| LE AREE CARSICHE GESSOSE D'ITALIA - Istituto Italiano di Speleologia - Memoria XIV, s. II (2003) |
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LA SPELEOLOGIA NEI
GESSI D'ITALIA: UN
PERCORSO STORICO Michele
Sivelli (Società Speleologica Italiana - Centro Italiano di
Documentazione Speleologica "F. Anelli") Riassunto Le
primissime osservazioni sul fenomeno geologico e morfologico dei gessi
d'Italia si avviano attorno alla metà del XVIII secolo grazie
all'interessamento dei naturalisti L. Spallanzani e S. Calindri che
segnalano alcune cavità nella regione padana. Le ricerche scientifiche
vere e proprie si sviluppano invece solo nella seconda metà del 1800,
attraverso l'impegno degli archeologi e dei geografi. Fra questi
ricercatori O. Marinelli è colui al quale si devono i maggiori
contributi, essendo autore di una trentina di lavori pubblicati fra il
1880 e il 1917; nello stesso periodo gli archeologi E. Brizio e G.
Chierici tracciano i primi rilievi topografici di grotte in gesso
(Grotta del Farneto - BO e Tana della Mussina - RE). I più importanti
affioramenti evaporitici d'Italia, presenti in Sicilia, sono studiati
solo nel 1915, soprattutto da M. Gemmellaro che svolge importanti
osservazioni sui fenomeni epigei. Nei primi anni del `900, G.B. De
Gasperi, O. Marinelli, L. Quarina e G. Trebbi, pubblicano su Mondo
Sotterraneo e Rivista Italiana di Speleologia le prime ricerche a
carattere speleologico, fra le quali si ricordano gli scritti sulla
Grotta di Onferno (FO), sulla Grotta delle Vene (GR) e quelli su varie
cavità nei gessi della Croara (BO). Negli anni '30, con lo sviluppo
della speleologia organizzata, iniziano le esplorazioni da parte dei
gruppi speleologici, fra i quali il G.S. Bolognese e il G.G. Modena
conducono la maggior parte delle ricerche in quel periodo ed esplorano
il Sistema Spipola-Acquafredda, il più esteso nei gessi d'Europa
Occidentale. Importanti scoperte sui gessi avvengono fino alla metà
degli anni '80 con il rinvenimento di intere aree rimaste ignote agli
specialisti, fra le quali si ricordano i gessi di Verzino in Calabria e
altri estesi affioramenti nelle province di Agrigento e Caltanisetta. Alla
fine degli anni '90 il GSPGC di Reggio Emilia esplora la cavità più
fonda al mondo nei gessi: il Complesso di M. Caldina di 265 m di
dislivello nei Gessi Triassici della Val di Secchia. Parole
chiave: Storia della Speleologia, Gessi Abstract Speleological
investigation in the italian gypsum karst: an historical outlook Geological
and morphological observations on gypsum karst of Italy started in the
middle of XVIII century thanks to L. Spallanzani and S. Calindri, who
shortly described some caves in the Po plain area. Only in the second
half of the XIX century true scientific research were carried out by
archaeologists and geographers. Amongst them O. Marinelli gave the
higher contribute, being the author of about 30 papers printed between
1880 and 1917; in the same period the archaeologists E. Brizio and G.
Chierici made the first topographic maps of gypsum caves (Farneto Cave,
near Bologna and Tana della Mussina near Reggio Emilia). The largest
evaportic outcrops of Italy, in Sicily, were studied mainly by M.
Gemmellaro, starting from 1915. In
the first years of the last century G. B. De Gasperi, O. Marinelli, L.
