| LE AREE CARSICHE GESSOSE D'ITALIA - Istituto Italiano di Speleologia - Memoria XIV, s. II (2003) | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
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IL
CARSISMO IPOGEO NEI GESSI ITALIANI (Lavoro
effettuato nell'ambito del progetto MPI ex 40% "Studio morfologico
e genetico di speleotemi di particolari ambienti carsici italiani e
dell'America Centrale".) Paolo
Forti (Istituto Italiano di
Speleologia, V. Zamboni 67, 40126 Bologna, It. forti@geomin.unibo.it
) Antonio
Rossi (Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Modena e
Reggio Emilia, Largo S. Eufemia 19, 41100 Modena.) Riassunto In
Italia, pur essendo pochi i sistemi carsici gessosi studiati in
dettaglio, è stato tuttavia possibile evidenziare alcune
caratteristiche generali che li differenziano dagli analoghi sistemi in
calcare. La
velocità dei processi speleogenetici, da un lato, e la facilità del
modellamento della roccia gessosa, dall'altro, permettono infatti
l'evoluzione di forme erosive e dissolutive perfette, alcune delle quali
assolutamente peculiari, tuttavia la rapidità della degradazione
meteorica impedisce che tali forme sopravvivano per periodi superiori
alle poche decine di migliaia di anni. I
depositi fisici e chimici presenti, pur essendo in generale di modesto
sviluppo areale e di scarsa variabilità morfologica e composizionale,
sono tuttavia sufficienti per dimostrare come il carsismo nei gessi
italiani possieda soprattutto peculiarità nel campo di quelli chimici (speleotemi
e minerali secondari): la principale loro caratteristica è
rappresentata dallo stretto controllo esercitato dal clima sul loro
sviluppo. Questo fatto conferisce a questi depositi una grande
importanza, per il loro possibile utilizzo negli studi paleoclimatici e
microclimatici. Parole
chiave: Grotte in gesso, meccanismi speleogenetici, concrezionamento,
paleoclimi Abstract Only
a few of the gypsum karst systems of Italy have been studied in detail,
anyway it was possible to put in evidence some general features
distinguishing them from the limestone ones. In
fact the fast speleogenetical evolution and the low hardness of the
gypsum rock allows the evolution of perfect
erosionaldissolutionalfeatures, some of which absolutely peculiar to
gypsum. But the very high meteoric degradation avoids the preservation
of such forms over time period larger than a few tens of thousand years. The
hosted physical and chemical deposits are normally small and have a
scarcely variable morphology and/or chemical composition. Nevertheless
they proved that Italian gypsum karst allows for the development of
several peculiar chemical deposits (speleothems and/or cave minerals):
the main characteristics of which is the climatic strict control over
their development. This fact makes the chemical deposits in gypsum caves
very important as possible tools for studying paleoclimate and
microclimate evolutions. Keywords:
Gypsum caves, speleogenesis, speleotbems, paleoclimate Introduzione Il
carsismo profondo nei gessi non è certamente meno complesso di quello
nei calcari anche se, non essendo stato molto studiato, è ancora poco
conosciuto. Le principali differenze nella speleogenesi nei gessi
rispetto a quella nelle rocce carbonatiche derivano sia dalle rispettive
caratteristiche petrograficostrutturali e, conseguentemente,
idrogeologiche, sia dalle differenze nella chimica e nella cinetica
della loro dissoluzione. Le
grotte in gesso possono essere suddivise, sulla base della loro genesi
ed evoluzione idrogeologica, in diversi tipi (KLIMCHOUK, 1996) che
possiedono 'pattern' caratteristici: cavità isometriche isolate, cavità
labirintiche a 2 o 3 dimensioni, pozzi verticali, grotte di
attraversamento. Le
prime due sono tipiche di un carsismo profondo con acquiferi
parzialmente o totalmente confinati ed alimentati per iniezione laterale
o basale: questo tipo di situazione, che ha dato luogo alle più grandi
grotte in gesso al mondo (lo sviluppo conosciuto dell'Optimisticheskaja
in Ucraina è attualmente di oltre 250 km) è praticamente assente in
Italia e pertanto non verrà nel presente lavoro preso in
considerazione. Tutte le grotte in gesso attualmente note nel nostro
Paese, infatti, si sono sviluppate in formazioni gessose affioranti e
praticamente prive di copertura; la loro evoluzione pertanto è avvenuta
tutta nella zona insatura (vadosa) o, al limite, epifreatica;
conseguentemente la loro forma è stata condizionata esclusivamente dal
tipo di flusso idrico possibile in queste condizioni. L'idrodinamica
quale fattore condizionante la speleogenesi Le
caratteristiche peculiari della roccia gessosa influenzano la possibilità
di infiltrazione e, in ultima analisi, la carsificazione stessa. Tali
peculiarità possono essere riassunte come: alta solubilità (2,53 g/l a
20 °C), facile erodibilità, porosità primaria quasi inesistente,
bassa densità di fatturazione e presenza di interstrati pelitici
impermeabili. Le rocce gessose, specialmente quelle macrocristalline
(quali quelle selenitiche messiniane) sono pochissimo permeabili per
porosità e quindi l'infiltrazione prima e la circolazione ipogea poi
possono avvenire esclusivamente lungo specifici lineamenti strutturali
(fratture, faglie o interstrati). Queste
relazioni tra situazione strutturale e carsificazione profonda appaiono
ben evidenti se si osservano, per esempio, le morfologie di alcune
gallerie basse e larghe, chiamate comunemente laminatoi, sviluppatesi a
livello di un interstrato, o se si raffrontano le direzioni di
allungamento delle cavità con le principali direttrici tettoniche e
strutturali dell'area (FINOTELLI et al., 1986). Tuttavia, a causa
dell'elevata solubilità ed erodibilità della roccia gessosa, le
originarie morfologie tettonico-strutturali in generale non si
conservano, venendo rapidamente mascherate dal successivo sviluppo
speleogenetico. L'elevata
solubilità dei gessi e la loro facile erodibilità ad opera di flussi
canalizzati fanno sì che l'evoluzione dei condotti sia generalmente
molto rapida, comportando di norma tempi di sviluppo di 1-2 ordini di
grandezza inferiori a quelli richiesti per l'evoluzione di analoghe
forme in calcare. Questo favorisce lo sviluppo rapido di gallerie
drenanti che collegano direttamente i punti di immissione ai recapiti,
con conseguente formazione di cavità molto semplici e lineari. Pertanto
le fratture minori, non interessate da flussi idrici diretti, tenderanno
a sigillarsi sia per l'accumulo al loro interno di depositi fisici
(argilla, silt...), sia per la formazione di gesso secondario derivante
dalla idratazione di eventuale anidrite presente nella roccia gessosa,
sia per la deposizione di gesso di neoformazione per evaporazione di
soluzioni sature durante i periodi di magra. Per
questi motivi, l'evoluzione speleogenetica è rapidissima lungo le linee
di drenaggio principali e quasi nulla nel resto dell'affioramento
gessoso. Le
grotte che così si sviluppano possono essere classificate, dal punto di
vista idrogeologico, come una rete di drenaggio a primario fortemente
dominante, caratterizzata da un'unica condotta principale, con
scorrimento rapido delle acque simile a quello di un fiume esterno, in
cui confluiscono brevi affluenti. In pratica le grotte in gesso
risultano essere costituite da lunghi tratti di gallerie suborizzontali,
sviluppatesi a livello della superficie piezometrica locale, raccordati
da pozzi verticali alle aree o ai punti di infiltrazione (fig. 1). La
velocità di sviluppo delle condotte carsiche nei gessi ha, come prima
conseguenza, il dimensionamento delle stesse per le massime portate
possibili, con conseguente minima oscillazione di livello durante le
piene. Ciò facilita la genesi di cavità a piani sovrapposti che si
sviluppano in relazione al variare delle quote dei recapiti, per
innalzamento o, più frequentemente per abbassamento del livello di base
carsico. Il raggiungimento dell'equilibrio con il nuovo profilo di base
è sempre molto rapido, anche se può variare in funzione della
situazione strutturale e dell'idrodinamica del sistema. Il
Sistema carsico Spipola-Acquafredda (Gessi Bolognesi) è l'unica grotta
in cui è stato possibile misurare sperimentalmente la velocità con cui
il sistema ipogeo si è messo in equilibrio con un repentino
abbassamento del livello di base. Una vicina cava di gesso infatti, con
i propri lavori, aveva abbassato di 10 metri il livello piezometrico
presso la risorgente; conseguentemente si era attivato un processo di
erosione regressiva che nell'arco di un ventennio ha portato alla
completa fossilizzazione di oltre 500 metri della condotta principale.
