molte delle quali comunque debbono ancora essere esplorate o sono state soggette a massicci fenomeni erosivi tali da aver coinvolto i depositi ivi presenti (LAROCCA, 2003, com. pers.).

La Sicilia presenta una notevole quantità di affioramenti e, benché alcune delle considerazioni fatte sopra per la Calabria trovino anche qui una certa validità, essa offre sicure testimonianze della presenza dell'uomo protostorico in alcune aree gessose (ad esempio a Santa Ninfa e a Sant'Angelo Muxaro), molte delle quali ancora inedite (TUSA, 2003, com. pers.).

La Grotta di Sant'Angelo (Agrigento) si apre sulle pendici meridionali di una collina di gesso cristallino insieme ad altre tombe scavate nella roccia. Le indagini eseguite nelle diverse tombe artificiali, e in particolar modo i bronzi che queste hanno restituito, collocano la realizzazione delle tombe al XIII-XII sec. a.C., quindi nel Bronzo recente (TUSA, 1999). Le tombe si collocano in due punti diversi delle pendici del colle: quelle a semplice grotticella sono situate più in basso rispetto a quelle a tholos, molto simili alle tholoi del Bronzo medio-recente della Sicilia orientale, influenzate dalla cultura egea. Sono state molto probabilmente le risorse minerarie della zona (sali potassici, zolfo, gesso, salgemma) a favorire il graduale sviluppo di questo centro nell'Età del Bronzo.

La riserva Naturale Integrale "Grotta di Santa Ninfa", nel territorio dei comuni di Santa Ninfa e di Gibellina (Trapani), si trova su un altopiano di natura gessosa in cui si erge il Monte Finestrelle: una cultura definita "protoelima" ha lasciato testimonianze della sua presenza scavando una necropoli nei gessi delle pendici del monte, costituita da una trentina di tombe del tipo a forno o a grotticella artificiale. Nei saggi effettuati nel declivio sud-occidentale sono stati portati alla luce materiali che coprono un arco cronologico compreso tra IX e VIII sec. a.C. e, coerentemente con i dati emersi dalla necropoli, attestano una fase iniziale dell'Età del Ferro (DE. CESARE & GARGINI, 1997; FALSONE & MANNINO, 1997). Le più antiche testimonianze di presenze antropiche in Sicilia, in relazione agli affioramenti gessosi, non risalgono comunque oltre il Bronzo medio (fine XVII-XIV sec. a.C.); è comunque certo che nuove indagini potranno ampliare le poche testimonianze qui citate.

Più ricco è il quadro che si può delineare per l'Emilia Romagna, in cui una nutrita serie di giacimenti pre-protostorici sono inglobati all'interno di diverse cavità carsiche evaporitiche. Si possono distinguere le grotte romagnole, che rientrano nella cosiddetta Vena del Gesso romagnola (La Tanaccia, la Grotta del Re Tiberio, la Grotta dei Banditi) e quelle emiliane, facenti capo al territorio bolognese (Grotta e Sottoroccia del Farneto, Grotta Serafino Calindri, Grotta degli Occhiali, Grotta Novella, Grotta di fianco alla Chiesa di Gaibola) e reggiano (Tana della Mussina). Tra le grotte romagnole emerge La Tanaccia di Brisighella (Ravenna) (fig. 1), in cui il vasellame fittile databile tra tardo Eneolitico e antica Età del Bronzo (2300-1650 a.C.), attesta la confluenza nella zona di diverse culture: la maggior parte di esso è infatti simile tipologicamente - ma ad essa estraneo - alla facies di Polada, ma sono presenti anche esemplari di tradizione lagozziana, altri con fogge e decorazioni di stile Conelle, altri ancora interpretati come una tarda rielaborazione del vaso campaniforme (fig. 2). Allo stesso periodo possono essere ricondotte l'industria lirica e quella in corno, osso e metallo qui rinvenute (FAROLFI, 1976; BERMOND MONTANARI, 1990, 1996; MASSI & MORICO, 1996). Sono presenti alcuni focolari in successione e, sotto questi, resti scheletrici umani sparsi un po' ovunque, affini al tipo ligure (FACCHINI, 1975; FACCHINI & MINELLI TELESCA, 1975), frammisti a svariati reperti paleontologici e a frammenti di vasellame (MANSUELLI & SCARANI, 1961). Il FACCHINI (1975) ha rilevato "una certa affinità antropologica e culturale con i reperti del Sottoroccia del Farneto": simili infatti sono le ossa degli arti, che trovano corrispondenza con quelle delle altre popolazioni preistoriche italiane. La stima della statura colloca però gli uomini della Tanaccia fra i più bassi in Italia in quel periodo e la ricostruzione della struttura corporea ne rivela una particolare robustezza. Diverse sono le interpretazioni in merito alla presenza di resti umani sparsi, alcuni dei quali soggetti a bruciatura (SCARANI, 1962): secondo l'ipotesi che trova maggior consenso si ritiene che la cavità sia servita come luogo di sepoltura, ma non viene esclusa una sua utilizzazione come abitazione. Comunque sia, la cavità fu abbandonata nell'Età del Bronzo medio (BENTINI, 2002), per essere poi rifrequentata nel Bronzo recente (attestato dalla cultura subappennica) e, in modo più sporadico, nel VI sec. a.C. (seconda Età del Ferro) durante il popolamento umbro della Romagna.


