| LE AREE CARSICHE GESSOSE D'ITALIA - Istituto Italiano di Speleologia - Memoria XIV, s. II (2003) | |||||||
|
PARTICOLARITÀ
BIOLOGICHE DELLE AREE CARSICHE NEI
GESSI ITALIANI Leonardo
Latella (Museo Civico di Storia Naturale di Verona - Lungadige Porta
Vittoria, 9 37129 Verona Italy – leonardo.latella@comune.verona.it) Giuseppe
Rivalta (Gruppo Speleologico Bolognese - Unione Speleologica Bolognese) Dino
Scaravelli (Riserva naturale Orientata e Museo di Onferno, Comune di
Gemmano (RN) - Fondazione Chiroptera Italica, Forlì) Riassunto Nel
presente lavoro vengono riportati una breve storia ed i risultati
scientifici delle ricerche biospeleologiche effettuate nelle aree
gessose italiane. La maggior parte di esse sono state condotte nelle
grotte della Sicilia, Calabria ed Emilia a partire dai primi anni del
`900. Tra le numerose formazioni evaporitiche italiane, soltanto
le più estese sono state adeguatamente studiate sotto il profilo
botanico. Dagli studi effettuati da P. Zangheri (1959) era risultata
esclusa la presenza di flore gipsofile. Oggi invece si è evidenziato
come il substrato gessoso diventi fondamentale per quella flora
cosiddetta "minore" rappresentata dai Muschi e dai Licheni.
Gli sudi microbiologici degli habitat cavernicoli dell'Emilia sono molto
interessanti, anche se sono ancora scarsi i dati ottenuti. In Italia tra
i primi a tentare indagini di questo tipo furono A. Amati e C. Gualandi
che nel 1934 analizzarono le acque di un torrente all'interno della
Grotta Gortani, nei Gessi Bolognesi di Zola Predosa. A quasi
sessant'anni di distanza nella grotta laboratorio Novella (Farneto,
Parco dei Gessi Bolognesi) è iniziato un monitoraggio microbiologico
dell'aria e delle superfici della cavità. Sono state già identificate
una decina di specie e attualmente si sta monitorando l'andamento in
specie e numerico dei batteri e miceti presenti, cercandone i
collegamenti con il microclima ipogeo.
Viene inoltre riportata e discussa la presenza delle specie appartenenti
alla categoria ecologica degli eucavernicoli ed una breve analisi
biogeografica del popolamento delle grotte italiane nei gessi. Parole
chiave: Italia, grotte nei gessi, storia delle ricerche, flora, fauna
cavernicola, biogeografia. Abstract In the present paper a concise history and the scientific results of the biospeleological research in the gipsum areas in Italy are reported. Most of them were carried out in caves located in Sicily, Calabria and Emilia from the beginning of the last century. Among the Italian gypsum formations, only the most large areas are proportionately studied. From a detailed research of P Zangheri (1959) resulted a no gypsophila Flora present in that areas. Today the scientists say that for Musk and Lichens the gypsum substratum has an essential importance. Microbiological studies about cave's of Emilia Region habitat are very interesting, but there are few informations today. In 1934 A. Amati and C. Gualandi analized some samples from the Gortani Cave (in a gypsum outcrop near Bologna). Over sixty years, some researchers beginning a study about the microbial populations of the Novella Cave (Farneto, Gessi Bolognesi Regional Park). They identified many environmental bacteria species and moulds and their links with the cave. The presence of the eucavernicolous species is reported and analyzed. A short biogeographical analisys is also carried out. Key words: Italy, gypsum caves, history of research, flora, cave fauna, biogeography. ASPETTI
BOTANICI (Giuseppe Rivalta) Le
formazioni evaporitiche gessose, per le loro caratteristiche
chimico-fisiche e per le macro e micro morfologie che le caratterizzano,
costituiscono un ambiente estremamente interessante anche da un punto di
vista biologico. Il
fenomeno carsico che queste formazioni hanno sviluppato ha dato origine
ad un grande numero di ambienti, di habitat, con conseguente forte
diversificazione biologica, vegetale ed animale. Come
sempre accade, parlando di organismi cavernicoli, il passaggio da forme
epigee ad ipogee non è netto, ma è rappresentato da una serie di stadi
intermedi che fanno da collegamento tra i due domini. La vegetazione è
certamente il primo e forse più importante fattore che è da prendere
in considerazione in uno studio biogeografico e biospeleologico. Le
aree gessose della penisola italiana sono presenti in quasi tutte le
regioni, ma per l'importanza che alcune di esse rivestono si possono
ridurre alle seguenti: Formazioni emilianoromagnole, calabre e sicilane. Per
le altre (una decina circa) mancano ancora studi particolareggiati,
tuttavia in base alle informazioni oggi in nostro possesso è possibile
azzardare l'ipotesi che, almeno sotto il profilo botanico, non vi siano
sostanziali differenze con quelle attualmente indagate purché di pari
latitudine ed altitudine. Per quanto riguarda gli aspetti floristici va
citato l'imponente e minuzioso studio da parte di ZANGHERI (1959), che
dimostrò l'assenza di una vera e propria flora gipsofila, legata cioè
esclusivamente al sostrato di rocce selenitiche, come ipotizzato in
precedenza da diversi autori. In realtà questa disgiunzione dal gesso
per cui la flora vascolare appare quasi del tutto sovrapponibile a
quella di ambienti calcarei geograficamente omologhi va riferita
soltanto alle piante vascolari, dato che il sostrato gessoso appare
fondamentale e in molti casi vincolante per la flora "minore"
e in particolare, come si vedrà in seguito, quella lichenica e
muscinale. I
Sedum che troveremo citati, costituiscono un habitat di interesse
comunitario prioritario (Alysso-Sedion albi) secondo l'allegato I della
Direttiva Habitat 92/43/CE. La vegetazione presente negli inghiottitoi
con felci, costituisce l'habitat delle pareti casmofitiche" (pareti
strapiombanti). Questi habitat sono esclusivi (insieme alle grotte non
sfruttate a livello turistico) del sistema carsico dei gessi che, per la
presenza di queste emergenze, è stato proposto come Sito di Interesse
Comunitario (PSIC). I
gessi dell'Oltrepo pavese - Casteggio Gli
affioramenti evaporitici messiniani, che caratterizzano alcuni tratti
dell'area collinare (altitudine media 200 m s.l.m.), presentano flore
molto simili a quelle delle aree emilianoromagnole, anche se l'antro
pizzazione ha agito sulla copertura forestale. La zona in cui si apre la
Grotta di Camerà non presenta endemismi, ma soltanto le specie tipiche
delle zone ingressuali delle cavità gessose appenniniche. I
gessi del Trias della Val di Secchia (Reggio Emilia) La
diversa antichità di giacitura delle evaporati (triassiche e
mioceniche) costituisce un elemento di non poca importanza da un punto
di vista corologico. I
Gessi triassici (Formazione di Burano), affioranti nell'Alta Val di
Secchia, occupano una fascia altitudinale compresa tra 1300 ed i 900 m
s.l.m. Le
anfrattuosità, le asperità delle stratificazioni (es. M. Rosso, M.
