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TESTIMONIANZE
ANTROPICHE PRE-PROTOSTORICHE IN AREE GESSOSE
Stefano
Benazzi, Giorgio Gruppioni (Dipartimento di Storie e Metodi per la
Conservazione dei Beni Culturali - Università degli Studi di Bologna)
Riassunto
Giacimenti
gessosi sono attestati praticamente su tutto il territorio italiano con
concentrazioni diverse da regione a regione. Poche tra queste forniscono
comunque testimonianze di frequentazioni antropiche pre-protostoriche.
Inoltre è evidente un certo squilibrio nella raccolta delle
testimonianze a favore dell'Emilia Romagna, dove ad una ricca serie di
siti prevalentemente in grotte gessose (Grotta della Tanaccia, Grotta
del Re Tiberio, Grotta del Farneto, ecc.), si affiancano numerose e
puntuali indagini archeologiche e antropologiche. Anche in Sicilia la
presenza dell'uomo pre-protostorico in aree gessose è attestata in vari
siti, ma sono necessari ulteriori sviluppi della ricerca per poter
delineare un quadro esaustivo. Ad ogni modo le testimonianze antropiche
pre-protostoriche che emergono da tutti i siti non risalgono oltre l'Eneolitico.
Alcuni di questi mostrano una frequentazione continua che, senza
soluzione di continuità, perdura fino all'epoca romana, altri sono
caratterizzati da periodi di iato più o meno lunghi che interessano o
l'Età del Bronzo o la successiva Età del Ferro.
Parole
chiave: Pre-protostoria; archeoantropologia; gessi.
Abstract
Gypsum
karst deposits are present throughout Italy, with different
concentrations from region to region. However, few of them provide
evidence of the pre protohistoric presence of humans. In this regard,
there is a certain imbalance in favour of Emilia Romagna where many
sites, mainly in gypsum karst caves (Tanaccia Cave, Re Tiberio Cave,
Farneto Cave, etc.), are associated with archaeological and
anthropological investigations. The presence of pre protohistoric man in
gypsum karst areas has also been recorded in various sites in Sicily,
but further research developments are needed to provide an exhaustive
picture. In any case, the pre protohistoric human evidence that emerges
from all the sites does not date to earlier than the Eneolithic. Some
sites were occupied continuously until the Roman era, while others are
characterized by a more or less long hiatus in the Bronze Age or the
subsequent Iron Age.
Key-words:
Pre protohistory; archeoanthropology; gypsum
Gli
affioramenti gessosi italiani non sono distribuiti sul territorio in
modo omogeneo, ma risultano più o meno concentrati in molte regioni. Da
ciò si evince che il campo della ricerca, il cui denominatore comune
sono i gessi, e nello specifico l'uomo pre-protostorico in rapporto a
questi, si restringe e si focalizza in queste specifiche aree.
Oltre
a questo primo filtro, di carattere puramente litologico, si deve
prendere in considerazione anche quello relativo all'estensione degli
affioramenti e, come tali, quelli significativi restringono l'area
d'interesse a poche regioni, ovvero Sicilia, Calabria, Emilia Romagna.
Inoltre non può essere trascurata un'ulteriore considerazione circa il
fatto che la presenza di giacimenti gessosi e di probabili cavità
carsiche in essi presenti non comporta necessariamente che l'uomo
pre-protostorico abbia utilizzati i primi o abitato i secondi. Allo
stesso tempo la natura intrinseca dei gessi li porta ad essere
particolarmente soggetti a processi di continuo rimodellamento
morfologico, cosicché eventuali livelli antropici presenti in grotte
scavate in questo contesto litologico potrebbero aver subito gli effetti
di questi processi.
Il
Piemonte e la Calabria non forniscono infatti alcuna informazione utile
in proposito: in particolare, la Calabria è ricca di giacimenti
preistorici in grotte calcaree mentre non sono documentati ritrovamenti
in cavità gessose, molte delle quali comunque debbono ancora essere
esplorate o sono state soggette a massicci fenomeni erosivi tali da aver
coinvolto i depositi ivi presenti (LAROCCA, 2003, com. pers.).
La
Sicilia presenta una notevole quantità di affioramenti e, benché
alcune delle considerazioni fatte sopra per la Calabria trovino anche
qui una certa validità, essa offre sicure testimonianze della presenza
dell'uomo protostorico in alcune aree gessose (ad esempio a Santa Ninfa
e a Sant'Angelo Muxaro), molte delle quali ancora inedite (TUSA, 2003,
com. pers.).