Se ne deduce che in questa cavità, dal punto del nuovo recapito verso
l'interno dell'acquifero carsico, ad una velocità media di circa 50
m/anno, si è sviluppato un nuovo collettore capace di smaltire fino a
circa 200 l/s (FORTI & FRANCAVILLA, 1990). L'elevata
velocità di scorrimento e di raccordo con il livello di base fa sì
che, in genere, le cavità carsiche nei gessi siano caratterizzate da
lunghe condotte suborizzontali posizionate a livello di diverse
superfici piezometriche, raccordate ai punti di immissione da tratti
prevalentemente subverticali. Come
anticipato nell'introduzione, la totalità dei sistemi carsici in gesso
d'Italia si è sviluppata con caratteristiche di acquiferi non confinati
all'interno di formazioni affioranti; in tali condizioni le grotte
risultanti evidenziano una differenza fondamentale, rispetto alle
omologhe formatesi in roccie calcaree, costituita dall'assenza di
circolazione idrica nella zona freatica e quindi l'impossibilità di
sviluppare condotte al di sotto del livello piezometrico (fig. 2). Questa
impossibilità è dovuta anche al fatto che nei gessi, al contrario dei
calcari, non esistono meccanismi speleogenetici efficaci che possano
portare ad un allargamento considerevole delle fratture originarie nella
zona saturata dell'acquifero ove le acque sono praticamente prive di
moto. I
meccanismi speleogenetici e le forme peculiari conseguenti I
meccanismi che possono portare all'allargamento delle discontinuità
primarie nei gessi sono, in ordine di importanza crescente,
essenzialmente sette: l'effetto impacchettamento, l'effetto diffusione
da flusso, la riduzione dei solfati a solfuri, la dissoluzione per
condensazione, la dissoluzione incongruente, la solubilizzazione e
l'erosione. I
primi due meccanismi, effetto impacchettamento e diffusione da flusso,
che sono attivi anche nei calcari dove possono svilupparsi anche nella
zona freatica, hanno una validità solo nei primissimi stadi
dell'evoluzione dei vacui embrionali sino a che si siano trasformati in
canalicoli con diametri superiori ai 5 mm. L'effetto
impacchettamento ha una certa importanza quando ancora non vi è
continuità nei vacui primari e l'unico meccanismo attivo è quello
dell'equilibrio chimico dinamico che permette una più razionale
distribuzione della materia solida con conseguente aumento volumetrico
dei vacui stessi. Questo effetto è ovviamente più efficiente quando la
roccia possiede una certa porosità primaria (come nel caso dei
calcari); nei gessi esso è attivo praticamente solo in quelli
saccaroidi, in quanto gli altri tipi hanno una porosità primaria quasi
nulla. L'effetto
diffusione da flusso si manifesta quando la continuità dei meati è già
stata raggiunta e si ha un flusso laminare all'interno di un
protocondotto di dimensioni molto piccole: in queste condizioni
l'aumento della velocità di flusso comporta una solubilizzazione
aggiuntiva mentre la diminuzione della velocità comporta una
sovrasaturazione. L'alternarsi
di questi fenomeni opposti porta ad una rapida normalizzazione del
protocondotto; si crea così una minor resistenza al flusso idrico che
progressivamente aumenta la propria velocità con conseguente maggiore
dissoluzione e allargamento del condotto medesimo. L'effetto
diffusione da flusso è molto meno efficiente nei gessi rispetto ai
calcari in quanto nei primi la dissoluzione ad opera dei flussi laminari
risulta poco efficace (1 o 2 ordini di grandezza inferiore ai flussi
turbolenti). Infatti il meccanismo della dissoluzione del gesso, essendo
cineticamente controllato dalla diffusione dallo strato limite alla
soluzione (fig. 3), fa sì che i flussi laminari, che ovviamente non
rimescolano lo strato limite, praticamente non siano in grado di
solubilizzare il gesso (CUCCHI & FORTI, 1993). Il
terzo meccanismo speleogenetico (la riduzione dei solfati a solfuri) può
essere attivo anch'esso solo nella zona saturata (freatica) e riveste
sicuramente una maggiore importanza per lo sviluppo del carsismo nei
gessi. Qualora infatti una acqua satura di gesso e ricca di sostanza
organica in sospensione o in soluzione venga a trovarsi in condizioni
anaerobiche si innestano delle reazioni di ossidazione di tale materiale
a spese della riduzione degli ioni solfato a solfuro. In questo modo la
concentrazione dello ione solfato diminuisce e l'acqua ritorna ad essere
aggressiva nei confronti del gesso con conseguente allargamento dei
meati esistenti (FORTI, 1994). Questo
meccanismo è di particolare importanza per l'ampliamento delle fratture
e delle discontinuità che si trovano al di sotto della superficie
piezometrica e che diventeranno via preferenziale del flusso idrico
carsificante non appena il livello di base carsico arriverà ad
abbassarsi. Una
conferma diretta della reale efficacia di questo meccanismo si è avuta
in una grotta di Monte Mauro (Gessi Romagnoli) dove una grande frattura
con le pareti di gesso corroso è in parte ricoperta da quarzo
scheletrico (fig. 4) (FORTI, 1993). La
dissoluzione per condensazione è un meccanismo attivo esclusivamente
nelle zone aerate delle grotte e si esplica o perché l'aria calda
esterna, entrando in grotta e raffreddandosi, diviene sovrasatura di
umidità che condensa sui soffitti e sulle pareti aggettanti della cavità
(CIGNA & FORTI, 1986), oppure per evaporazione dalla superficie di laghi
e fiumi sotterranei. La carsificazione indotta dalla condensazione può
divenire, in alcuni casi specifici e in aree particolarmente aride,
anche il processo speleogenetico principale. In Italia, comunque, le
condizioni ambientali e climatiche non sono così favorevoli e nei pochi
casi in cui si è effettuata una valutazione quantitativa del fenomeno
(gessi messiniani e triassici dell'Emilia Romagna) esso si è rivelato
sempre inferiore al 10 % del totale. In
molte grotte italiane sono presenti forme assolutamente peculiari di
questo meccanismo speleogenetico, quali i soffitti a cupole di
condensazione a cui talora, quando il fenomeno è particolarmente attivo
come nell'Inghiottitoio di Monte Conca in Sicilia, corrispondono sul
pavimento delle vaschette subcircolari a fondo piatto da dissoluzione
per gocciolamento di acque, non ancora del tutto saturate all'interno
delle cupole dove condensavano. Sulle pareti aggettanti della cavità si
possono formare, a seguito di questo processo, 'megascallops' dovuti ai
moti convettivi dell'aria calda e umida che condensa. Queste forme
risultano meglio sviluppate nei gessi microcristallini in quanto in
quelli macrocristallini la dissoluzione intragranulare tende a
disarticolare la roccia e impedisce ai `megascallops' di svilupparsi. Il
meccanismo della dissoluzione incongruente si innesca quando l'acqua di
infiltrazione meteorica si arricchisce di anidride carbonica percolando
attraverso il suolo pedologico prima di raggiungere la roccia gessosa.