Gebolo, ecc.), e l'esposizione favoriscono l'attecchimento di specie
floristiche anche molto rare. Tra queste vi è Artemisia lanata Willd.,
una Asteraceae (Composita) pianta tipicamente pioniera per questa zona,
che si rinviene qui sui 450 m s.l.m. Questa specie ha, in Italia,
un'altra stazione soltanto in Piemonte (Val Macra, 1200 m s.l.m.).
Secondo S. PIGNATTI (1982, p. 106) "... l’area distributiva
presenta carattere disgiunto e frammentario (Penisola Iberica, Italia,
Crimea, Caucaso, Cappadocia) che fa pensare a una specie di grande
antichità, forse il ceppo originario dal quale è derivato tutto il
gruppo". La peculiarità della Artemisia lanata del Secchia sta nel
fatto che la sua sopravvivenza a una quota bassa (le altre stazioni ad
esempio nei Pirenei sono a circa 3000 metri) e la netta frammentazione
dell'areale, potrebbe essere la dimostrazione di una situazione
relittuale con origine nelle passate ere glaciali. Un'altra pianta che
ha le stesse caratteristiche di "relitto glaciale" è Ononis
rotundifolia L. una Fabaceae (Leguminosa) che vive sui gessi di M.
Rosso, M. Caldina, M. Cafaggio e in altre zone sempre però limitate
alle aree gessose della Val Secchia. Altre stazioni italiane di questa
leguminosa sono nelle Alpi Occidentali, Val Macra (Piemonte) e nel Gran
Sasso (App. abruzzese). In Europa è presente in alcuni siti delle Alpi
francesi meridionali ed in Spagna sui Pirenei. La sola presenza di
questi due relitti di flore pleistoceniche consente di affermare che i
Gessi triassici hanno una grande importanza sotto l'aspetto
fitogeografico perché rappresentano un punto di collegamento tra i
settori alpini ed appenninici (sec. D. Bertolani Marchetti). A parte
questi endemismi, la vegetazione presenta aspetti che la accomunano a
quelli, come vedremo, delle altre formazioni gessose appenniniche.
Interessanti sono gli inghiottitoi, che come sempre mostrano seriazioni
climatiche al loro interno con risvolti sulla vegetazione. Anche se non
sono ancora completati gli studi sui Licheni, questi sono presenti con
oltre 50 specie e ciò si spiega con la loro sensibilità alle
variazioni di intensità luminosa che rappresenta, non solo per loro, un
fattore limitante. Infatti la variabilità nelle specie diminuisce man
mano che la radiazione luminosa decresce verso il fondo degli
inghiottitoi, favorendo sempre più i generi filogeneticamente più
antichi. Nei pressi dell'ingresso del Tanone Grande della Gaggiolina le
specie licheniche denotano un'appartenenza alle categoria delle
subatlantiche, ovviamente per l'alta umidità che ne riduce l'evapo-
traspirazione. Nei pressi delle sorgenti (Primaore, Poiano) situate alla
base dei Gessi e con acque ad alto contenuto salino, esisteva un'estesa
associazione a Triglochin palustre (oggi pressoché scomparsa a causa di
lavori di "risanamento"), una specie molto diffusa, un tempo,
nel fondovalle padano. I
gessi di Borzano (Albinea, Reggio Emilia) L'area
nelle colline di Borzano e si sviluppa in una fascia compresa tra 1200
ed 1418 m s.l.m. ai piedi dell'Appennino tra Reggio e Modena. Il clima
è di tipo mediterraneo per la posizione geografica in cui questa
formazione evaporitica (gessi messiniani) si trova. Essa è infatti
protetta a Sud da colline che riducono l'effetto dei freddi venti
invernali e a Nord dalla quota che non permette di risentire in modo
accentuato delle inversioni termiche tipiche della attigua Pianura
Padana. Infatti le temperature medie si aggirano intorno ai +13 °C
(min. 0,96 °C, max. +23,48 °C). La piovosità media annua è di 598,79
mm, il che non è molto, per cui il clima è classificato come
mesotermico umido. Questi dati climatologici sono abbastanza
confrontabili con quelli delle altre aree gessose della Regione. A
queste condizioni climatiche generali si associano quelle
microclimatiche tipicamente legate alle morfologie carsiche di
superficie che determinano, come sempre, la composizione della
vegetazione e delle flore annesse. Le oltre 40 cavità che si sviluppano
all'interno di questi gessi si originano da un lungo allineamento di
doline e sprofondamenti. L'area gessosa è stata suddivisa in almeno 11
formazioni vegetali di cui i Querceti mesofili e quelli xerofili hanno
una posizione dominante. Le
conche carsiche, i versanti ripidi e poveri di suolo, favoriscono il
passaggio a formazioni maggiormente diversificate. Tra le piante erbacee
c'è il Dittamo (Dictamnus albus) che rientra nelle specie protette a
livello regionale. Nelle parti rocciose umide molto rigogliosi sono i
boschi a Carpino nero (Ostrya carpinifolia) con un ricco sottobosco.
Sulle rupi gessose il Sedum album è molto diffuso essendo adatto a
sopportare le forti escursioni termiche e la forte aridità di queste
zone. Non mancano nell'area di questi gessi anche delle specie
abbastanza rare come Orchis laxiflora, Himantoglossum adriaticum, Allium
pendulinum e Malus fiorentina, specie a distribuzione prettamente
mediterranea. I
Gessi Bolognesi La
formazione evaporitica messiniana che si sviluppa a ridosso della città
di Bologna, nonostante un'estensione non certo enorme (5000 ettari),
resta una delle più interessanti anche sotto l'aspetto botanico per
l'enorme variabilità di ambienti che in essa si sono instaurati, per i
fenomeni erosivi che hanno portato allo sviluppo di un carsismo, sia di
superficie che profondo, più differenziati rispetto a quelli delle zone
limitrofe. L'altezza media si aggira sui 200-260 m s.l.m. Le doline (tra
cui quella della Spipola è la maggiore in Europa) presentano nelle loro
parti sommitali, estese aree di roccia nuda che si alternano a zone con
uno strato di suolo sottile, o a praterie e bosco. Come già detto
precedentemente, la peculiarità delle formazioni evaporitiche è quella
di avere substrati molto aridi ad alta salinità, cosa che comporta una
adeguata selezione delle specie che le colonizzano (xerofilia). Le
Fanerogame presenti non mostrano particolari adattamenti, mentre molto
interessanti sono i Licheni che hanno sviluppato specie definite "gipsicole".
Il fenomeno non è tuttavia esclusivo della zona in esame,ma è stato
verificato anche negli affioramenti siciliani. La supposta gipsofilia di
certi Licheni è stata riscontrata anche in Marocco ed in Spagna. Tra le
specie più importanti (vere e proprie colonie pioniere), si ricordano i
Diploschistes diacapsis, Acarospora spp., Fulgensia desertorum, Psora
decipiens, Cladonia con voluta e molte altre. Sugli strati in cui si
accumula poco terreno, si instaurano diverse terofite che adottano
interessanti strategie per superare i periodi climaticamente
sfavorevoli. Tra queste pianticelle a vita effimera (con fioritura tra
febbraio e marzo) si ricordano la Saxifraga tridactylites, l'Erophila
verna, il Geranium molle, Erodium cicutarium e molte altre. La flora
rupicola è molto variegata e tra le specie più comuni abbiamo Sedum
acre, S. rupestre e S. sexangulare oltre a S. album e S. hispanicum.