Quarina e G. Trebbi printed in Mondo Sotterraneo and in Rivista Italiana
di Speleologia the fist speleological investigations, among which are
worth of mention those on Onferno Cave (Rimini), Vene Cave (Grosseto)
and several cavities in the Croara area (Bologna). During
the 30 caving activity became well organized and therefore speleological
associations, like G.S. Bolognese and G. G. Modena, started systematic
research, exploring also the Spipola Acquafredda system, presently the
largest of the Western Europe. Important findings were made up to the
half of the '80, with the exploration of even large, completely unknown,
gypsum areas: among them are worth of mention the Verzino gypsum karst
(Calabria) and those ofAgrigento and Caltanisetta in Sicily. Finally at
the end of the 90 the GSPGC of Reggio Emilia explored the deepest gypsum
cave in the world: the Mt. Caldina karst system (-265m) in the Triassic
outcrop of the Secchia valley. Key-words:
History of Speleology, Gypsum. Premessa Il
lavoro qui esposto è il frutto di una ricerca bibliografica
sull'origine degli studi sul carsismo nei gessi. La ricerca è stata
condotta sulla base di documenti editi, presenti esclusivamente nella
stampa specializzata e normalmente di difficile reperimento. Il lavoro
privilegia inoltre le note di interesse speleologico a scapito di quelle
in campo geocarsologico, questo perché un'indagine sulla storia di
queste ultime risulterebbe estremamente complessa e travalicherebbe gli
obiettivi dell'opera che ospita il presente contributo. Il
contesto storico Fatta
questa doverosa premessa, si può senz'altro sostenere che l'inizio
delle ricerche carsico-speleologiche nelle regioni gessose d'Italia è
concomitante a quello nei grandi massicci carbonatici. Se ciò è vero
soprattutto per l'analisi scientifica dei fenomeni epigei, non lo è
altrettanto per la storia speleologica. Infatti, ad esclusione delle
esplorazioni condotte nell'area emiliana nel primo Novecento, dove il
fenomeno carsico esterno è più evidente ed accessibile, è solo negli
anni '30 che si avvia la ricerca - in senso geografico - delle cavità
naturali nelle rocce evaporitiche. Ma,
prima di inoltrarsi nella cronologia e nella casistica degli
avvenimenti, è opportuno ricordare in quale ambiente scientifico è
maturato l'avvio delle ricerche carsico-speleologiche in Italia. Nel
XIX secolo i grandi stati europei riservavano particolare interesse alle
scienze geografiche, quale strumento di conoscenza per sviluppare le
loro mire espansionistiche, economiche e coloniali. Allo stesso modo,
per potersi affermare a livello geopolitico, anche il giovane Regno
d'Italia diede ampio sostegno allo studio della geografia. In questo
contesto, sono proprio i più noti geografi italiani di allora, ad
interessarsi allo studio dei fenomeni carsici nei gessi e, non a caso,
sono numerosi gli studi e le tesi sul carsismo e l'idrologia sotterranea
svolti da geografi italiani anche nelle colonie del Regno d'Italia fino
agli anni '40. L'impegno
dei geografi nel documentare l'ambiente carsico in generale si evidenzia
anche perché all'epoca non era ancora diffusa a sufficienza una scienza
carsologica a sé stante, con specialisti della materia e una
nomenclatura condivisa. Il ruolo dei geografi nello studio del fenomeno
carsico delle evaporiti è da porsi quindi come trait-d'union fra le
primissime opere empiriche dei naturalisti settecenteschi e l'attività
profusa, a partire dagli anni '30, dai gruppi speleologici e dai primi
specialisti. Fra
i geografi che hanno contribuito alla conoscenza del carso nei gessi
emerge indubbiamente la figura di Olinto Marinelli (18741926) che,
nell'arco di un ventennio, redige numerosi articoli condensati poi in un
compendio finale rimasto pietra miliare per questo genere di trattazione
e cioè il volume titolato "Fenomeni carsici nelle regioni gessose
d'Italia" (MARINELLI, 1917). Analizzando
l'opera del noto geografo si evince tuttavia che il suo impegno generale
è stato soprattutto quello di inventariare il numero delle aree gessose
del paese e descriverne gli aspetti morfologici, piuttosto che
soffermarsi sulle ipotesi carsogenetiche del fenomeno. In più, una
parte di questi contributi sono il frutto di una mera indagine
cartografica delle tavolette IGM, dove l'Autore riscontra o meno la
presenza di simbologia carsica (le doline), incrociando questa con i
dati bibliografici di precedenti lavori, come egli stesso più volte fa
intendere. Parallelamente
all'attività dei geografi, già da metà del XIX secolo, si affianca
quella dei paleontologi e degli archeologi, tanto che si devono proprio
a loro le prime topografie delle grotte in gesso. Primo fra questi
ricercatori a realizzare un rilievo di grotta è il medico naturalista