La
Grotta di Sant'Angelo (Agrigento) si apre sulle pendici meridionali di
una collina di gesso cristallino insieme ad altre tombe scavate nella
roccia. Le indagini eseguite nelle diverse tombe artificiali, e in
particolar modo i bronzi che queste hanno restituito, collocano la
realizzazione delle tombe al XIII-XII sec. a.C., quindi nel Bronzo
recente (TUSA, 1999). Le tombe si collocano in due punti diversi delle
pendici del colle: quelle a semplice grotticella sono situate più in
basso rispetto a quelle a tholos, molto simili alle tholoi del Bronzo
medio-recente della Sicilia orientale, influenzate dalla cultura egea.
Sono state molto probabilmente le risorse minerarie della zona (sali
potassici, zolfo, gesso, salgemma) a favorire il graduale sviluppo di
questo centro nell'Età del Bronzo.
La
riserva Naturale Integrale "Grotta di Santa Ninfa", nel
territorio dei comuni di Santa Ninfa e di Gibellina (Trapani), si trova
su un altopiano di natura gessosa in cui si erge il Monte Finestrelle:
una cultura definita "protoelima" ha lasciato testimonianze
della sua presenza scavando una necropoli nei gessi delle pendici del
monte, costituita da una trentina di tombe del tipo a forno o a
grotticella artificiale. Nei saggi effettuati nel declivio
sud-occidentale sono stati portati alla luce materiali che coprono un
arco cronologico compreso tra IX e VIII sec. a.C. e, coerentemente con i
dati emersi dalla necropoli, attestano una fase iniziale dell'Età del
Ferro (DE. CESARE & GARGINI, 1997; FALSONE & MANNINO, 1997). Le
più antiche testimonianze di presenze antropiche in Sicilia, in
relazione agli affioramenti gessosi, non risalgono comunque oltre il
Bronzo medio (fine XVII-XIV sec. a.C.); è comunque certo che nuove
indagini potranno ampliare le poche testimonianze qui citate.
Più
ricco è il quadro che si può delineare per l'Emilia Romagna, in cui
una nutrita serie di giacimenti pre-protostorici sono inglobati
all'interno di diverse cavità carsiche evaporitiche. Si possono
distinguere le grotte romagnole, che rientrano nella cosiddetta Vena del
Gesso romagnola (La Tanaccia, la Grotta del Re Tiberio, la Grotta dei
Banditi) e quelle emiliane, facenti capo al territorio bolognese (Grotta
e Sottoroccia del Farneto, Grotta Serafino Calindri, Grotta degli
Occhiali, Grotta Novella, Grotta di fianco alla Chiesa di Gaibola) e
reggiano (Tana della Mussina). Tra le grotte romagnole emerge La
Tanaccia di Brisighella (Ravenna) (fig. 1), in cui il vasellame fittile
databile tra tardo Eneolitico e antica Età del Bronzo (2300-1650 a.C.),
attesta la confluenza nella zona di diverse culture: la maggior parte di
esso è infatti simile tipologicamente - ma ad essa estraneo - alla
facies di Polada, ma sono presenti anche esemplari di tradizione
lagozziana, altri con fogge e decorazioni di stile Conelle, altri ancora
interpretati come una tarda rielaborazione del vaso campaniforme (fig.
2). Allo stesso periodo possono essere ricondotte l'industria lirica e
quella in corno, osso e metallo qui rinvenute (FAROLFI, 1976; BERMOND
MONTANARI, 1990, 1996; MASSI & MORICO, 1996). Sono presenti alcuni
focolari in successione e, sotto questi, resti scheletrici umani sparsi
un po' ovunque, affini al tipo ligure (FACCHINI, 1975; FACCHINI &
MINELLI TELESCA, 1975), frammisti a svariati reperti paleontologici e a
frammenti di vasellame (MANSUELLI & SCARANI, 1961). Il FACCHINI
(1975) ha rilevato "una certa affinità antropologica e culturale
con i reperti del Sottoroccia del Farneto": simili infatti sono le
ossa degli arti, che trovano corrispondenza con quelle delle altre
popolazioni preistoriche italiane. La stima della statura colloca però
gli uomini della Tanaccia fra i più bassi in Italia in quel periodo e
la ricostruzione della struttura corporea ne rivela una particolare
robustezza. Diverse sono le interpretazioni in merito alla presenza di
resti umani sparsi, alcuni dei quali soggetti a bruciatura (SCARANI,
1962): secondo l'ipotesi che trova maggior consenso si ritiene che la
cavità sia servita come luogo di sepoltura, ma non viene esclusa una
sua utilizzazione come abitazione. Comunque sia, la cavità fu
abbandonata nell'Età del Bronzo medio (BENTINI, 2002), per essere poi
rifrequentata nel Bronzo recente (attestato dalla cultura subappennica)
e, in modo più sporadico, nel VI sec. a.C. (seconda Età del Ferro)
durante il popolamento umbro della Romagna.