In queste condizioni, appena inizia la dissoluzione (congruente) del
gesso, si instaurano gli equilibri chimici della calcite che, essendo
molto meno solubile del gesso, raggiunge rapidamente la sovrasaturazione
e viene depositata sotto forma di concrezioni di carbonato di calcio.
L'allontanamento dalla soluzione di ioni calcio, consente
automaticamente la contemporanea solubilizzazione (dissoluzione
incongruente) di una quantità aggiuntiva di gesso (fig. 5). Questo
meccanismo speleogenetico (FORTI & RABBI, 1981) è sicuramente
importante per l'evoluzione di molti e grandi speleotemi di calcite
all'interno di grotte che si sviluppano in formazioni gessose
affioranti, ma non risulta particolarmente efficiente per l'ampliamento
dei vuoti carsici, soprattutto perché la deposizione delle concrezioni
calcaree tende a bilanciare la dissoluzione del gesso. Esso è poi quasi
del tutto limitato a quelle zone della cavità molto vicine ai punti di
ingressione delle acque, in quanto l'effetto di questo processo si
esaurisce rapidamente. Solo nel caso di fiumi sotterranei che
trasportano materia organica (foglie, ecc.) è possibile che il
meccanismo si mantenga attivo anche molto all'interno della grotta e ciò
accade perché la progressiva ossidazione della sostanza organica causa
un continuo aumento della concentrazione di anidride carbonica disciolta
nell'acqua e, conseguentemente, una riattivazione del processo di
dissoluzione incongruente. La
solubilizzazione del gesso è un meccanismo speleogenetico che diviene
molto efficiente non appena l'idrodinamica delle acque di infiltrazione
permette il passaggio da condizioni di moto laminare a situazioni di
moto turbolento. Come già in precedenza accennato, la solubilizzazione
della roccia gessosa procede molto velocemente in presenza di moti
turbolenti tanto che la condizione di saturazione rispetto al CaSO4
viene raggiunta in modo molto rapido; ciò è confermato dai dati
raccolti in alcuni dei principali sistemi carsici gessosi dell'Emilia
Romagna, al cui interno l'acqua dei torrenti risulta costantemente
satura eccetto che per brevi periodi durante le maggiori piene (FORTI et
al., 1985, 1989). Per
avere un'idea di come tale processo possa essere efficace e rapido, è
sufficiente ricordare che un fiume sotterraneo con un flusso medio di
appena 10 l/s (quello che scorre nel Sistema carsico Rio Stella-Rio
Basino in Romagna) ogni anno causa la dissoluzione di un cubo di gesso
di 7 metri di lato. Le
più tipiche forme da dissoluzione pura presenti in molte cavità in
gesso (i canali di volta, le gallerie paragenetiche ed i pendenti) si
sono comunque evolute ad opera di acque che fluivano con moto lento e
laminare (PASINI, 1974). I canali di volta sono incisio ni meandrizzanti,
dalla caratteristica forma ad "U" rovesciata, che si osservano
sulle volte di gallerie suborizzontali e che si sviluppano in maniera
del tutto indipendente dagli elementi strutturali presenti (piani di
stratificazione, fratture, ecc.). L'acqua, scorrendo con moto laminare
molto lento, tende a depositare tutto il carico solido di particelle
molto fini che trasporta in sospensione. In tal modo il pavimento della
galleria viene preservato da ogni ulteriore dissoluzione e/o erosione e
l'acqua, a seguito del progressivo accumulo di sedimenti, è costretta a
fluire a diretto contatto con il tetto della galleria, che viene
lentamente solubilizzato e inciso verso l'alto (da qui il nome di
gallerie antigravitative). L'ampiezza della dissoluzione dipende
direttamente dalla quantità d'acqua che crea il flusso laminare; è
pertanto normale che i canali di volta, nella loro evoluzione, possano
mostrare allargamenti e/o restringimenti. Proprio a causa della bassa
energia è abbastanza comune che l'acqua divaghi scavando nello stesso
luogo più canali di volta, tutti però di modeste dimensioni. Tali
canali, anastomizzandosi, tendono ad isolare porzioni di gesso
residuali, simili a tozze stalattiti, che prendono il nome di pendenti. Tutte
queste forme divengono visibili solamente quando cessano di svilupparsi
perché l'energia dell'acqua è aumentata e quindi si è innescato un
nuovo ciclo erosivo classico (gravitativo) che provvede a svuotare, in
parte o del tutto, i canali di volta dai sedimenti fini che li
obliteravano. Nonostante
l'alta solubilità del solfato di calcio, comunque, il maggiore effetto
speleogenetico all'interno delle grotte in gesso è senza dubbio quello
prodotto dal meccanismo della erosione, che vari fattori concorrono a
rendere estremamente efficace quali: la scarsa tenacità della roccia
gessosa, l'abbondante presenza nelle acque di particelle fini (sabbia,
argilla) in parte provenienti dallo smantellamento degli interstrati
marnoso-argillosi e in parte dall'erosione delle formazioni terrigene
esterne, il regime idrico caratteristico dei sistemi carsici con bassa
capacità di immagazzinamento che alternano lunghi periodi di magra a
violente ed improvvise piene, ecc... Non
deve meravigliare, quindi, se molte delle principali forme presenti
nelle grotte in gesso risultino di chiara origine erosiva: gli scallops,
i meandri, i pozzi cascata, i laminatoi, le gallerie triangolari, le
condotte inclinate, ecc. L'evoluzione
degli scallops lungo i torrenti sotterranei è possibile solo se la
grana cristallina della roccia gessosa è sufficientemente minuta da
permetterne la formazione e se la coesione tra i singoli elementi
cristallini è tale da consentire la conservazione di tali forme. In
generale per questi motivi gli scallops, pressoché ubiquitari nelle
grotte in calcare, sono molto più rari in quelle gessose. I
meandri si sviluppano quando un corso d'acqua sotterraneo, che scorre in
una galleria suborizzontale, erode la roccia gessosa mantenendosi, però,
in equilibrio con l'abbassamento progressivo del livello di base
carsico. A differenza dei canali di volta, la sinuosità dei meandri e
la loro direzione di sviluppo è strettamente controllata dalla
situazione strutturale locale, che quindi fornisce un criterio di
riferimento per discriminare tra loro queste due forme che potrebbero,
in certi casi, risultare indistinguibili. Spesso col tempo i meandri si
trasformano in veri e propri stretti canyon a pareti fortemente sinuose,
larghi pochi decimetri, con altezze di alcune decine di metri e
lunghezze anche di varie centinaia. Nel
caso che l'abbassamento del livello di base carsico sia invece così
repentino da impedire ai fiumi sotterranei di mantenersi in equilibrio,
allora si formano dei "pozzi cascata". Si tratta di morfologie
che si sviluppano lungo elementi strutturali subverticali a causa
dell'erosione esercitata dall'acqua che vi cade dentro. Essi spesso
collegano direttamente gli inghiottitoi al livello di base, o raccordano
differenti tratti di gallerie suborizzontali, testimonianze di antichi
paleolivelli. Di norma sono "campaniformi", cioè a pianta
subcircolare, e la loro dimensione aumenta con la profondità, che può
raggiungere e anche superare 140 metri; il loro diametro massimo si
riscontra alla base normalmente ingombra di massi di crollo. Nelle
zone in cui gli stress tettonici abbiano deformato, e quindi
"scollato", strati gessosi in giacitura suborizzontale (una
particolare superficie di debolezza è rappresentata dagli interstrati
marnoso-argillosi frequenti nei gessi messiniani), senza causarne una
eccessiva fratturazione, si sviluppano i "laminatoi". Si
tratta di sale o ampie gallerie molto basse il cui liscio soffitto non
è altro che la superficie basale del banco gessoso sovrastante mentre
il piano di calpestio corrisponde al tetto dello strato inferiore. In
pratica l'azione del fiume sotterraneo ha comportato la sola erosione
dell'interstrato marnoso argilloso un tempo presente tra i due banchi.