romagnolo Giuseppe Scarabelli (1820-1905) che nel 1856 assieme a Giacomo
Tassinari (1812-1900) traccia la pianta e la sezione della Grotta del Re
Tiberio (fig. 1) presso Casola Valsenio (MARABINI, 1995). Oltre
a questo caso sono da citare i rilievi di Edoardo Brizio (1846-1907) del
1882 alla Grotta del Farneto (fig. 3) e di Gaetano Chierici (1819-1996)
nel 1884 alla Tana della Mussina (fig. 2) (BRIZIO, 1882; CHIERICI, 1872;
CATELLANI 1995); topografie queste realizzate con cura ed estremo
dettaglio così come le scienze archeologiche solitamente impongono. Non
v'è dubbio tuttavia che queste testimonianze esulano da interessi
esplorativi, ma sono molto importanti poiché rappresentano appunto i
primi contribuiti completi a carattere speleologico nei gessi d'Italia. Nella
protostoria speleologica dei gessi, i primi accenni alle grotte li
troviamo dalla seconda metà del Settecento in poi. Da quel che ci è
dato sapere, queste citazioni sono tre e pertinenti tutte a luoghi noti
fin dall'alba dell'uomo. Occorre infatti considerare che il paesaggio
descritto dagli illuministi del Settecento era diffusamente abitato e,
ad esclusione delle alte e impervie vette, ogni fenomeno naturale era
noto a chiunque. La prima testimonianza scritta dunque è di Lazzaro
Spallanzani (1729-1799) che ci lascia solo un cenno ad una cavità nel
reggiano: la nota è pubblicata postuma nel 1843, ma presumibilmente
risalente tra il 1770 e il 1790 (CATELLANI, 1995). La
seconda citazione è di Serafino Calindri (1733-1811) che nell'opera in
più volumi "Dizionario corografico, georgico, orittologico,
storico, ec. ec. ec. della Italia" descrive minuziosamente la
collina bolognese e cinque ingressi di grotta, due dei quali nei gessi:
la Grotta di Gaibola e l'Inghiottitoio dell'Acquafredda. Su quest'ultimo
il Calindri auspica peraltro ciò che purtroppo avverrà realmente a
pochi metri di distanza due secoli dopo e, difatti, a pag. 329 del
secondo volume leggiamo: "Sembraci, che non sarebbe inutile lo
aprirsi per dentro allo stesso Meandro un praticabile Passo, pel quale
poter vedere se fiavi quantità delle cose suddette, ["Stallactites
Spahtosus solidus" NdA] onde si potessero estrarre glAlabastri, e
la Incrostazione in pezzi di varia grandezza, nel caso la quantità
corrispondesse alla spesa in modo utile per farne uso... " (CALINDRI,
1781). Lontano
da inconsapevoli propositi vandalici sembra essere invece il terzo dei
nostri pionieri, il canonico Giovanni Serafino volta che della Grotta di
Camarate (Camarà) situata nell'Oltrepò di Pavia narra: "Questa
grotta formata dalla natura nel seno di una collina gessosa presenta un
viale assai lungo praticabile sino alla distanza di 250 (1) passi
dall'apertura. Il pavimento di tal galleria solcato viene nel mezzo da
un ruscelletto di acqua corrente portatovi da lontane sorgenti. Le
pareti e la volta della medesima sono intessute d'un mastice lucidissimo
fatto di frammenti angolari di selenite legati strettamente fra loro da
un cemento di marga. Al primo entrarvi con fiaccole accese non vi è
parte di si elegante mosaico, che non brilli del più vivo chiarore per
il gemmamento dei cristalli selenitosi, che lo compongono. Ma a questo
magnifico incanto succede il meno gradito dei pipistrelli, che sbucano
impetuosi da ogni parte, e si attaccano in folla alle vesti del
passeggero, il quale è forzato ad uscirne carico, e a depositarli in
seno alla luce': (1)
"Due anni prima eravamo andati più avanti: ma alcuni massi caduti
ne avevano ristretta e impedita la continuazione. [ . ..]". Lo
scritto di Volta è pubblicato nel 1788 su "Opuscoli scelti sulle
scienze e sulle Arti" T. XI pag. 337-351; le sue due esperienze
"speleologiche" potrebbero essere quindi avvenute attorno il
1786. Nel
secolo di mezzo Passato
l'affanno intellettuale del secolo dei lumi, per i primi cinquant'anni
dell'Ottocento non si rilevano indagini e scoperte particolari. A metà
del 1800 invece, si distacca la figura del già ricordato naturalista
Scarabelli al quale si devono, oltre al rilievo della Grotta del Re
Tiberio, anche varie ricerche e interpretazioni sull'evoluzione
geologica della Vena del Gesso. Le
ricerche in campo geologico sono una delle palestre d'ardimento per i
naturalisti dell'epoca che si interrogano sull'origine dei gessi e
cominciano a porsi al servizio della ricerca applicata. A questo
proposito pare emblematico il caso avvenuto in una grotta della Sicilia,
quando il naturalista Carlo Gemmellaro (1787-1866) dell'Accademia
Gioenia di Scienze di Catania viene chiamato da un funzionario del
Governo per accertare la presunta apertura di un nuovo vulcano; poiché
da alcuni giorni dei contadini osservavano preoccupati la fuoriuscita di
fumo dall'ingresso di una grotta. Fu così che in compagnia del Cav.