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Fig.
1 - L'ingresso della Tanaccia, uno dei più noti siti
dell'Età del Bronzo nella Vena del Gesso romagnola
(foto I. Fabbri).
The
entrance of the Tanaccia Cave, a famous Bronze Age site
of the Vena del Gesso of Romagna. |
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Fig.
2 - La tipica produzione vascolare dell'Età del Bronzo
e un cranio di cane provenienti dalla Tanaccia (foto
Archivio GSF).
The
characteristic pottery of the Bronze Age and a skull of
a dog from the Tanaccia Cave (Vena del Gesso of
Romagna). |
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La
Grotta del Re Tiberio si apre nei gessi del Monte della Volpe, presso
Riolo Terme (Ravenna). Dai livelli inferiori, a causa di voragini
indotte da lavori di cava, sono emersi, nel 1970, resti ossei umani
appartenenti ad almeno quattro individui (BENTINI, 1972; FACCHINI,
1972c). Altri resti ossei umani e vasi fittili, databili tra la fine
dell'Eneolitico e le primissime fasi della media Età del Bronzo, venuti
alla luce in seguito ad ulteriori frane, hanno arricchito le
testimonianze antropiche della grotta, evidenziando caratteri simili a
quelli osservati nelle altre cavità. Si può dunque ipotizzare che,
come alla Tanaccia, dall'Eneolitico e per tutta l'antica Età del Bronzo
la grotta sia servita come luogo di sepoltura, a cui sarebbe seguito però
un utilizzo di tipo abitativo per le successive fasi dell'Età del
Bronzo, compreso il Bronzo medio (PACCIARELLI, 1994): manca infatti qui
lo hiatus cronologico corrispondente al Bronzo medio, contrariamente a
quanto si registra invece alla Tanaccia e in tutte le altre cavità
carsiche dell'Emilia Romagna. Nell'Età del Ferro (dal VI sec. a.C.), se
non già a partire dalla tarda Età del Bronzo, in corrispondenza del
popolamento umbro della Romagna, la grotta venne utilizzata per scopi
religiosi (culto perpetuato poi in età romana) data la presenza di
sorgenti di acqua solfurea: sono stati trovati infatti numerosi vasetti
fittili (probabili ex-voto), alcuni con tracce di ocra rossa, altri
contenenti piccoli oggetti di bronzo nonché alcuni bronzetti etruschi
(AA. VV., 1996).
La
Grotta dei Banditi si apre a Monte Mauro (Brisighella), poco distante
dalla Grotta del Re Tiberio. La lunga serie di focolari che
contraddistingue la stratigrafia del giacimento, contenenti carbone,
cenere, ossa animali semi-combuste (resti di pasto) nonché frammenti di
vasellame in ceramica grezza (annerita dal fuoco, per chiaro uso
domestico), vasi da mensa in ceramica fine e semifine, induce a ritenere
che la grotta sia stata utilizzata a scopo abitativo sebbene non si
possano escludere anche riti legati a sacrifici umani, come sembrano
indicare i pochi resti ossei, alcuni dei quali combusti, riconducibili
ad almeno quattro individui. I reperti fittili, come anche gli strumenti
su supporto osseo (scarsamente attestata è l'industria litica),
rientrerebbero nel quadro della composita cultura della Tanaccia,
rispecchiandone anche lo hiatus cronologico del Bronzo medio e recente:
si ipotizza che per entrambe le grotte, così come per altre grotte
emiliano-romagnole, un grande crollo, verificatosi verso il 1700 a.C.,
potrebbe averne determinato l'abbandono (BENTINI, 2002). La grotta fu
poi frequentata sporadicamente soltanto a partire dalla seconda Età del
Ferro (VI-IV sec. a.C.) dagli umbri prima e dai romani poi, in entrambi
i casi per scopi rituali.