Fig. 1 - L'ingresso della Tanaccia, uno dei più noti siti dell'Età del Bronzo nella Vena del Gesso romagnola (foto I. Fabbri).

The entrance of the Tanaccia Cave, a famous Bronze Age site of the Vena del Gesso of Romagna.

  

Fig. 2 - La tipica produzione vascolare dell'Età del Bronzo e un cranio di cane provenienti dalla Tanaccia (foto Archivio GSF).

The characteristic pottery of the Bronze Age and a skull of a dog from the Tanaccia Cave (Vena del Gesso of Romagna).


La Grotta del Re Tiberio si apre nei gessi del Monte della Volpe, presso Riolo Terme (Ravenna). Dai livelli inferiori, a causa di voragini indotte da lavori di cava, sono emersi, nel 1970, resti ossei umani appartenenti ad almeno quattro individui (BENTINI, 1972; FACCHINI, 1972c). Altri resti ossei umani e vasi fittili, databili tra la fine dell'Eneolitico e le primissime fasi della media Età del Bronzo, venuti alla luce in seguito ad ulteriori frane, hanno arricchito le testimonianze antropiche della grotta, evidenziando caratteri simili a quelli osservati nelle altre cavità. Si può dunque ipotizzare che, come alla Tanaccia, dall'Eneolitico e per tutta l'antica Età del Bronzo la grotta sia servita come luogo di sepoltura, a cui sarebbe seguito però un utilizzo di tipo abitativo per le successive fasi dell'Età del Bronzo, compreso il Bronzo medio (PACCIARELLI, 1994): manca infatti qui lo hiatus cronologico corrispondente al Bronzo medio, contrariamente a quanto si registra invece alla Tanaccia e in tutte le altre cavità carsiche dell'Emilia Romagna. Nell'Età del Ferro (dal VI sec. a.C.), se non già a partire dalla tarda Età del Bronzo, in corrispondenza del popolamento umbro della Romagna, la grotta venne utilizzata per scopi religiosi (culto perpetuato poi in età romana) data la presenza di sorgenti di acqua solfurea: sono stati trovati infatti numerosi vasetti fittili (probabili ex-voto), alcuni con tracce di ocra rossa, altri contenenti piccoli oggetti di bronzo nonché alcuni bronzetti etruschi (AA. VV., 1996).

La Grotta dei Banditi si apre a Monte Mauro (Brisighella), poco distante dalla Grotta del Re Tiberio. La lunga serie di focolari che contraddistingue la stratigrafia del giacimento, contenenti carbone, cenere, ossa animali semi-combuste (resti di pasto) nonché frammenti di vasellame in ceramica grezza (annerita dal fuoco, per chiaro uso domestico), vasi da mensa in ceramica fine e semifine, induce a ritenere che la grotta sia stata utilizzata a scopo abitativo sebbene non si possano escludere anche riti legati a sacrifici umani, come sembrano indicare i pochi resti ossei, alcuni dei quali combusti, riconducibili ad almeno quattro individui. I reperti fittili, come anche gli strumenti su supporto osseo (scarsamente attestata è l'industria litica), rientrerebbero nel quadro della composita cultura della Tanaccia, rispecchiandone anche lo hiatus cronologico del Bronzo medio e recente: si ipotizza che per entrambe le grotte, così come per altre grotte emiliano-romagnole, un grande crollo, verificatosi verso il 1700 a.C., potrebbe averne determinato l'abbandono (BENTINI, 2002). La grotta fu poi frequentata sporadicamente soltanto a partire dalla seconda Età del Ferro (VI-IV sec. a.C.) dagli umbri prima e dai romani poi, in entrambi i casi per scopi rituali.