Calcara (!) e Matteo Maniscalchi `decantato per agilità e valenza
nell'arrampicarsi per le rupi" il 24 Giugno 1850 Gemmellaro si
appresta a scendere nella Grotta di Testalonga presso Pietraperzia, e
così narra: Assicuratici della natura, e delle geognostiche relazioni
del terreno, siamo, non senza pericolo, discesi nella balza ed entrati
nella grotta. Si apre essa a O. 10. N.O. e consiste in uno stretto
passaggio,... largo nella entrata, pochi giorni innanzi, di palmi tre,
ed alto palmi 4; in oggi ridotte a palmi 8 di altezza e 5 di larghezza
nel piano. Corre così per canne 13, ed il parete verticale sembra
essere stato scalpellato dalla mano dell'uomo in altri tempi, per
rendere più comodo il passaggio; ma che avesse potuto mai servire di
ordinario ricovero e permanente di persone, a me sembra assai difficile. Nel
tratto di queste canne 13 si cammina sulla roccia; ma passato uno
strangolamento delle pareti, la grotta si dilata informa di
parallelogrammo lungo canne 4. 2. e largo palmi 10. Quivi il suolo cessa
di essere della stessa roccia, ed offre per l'opposto uno sprofondamento
di circa palmi 5, infondo al quale vedevasi ammassata una specie di
terriccio, che continuando la grotta ad innalzarsi, esso torna al
livello del pavimento per canne 5 e colla larghezza di palmi 10 circa;
dopo di che, il suolo che rimane della grotta, andando sempre verso
levante è della stessa roccia gessosa, come nell'entrata, per canna 1
con palmi 7 di larghezza. Più innanzi gli strati si sovrappongono,
lasciando qualche fissura impraticabile. [ ..]': (GEMMELLARO, 1850). Chiaramente
il Gemmellaro smentì totalmente l'esistenza di un vulcano, adducendo la
causa a particolari fenomeni di fermentazione e autocombustione delle
sostanze organiche presenti nella cavità. Ma a parte ciò, Gemmellaro
in chiusura al suo articolo afferma: `La nostra visita al luogo ha tolto
ogni timore de' danni che poteva arrecare un Vulcano. E nella parte che
riguarda la scienza, non sarà per riuscire del tutto inutile, avendo la
ispezione di quei terreni presentato molti e molti dati, per ulteriori
illustrazioni alla siciliana geognosia". Un preludio e auspicio a
ciò che avverrà in parte solo molti anni dopo con gli studi di
Marinelli e di un altro Gemmellaro, Mariano (1879-1921), il quale dedica
una monografia, rimasta unica nel suo genere, sul carso epigeo dei gessi
di Santa Ninfa (M. GEMMELLARO, 1915). In questo lavoro, strutturato come
una vera e propria tesi, M. Gemmellaro descrive e interpreta la
formazione delle doline della zona e trova i nessi con la
classificazione che di queste fa Michele Gortani (1883-1966) (GORTANI,
1908). Sotto l'aspetto speleologico Gemmellaro afferma di non essere
entrato in alcuna grotta, ma riporta la testimonianza fattagli dal prof.