Sovente l'erosione fluviale ha interessato anche una parte del tetto del
banco inferiore di gesso, creando meandri più o meno larghi e profondi. Nei
gessi messiniani accade spesso che la volta dei laminatoi, o dei saloni
in cui è esposta la porzione basale di un banco gessoso, non sia
pianeggiante ma presenti tozze protuberanze (comunemente note come
"mammelloni") di forma conica e di dimensioni variabili (da
pochi decimetri a oltre 2 metri di diametro) con il vertice, verso cui
convergono i cristalli di gesso che li compongono, rivolto costantemente
verso il basso. Non si tratta di forme carsiche ma di forme
sinsedimentarie riesumate dall'erosione. La loro origine infatti risale
al momento in cui iniziava un nuovo ciclo di deposizione del gesso: la
forma conica è frutto dell'aggregazione coalescente a
"cavolo" del gesso che è cristallizzato progressivamente
attorno ai primi nuclei. Questa struttura, in rapido accrescimento,
tende a sprofondare per il suo stesso peso nel sottostante livello
argilloso-marnoso ancora plastico, fino a quando le zone basali di più
mammelloni si saldano assieme dando così origine ad un continuo piano
di sedimentazione orizzontale (VAI & RICCI LUCCHI, 1976). Una
evoluzione graviclastica dei laminatoi può portare alla formazione di
caratteristiche gallerie sempre con il soffitto piatto ma a sezione
triangolare. In pratica la volta del laminatoio, non essendo più
sostenuta dall'interstrato che è stato completamente asportato, anche a
seguito di rilasci tensionali e dal progredire della dissoluzione da
parte delle acque di percolazione lungo le fratture, può crollare
esponendo così la base del bancone soprastante mentre il tetto di
quello crollato va a costituire le pareti inclinate verso l'interno
della galleria triangolare (BERTOLANI & ROSSI, 1972a) Un'altra
morfologia di crollo molto comune nelle grotte in gesso, ma che non
sempre è conseguenza del solo meccanismo erosivo, si sviluppa nelle
zone nelle quali si ha l'intersezione di differenti lineazioni
strutturali, soprattutto se queste provocano la convergenza di più
flussi idrici e quindi di più gallerie. Quando ciò avviene si creano
facilmente vasti ambienti di crollo il cui soffitto è costituito dalle
nicchie di distacco dei numerosi blocchi caduti. Sul pavimento invece si
accumulano, a volte formando conoidi, grossi blocchi di frana a spigoli
vivi e di dimensioni anche di vari metri. Infine nelle aree in cui vi
sono rilasci tensionali notevoli, come pochi metri all'interno di pareti
di gesso subverticali, si possono instaurare le condizioni idonee per lo
sviluppo di cavità tettoniche. Le grotte di questo tipo, non
richiedendo alcun meccanismo di erosione e/o solubilizzazione, almeno
teoricamente non differiscono dalle omologhe grotte in calcare o in
altri litotipi anche non carsificabili. L'unica differenza è costituita
dal fatto che le fratture tettoniche nel gesso vengono modificate
rapidamente e in maniera radicale qualora divengano sede di
percolazione. Pertanto le grotte tettoniche in gesso, riuscendo a
sopravvivere esclusivamente se protette dalla ingressione delle acque
meteoriche, risultano piuttosto rare. I
Depositi Fisici Si
tratta di accumuli detritici incoerenti, dello spessore anche di varie
decine di metri, la cui granulometria varia da molto fine ad
estremamente grossolana, formati dalla sovrapposizione di livelli di
diversa potenza la cui continuità verticale e spaziale è ricostruibile
collegando fra loro le diverse zone in cui affiorano (ROSSI &
MAZZARELLA, 1998, 2000 e 2001; ROSSI, 2003). Presenti in moltissime
cavità dei Gessi messiniani, pur non mancando in quelli triassici (BERTOLANI
& ROSSI, 1984-85), questi depositi fisici sono la testimonianza di
passati eventi di alluvionamento torrentizio dei materiali erosi dalle
formazioni limitrofe a quella evaporitica tardo-miocenica. Nelle grotte
questi riempimenti si presentano verticalmente incisi dalle acque degli
stessi torrenti che in precedenza li avevano depositati fino alla totale
occlusione di molti vuoti carsici. Pur costituendo in molte cavità una
presenza quasi costante, essi non sono stati molto indagati e nei pochi
studi esistenti ne viene solo indicata l'ubicazione topografica
accompagnata da brevi descrizioni dei loro caratteri tessiturali e da
qualche ipotesi sui loro meccanismi genetici (BERTOLANI & ROSSI,
1972; PAREA G.C., 1972). Di recente speleologi e ricercatori delle
università emiliane (BARBIERI & ROSSI, 2001; ROSSI & MAZZARELLA, 1998, 2000, 2001; ROSSI, 2003) hanno iniziato più puntuali
ed approfondite indagini multidisciplinari al fine di pervenire ad un
riconoscimento dei numerosi fattori ambientali e climatici che ne hanno
controllato la formazione. La scarsità dei dati scientifici che li
riguardano limita una loro esauriente conoscenza generale; pertanto
quanto qua di seguito riportato attinge quasi esclusivamente alle
ricerche condotte in alcune delle principali cavità che si sviluppano
nei gessi che affiorano lungo il fronte pedeappenninico dell'Emilia
Romagna. Va tuttavia sottolineato che molte delle loro caratteristiche
peculiari sono state osservate anche in deposi ti analoghi di altre
regioni. Questi
accumuli possono essere caratterizzati da elementi stratigrafici e
sedimentologici simili ma non identici, ricollegabili a meccanismi
torrentizi le cui diversificate energie idrauliche erano in grado,
localmente, di modificarne i caratteri tessiturali e strutturali. Il
loro aspetto stratificato è dovuto alla sovrapposizione di bancate, di
spessore anche metrico, costituite da clasti di dimensioni molto
variabili con evidente classazione diretta e disposizione embriciata, a
cui si alternano livelli, poco più che centimetrici, a granulometria da
sabbiosa a siltoso-argillosa. Dato
lo spessore fino a decametrico e la frequenza, in tutta la regione, di
questi depositi, da vari Autori viene ipotizzato che la loro formazione
sia stata causata da uno squilibrio quantitativo tra il materiale
detritico fluitato all'interno delle cavità e quello che i torrenti
sotterranei erano in grado di trasportare all'esterno attraverso le loro
risorgenti. Si suppone anche che questa differenza sia imputabile a
impedimenti o rallentamenti al normale deflusso delle acque ipogee che
si crearono, forse contemporaneamente, lungo tutto il fronte collinare
pedeappenninico. Anche se dati recenti suggerirebbero altre
interpretazioni, è plausibile l'ipotesi che la diminuita energia
idraulica dei torrenti sotterranei fosse dovuta ad innalzamenti del
livello del mare, ben al di sopra delle loro posizioni di risorgenza, i
quali caratterizzarono le pulsazioni climatiche terminali della
glaciazione wurmiana. Fra
i possibili responsabili delle differenze dimensionali dei clasti dei
riempimenti fisici, oltre alla variabile capacità di trasporto dei
torrenti sotterranei causata da vicende climatiche, non sono da
escludere situazioni morfologiche interne alle cavità che, localmente,
potevano accentuare od attenuare l'energia idraulica dei corsi d'acqua
ipogei. La
natura petrografica dei clasti presenti costituisce la diretta
testimonianza delle litologie affioranti nei bacini imbriferi da cui
erano alimentati i torrenti che sedimentavano all'interno delle grotte
tale materiale detritico: pur con distribuzioni percentuali diverse,
risultano ben rappresentate la componente calcarea e quella arenacea. A
queste, che talora raggiungono percentuali considerevoli, si affiancano
frammenti di speleotemi di origine chimica, quasi sempre di natura
calcarea (colate parietali, concrezioni di fondo, stalattiti,
stalagmiti, ecc.), il cui distacco è stato favorito da meccanismi di
dissoluzione incongruente del supporto gessoso a cui erano ancorate.