Altre interessanti specie di questi habitat sono Scilla autumnalis e le
aromatiche Artemisia alba, Helichrysum italicum, Thymus serpyllum e
Calamintha nepeta, piante che danno alle bancate rocciose un aspetto che
ricorda le garighe mediterranee. Le
aree ombreggiate, in particolar modo quelle in fondo a doline o gli
inghiottitoi, per lo più immerse nel bosco, sono sede di cenosi di
muschi e felci (Polypodium vulgare, Asplenium trichomanes, Phyllitis
scolopendrium ecc.). Da un recente studio sulle Briofite del Parco dei
Gessi Bolognesi, risulta che esistono ben 123 taxa (di cui 20 specie
nuove per la Regione): 21 Epatiche e 102 Muschi. Questa alta variabilità
briologica (associata alle altre associazioni) dimostra ancora una volta
il grande valore biogeografico e in particolare briofloristico delle
formazioni gessose appenniniche. I dati ricavati dallo studio briologico
dimostrano che, specialmente nelle aree rimaste intatte (pozzi, doline,
bancate rocciose), si sono instaurate delle vere e proprie stazioni di
rifugio in un territorio in cui il clima si può definire appartenente
ad un tipo intermedio tra il mediterraneo e sub-mediterraneo.
Interessanti sono, ugualmente, le serie floristiche che si incontrano
scendendo all'interno delle doline, specialmente quelle più verticali
(es. Buco dei Buoi - Croara) con progressiva riduzione della radiazione
luminosa e aumento dell'umidità. Il carsismo agisce, come abbiamo già
accennato, in modo pesante sulla composizione della flora. Nei boschi
mesofili dell'area, proprio per la presenza di queste condizioni
microclimatiche è possibile ritrovare specie erbacee che, nella
normalità, ritroviamo nel medio Appennino, ai livelli della faggeta
(intorno ai 600 - 700 m). Tra queste, molto diffuse sono Scilla bifolia,
Erytronium dens-canis, Galantbus nivalis ed altre che con la loro
fioritura di fine febbraio anticipano la Primavera. Ad esse si associano
anemoni, ellebori, viole, primule. Presenze
particolarmente pregiate sono costituite da Lilium martagon, da Lilium
bulbiferum e da Isopyrum thalictroides, una ranuncolacea estremamente
rara a livello regionale, che fiorisce in marzo nel sottobosco sul fondo
della dolina della Spipola a pochi metri dall'omonima grotta. I
Gessi romagnoli Questa
importante formazione (decisamente più estesa rispetto alle altre
appenniniche), presenta moltissime affinità ambientali con quella dei
vicini Gessi Bolognesi. Tra le due aree non si riscontrano grandi
differenze in numero di specie vegetali censite, per cui si può
affermare che esiste tra loro una certa sovrapponibilità floristica e
vegetazionale. La quota della formazione gessosa è compresa tra i 250 -
480 m s.l.m. I
Gessi romagnoli sono stati studiati fin dai secoli scorsi per cui, dai
numerosi dati in possesso, risultano presenti almeno 688 specie sulle
2542 censite in tutta l'Emilia Romagna. Le
zone rocciose anche in questa formazione sono colonizzate da numerosi
Licheni. In tutta l'area ne sono state identificate 203 specie (di cui
56 nuove per la regione e 5 per tutta la penisola). Anche in questo caso
si tratta di marcata gipsofilia lichenica (il 60% di questi taxa è
presente sui gessi di Marocco e Spagna). Nei sottoroccia compare il
Leprarietum tipicamente sciafilo. Anche i Muschi sono presenti con varie
specie (non ancora del tutto censite) tra cui spicca Bryum bicolor e
Barbula con voluta. Tra le Felci l'elemento più famoso è la Cheilantes
persica che ha trovato nei Gessi della Romagna (alle pendici gessose di
M. Mauro) l'unica stazione in tutta la penisola. Questa distribuzione
letteralmente "puntiforme" si aggiunge alle altre stazioni
sparse per il Mediterraneo (Dalmazia, coste dell'Anatolia) e lungo il
Mar Caspio. Una seconda rarissima Felce (Phyllitis sagittata) cresceva
presso l'ingresso della Grotta del Re Tiberio, ma attualmente risulta
estinta. Le rupi con esposizione a sud, come dalle altre parti hanno una
variegata flora a specie xeroterme (es. Artemisia alba, Helichrysum
italicum, Thymus striatus, Sedum album, S. rupestre, Saxifraga
tridacylites). I boschi che crescono in zone esposte hanno la roverella
(Quercus pubescens) come elemento dominante, in associazione con diverse
specie di Acero. I
lati ed i fondi delle doline sono coperti da Ostrya carpinifolia e
Fraxinus ornus (componenti il cosiddetto Orno-ostrieto). Studi e
confronti attestano che gli affioramenti gessosi romagnoli e bolognesi
si presentano con caratteristiche ascrivibili alla zona di transizione
tra quella medio-europea e quella tipicamente mediterranea, decisamente
più termofila. I
Gessi di Onferno L'area
(322 m s.l.m.) si trova sulle ultime propaggini della Romagna, già sul
confine marchigiano: sono le ultime "lagune" messimane
diventate roccia gessosa, anche in questo caso ben carsificate.
Nonostante la vicinanza con il mare, il clima è di tipo continentale
con temperatura media di +12 °C. La
copertura vegetale ancora una volta presenta tutte le
caratteristiche termofile e xerofitiche di quelle appenniniche già
esaminate, associate a quelle più legate ai microambienti originatisi
dal carsismo. Qui non si sono ancora rinvenute specie esclusive o
endemiche. I
Gessi dell'Abruzzo Gli
affioramenti in questa regione sono estremamente contenuti (Provincia di
Chieti, comuni di Gissi, Gessopalena ecc.) e si sviluppano tra i 300 ed
1400 metri di quota. Le informazioni botaniche sono scarsissime.
Presente una vegetazione xerofila tipica della zona. Le paretine che
circondano una piccola sorgente (detta "Fonte da capo") sono
ricoperte da Briofite (Muschi ed Epatiche), parietarie ed una
Crassulariacea (Umbilicus rupestris). I
Gessi di Verzino (Calabria crotonese) L'esteso
affioramento si trova nell'Alto Crotonese (Sila Orientale - Calabria) a
quote comprese tra i 120 - 730 m s.l.m., in un'area che rientra a pieno
titolo nel clima mediterraneo, caratterizzata da aridità estiva e
precipitazioni autunnali per lo più abbondanti. La zona è stata
sufficientemente studiata anche sotto l'aspetto botanico. Sinteticamente
si può dire che sono presenti boschi a sclerofille (specie dominante
Quercus ilex), boschi misti di caducifoglie termofile (frassini, aceri
ecc.), cespuglieti e macchia bassa (tipo Pistacia lentiscus, Myrtus
communis, ecc.). Sul fondo delle doline (es. in zona Vigne) vi sono
boschi a Quercus pubescens (Roverella) in associazione a frassini,
carpini (orno-ostrieto tipico) ed olmi campestri. Sulle
rocce gessose la vegetazione è rappresentata da camefite calcicole (es.