Di Stefano che descrive i primi metri de "La Grotta" cioè
quella che molti anni dopo diverrà parte del sistema della Grotta di
Santa Ninfa. La
ricerca sui fenomeni evaporitici della Sicilia si svilupperà tuttavia
molto dopo e, se si escludono alcuni lavori di Marinelli ancora sulle
morfologie esterne, le indagini riprenderanno - o meglio, partiranno -
solo negli anni '70 ad opera dei gruppi speleologici isolani. Sul
ventennale profluvio di scritti di Marinelli sui gessi (fig.4) occorre
fare qualche considerazione aggiuntiva. Innanzitutto è interessante
notare che questi trovano spazio quasi solo nei fascicoli del Bollettino
della Società Geografica e, dal 1904, invece solo nella rivista Mondo
Sotterraneo, segno evidente che il periodico di Udine diviene
istantaneamente il più autorevole sul quale pubblicare questo genere di
trattazioni, nonostante che la Rivista Italiana di Speleologia di
Bologna non fosse stata ancora ufficialmente spenta e che altre avessero
ben più lunga storia. Comunque sia, ripercorrendo la bibliografia
"gessosa" dell'insigne geografo si constata che Marinelli da
"geografo del sottosuolo" si veste una sola volta, ma lo fa in
un modo veramente speleologico, cioè quando relaziona sulla Grotta
delle Vene nei pressi di Roccastrada in provincia di Grosseto (MARINELLI,
1917b). In questo lavoro Marinelli tocca tutti i punti oggi più cari
agli speleologi: traccia il rilievo, ne fa un "internoesterno",
vi correla le altre grotte della zona, accenna alla circolazione d'aria,
descrive le morfologie e l'andamento interno della cavità. Insomma un
elaborato a tutti gli effetti speleologico e che fino ad allora nessuno
aveva prodotto con quella compiutezza. Peccato però, perché questo sarà
anche l'ultimo della serie. Per
concludere su Marinelli speleologo, è doveroso citare un altro suo
lavoro, inerente la circolazione sotterranea delle acque nei gessi delle
Alpi Venete, apparso nel 1904 in uno dei vari "Studi orografici
delle Alpi Orientali". Non si tratta di una discesa in grotta, ma
avvertito che: "Non avendo potuto esplorare direttamente alcuna
grotta della regione gessosa veneta, ho cercato di supplirvi, almeno in
parte, con esperimenti su comunicazioni di inghiottitoi con sorgenti e
sulla velocità della circolazione interna". Marinelli
si cimenta nello stabilire la correlazione idrica tra un inghiottitoio
impraticabile e una serie di sorgenti dell'Alta Val Comelico con
l'ausilio di uranina (MARINELLI, 1904). L'esperimento riesce e in base
alla risposta dei flussi Marinelli ipotizza l'esistenza di una serie di
gallerie sotterranee. Pur considerando la modestia dell'esperimento e
senza avere la pretesa di indagine speleologica anche qui Marinelli
agisce da vero esploratore del sottosuolo. Olinto
Marinelli, come il padre, muore giovanissimo, poco più che
cinquantenne, lasciando ancor oggi ai giovani speleologi un metodo di
ricerca e citando fenomeni tuttora da verificare sul campo. Sulle
tracce dei padri Ma
la vera nascita della speleologia nei gessi avviene, secondo Luigi
Fantini (1895-1978) fondatore del Gruppo Speleologico Bolognese, nel
1871, con la scoperta della Grotta del Farneto da parte di Francesco
Orsoni (1849-1906). In realtà Fantini, parla di nascita della
speleologia bolognese, ma pare tutt'altro che azzardato estendere il
senso di questa data a tutta la storia ipogea dei gessi. Orsoni,
purtroppo lascia pochissimi scritti, ma in base alle ricerche di
Fantini, risulterebbe che Orsoni abbia visitato ed esplorato più di una
grotta e non solo nell'area bolognese (FANTINI, 1965). Nello
stesso anno della scoperta della Grotta del Farneto, a Modena venne dato
alle stampe un articolo di Antonio Ferretti che descrive per la prima
volta la Tana della Mussina nella collina reggiana (FERRETTI, 1871). Senza
entrare nei meriti e nella diversità dei casi sopra citati è opportuno
ricordare che queste figure furono anche oggetto di squallida critica,