L'azione erosiva dei torrenti sotterranei, associata ad effetti
gravitativi, avrebbe poi portato al totale smantellamento e alla
frammentazione meccanica di tali speleotemi. Il detrito prodotto,
fluitato solo per brevi tratti, si presenta ora con morfologie esterne
poco elaborate e molto simili a quelle che lo caratterizzavano al
momento del suo distacco dal supporto gessoso. Di quest'ultimo del tutto
accessorio risulta il contributo clastico. Di
particolare significato, soprattutto per le cavità dell'Emilia Romagna,
risulta la presenza, talora in percentuali anche molto elevate, di
ciottoli levigati di selce policroma, di sicura provenienza
extraregionale. Da vari Autori è stato ipotizzato che questi materiali
provengano da rocce appartenenti alla Serie Umbromarchigiana, affioranti
nell'Italia centrale. Tali clasti, trasportati al mare da torrenti,
sarebbero poi stati movimentati da correnti di riva verso l'interno
dell'antico Golfo Padano (VEGGIANI, 1965) dove, commisti al ciottolame
fluviale proveniente dall'Appennino emiliano-romagnolo, avrebbero
contribuito alla formazione delle coperture alluvionali tardoplioceniche
ed oloceniche che a luoghi sovrastano la formazione gessosa messiniana. Alla
componente clastica più grossolana, la cui natura litologica risulta
facilmente riconoscibile macro- e mesoscopicamente, si associa una
frazione detritica più minuta costituita da sabbia, silt e argilla la
cui composizione mineralogica risulta identificabile soltanto attraverso
determinazioni diffrattometriche basate sull'utilizzo dei raggi X. Le
principali fasi cristalline riconosciute sono: il quarzo, i feldspati,
la calcite, la dolomite ed il gesso, tipici minerali di natura detritica
anche se, almeno per alcuni, non può essere escluso un contributo di
neoformazione; a queste si associano vari fillosilicati (illiti,
montmorilloniti, caoliniti e cloriti), minerali qualitativamente sempre
presenti ma in quantità estremamente variabili. Tali differenze sono
ricollegabili o a percentuali mineralogiche variabili già nelle rocce
di loro provenienza oppure a fluttuazione dell'energia di trasporto dei
torrenti sotterranei i quali, se ostacolati nel proprio regolare
deflusso, sedimentavano in posizioni particolari delle cavità o
all'esterno la frazione clastica fine che essi movimentavano. Per la
componente detritica fine non è da escludere un contributo mineralogico
da parte degli interstrati pelitici che, talora con spessori anche
metrici, si intercalano fra i banconi di gesso ora carsificati. Recenti
indagini, condotte su ghiaie e ciottoli dei depositi fisici di alcune
cavità dei Gessi Bolognesi, hanno in gran parte confermato le ipotesi
sulla provenienza di detti materiali formulate in passato e basate sulla
loro natura litologica. Infatti, l'elaborazione statistica di misure
morfometriche e di dati morfoscopici relativi alle forme fondamentali e
agli indici di appiattimento, sfericità ed arrotondamento di alcune
decine di migliaia di clasti ha dimostrato che i riempimenti fisici
delle grotte sono il risultato della commistione di frammenti detritici
sia di movimentazione marina che di trasporto torrentizio. I primi, fra
cui predominano le forme tendenzialmente appiattite, provengono da
formazioni della Serie Umbro-marchigiana, gli altri, i cui abiti sono in
prevalenza arrotondati o quasi sferici, rappresentano il contributo
detritico di litotipi della catena appenninica padana. Una origine
analoga è ipotizzata per tutti i riempimenti fisici presenti nelle
cavità dei gessi messiniani emiliano-romagnoli. In tali depositi la
diversità petrografica e dimensionale dei clasti è il risultato di
meccanismi deposizionali selettivi, legati al variare dell'energia delle
acque che li movimentavano all'interno delle grotte dopo averli
asportati da depositi alluvionali esterni già estremamente eterogenei. Pur
avendo fornito dati utili per la identificazione delle loro aree di
provenienza e dei loro meccanismi deposizionali e di movimentazione
idraulica, le stesse indagini hanno fatto insorgere altri interrogativi
ai quali, ancora, risulta estremamente difficoltoso dare esaurienti
risposte. Fra le tante incertezze suscitate, alcune riguardano sia le
cause genetiche di tali depositi fisici che la collocazione temporale
della loro formazione. In base alla analogia e alla costanza delle loro
caratteristiche e della loro frequenza, è stato ipotizzato che la loro
formazione sia collegabile ad eventi a scala regionale che avrebbero
causato una netta e, forse, improvvisa diminuzione della capacità di
trasporto solido dei torrenti ipogei. La causa di questa diminuzione è
stata attribuita ad un innalzamento del livello del mare all'interno
dell'antico Golfo Padano, in seguito a particolari eventi climatici
caratterizzati da intense piogge, oppure allo scioglimento dei ghiacciai
olocenici tardo-wurmiani. Un'altra ipotesi suppone invece che le cause
fossero interne alle grotte stesse e dovute a frane o crolli innescati
da eventi sismici od orogenetici a carattere regionale. Tra l'altro non
esistono dati che escludano che l'età di almeno una parte di questi
riempimenti fisici possa essere molto più antica. Anche
l'ipotesi che i maggiori riempimenti fisici delle grotte dell'Emilia
Romagna si collochino in una ben definita quota altimetrica costituisce
un tema di ricerca interessante e da approfondire. Nuovi dati su questo
argomento potrebbero, tra l'altro, fornire importanti informazioni per
la valutazione di eventuali recenti spostamenti rotazionali o verticali
dei grandi blocchi di gesso che, lungo il fronte padano, costituiscono
la formazione evaporitica messiniana. Altri
interrogativi riguardano gli eventi post-deposizionali, che hanno
interessato questi depositi creando a volte veri e propri “canyon”.