Euphorbia spinosa, Cistus incanus, Gypsophila arrostii, ecc.) e da
fanerofite sempreverdi però più rarefatte. Nelle parti vicine agli
ingressi delle cavità vi sono cenosi più specializzate (tipo
Brio-Pteridofitico) come del resto è comune a tutte le aree visitate
che presentano questi microambienti. Mentre queste associazioni
risentono dell'aridità estiva, nei pressi di risorgenti (es. Stige) la
costante ombrosità crea le condizioni per uno sviluppo consistente di
Epatiche (Pellia endiviifolia, Conocephalum conicum), di Muschi (es.
Cratoneuron commutatum) e di Felci (es. Adiantum capillus-veneris),
oltre a specie nitrofile come la Parietaria diffusa. I
Gessi della Sicilia Il
Trapanese e l'Agrigentino riuniscono i maggiori affioramenti gessosi
dell'isola, con una superficie di alcuni chilometri quadrati. Entrambe
le aree sono ad una quota che mediamente si aggira intorno ai 600 m
s.l.m. I terreni sono prevalentemente aridi e adatti solo al pascolo. La
morfologia carsica è caratterizzata da ruscellamenti e doline con
presenza di una rete idrica sotterranea e relative risorgenze. In
particolare l'area di Santa Ninfa, nel Trapanese, è ora iscritta nelle
zone soggette a protezione ambientale per le emergenze carsiche. Per
certi versi simile a quella del territorio agrigentino, si può prendere
come riferimento per la vegetazione che l'ha colonizzata. Vi sono boschi
di Pino e di Eucalipto che sono stati piantati dalla Forestale anni fa
con sottobosco impreziosito da Agli e da Anemoni. Le zone rocciose
esposte sono costituiti da una tipica gariga a Timo, Asfodelo, Finocchio
selvatico e Satureia. Interessante è la presenza di Sedum gypsicola,
una delle pochissime piante vascolari caratteristiche dei Gessi
messiniani. Complessivamente
la maggioranza degli affioramenti gessosi, per lo più appenninici,
dimostra una certa omogeneità in quanto a vegetazione e flora. La
presenza di micromorfologie ha contribuito, nel Pleistocene e poi
durante l'Olocene, all'attecchimento e mantenimento di flore spesso di
rifugio, il che costituisce un importantissimo elemento biogeografico.
Il fenomeno carsico annesso a tali zone, sotto il profilo
biospeleologico, trova nella vegetazione dei Gessi un importante
"veicolo" attraverso cui molte forme viventi nel sottobosco e
quindi nei microhabitat correlati, possono essere state letteralmente
"trascinate" all'interno dei sistemi ipogei, pur senza subire
le profonde mutazioni che si ritrovano nelle aree carsiche calcaree, in
genere molto più ampie, profonde e antiche. Si
ringrazia per la revisione del testo il Dr. G. Marconi, la Dr.ssa C.
Lambertini e la Dr.ssa M. Tonioli. INDAGINI
MICROBIOLOGICHE (Giuseppe Rivalta) Gli
studi microbiologici degli habitat cavernicoli sono indubbiamente
estremamente interessanti, anche se questo tipo di ricerca presenta un
certo grado di difficoltà per la scarsezza dei dati a riguardo per
poter effettuare adeguati confronti e perché la Microbiologia è
rivolta essenzialmente alla Clinica oltre che allo studio dei terreni
agrari per cui materiali e metodiche spesso sono letteralmente da
inventare. In
Italia il primo tentativo di indagare le popolazioni cavernicole
presenti nelle aree gessose carsiche risale al 1934 (A. AMATI, C.
GUALANDI). In quell'occasione furono eseguiti campionamenti di acque di
un ruscello all'interno della Grotta Michele Gortani, nella zona di
Gesso a pochi chilometri da Bologna e nel Rio Acquafredda nel tratto che
scorre sotto alla Grotta della Spipola (Croara - Bologna). Nonostante
l'arcaicità dei mezzi a disposizione in quei lontani anni, tuttavia i
ricercatori arrivarono all'identificazione di alcune specie tra cui un
Bacillus violaceus ed un Micrococcus flavus liquiefaciens. A
quasi sessant'anni di distanza nuovi studi sono stati ripresi nelle
grotte dei Gessi Bolognesi (G. Rivalta, C. Lambertini ) ed in
particolare nella Grotta laboratorio Novella (Farneto - Bologna) con
accurati monitoraggi delle condizioni microbiologiche dell'aria e delle
superfici (fig. 2). Le indagini sono ovviamente ancora in itinere,
tuttavia si è già constatata una costante presenza di popolazioni
tipicamente ambientali con specie del genere Bacillus (B. thuringensis,
B. sphaericus, B. pumilus ecc.) Batteri non fermentanti il Glucosio (Aeromonas
salmonicida, A. hydrophila), oltre a Serratia marcescens, Acinetobacter
lwofflii, ecc. Numerosi i Miceti (Cryptococcus humiculus, Penicillium
sp., Mucor sp., Candida sp., ecc.). Dai
dati già in nostro possesso si evidenzia l'esistenza di variazioni,
durante l'anno, sia in numero di specie presenti che di Unità Formanti
Colonie e ciò dipende abbastanza direttamente dalle condizioni
climatiche interne che risentono delle condizioni meteorologiche epigee
(essendo la cavità abbastanza collegata con la superficie attraverso
microfessure, diaclasi e camini). Dall'alternanza
di periodi con forte stillicidio ad altri più secchi dipende quindi lo
sviluppo di specie per così dire più "igrofile".
Interessante è anche la verifica che si sta facendo del rapporto che può
esistere tra presenza (a volte cospicua) di Bacillus thuringensis e
Insetti troglofili della grotta, vista la tossicità che questo batterio
ha nei confronti di quella Classe. Nel
caso specifico del carsismo poco profondo e relativamente giovane delle
evaporiti italiane si comprende come sia logico aspettarsi un
popolamento microbico ipogeo molto simile a quello presente nel
sovrastante ambiente esterno. Resta comunque molto interessante indagare
questo primo anello della catena trofica cavernicola, almeno per
rendersi conto dell'aspetto quantitativo di questo fenomeno, senza
tralasciare quello qualitativo che però richiede tempi lunghi per
giungere ad una sua conoscenza completa. Un'altra
Regione che meriterebbe indagini in questo senso è quella siciliana in
cui sono reperibili notevoli quantità di Solfobatteri come nel caso dei
gessi di Santa Ninfa. In una ricerca condotta dal sottoscritto alcuni
ani fa su campioni di acque sulfuree provenienti da quella zona, si sono
avuti soddisfacenti risultati relativi alla "coltivazione" in
vitro di tali batteri che fanno parte della tipica "flora
autotrofa", per usare un termine ormai obsoleto. GLI
INVERTEBRATI (Leonardo Latella) Le
ricerche biospeleologiche Le
prime ricerche faunistiche nelle grotte nei gessi italiani furono
condotte, tra la fine del diciannovesimo e l'inizio del ventesimo
secolo, nelle cavità dell'Emilia. Nel 1903 Carlo Alzona pubblica, nella
Rivista Italiana di Speleologia, i risultati di sei anni di ricerche
nelle cavità del Bolognese, segnalando la presenza di diverse ed
interessanti specie cavernicole (ALZONA, 1903). Negli
anni successivi, i soci del Gruppo Grotte del CAI di Modena condussero
diverse ricerche all'interno della Tana della Mussina (2 ER/RE). I
risultati biospeleologici di tali ricerche furono riportati da C.