Le
testimonianze antropiche più antiche nella Grotta del Farneto (San
Lazzaro di Savena, Bologna) risalgono all'Eneolitico, attestato dalla
sensibile presenza della cultura di Remedello (MANSUELLI & SCARANI,
1961; FERRARESI, 1975). Lo scarso materiale osteologico umano,
frammentato e disseminato negli strati culturali eneolitici, viene
riferito a tre individui: un uomo, una donna, il cui cranio presenta
tracce di ustioni (testimonianze di riti funebri?) e un bambino (RACCAGNI,
1994). Più che la Grotta, il Sottoroccia del Farneto, interpretato come
sepolcreto (in cui il Facchini riconobbe una quarantina d'individui
giovani o giovanissimi), ha permesso di condurre studi specifici
sull'uomo che abitava la zona nell'Eneolitico (fig. 3). È stata
rilevata una certa variabilità nelle forme craniche, con elementi
dolicomorfi (forse di tipo mediterraneo) accanto a elementi brachimorfi
(forse di tipo alpino), e allo stesso tempo forme intermedie, tutte
relative comunque a uomini di statura medio-bassa (FACCHINI, 1972a,
1975; FACCHINI & MINELLI TELESCA, 1975; FERRARESI, 1975). È proprio
questa mescolanza di caratteri antropologici che avvalora l'ipotesi del
ruolo di crogiolo svolto dall'Appennino in generale e dall'area del
Farneto in particolare, per i contatti tra l'Italia settentrionale e
centro-meridionale, evidenziato anche dalle diverse culture qui
rappresentate (MANSUELLI, SCARANI, 1961). Il materiale archeologico
recuperato nel Sottoroccia faceva parte di corredi funebri, la cui
tipologia eneolitica consente di datare le ossa umane ad un periodo
cronologicamente vicino a quello dei resti rinvenuti all'interno della
grotta. Dal Sottoroccia provengono reperti di osso e corno, conchiglie
fossili perforate all'umbone, oggettini di rame, un'abbondante industria
litica e scarsi frammenti fittili di tipo rozzo.
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Fig.
3 - Il Sottoroccia del Farneto, nei Gessi Bolognesi, costituisce
un classico esempio di grotticella utilizzata a scopo sepolcrale
dalla comunità eneolitica stanziata nelle immediate vicinanze
della grotta (foto L. Fantini).
The
Sottoroccia Cave of Farneto (Gessi Bolognesi) was a
characteristic example of the little caves used as necropolis
during the Copper Age. |
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L'Età
del Bronzo è documentata nella Grotta del Farneto da una cultura che si
può ricondurre ai tipi di Polada, Remedello e Lagozza: questa
commistione di diverse tipologie genera una cultura dai tratti originali
che si distacca da quella delle Terramare (a Ovest) e Appenninica (a
Est) (FERRARESI, 1975). Allo hiatus del Bronzo medio segue una seconda
fase di utilizzazione della grotta durante il Bronzo recente. La povertà
dei resti archeologici può inquadrarsi in un mutato indirizzo dell'area
appenninica, dovuto probabilmente alla presenza di nuove società, di
cultura subappenninica, basate su attività pastorali e sull'allevamento
(BENTINI, 2002), come attestato anche nella Grotta Serafino Calindri. La
grotta sarà poi frequentata in modo sporadico nell'Età del Ferro e in
quella romana.
Una
datazione effettuata col 14C sui carboni di un focolare all'interno
della Grotta Calindri data il livello in cui è compreso il focolare a
3200±60 anni fa, in piena facies subappenninica. Sono presenti una
ventina tra focolari e testimonianze di torce, accesi sia sul pavimento
che sulle sporgenze rocciose (fig. 4): la grotta è stata certamente
frequentata, e in essa è stata rinvenuta una mandibola umana di un
individuo di circa 6 anni e manufatti di scagliola (fig. 5). Il livello
datato è compreso tra due livelli di riporto, i quali sono da
attribuire ad un insediamento subappenninico situato sull'altura che
domina la dolina di Budriolo (BARDELLA & Busi, 1972).
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Fig.
4 - Le tracce dei fuochi delle torce sulle pareti della
Grotta Calindri (Gessi Bolognesi) testimoniano della
frequentazione di questa grotta nell'Età del Bronzo
(foto D. Odorici).
The
signs of the fire of some torches, that have calcinated
the gypsum walls of the Calindri Cave, a Bronze Age site
of the Gessi Bolognesi.
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Fig.
5 - Alcuni dei manufatti di scagliola della Grotta
Calindri ci testimoniano l'utilizzo di tale materiale a
partire dall'Età del Bronzo (foto Archivio GSB-USB).