Questi fenomeni erosivi sono stati attribuiti ad una ripresa del
deflusso delle acque sotterranee, successivamente alla totale occlusione
dei vuoti carsici da parte del materiale detritico. Ciò sarebbe stato
possibile quando venivano eliminati gli ostacoli che, in precedenza,
avevano impedito il normale scorrimento dei torrenti ipogei. Tale
ripresa del flusso idrico sarebbe iniziata con un lento flusso laminare
in corrispondenza del contatto tra il tetto dei riempimenti fisici e la
volta gessosa. In queste zone si instauravano le condizioni favorevoli
per la formazione dei caratteristici “canali di volta” (vedi
paragrafo precedente). La
progressiva maggiore capacità di deflusso sotterraneo ha contribuito ad
accentuare la naturale tendenza dei torrenti ipogei a crearsi un alveo
di equilibrio. Si accentuavano così i fenomeni di erosione verticale
con la formazione di strette incisioni a forma di “canyon” sulle cui
pareti sono ancora perfettamente osservabili tutti i caratteri dei
riempimenti fisici preesistenti. Non
è comunque ancora appurato se l'evento di incisione sia stato uno unico
e continuo oppure sia avvenuto in più stadi successivi. In
base ai dati e alle ipotesi qua brevemente riportati appare evidente
quanto ancora occorra indagare sui riempimenti fisici ipogei delle
grotte in gesso italiane prima di pervenire ad una soddisfacente
conoscenza delle caratteristiche e dei loro meccanismi genetici.
Eventuali nuove conoscenze sulle situazioni ambientali, e climatiche,
esterne ed ipogee, che hanno determinato la formazione e i tanti
caratteri dei riempimenti fisici, potranno sicuramente apportare nuovi
contributi per una migliore conoscenza della evoluzione dei sistemi
carsici nei gessi non solo emiliano-romagnoli. I
Depositi Chimici I
depositi chimici secondari, siano essi concrezioni o minerali secondari,
sono in generale poco comuni nelle grotte in gesso di tutto il mondo
(FORTI, 1996); pertanto sono scarsi non solo gli studi in cui se ne
discute la genesi ma anche quelli in cui si hanno semplici descrizioni
morfologiche degli stessi. Fortunatamente
l'Italia è il Paese in cui, negli ultimi venti anni, è stata posta
molta attenzione a questa tematica anche se solo pochissime aree gessose
(essenzialmente quelle messiniane e triassiche dell'Emilia Romagna) sono
state indagate in dettaglio. Sulla base di recenti studi, comunque, è
stato possibile dimostrare come le cavità in gesso possano ospitare, e
spesso ospitino, depositi chimici assolutamente peculiari, sia dal punto
di vista morfologico che da quello genetico. Qui
di seguito vengono brevemente riportate le attuali conoscenze sulle
concrezioni (di gesso e di calcite) con particolare attenzione per
quelle forme esclusive del carsismo nelle rocce gessose, di cui vengono
anche schematicamente descritti i meccanismi genetici ed evolutivi.
Viene anche sottolineata l'importanza che queste speleotemi possono
avere nello studio dei climi e dei paleoclimi. Infine sono elencati
tutti i minerali di grotta osservati nelle cavità italiane che si
sviluppano in questo tipo di roccia. Il
Concrezionamento Nelle
grotte in gesso italiane esistono essenzialmente concrezionamenti
calcarei e gessosi: questi due tipi di concrezionamento vengono qui di
seguito considerati separatamente. Gli
speleotemi di carbonato di calcio Le
concrezioni di calcite sono sufficientemente comuni nelle aree carsiche
gessose d'Italia anche se la loro diffusione e abbondanza è
strettamente controllata dalle condizioni climatiche esterne. Gli
speleotemi carbonatici infatti hanno il loro massimo sviluppo nelle zone
a clima temperato umido, quali appunto quelle dell'Emilia Romagna. Le
stalattiti, le colate, le concrezioni da splash e le pisoliti sono le
forme più comuni. Queste concrezioni non mostrano peculiarità
morfologiche rispetto a quelle, molto maggiori, esistenti nelle grotte
in calcare. Va tuttavia sottolineato che il loro meccanismo genetico è
del tutto differente. Molto
spesso infatti gli speleotemi carbonatici si osservano in cavità che si
sviluppano in formazioni gessose affioranti e, pertanto, il normale
meccanismo carsico che governa lo sviluppo del concrezionamento
carbonatico in grotte calcaree (la diffusione della CO2 nell'atmosfera
di grotta con conseguente sovrasaturazione rispetto al CaCO3) non
potrebbe avere alcun effetto non essendo possibile, in quelle
condizioni, la solubilizzazione della calcite eventualmente presente in
rocce sovrastanti quelle gessose. È
stato dimostrato (FORTI & RABBI, 1981) che l'evoluzione di
speleotemi carbonatici in grotte in gesso, prive di copertura con
componente calcarea, è controllata dalla presenta di un elevato tasso
di anidride carbonica disciolta nelle acque di infiltrazione e, di
conseguenza, dall'abbondanza di suolo e di vegetazione, che sono una
conseguenza diretta del clima. In
queste condizioni, quindi, la deposizione di calcite è un effetto,
diretto e simultaneo, della dissoluzione incongruente del gesso da parte
di acque di infiltrazione caratterizzate da un'alta concentrazione di CO2 (fig. 5). La
dissoluzione incongruente spiega non solo l'origine degli speleotemi
comuni a molte grotte in gesso ma anche la presenza di alcune forme del
tutto peculiari, osservate solo in tali ambienti, quali le croste di
carbonato di calcio quasi completamente staccate dal substrato gessoso,
i cui cristalli sono fortemente corrosi, e le grandi lame carbonatiche
con nucleo di argilla (fig. 6), comuni nel Bolognese e presenti anche in
alcune grotte della Sicilia. Altri
speleotemi particolari dovuti alla dissoluzione incongruente sono i
letti concrezionati, spesso presenti lungo le gallerie principali ove
scorre un torrente sotterraneo; in questo caso il concrezionamento
carbonatico può svilupparsi anche a diversi chilometri dal punto di
ingresso delle acque nel massiccio gessoso. Ciò è possibile in quanto
il meccanismo di dissoluzione incongruente è mantenuto attivo da una
continua formazione di CO2 ad opera della progressiva ossidazione dei
materiali organici (foglie, frustoli di legno, acidi umici e fulvici)
fluitati all'interno del sistema carsico. Una
singolarissima concrezione di calcite è stata osservata a Grave Grubbo
(Verzino, Calabria), dove è presente uno strano tipo di bolle (mezze
bolle) (fig. 7) che si forma in seguito ad un particolare meccanismo di
dissoluzione incongruente (FORTI & CHIESI, 1995). Anche in questo
caso l'anidride carbonica è fornita dalla progressiva ossidazione del
materiale organico presente in sospensione nelle acque solfuree
sotterranee. Questo speleotema, forse unico nel suo genere, consiste in
una serie di mezze bolle (semisfere) di calcite, da 0,2 a 1-1,2 cm in
diametro, cementate tra loro e galleggianti sul pelo dell'acqua. L'ossidazione
del materiale organico causa la formazione di bolle persistenti che
galleggiano sull'acqua e simultaneamente produce una grande quantità di
anidride carbonica. Questa reagisce con gli ioni Ca2+ all'interno della
pellicola d'acqua alla base della bolla formando dei microcristalli di
CaCO3, che si aggregano, cementandosi fra loro. Questo processo continua
finché la bolla esplode, dando origine ad una "mezza bolla"
di calcite. Nello
stesso sistema carsico, sempre per dissoluzione incongruente, però
legata al processo di respirazione di una grande colonia di larve di un
insetto troglobio (Tricoptera wormaldia), si sono sviluppate condizioni
ambientali favorevoli alla formazione di una colata stalagmitica
terrazzata, dello spessore di oltre 50 cm ed estesa su un'area di alcune
diecine di metri quadrati, che è attualmente la maggiore concrezione
"organogena" calcarea esistente al mondo (FORTI, 2002). Infine