Menozzi come "Nota Preventiva" in Grotte d'Italia nel 1933 (MENOZZI,
1933). Negli
stessi anni G. Muller nel suo lavoro (MULLER, 1930) sui risultati delle
ricerche biospeleologiche in numerose grotte italiane, cita la presenza
del coleottero Cholevidae Choleva sturmi Brisout, 1863, all'interno
della "Grotta della Mussina presso Albinea". Nel
1954 Moscardini, nell'ambito di un più ampio lavoro sulle grotte
dell'Appennino reggiano (MALAVOLTI et al., 1954), elenca i taxa
ritrovati durante le ricerche compiute nel secondo dopoguerra dal Gruppo
Grotte del CAI di Modena questa volta in collaborazione con il Gruppo
Speleologico Emiliano. Le specie animali osservate risultavano allora 35
per cinque grotte visitate. La grotta più studiata e quindi più ricca
dal punto di vista faunistico è ancora la Tana della Mussina. Nel 1967
G. Badini, nel suo libro "le Grotte Bolognesi" (BACINI, 1967),
riporta un elenco della fauna presente in alcune delle grotte nei gessi. Negli
anni settanta dello stesso secolo, D. Caruso e G. Costa pubblicano un
primo lavoro, poi aggiornato nel 1995, sulla fauna cavernicola di
Sicilia citando anche la fauna di alcune grotte nei gessi (CARUSO &
COSTA, 1978; CARUSO, 1995). Sempre riguardo alla fauna dei gessi
siciliani, G. Casamento pubblica, nel 2001, 'Lo stato delle conoscenze
sulla fauna cavernicola della Grotta di Santa Ninfa' (CASAMENTO, 2001). Negli
anni '90 l'Università della Calabria e quella di Roma, in seguito agli
studi geologici e speleologici iniziati qualche anno prima nelle grotte
nei gessi dell'Alto Crotonese, intraprendono uno studio congiunto sulla
fauna cavernicola di tale area (LATELLA et al. 1998; LATELLA et al.
1999). Nel
2001, all'interno di una più ampia pubblicazione sull'area carsica di
Borzano, vengono riportati i risultati di alcune ricerche faunistiche
nelle acque della Tana della Mussina (STOCH, 2001). La
fauna Sulla
base delle precedenti osservazioni, le attuali conoscenze sulle faune
cavernicole che popolano le cavità nei gessi italiani sono ancora
piuttosto lacunose. Ricerche mirate sono state condotte solo nelle aree
gessose dell'Emilia, dell'Alto Crotonese in Calabria e del Ragusano per
quanto riguarda la Sicilia. Le
differenti modalità utilizzate nella raccolta dei dati non consentono
una approfondita analisi comparativa degli stessi: verranno quindi
analizzate solo le più importanti componenti faunistiche presenti nelle
suddette aree. Le
faune cavernicole sono caratterizzate soprattutto dal grado di
specializzazione degli elementi che le compongono e dalle
caratteristiche ecologiche e biogeografiche che ne hanno determinato la
presenza all'interno delle cavità. Gli elementi cavernicoli vengono
solitamente suddivisi in troglosseni, subtroglofili, eutroglofili e
troglobi (stigosseni, stigofili e stigobi, se si parla di animali
acquatici), sulla base del grado di adattamento per la vita negli
ambienti sotterranei. Gli elementi che meglio caratterizzano la fauna
cavernicola di una determinata zona sono quelli da più tempo legati
agli ambienti sotterranei e che di conseguenza mostrano gli adattamenti
più evidenti per la vita in questi ambienti. Prenderemo dunque in
considerazione, in questa breve analisi, principalmente gli eutroglofili
ed i troglobi-stigobi. Tra
le categorie ecologiche più rappresentate nelle grotte nei gessi, gli
stigobi rappresentano la maggioranza e tra essi i crostacei copepodi ed
anfipodi sono i più abbondanti. I
copepodi sono elementi non esclusivi delle acque sotterranee; essi
vivono comunemente anche nelle acque superficiali e verosimilmente hanno
colonizzato gli ambienti acquatici ipogei in tempi e con modalità
diverse (GALASSI, 2001). Per quanto riguarda le cavità nei gessi
dell'Alto Crotonese, la colonizzazione da parte degli elementi
cavernicoli è stata fortemente influenzata dalle trasgressioni marine
pleistoceniche, in seguito alle quali l'area dove attualmente si aprono
le cavità gessose è stata completamente ricoperta dal mare. In questo
periodo le più antiche faune terrestri e dulciacquicole presenti
nell'area sono state costrette a ritirarsi in zone più interne e la
colonizzazione da parte degli elementi cavernicoli attuali non può
quindi essersi attuata che in seguito all'abbassamento del livello del
mare avvenuto nel tardo Pleistocene. Tale ipotesi è suffragata anche
dall'assenza di paleoendemismi e di elementi faunistici di origine
terziaria. Tra le specie stigobie attualmente conosciute per quest'area,
è rilevante la presenza di una nuova specie del genere Parastenocaris,
copepode arpacticoide endemico della Grave Grubbo (258 Cb) attualmente
in corso di studio presso l'Università dell'Aquila (GALASSI, com. pers.).
Altri elementi stigobionti, presenti nelle cavità che si aprono nei
gessi del Crotonese, sono i copepodi Diacyclops paolae Pesce e Galassi,
1987, specie endemica italiana presente anche in alcuni pozzi
dell'Emilia e in sorgenti abruzzesi, Nitocrella stammeri Chappuis, 1938,
elemento di origine marina a distribuzione circum-mediterranea e
Elaphoidella sp. Tra gli anfipodi è invece da segnalare la presenza di
una nuova specie di Niphargus (fig. 5) appartenente al gruppo di
Niphargus orcinus (LATELLA et al., 1999).
Anche
per gli stigobi delle grotte emiliane è stata ipotizzata da STOCH
(2001) una recente colonizzazione postglaciale attraverso la Pianura
Padana che ha svolto una funzione di corridoio facilitando la diffusione
di specie prealpine e orientali. La presenza di Niphargus cfr. spezíae,
specie tipica dell'Appennino ligure, testimonia inoltre il rapporto
dell'Appennino emiliano con questa zona della Liguria. Tra gli elementi
stigobi più interessanti di quest'area, oltre al sudddetto Niphargus,
possiamo citare la presenza di Elaphoidella pseudophreatica (Chappuis,
1928), specie endemica dell'Italia settentrionale, attualmente
conosciuta per alcune grotte delle Prealpi venete e ritrovata da STOCH
(2001) nelle acque della Tana della Mussina (2 ER/RE). Tra
gli eutroglofili incontriamo, oltre alla componente acquatica, anche
diversi elementi della fauna terrestre appartenenti a differenti taxa.