soprattutto da parte di chi si riteneva il vero depositario del sapere
poiché, evidentemente, non riteneva questi precursori dei
"veri" uomini di scienza. Stizziti e invidiosi di non aver
posto il loro imprimatur, "illustri" detrattori non mancarono
di malevoli considerazioni nei confronti di questi personaggi. A
postilla di ciò pare eloquente un passo dello stesso Orsoni ad amara
considerazione di un suo proposito irrealizzato, riportato nella nota
biografica di Fantini e Badini del 1972: "Triste principio ebbe
l'affare da me proposto e a cui con tutto l'ardore dell'animo anelavo si
fosse posto mano perché potesse fiorire nel mio paese questo ramo di
novella industria. Sicchè ben presto si generò, senza mia colpa,
discredito su quanto feci e dissi privatamente: cosa tanto facile e
comune da noi ove la crassa ignoranza ottunde l'intelletto ed il cuore
di alcune persone della classe facoltosa, a cui spetta il dovere di dar
vita e sviluppo al lavoro" da: "Un giacimento di solfo nel
Bolognese" La Patria, 1879, p. 256-257 (FANTINI & BACINI, 1972;
RIVALTA, 1995). Negli
eventi futuri, ovvero quelli che introducono alla costituzione della
speleologia organizzata, la separazione sui diversi approcci
metodologici allo studio delle grotte sarà destinata ad ampliarsi. Con
l'avvio delle prime riviste specializzate nella "disciplina"
speleologica (Mondo Sotterraneo e Rivista Italiana di Speleologia) si
delineano da subito le diverse branche di interesse e di motivazione
allo studio delle cavità naturali. Oltre al pluricitato Marinelli, su
queste riviste ai primi del Novecento spiccano i lavori di Giorgio
Trebbi (1880-1960) - primo vero testimone e studioso di speleologia
bolognese - che esplora il Buco dei Buoi, il Buco della Spipola, il Buco
delle Olle (Belvedere) e accenna ad altre (TREBBI, 1903; TREBBI 1926).
Da parte del geografo Giotto Dainelli (1878-1968), seguono poi le
descrizioni delle doline-imbuto del Colle del Piccolo Moncenisio (fig.
5-6) (DAINELLI 1907); mentre nei contributi di Gian Battista De Gasperi
(1892-1916) e Lodovico Quarina (1867-1953?) sulle grotte dell'area
romagnola, si da la dignità di un rilievo e di una descrizione completa
alla Grotta del Pontaccio, a quella di Re Tiberio e a quella di Onferno
(DE GASPERI, 1912; DE GASPERI & QUARINA, 1914; QUARINA 1916). Nei
loro resoconti questa prima schiera di esploratori dei gessi usano
sempre la prima persona singolare, senza mai accennare ai loro compagni
di ventura che, pur ogni tanto, dovevano esservi. Per un cambio
stilistico e di mentalità si dovrà aspettare ancora alcuni anni, con
la definitiva affermazione dei gruppi speleologici. Nascono
i gruppi La
nascita sociale della speleologia nei gessi salpa il 23 settembre del
1928 quando il Gruppo Grotte Cremona traccia il primo rilievo del Buco
di Camarà; una esaustiva relazione di Leonida Boldori (1897-1980) sul
periodico "Il Monte" testimonia l'evento (BOLDORI, 1928). Il
Gruppo lombardo ha una tradizione speleologica consolidata che è
conseguenza anche di una realtà regionale tecnicamente e culturalmente
avanzata. Tale condizione faciliterà di riflesso la formazione del
primo gruppo speleologico dell'Emilia Romagna, cioè quando il 21 giugno
1931 gli speleologi di Cremona accompagnano alcuni modenesi alla Grotta
di S. Maria di Vallestra: questa data viene indicata come battesimo
ufficiale del Gruppo Grotte Modena. L'attività del Gruppo emiliano
trova spazio sul periodico dalla sezione CAI "Il Cimone",
relazionata per lo più dalla penna di Giacomo Simonazzi, (1906-1971),
rettore e uomo di punta del Gruppo (SIMONAZZI, 1931, 1931b; MONTANARO,
1932; TREBBI, 1932; MALAVOLTI, 1952). Nel
1932, dopo aver inizialmente aderito al Gruppo di Modena, L. Fantini e
Giuseppe Loreta (1908-1945), fondano il Gruppo Speleologico Bolognese e
avviano una serie di strepitose esplorazioni fra le quali la più
eclatante sarà quella del sistema sotterraneo Spipola-Acquafredda
(Anonimo, 1932; Loreta, 1933; Fantini, 1934). Negli