un altro processo, in condizioni climatiche particolari, permette lo
sviluppo di speleotemi carbonatici all'interno di grotte in gesso. Tale
meccanismo è esattamente l'opposto di quello che genera le concrezioni
di carbonato di calcio in ambiente calcareo; in esso la diffusione della
CO2 non avviene dalla soluzione verso l'atmosfera della grotta ma da
quest'ultima alla soluzione (FORTI, 2003). Le condizioni idonee, perché
questo processo avvenga, sono di forte carenza idrica, per cui specchi
d'acqua anche vasti, a causa di una prolungata mancanza di
alimentazione, arrivano ad evaporare totalmente e le acque
interstiziali, presenti all'interno della roccia gessosa, sono costrette
dalla capillarità a riaffiorare e ad evaporare a loro volta. In
queste condizioni particolari, grazie al processo di diffusione della
anidride carbonica, presente nell'atmosfera di grotta, che continuamente
rifornisce l'acqua di nuovi ioni CO3-- da una soluzione satura di
solfato di calcio che progressivamente evapora, si ottengono calcite
flottante (fig. 8) e moonmilk carbonatico (fig. 9) quasi puri. Considerando
la velocità del concrezionamento, si deve notare che, contrariamente a
quanto ipotizzabile, lo sviluppo di speleotemi di calcite nelle grotte
in gesso è normalmente più rapido di quello di analoghe forme in cavità
calcaree. Misure sperimentali, effettuate su concrezioni delle grotte
bolognesi, infatti hanno mostrato velocità medie di accrescimento anche
di 1 mm/anno (DAL MONTE & FORTI, 1995). Tale rapidità è una chiara
conseguenza diretta della maggiore efficienza del processo di
dissoluzione incongruente rispetto alla diffusione della CO2
nell'atmosfera di grotta. Infine,
un'ultima caratteristica che talora differenzia le concrezioni di
calcite delle grotte in gesso è la ciclicità delle loro bande di
accrescimento. Mentre nelle grotte in calcare queste sono tipicamente
annuali, nei gessi a volte esse evidenziano una frequenza molto maggiore
(CAZZOLI et al., 1988) che può arrivare a marcare un singolo evento
piovoso o una serie ripetuta di tali eventi ravvicinati nel tempo. L'interpretazione
di questo fenomeno risulta, in qualche modo, ancora correlata al
meccanismo della dissoluzione incongruente, attivo soltanto nei primi
metri di percolazione delle acque. Infatti, in prossimità della
superficie, gli impulsi causati da ogni singola pioggia sono ancora
importanti e gli intervalli tra una precipitazione e l'altra possono
causare una interruzione nell'alimentazione idrica, con conseguente
blocco del concrezionamento, che alla sua ripresa svilupperà una nuova
banda di accrescimento. Gli
speleotemi di gesso Sono
le concrezioni e le cristallizzazioni di gesso a presentare, per la loro
frequenza, i maggiori elementi di interesse. Gli
speleotemi gessosi, rispetto agli omologhi in calcite, hanno evidenti
differenze morfologiche dovute al loro diverso meccanismo genetico: la
sovrasaturazione per evaporazione. Le stalattiti di questa natura sono
sempre più contorte e bitorzolute, spesso ramificate, ed il loro
accrescimento, nella maggioranza dei casi, dipende esclusivamente
dall'acqua di percolazione superficiale e non dall'alimentazione
attraverso un canalicolo centrale, che è quasi sempre assente o in
parte, se non del tutto, occluso. L'effetto
delle correnti d'aria permanenti, poi, è inverso: nel caso di
stalattiti di calcite infatti, poiché il meccanismo evolutivo
controllato dalla diffusione della CO2 non è assolutamente influenzato
da correnti d'aria, si osserverà una loro deflessione nella direzione
del vento a seguito dello spostamento meccanico in quella direzione
della goccia d'acqua di stillicidio. Per le stalattiti di gesso
l'effetto sarà invece esattamente l'opposto: gli speleotemi
risulteranno deflessi contro vento perché in quella direzione è
massima l'evaporazione. Se
le stalattiti di gesso sono abbastanza comuni nelle grotte italiane, le
stalagmiti risultano invece assai rare. Questa scarsa frequenza è
imputabile ad una causa essenzialmente climatica: nei climi temperati
italiani infatti è oggettivamente più facile lo sviluppo di
infiorescenze e forme coralloidi, mentre nelle zone più aride, quali
quelle di Sorbas (Spagna) o del Nuovo Messico, le stalagmiti sono comuni
come le stalattiti (FORTI, 1996). Il
fatto che l'evaporazione sia il meccanismo genetico dominante per
l'evoluzione dei depositi di gesso spiega come mai alcuni tipi di
speleotemi, comuni in rocce calcaree, siano molto rari in quelle solfate
e viceversa. Il
gesso costituisce, con estrema difficoltà, moonmilk e stalattiti
eccentriche e questo perché, come in precedenza accennato,
l'evaporazione tende ad occludere rapidamente i condotti di
alimentazione, soprattutto se di dimensioni capillari. Ciò spiega perché,
a tutt'oggi, siano state osservate piccole eccentriche di gesso
esclusivamente nella Grotta di Santa Ninfa in Sicilia (FORTI, 1987) e
moonmilk gessoso solo nella Grotta Calindri nel Bolognese (FORTI, 2000).
Al contrario concrezioni quali i rims, riconducibili a processi genetici
di condensazione-evaporazione (HILL & FORTI, 1997) si formano molto
più facilmente (CHIESI & FORTI, 1992). I
cristalli di gesso, da microscopici ad oltre un metro di lunghezza, sono
senza dubbio i più comuni depositi secondari delle grotte in gesso
italiane dove si possono presentare sia come depositi liberi o, più
comunemente, come druse parietali. I più minuti cristalli liberi di
gesso (da 10 a 100 micron) sono stati osservati sotto forma di depositi
pulverulenti su grandi accumuli di guano (FORTI, 1989) che hanno avuto
origine in seguito a processi di mineralizzazione dello stesso in
ambiente fortemente solfatico. I cristalli liberi di maggiori dimensioni
(alcuni dei quali anche superiori ad un metro di lunghezza) si originano
all'interno degli interstrati marnosoargillosi caratteristici dei gessi
messiniani, oppure dentro depositi fisici di natura pelitica
accumulatisi in ambienti ipogei. Il loro sviluppo è controllato dal
lento flusso capillare di acque, la cui evaporazione causa un grado di
sovrasaturazione davvero molto basso così da favorire la genesi e lo
sviluppo di pochi, ma grandi, individui cristallini. Data la loro grande
varietà e diffusione nelle grotte italiane, non è qui possibile
descrivere in dettaglio tutte le differenti varietà di tipi e forme. Molto
diversi risultano essere i loro meccanismi genetici anche se, di solito,
la formazione della grande maggioranza di questi cristalli è dovuta
semplicemente alla sovrasaturazione per evaporazione. Comunque, una
discussione analitica di dettaglio di questi argomenti può essere
reperita nella bibliografia tematica esistente (FORTI et al., 1983; HILL
& FORTI, 1997). Infine
le infiorescenze gessose, che rappresentano l'analogo delle forme
coralloidi di calcite nelle cavità in calcare, costituiscono i depositi
chimici secondari più comuni delle grotte italiane in gesso. Esse
debbono la loro formazione all'evaporazione di sottili pellicole d'acqua
che lentamente risalgono per capillarità le piccole asperità delle
pareti della grotta. In genere la loro evoluzione è sufficientemente
rapida e la genesi è assolutamente identica a quella che dà origine ai
coralloidi di calcite e/o aragonite nelle grotte calcaree. L'unica
caratteristica che distingue le infiorescenze gessose da quelle
calcaree, data la loro elevata sensibilità alle correnti d'aria, è che
spesso presentano cristalli allungati nella direzione del vento. Un
tipo di infiorescenza singolare, comune nelle grotte del Bolognese e più
raro in quelle siciliane, è costituito da cristalli di gesso che
crescono al sopra di concrezioni attive di carbonato di calcio (fig.