Rimandando ai capitoli relativi alle singole regioni, l'eventuale
trattazione dettagliata delle diverse faune conosciute, riportiamo qui
una breve rassegna di alcuni degli elementi più interessanti ritrovati
ad oggi nelle grotte nei gessi. I
gasteropodi eutroglofili sono rappresentati dallo Zonitidae Oxychilus
draparnaudi (Beck, 1837), elemento igrofilo e silvicolo che rappresenta
una importante componente della fauna parietale e guanobia delle grotte
italiane. La sua presenza nelle grotte nei gessi è documentata in
Emilia, Calabria e Sicilia. Tra
gli araneidi è documentata la presenza del Metidae Meta menardi (Latreille,
1804), specie comune in molte cavità europee ed italiane, frequente
nelle zone di ingresso delle grotte e sulla cui ecologia sono
attualmente in corso diversi studi, anche all'interno di grotte nei
gessi (SCARAVELLI, com. pers.), del Nesticidae Nesticus eremita (Simon,
1879), elemento eutroglofilo a distribuzione nord europea probabilmente
adattatosi alla vita cavernicola solo in tempi recenti (BRIGNOLI, 1972)
e del Linyphiidae Porrhomma spipolae di Caporiacco, 1949, specie
endemica delle grotte nei gessi dell'Emilia ad oggi ritrovato nella
Grotta della Spipola (5 ER/RE) e nella Tana della Mussina (2 ER/RE), il
cui grado di fedeltà all'ambiente cavernicolo è oggetto di discussione
(GASPARO, 2001). I
crostacei isopodi eutroglofili sono rappresentati dal Philosciidae
Chetophiloscia cellaria (Dollfus, 1884), specie a distribuzione
sudeuropea occidentale, presente, per le grotte nei gessi, nella Grotta
di S. Ninfa in Sicilia. Tra i crostacei anfipodi possiamo citare
Niphargus longicaudatus (Costa, 1851), specie considerata eustigofila,
presente in tutta l'Italia appenninica ed insulare. La posizione
sistematica delle diverse popolazioni di questa specie è attualmente in
discussione. Per quanto riguarda le tre maggiori aree con formazioni
gessose in Italia, N. longicaudatus è stato ritrovato solo nelle cavità
dell'area di Verzino (Kr). Tra
gli ortotteri, oltre al Grillidae Grillomorpha dalmatina (Ocskay, 1832),
specie a distribuzione circum-mediterranea piuttosto comune nelle cavità
naturali e artificiali e Petaloptila andreini Capra, 1937, specie
endemica dell'Appennino dalla Liguria alla Basilicata presente nelle
grotte dell'Emilia, sono state identificate anche due specie di
Rhaphidophoridae. Queste sono: Dolichopoda letitiae Menozzi, 1920 per i
gessi emiliani e D. calabra Galvagni, 1968, per i gessi di Verzino
nell'Alto Crotonese (fig. 6). Gli ortotteri cavernicoli rappresentano
una delle più caratteristiche componenti dell'associazione parietale ed
uno dei più importanti componenti degli ecosistemi cavernicoli. Cenni
biogeografici Da
un punto di vista biogeografico, la maggioranza delle specie
eucavernicole terrestri ad oggi conosciute per le cavità che si aprono
nei gessi in Italia presenta una distribuzione di tipo Sud Europeo o
mediterraneo. Si tratta quindi di specie termofile legate
prevalentemente ad ambienti temperati. Tale composizione faunistica non
meraviglia, se si considerano gli aspetti geografici ed ecologici delle
cavità nei gessi ad oggi meglio studiate. Molte di esse si aprono
infatti nel Sud Italia, aree in cui le componenti faunistiche sono
fortemente caratterizzate dalla prevalenza di elementi a gravitazione
mediterranea. Inoltre molte grotte nei gessi presentano delle
temperature relativamente elevate. Da
rilevare l'elevato tasso di specie endemiche, presenti principalmente
nelle cavità della Calabria e dell'Emilia, che raggiunge circa il 36 %
delle specie eucavernicole attualmente conosciute per le grotte nei
gessi italiane. Il
crescente interesse speleologico e scientifico per le cavità nei gessi
porterà sicuramente, in tempi brevi, ad aumentare le nostre conoscenze
e quindi ad effettuare una analisi biospeleologica e biogeografica più
accurata. Ringraziamenti Desidero
ringraziare Diana Galassi per le fondamentali informazioni sulla fauna
dulciacquicola delle grotte di Verzino (Kr) e per la revisione del
manoscritto; Fabio Stoch per le informazioni sulla fauna acquatica della
Tana della Mussina e Roberto Zorzin per i consigli in ambito geologico. I
VERTEBRATI (Dino Scaravelli) Le
grotte nei gessi italiani forniscono un interessante modello per lo
studio delle colonizzazione da parte dei vertebrati in genere per il
loro carattere extrazonale dal punto di vista fitoclimatico e per la
ricchezza di microambienti a diverse condizioni ambientali presenti. In
particolare molte di esse si configurano come grotte calde sia per la
quota o la latitudine alle quali si aprono e sia per le caratteristiche
di conformazione delle stesse. Considerato che in effetti l'unico
vertebrato troglobio italiano è Proteus anguinus del Carso, ci si trova
in generale di fronte a specie legate alle grotte essenzialmente come
luoghi di rifugio, temporaneo o perenne, o come ambienti secondari dove
alcuni individui possono sopravvivere. Considerando
i diversi gruppi di vertebrati si rileva come non vi siano pesci legati
agli ipogei gessosi italiani e per quanto riguarda l'erpetofauna
presente nelle aree gessose vi si riscontra in generale quella tipica
delle regioni biogeografiche di appartenenza. Nella lunga serie di
anfibi che possono essere trovati in grotta (BRESSI & DOLCE, 1999)
le indicazioni relative alle cavità nei gessi non sono numerose e
provengono dall'area romagnola. Si tratta comunque di specie che entrano
solo per brevi periodi nelle cavità, soprattutto per estivarvi o
passare l'inverno. Sono da citare essenzialmente Bufo bufo, Rana
dalmatina e Rana italica tra gli anuri nonché Triturus vulgaris e TT
carnifex per gli urodeli. Il Tritone crestato, in particolare nella sua
fase terrestre scura e senza creste dorsali e caudali, è stato spesso
"scambiato" per il geotritone e alcune segnalazioni presenti
in letteratura, per esempio dell'area brisighellese, sono da attribuire
proprio a questa specie. I rappresentanti del genere Speleomantes
sembravano non essere presenti nelle cavità gessose, mentre sono
relativamente abbondanti in quelle calcaree dell'area appenninica loro
vicine, forse per il chimismo delle superfici (cfr. LAGHI et al., 2001).