Le testimonianze antropiche più antiche nella Grotta del Farneto (San Lazzaro di Savena, Bologna) risalgono all'Eneolitico, attestato dalla sensibile presenza della cultura di Remedello (MANSUELLI & SCARANI, 1961; FERRARESI, 1975). Lo scarso materiale osteologico umano, frammentato e disseminato negli strati culturali eneolitici, viene riferito a tre individui: un uomo, una donna, il cui cranio presenta tracce di ustioni (testimonianze di riti funebri?) e un bambino (RACCAGNI, 1994). Più che la Grotta, il Sottoroccia del Farneto, interpretato come sepolcreto (in cui il Facchini riconobbe una quarantina d'individui giovani o giovanissimi), ha permesso di condurre studi specifici sull'uomo che abitava la zona nell'Eneolitico (fig. 3). È stata rilevata una certa variabilità nelle forme craniche, con elementi dolicomorfi (forse di tipo mediterraneo) accanto a elementi brachimorfi (forse di tipo alpino), e allo stesso tempo forme intermedie, tutte relative comunque a uomini di statura medio-bassa (FACCHINI, 1972a, 1975; FACCHINI & MINELLI TELESCA, 1975; FERRARESI, 1975). È proprio questa mescolanza di caratteri antropologici che avvalora l'ipotesi del ruolo di crogiolo svolto dall'Appennino in generale e dall'area del Farneto in particolare, per i contatti tra l'Italia settentrionale e centro-meridionale, evidenziato anche dalle diverse culture qui rappresentate (MANSUELLI, SCARANI, 1961). Il materiale archeologico recuperato nel Sottoroccia faceva parte di corredi funebri, la cui tipologia eneolitica consente di datare le ossa umane ad un periodo cronologicamente vicino a quello dei resti rinvenuti all'interno della grotta. Dal Sottoroccia provengono reperti di osso e corno, conchiglie fossili perforate all'umbone, oggettini di rame, un'abbondante industria litica e scarsi frammenti fittili di tipo rozzo.


Fig. 3 - Il Sottoroccia del Farneto, nei Gessi Bolognesi, costituisce un classico esempio di grotticella utilizzata a scopo sepolcrale dalla comunità eneolitica stanziata nelle immediate vicinanze della grotta (foto L. Fantini).

The Sottoroccia Cave of Farneto (Gessi Bolognesi) was a characteristic example of the little caves used as necropolis during the Copper Age.


L'Età del Bronzo è documentata nella Grotta del Farneto da una cultura che si può ricondurre ai tipi di Polada, Remedello e Lagozza: questa commistione di diverse tipologie genera una cultura dai tratti originali che si distacca da quella delle Terramare (a Ovest) e Appenninica (a Est) (FERRARESI, 1975). Allo hiatus del Bronzo medio segue una seconda fase di utilizzazione della grotta durante il Bronzo recente. La povertà dei resti archeologici può inquadrarsi in un mutato indirizzo dell'area appenninica, dovuto probabilmente alla presenza di nuove società, di cultura subappenninica, basate su attività pastorali e sull'allevamento (BENTINI, 2002), come attestato anche nella Grotta Serafino Calindri. La grotta sarà poi frequentata in modo sporadico nell'Età del Ferro e in quella romana.

Una datazione effettuata col 14C sui carboni di un focolare all'interno della Grotta Calindri data il livello in cui è compreso il focolare a 3200±60 anni fa, in piena facies subappenninica. Sono presenti una ventina tra focolari e testimonianze di torce, accesi sia sul pavimento che sulle sporgenze rocciose (fig. 4): la grotta è stata certamente frequentata, e in essa è stata rinvenuta una mandibola umana di un individuo di circa 6 anni e manufatti di scagliola (fig. 5). Il livello datato è compreso tra due livelli di riporto, i quali sono da attribuire ad un insediamento subappenninico situato sull'altura che domina la dolina di Budriolo (BARDELLA & Busi, 1972).


Fig. 4 - Le tracce dei fuochi delle torce sulle pareti della Grotta Calindri (Gessi Bolognesi) testimoniano della frequentazione di questa grotta nell'Età del Bronzo (foto D. Odorici).

The signs of the fire of some torches, that have calcinated the gypsum walls of the Calindri Cave, a Bronze Age site of the Gessi Bolognesi. 

  

Fig. 5 - Alcuni dei manufatti di scagliola della Grotta Calindri ci testimoniano l'utilizzo di tale materiale a partire dall'Età del Bronzo (foto Archivio GSB-USB).

Some archeological finds made with gypsum cement from the Bronze Age site of the Calindri Cave are the first evidence of the use of this matter.