10). La contemporanea evoluzione di due minerali, con prodotti di
solubilità così differenti ad opera della medesima acqua, si spiega
con il loro differente meccanismo genetico: diffusione della CO2,
dissoluzione incongruente per la calcite ed evaporazione per il gesso. Influenza
del clima sul concrezionamento Il
controllo esercitato dal clima e dal regime delle precipitazioni sul
tipo e le forme del concrezionamento in ambiente gessoso è molto più
accentuato rispetto a quello che avviene nelle grotte in calcare. Ciò
è dovuto, come in precedenza detto, al fatto che nelle cavità in rocce
solfate vi possono avvenire due tipi differenti di concrezionamento:
della calcite e del gesso. I
meccanismi che portano alla deposizione di questi due minerali sono
assolutamente differenti e influenzati in modo diverso dal clima e dal
regime delle piogge. Un clima caldo secco, infatti, aumentando la
possibilità di evaporazione, favorisce direttamente lo sviluppo di
infiorescenze gessose, mentre un clima continentale piovoso, favorendo
l'insediamento di una copertura vegetale, facilita indirettamente lo
sviluppo di speleotemi carbonatici. D'altro canto forti precipitazioni
concentrate alternate a lunghi periodi di siccità possono, da un lato,
rendere più importante il fenomeno della condensazione con conseguente
possibilità di corrosione delle concrezioni di calcite, dall'altro
permettono l'instaurarsi di specifici meccanismi in grado di favorire la
deposizione di peculiari concrezioni di carbonato di calcio quali il
moonmilk e la calcite flottante. Anche
le variazioni microclimatiche, indotte da attività antropiche, vengono
registrate dagli speleotemi delle grotte in gesso: come nel caso delle
bande nere all'interno delle concrezioni calcitiche della Grotta Novella
(Gessi Bolognesi), dovute ad un succedersi di incendi che hanno
totalmente distrutto la copertura vegetale insediata sui terreni
soprastanti alla grotta stessa (FORTI & QUERZE, 1978), ed in quello
della fossilizzazione delle lame di calcite con prosecuzione di un loro
concrezionamento gessoso all'interno della Grotta di Entella in Sicilia.
In quest'ultima il variare della natura mineralogica del deposito è
stata causata dal diradarsi del suolo pedologico a seguito
dell'eliminazione completa del bosco e, di conseguenza, dalla variazione
nella idrodinamica delle acque di infiltrazione (FORTI & CALAFORRA,
1999). In
base alle osservazioni effettuate all'interno di sistemi carsici in
rocce gessose di differenti aree climatiche italiane ed estere è stato
pertanto possibile elaborare un modello generale che, partendo
dall'osservazione delle diverse modificazioni presenti negli speleotemi,
può permettere di ricostruire le variazioni climatiche che si sono
succedute nell'area in cui si apre la grotta (fig. 11). Le
Mineralizzazioni secondarie Ad
eccezione di calcite e gesso, fino al 1970 soltanto un altro minerale di
neoformazione (l'epsomite) era stato identificato in una grotta italiana
in gesso, e questo quasi due secoli prima (LAGHI, 1806). Questa assenza
di segnalazioni di minerali secondari, in grotte di tale natura
litologica, era imputabile al fatto che nessun speleologo o ricercatore
fino a quegli anni si era occupato seriamente dell'argomento. Ciò era
dovuto alla radicata convinzione che le grotte in gesso di tutto il
mondo, come quelle italiane, normalmente povere di concrezionamenti,
fossero del tutto prive di mineralizzazioni secondarie. I
primi studi di mineralogia, comunque ancora non ben mirati,
interessarono grotte nei gessi messiniani attorno a Bologna e, oltre
alla conferma della presenza dell'epsomite, permisero di identificare un
altro minerale di grotta: la mirabilite Na, SO4 • 10
H20 (BERTOLANI
& ROSSI, 1972). Successivamente,
sempre in Emilia Romagna, furono iniziate ricerche mirate al fenomeno
della minerogenesi in grotta sia nei gessi messiniani (FORTI & QUERZÈ,
1978; FORTI & ROSSI, 1989; FORTI, 1993) che triassici (CHIESI &
FORTI, 1985). Tali studi, negli anni seguenti, si svilupparono anche in
altre aree gessose dell'Italia meridionale (FORTI & ROSSI, 1987;
CARROZZINI et al., 1996; FORTI & LOMBARDO, 1998). In
base alle attuali conoscenze, che sono tuttavia ancora disomogenee
rispetto al territorio nazionale, appare evidente come ancora l'ambiente
carsico gessoso sia assai meno ricco di minerali di grotta rispetto agli
omologhi in rocce calcaree. D'altro canto, la relativa scarsità di
composti chimici differenti nelle grotte in gesso è dovuta al fatto che
questa roccia, costituita da minerali in equilibrio con un ambiente
caratterizzato da un acido forte (l'acido solforico), ha meno
disponibilità delle litologie carbonatiche a reagire con gli anioni
eventualmente presenti nelle acque di percolazione e a dare luogo a
minerali di neoformazione. Nonostante questa minore "reattività",
ed una oggettiva limitatezza delle ricerche finora effettuate,
attualmente sono già noti 24 minerali differenti (Tab. 1) e, con ogni
probabilità, in futuro aumentando le ricerche mineralogiche in altre
Regioni italiane, nuove presenze verranno individuate. Attualmente,
infatti, delle 24 specie mineralogiche ben 19 sono state descritte per
cavità dell'Emilia Romagna e di queste 10 (Brochantite, Cloromagnesite,
Devillina, Dolomite, Epsomite, Ematite, Lepidocrocite, Mirabilite,
Penninite, Quarzo) sembrano esclusive di grotte di questa regione. A
conferma della possibilità di future nuove scoperte, di recente,
all'interno della Grotta della Spipola nei Gessi Bolognesi è stato
individuato un particolarissimo `moonmilk' costituito da dolomite pura
(minerale di neoformazione segnalato ora per la prima volta per le
grotte in rocce gessose) (DEMARIA et al., 2002). Questo
ritrovamento è di notevole importanza in quanto molto raramente anche
nelle grotte in litotipi calcarei si forma dolomite pura, carbonato che
si presenta quasi sempre associato ad altri minerali quali la Huntite Mg3Ca(CO3)2 o la Idromagnesite
Mg5(OH)2(CO)4.4H2O (HILL & FORTI,
1997). Da notare che le segnalazioni di dolomite pura in grotta sono
quasi sempre riferite a particolarissimi ambienti minerogenetici
(termali, marini...). Il ritrovamento di dolomite di neoformazione nella Grotta della Spipola dimostra chiaramente che nelle grotte in gesso questo minerale può depositarsi da acque di origine meteorica in ambiente vadoso ed in condizioni di pressione e temperatura pressoché normali. Lo studio futuro delle condizioni chimico-fisiche del microambiente, in cui questo speleotema dolomitico si è originato, permetterà non solo di definirne il meccanismo genetico ma anche di approfondire le conoscenze sugli ancora poco conosciuti meccanismi di formazione in ambiente continentale della dolomite.
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