Recenti rilievi effettuati nei gessi sammarinesi, ricchi per altro di
trasgressioni calcaree, hanno comunque trovato presenza di Speleomantes
italicus anche su substrati gessosi aprendo nuove prospettive e la
necessità di approfondire il tema della loro mancanza nelle aree
maggiori. Certo
non possiamo indicare una presenza di ornitofauna legata ai substrati
gessosi, anche se le aree di maggior estensione bolognesi e romagnole si
contraddistinguono per comunità ricche e diversificate (cfr. GELLINI
& CECCARELLI, 2001; TINARELLI, 2003; CASINI 1993). Numerose sono le
specie che possono trovare ospitalità nei sottoroccia e nelle entrate
delle grotte, ma senza relazione con il substrato. Tra l'altro è da
segnalare come si rifugino o nidifichino varie specie di strigiformi:
Tyto alba, Strix aluco sono in studio nei gessi bolognesi, romagnoli (SCARAVELLI,
ined.) e a Onferno (CASINI, 1993), Bubo bubo nel Brisighellese (RIGACCI
& SCARAVELLI, 1995). Dall'analisi delle loro borre si desumono anche
le strutture delle comunità dei micromammiferi presenti nell'area. Il
livello di conoscenza delle presenze di mammiferi ed in particolare
Chirotteri è decisamente disomogeneo. Le informazioni riguardanti i
gessi bolognesi, faentini e di Onferno sono non solo documentate
storicamente ma sono stati seguiti l'evoluzione dei popolamenti e le
relazioni ecologiche con gli ambienti di riferimento (cfr. BOLDREGHINI E
SANTOLINI, 1994; SCARAVELLI, 1995, 1997 e 1998). Per gli altri nuclei
gessosi invece si hanno indicazioni di presenza o singole segnalazioni
che certo meriterebbero ulteriori approfondimenti soprattutto per la
Sicilia e le aree meridionali (cfr. ad es. FORNASARI et al., 1999). I
gessi molisani sono stati già in parte esplorati con ritrovamenti
d'interesse (RUSSO & MANCINI, 1999). Infine molto recentemente si
segnala come ulteriori indagini nel Crotonese abbiano rilevato una
colonia mista nella Grotta dello Stige a Verzino che conta forse oltre
10000 esemplari, ponendosi al vertice per numerosità tra quelle
italiane e diversificata con almeno 7 specie (SCARAVELLI et al., 2002). Tra
le specie presenti nelle diverse cavità gessose sono rappresentate
tipicamente quelle più tipiche degli ipogei italiani. Tra i Ferri di
cavallo troviamo Rhinolophus ferrumequinum (fig. 7), R. euryale e R.
hipposideros. Tra l'altro proprio le caratteristiche "calde"
di molte zone gessose permettono ai rinolofidi anche di riprodursi in
cavità soprattutto negli ambiti più mediterranei e almeno fino a
Onferno che ospita fino a 120 R. hipposideros. Tra
i vespertilionidi una presenza di rilievo è spesso costituita dalla
coppia di specie gemelle dei grandi Myotis Myotis e Myotis blythii (fig.
8) che possono formare aggregazioni di diverse centinaia di individui,
spesso associati a Miniopterus schreibersii. Myotis
capaccinii abita frequentemente le cavità meridionali anche per la
riproduzione così come è possibile che altri piccoli vespertili quali
M nattereri e M daubentonii, segnalati per i gessi romagnoli, vi trovino
rifugio almeno temporaneo se non riproduttivo. Nei
gessi romagnoli e nei bolognesi è stato rilevato anche Plecotus
austriacus, anche se si deve considerare che il riassetto nomenclaturale
di questo complesso genere è attualmente in revisione Nelle
aree gessose emiliano romagnole sono inoltre citati i più ubiquitari
Pipistrellus kuhlii, Hypsugo savii e Eptesicus serotinus che utilizzano
crepe superficiali e parti più profonde come rifugi. Il Miniottero
Miniopterus schreibersii, ora separato in una famiglia a se stante, è
certo una delle specie più tipiche e sicuramente numericamente la più
consistente. Forma colonie che sono normalmente costituite da diverse
centinaia di individui fino a raggiungere i quasi 4000 di Onferno (fig.
9). I
rapporti tra le varie specie di Chirotteri nell'utilizzo comune di certe
parti di grotta, se non lo stesso posatoio o il loro differenziarsi nei
microclimi presenti, è certamente uno dei campi più fertili
dell'ecologia di questi ambienti, ancora per lo più da esplorare. Lo
stato di conservazione di molte delle specie citate è piuttosto grave e
sono segnalate un po' ovunque riduzioni, almeno nei pochi casi ove si
abbiano dati storici. Il ruolo prioritario che i Chirotteri giocano
nella politica della conservazione è certamente importante per agire
direttamente nella gestione degli ambienti gessosi ove trovano rifugio.
Non a caso i primi e più importanti progetti di conservazione sono
passati e stanno procedendo proprio dalle aree per le quali sono
conosciuti importanti contenuti chirotterologici. Per
quanto riguarda altri mammiferi recentemente si è anche avuta nota
della presenza di un Soricidae (Crocidura cfr. leucodon) in grotta a
Onferno dove comunque si registra una intensa attività da parte di
Martes foina che percorre tutta la grotta o almeno 350 m di sviluppo
alla ricerca di cibo e catturando anche giovani di Miniopterus
schreibersii caduti dalla colonia (SCARAVELLI, 2003). Ne
emerge quindi un quadro ancora in gran parte da esplorare e che
sottolinea la necessità di approfondire i rapporti ecologici tra tutte
le componenti di questi particolari ecosistemi Bibliografia AA.VV.,
1999 - Gessi Bolognesi e Calanchi della Abbadessa. Compositori ed.,
Bologna. ALEFFI
M., SILENZI A. R., 2000 - Flora briologica degli affioramenti gessosi
del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e dei Calanchi della Abbadessa. Arch.
Geobot. Vol.6 (1), pp. 1-16. ALZONA
C., 1903 - Nota preliminare sulla fauna delle caverne del bolognese. Riv.
It. Speleol., 1 (3), pp. 1114. AMATI
A., GUALANDI C., 1934 - La microflora di alcune acque cavernicole del
sottosuolo bolognese. Riv. di Fisica, Matematica e Scienze Naturali.
Anno VIII, fasc. 9, Napoli, 16 pp. BADINI
G., 1967 - Le grotte bolognesi. Ediz. Divulgative della Rassegna
Speleologica Italiana, pp. 31-38. BASSI
S., 1999 - Note su particolarità floristiche e faunistiche. Le grotte
della Vena del Gesso Romagnola. I Gessi di Rontana e Castelnuovo. FSRER,
pp. 2731. BERNARDO
L. et al., 1998 - Caratt. fisionom. strutt. della vegetazione nella
Media valle del Lese (Calabria). Mem.