Sempre nel Bolognese alcune altre grotte hanno restituito materiali archeologici: sono la Grotta degli Occhiali (ora distrutta da lavori di cava), presso la Grotta del Farneto, una cavità, parzialmente riempita da materiali di riporto, che ha restituito strumenti litici attribuibili all'Eneolitico, frammenti fittili e ossa animali (BARDELLA, 1973) e la Grotta Novella (località Farneto, Bologna) in cui sono state trovate selci lavorate, elementi fittili e un frammento osseo con incisioni regolari (un aratro?) (BANDINI, 1973).

Nella Grotta di fianco alla Chiesa di Gaibola (Bologna) si aprono due sale disposte l'una di fronte all'altra, chiamate rispettivamente Sala del Vaso e Sala dello Scheletro. La prima prende nome da due vasi cilindro-conici, uno dei quali completamente ricostruibile, datati all'Eneolitico finale; la seconda dallo scheletro di un individuo trovato nel livello II, rannicchiato sul fianco destro, con attorno grumi di ocra rossa, denti di animali e conchiglie forate (fig. 6). I caratteri antropologici richiamano quelli già evidenziati per i frequentatori delle altre grotte del Bolognese (FACCHINI, 1972c). Mentre il livello III (il più antico) è ricco di cenere, di frammenti di ceramica rozza (alcune esposte al fuoco), in parte decorata con ditate impresse, il livello I presenta ossa umane sparse e mescolate con resti di cultura relativa alle fasi finali dell'Eneolitico, quando la grotta venne adibita a sepolcreto, rispecchiando quanto è emerso fino ad ora circa l'utilizzo delle grotte emiliano-romagnole fin qui citate in relazione a questo periodo cronologico. Per i livelli II e III, attraverso vari confronti, è stato ipotizzata una loro attribuzione ad una fase media del Neolitico (BENEDETTI et al., 1972).


Fig. 6 - Esempio di deposizione funebre dalla Grotta di Gaibola, nei Gessi Bolognesi. Il defunto è adagiato su una mensola di gesso con una classica posizione fetale, secondo un rituale abbastanza diffuso nell'Eneolitico (da GSE, 1972).

An example ofAeneolithic burial from the Gaibola Cave (Gessi Bolognesi). According to the funeral ritual of this period for a wide part of Central and North Italy the dead was buried on a gypsum shelf of the cave with a characteristic fetal position.


La Tana della Mussina (presso Borzano, Reggio-Emilia) ha restituito i resti scheletrici di almeno 18 individui, alcuni con tracce di combustione. La presenza di frammenti ceramici a cercini e di alcune forme di tradizione lagozziana, così come di industria lirica di tipo Remedello, manufatti in osso e oggetti in metallo data le diverse testimonianze all'Eneolitico (BERMOND MONTANARI, 1976). Diverse ipotesi sono state formulate, attraverso il record archeologico, circa i possibili riti che si svolgevano all'interno della Tana della Mussina: antropofagia, riti funebri che prevedevano la combustione parziale delle ossa umane (come osservato anche nella Grotta del Farneto e nella Tanaccia di Brisighella), inumazione secondaria, rito misto, ecc.

È dunque evidente che durante l'Eneolitico la maggior parte delle grotte che si sviluppano nel contesto evaporitico emiliano-romagnolo sono state utilizzate come sepolcreti, sebbene non sia unanime il parere degli studiosi in merito al rito svolto (Tanaccia, Grotta del Re Tiberio, Grotta e Sottoroccia del Farneto, Grotta di fianco alla Chiesa di Gaibola, Tana della Mussina). Successivamente alcune di queste hanno svolto una funzione abitativa e complessivamente hanno subito uno hiatus di utilizzo per tutto l'arco cronologico del Bronzo medio (ad eccezione della Grotta del Re Tiberio). Alcune grotte sono state poi rifrequentate nelle fasi recenti dell'Età del Bronzo (XIII-XII sec. a.C.), nel periodo della cultura subappenninica, in cui si ha una colonizzazione all'interno delle vallate. Nell'Età del Ferro, sporadiche testimonianze antropiche (umbre per la Romagna, etrusche per l'Emilia, e poi celtiche in entrambe le aree) inducono a ritenere che le grotte siano state frequentate per scopi rituali o come rifugio occasionale per pastori-allevatori, senza alterare sostanzialmente i precedenti assetti territoriali, "..preservando le forme del paesaggio naturale lungo la Vena gessosa" (RACCAGNI, 1994). 

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