Some
archeological finds made with gypsum cement from the
Bronze Age site of the Calindri Cave are the first
evidence of the use of this matter. |
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Sempre
nel Bolognese alcune altre grotte hanno restituito materiali
archeologici: sono la Grotta degli Occhiali (ora distrutta da lavori di
cava), presso la Grotta del Farneto, una cavità, parzialmente riempita
da materiali di riporto, che ha restituito strumenti litici attribuibili
all'Eneolitico, frammenti fittili e ossa animali (BARDELLA, 1973) e la
Grotta Novella (località Farneto, Bologna) in cui sono state trovate
selci lavorate, elementi fittili e un frammento osseo con incisioni
regolari (un aratro?) (BANDINI, 1973).
Nella
Grotta di fianco alla Chiesa di Gaibola (Bologna) si aprono due sale
disposte l'una di fronte all'altra, chiamate rispettivamente Sala del
Vaso e Sala dello Scheletro. La prima prende nome da due vasi
cilindro-conici, uno dei quali completamente ricostruibile, datati all'Eneolitico
finale; la seconda dallo scheletro di un individuo trovato nel livello
II, rannicchiato sul fianco destro, con attorno grumi di ocra rossa,
denti di animali e conchiglie forate (fig. 6). I caratteri antropologici
richiamano quelli già evidenziati per i frequentatori delle altre
grotte del Bolognese (FACCHINI, 1972c). Mentre il livello III (il più
antico) è ricco di cenere, di frammenti di ceramica rozza (alcune
esposte al fuoco), in parte decorata con ditate impresse, il livello I
presenta ossa umane sparse e mescolate con resti di cultura relativa
alle fasi finali dell'Eneolitico, quando la grotta venne adibita a
sepolcreto, rispecchiando quanto è emerso fino ad ora circa l'utilizzo
delle grotte emiliano-romagnole fin qui citate in relazione a questo
periodo cronologico. Per i livelli II e III, attraverso vari confronti,
è stato ipotizzata una loro attribuzione ad una fase media del
Neolitico (BENEDETTI et al., 1972).
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Fig.
6 - Esempio di deposizione funebre dalla Grotta di Gaibola, nei
Gessi Bolognesi. Il defunto è adagiato su una mensola di gesso
con una classica posizione fetale, secondo un rituale abbastanza
diffuso nell'Eneolitico (da GSE, 1972).
An
example ofAeneolithic burial from the Gaibola Cave (Gessi
Bolognesi). According to the funeral ritual of this period for a
wide part of Central and North Italy the dead was buried on a
gypsum shelf of the cave with a characteristic fetal position. |
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La
Tana della Mussina (presso Borzano, Reggio-Emilia) ha restituito i resti
scheletrici di almeno 18 individui, alcuni con tracce di combustione. La
presenza di frammenti ceramici a cercini e di alcune forme di tradizione
lagozziana, così come di industria lirica di tipo Remedello, manufatti
in osso e oggetti in metallo data le diverse testimonianze all'Eneolitico
(BERMOND MONTANARI, 1976). Diverse ipotesi sono state formulate,
attraverso il record archeologico, circa i possibili riti che si
svolgevano all'interno della Tana della Mussina: antropofagia, riti
funebri che prevedevano la combustione parziale delle ossa umane (come
osservato anche nella Grotta del Farneto e nella Tanaccia di
Brisighella), inumazione secondaria, rito misto, ecc.
È
dunque evidente che durante l'Eneolitico la maggior parte delle grotte
che si sviluppano nel contesto evaporitico emiliano-romagnolo sono state
utilizzate come sepolcreti, sebbene non sia unanime il parere degli
studiosi in merito al rito svolto (Tanaccia, Grotta del Re Tiberio,
Grotta e Sottoroccia del Farneto, Grotta di fianco alla Chiesa di
Gaibola, Tana della Mussina). Successivamente alcune di queste hanno
svolto una funzione abitativa e complessivamente hanno subito uno hiatus
di utilizzo per tutto l'arco cronologico del Bronzo medio (ad eccezione
della Grotta del Re Tiberio). Alcune grotte sono state poi rifrequentate
nelle fasi recenti dell'Età del Bronzo (XIII-XII sec. a.C.), nel
periodo della cultura subappenninica, in cui si ha una colonizzazione
all'interno delle vallate. Nell'Età del Ferro, sporadiche testimonianze
antropiche (umbre per la Romagna, etrusche per l'Emilia, e poi celtiche
in entrambe le aree) inducono a ritenere che le grotte siano state
frequentate per scopi rituali o come rifugio occasionale per
pastori-allevatori, senza alterare sostanzialmente i precedenti assetti
territoriali, "..preservando le forme del paesaggio naturale lungo
la Vena gessosa" (RACCAGNI, 1994).
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