Ist. It. Spel., s. II, vol. X, pp. 8387. BERTOLANI
MARCHETTI D., 1960. Cenni sulla vegetazione della fascia gessosa tra i
torrenti Savena e Zena (Provincia di Bologna). Le Grotte d'Italia, s. 3,
3, pp. 17-20. BOLDREGHINI
P., R. SANTOLINI, 1994 - Mammiferi. La Vena del Gesso. Collana
Naturalistica Regione Emilia Romagna, pp. 199-205. BONAFEDE
F. et al., 2001 - Atlante delle Pteridofite della Regione Emilia
Romagna. Fotoc. Bosi Giuseppe, Rocca San Casciano. BRESSI
N. & DOLCE S., 1999 - Osservazioni di anfibi e rettili in grotta.
Riv. Idrobiol, 38 (1, 2, 3), pp. 475481. BRIGNOLI
P.M., 1972 - Catalogo dei ragni cavernicoli italiani. Quaderni di
Speleologia 1, Circolo Speleologico Romano, pp. 1-212. CARUSO
D., COSTA G., 1978 - Ricerche faunistiche ed ecologiche sulle grotte di
Sicilia. VI. Fauna cavernicola di Sicilia (Catalogo ragionato). Animalia,
5 (1/3), pp. 423-513. CARUSO
D., 1995 - L'attuale stato delle conoscenze sulla fauna delle grotte
della Sicilia VIII. Atti del I Conv. Reg. di Speleologia Siciliana, 2,
pp. 349-378. CASAMENTO G., 2001 - Stato delle conoscenze sulla fauna
cavernicola della Grotta di Santa Ninfa.Naturalista siciliano, 4, 25
(suppl.), pp. 335-344. CASINI
L., 1993 - I Vertebrati epigei. La Riserva naturale di Onferno. La
grotta, il paesaggio, la fauna. Quaderni del Circondario di Rimini N.3. CHIESI
M., 2001 - La vegetazione dellAlto Bacino del Torrente Lodola (Albinea-Reggio
Emilia). Mem. dell'Ist Ital. di Spel., s. 2, vol. XI, pp. 19-31. COBAU
R., 1932 - Sulla flora dei gessi bolognesi. N.
Giorn. Bot. Ital., 29, pp. 313-345. CORBETTA
F., 1964 - Alcuni aspetti della vegetazione dei gessi bolognesi. Natura
e Montagna, s. 2, 4, pp. 30-37. CORBETTA
F., 1967 - Infiltrazioni mediterranee nellAppennino bolognese. Mitteil.
Ost-dinar. Pflanzensoz. Arb., 7, pp. 129-134. CRISTOFOLINI
G. et al., 1999- Carta della vegetazione. Regione Emilia Romagna. FORNASARI
L., BANI L., DE CARLI E., GORI E., FARINA. F., VIOLANI C., ZAVA B., 1998
- Dati sulla distribuzione geografica e ambientale dei Chirotteri
nell'Italia continentale e peninsulare. Atti 1° Congres. Ital.
Chirotteri, Castell'Azzara (Grosseto), 28-29. III.
1998, pp. 63-81. GALASSI
D.M.P., 2001 - Groundwater copepods: diversity patterns over ecological
and evolutionary scales.Hydrobiologia, 453/454, pp. 227-253. GASPARO
F., 2001 - Nota su Porrhomma spipolae di Caporiacco, 1949. Memorie
dell'Istituto Italiano di Speleologia, 11, p. 145. GAUDENTI
S., SERBAN S.M., 2000 - Chemiosintesi e speleogenesi di un ecosistema
ipogeo: i rami sulfurei delle Grotte di Frasassi (Italia Centrale). Le
Grotte d'Italia, s. V, n. 1, pp. 3-18. GELLINI
S., CECCARELLI PP. (eds.), 2001 - Atlantedegli Uccelli nidificanti nelle
province di Forlì-Cesena e Ravenna (1995-1997). Amm. Prov. Forli-Cesena
e Ravenna, Sterna. LAGHI
P., PASTORELLI C. E SCARAVELLI D., 2001 - Studi preliminari
sull'ecologia di Speleomantes italicus (Dunn, 1923) nellAppennino
Tosco-Romagnolo.Pianura, 13, pp. 347-351. LATELLA
L., RAMPINI M., COSENTINO S., BRANDMAYR P, 1998 - Primi dati sulla fauna
cavernicola delle grotte dei Gessi di Verzino (Calabria,
Crotone).Memorie dell'Istituto Italiano di Speleologia, 10, pp. 101-104. LATELLA
L., COBOLLI M., RAMPINI M., 1999 – La fauna cavernicola dell'alto
Crotonese. Thalassa Salentina 23 suppl., pp. 103-114. MARCONI
G., CENTURIONE N., 2002 - La Flora del Parco. Parco Nat. Reg. dei Gessi
Bol. e dei Cal. della Badessa, 147 pp. MENOZZI
C., 1933 -Nota preventiva sulla fauna della grotta di S. Maria di
Vallestra (N. 1 - E) e della tana della Mussina (N. 2 - E). Le Grotte
d'Italia, 7 (1), pp. 30-3 1. MALAVOLTI
F., BERTOLANI M., BERTOLANI MARCHETTI D., MOSCARDINI C., 1954 - La zona
speleologica del Basso Appennino Reggiano. Atti VI Cong. Naz. Speleol.
Trieste, pp. 3-3 1. MULLER
G., 1930 - 1 coleotteri cavernicoli italiani. Elenco geografico delle
grotte con indicazione delle specie e varietà dei coleotteri
cavernicoli finora trovati in Italia. Le Grotte d'Italia, 4, pp. 65-85. PIGNATTI
S., 1979 - I piani di vegetazione in Italia. Giorn.
Bot. Ital., 113, pp. 411-428. PIGNATTI
S., 1982 - Flora d'Italia. Vol. III, p.106. RICACCI
L., SCARAVELLI D., 1995 - Primi dati sull'ecologia trofica del Gufo
reale Bubo bubo (L. 1756) in Emilia Romagna (Strigiformes, Strigidae).
Naturalia Faventina 2 (1992), pp. 47-59. RUSSO
D., MANCINI M., 1999 - I chirotteri troglofzli del Molise e del Matese
campano. Atti 1 ° Congres. Ital. Chirotteri, Castell'Azzara (Grosseto),
2829.111. 1998. pp. 123-136. SCARAVELLI
D. (coord.), 1997. Onferno. Riserva Naturale Orientata. Regione Emilia
Romagna, Giunti Editori. SCARAVELLI
D., 1995 - Chirotteri. Sottoterra, 100, pp. 68-71. SCARAVELLI
D., 1998 - Parco regionale dei Gessi Bolognesi: primi dati sui
Chirotteri del sistema ipogeo. Sottoterra, 104, pp. 33-35. SCARAVELLI
D., GAROFALO G., BERTOZZI M., ALOISE G., RUEDI M., CAGNIN M., 2002 -
Primi risultati del Progetto Chirotteri della Calabria. Riass. 63°
Convegno dell'Unione Zoologica Italiana, Cosenza, 22-26 settembre 2002,
pp. 91-92. SCARAVELLI
D., 2003 -Presenza di Crocidura cfr. leucodon vivente in grotta. Mem.
Museo Riserva Nat. Or. Onferno, 2, pp. 12-15. SERENA
FE et al., 2003 - Atti del Corso di III' livello di Biospeleologia.
ARPAT FST SSI-GSAL. STOCH
F., 2001 - La fauna cavernicola della Tana della Mussina (2 ER/RE).
Memorie dell'Istituto Italiano di Speleologia, 11, pp. 141-144. TINARELLI
R. (edt.), 2003 - Atlante degli Uccelli nidificanti nella provincia di
Bologna. Amministrazione Provinciale di Bologna. ZANGHERI
P., 1959 - Romagna fitogeografica (IV). Flora e vegetazione della fascia
gessoso-calcarea del basso Appennino romagnolo. Webbia 14 (2),
pp.243-245. |
Speleo GAM Mezzano (RA)