stessi anni, nella Vena del Gesso romagnola, lo speleologo triestino
Giovanni "Corsaro" Mornig (1910-1981) in collaborazione con
una ventina di compagni, tra i quali anche L. Fantini, intraprende
un'altra serie di importantissime ricerche. Nel suo inedito "Grotte
di Romagna: dodici mesi di esplorazioni speleologiche nel brisighellese
1934-1935", pubblicato postumo in una seconda versione solo nel
1995 (MORNIG, 1935; MORNIG, 1995) Mornig cataloga e descrive 50 cavità,
tutte accompagnate da rilievi e note di idrogeologia. Oggi, da
un'analisi di questo lavoro possiamo sostenere - senza timor di dubbio -
che lo speleologo triestino anticipò metodi e concetti esplorativi che
verranno fatti propri dalla speleologia regionale solo molti anni dopo. Gli
speleologi dell'area emiliano-romagnola matureranno tuttavia capacità
esplorative peculiari, proprie di ambienti estremamente disagevoli ed
impegnativi, nonostante che le cavità nei gessi fossero tutte di
modesta profondità. Ma tali limiti non impedirono comunque ai gruppi
della regione di imporsi anche nei grandi abissi calcarei,
relativizzando così la miope equazione che andava via via affermandosi
nella mentalità degli speleologi di allora, ovvero che lo speleologo
capace era soprattutto quello di profondità. Negli
anni `30 le uniche note da segnalare al di fuori della regione
emiliano-romagnola riguardano i gessi triassici della Val d'Aosta e del
Piemonte, dove il geografo Carlo Felice Capello, antesignano della
speleologia piemontese, rileva e documenta la Gran Borna di Thovez e
altre minori (CAPELLO, 1937; CAPELLO, 1939). Durante
e dopo la guerra La
cesura prodotta dal secondo conflitto mondiale nell'esplorazione delle
grotte nei gessi è di breve durata. Infatti, già dal 1945, il Gruppo
di Modena (ridenominato Gruppo Speleologico Emiliano) attraverso
l'illuminata e appassionata conduzione di Fernando Malavolti (1913-1954)
e Mario Bertolani (1915-2001) è già in cerca di nuove cavità nei
gessi triassici dell'Alta Val di Secchia, area rimasta fino ad allora
pressoché inesplorata. I programmi del Gruppo emiliano nella zona sono
in breve coronati da successo e trovano il loro epilogo nella
realizzazione del primo volume delle Memorie del Comitato Scientifico
del CAI, opera nella quale si affronta per la prima volta lo studio di
un'area carsica nei gessi in termini multidisciplinari e che è anche
arricchita dall'esposizione della teoria speleogenetica sulle anse
ipogee di Fernando Malavolti (COMITATO SCIENTIFICO DEL CAI SEZIONE DI
MODENA, 1949). Dal
canto loro gli altri speleologi della regione non stanno certo a
guardare e così nel 1953 a Parma si forma il Gruppo Grotte P Strobel e
si ricompone la realtà speleologica bolognese attraverso la
proliferazione di vari gruppi dei quali, ai primi anni '60,
sopravviveranno solo il Gruppo Speleologico Bolognese e l'Unione
Speleologica Bolognese. L'incessante attività profusa dai gruppi
bolognesi è immortalata nei rispettivi bollettini Sottoterra e
Speleologia Emiliana, ai quali si rimanda per più approfondite ricerche
storiche. La
speleologia diviene finalmente di appannaggio popolare e perde
quell'aurea di istituzionalità che la contraddistinse fino agli inizi
degli anni '30. I bollettini di gruppo, artigianali, vivi e
appassionati, divengono il principale veicolo di trasmissione delle
informazioni sui quali si può trasmettere la "scienza" senza
timore di scientismo. Tuttavia,
per oltre un trentennio, volendo trovare una sola nota scritta sulle
grotte in gesso al di fuori della regione padana, occorre cercare negli
atti del 17° Congresso Geografico Italiano del 1957 dove un contributo
di C. Saibene fa il punto sulle conoscenze del carsismo in Sicilia.
Saibene cita i lavori di Marinelli e Gemmellaro e fornisce un elenco
catastale delle cavità naturali senza tuttavia inserire alcuna grotta
nei gessi, nonostante ciò afferma che per la Sicilia: "... le
notizie sulle scoperte e sulle esplorazioni delle cavità ipogee sono
estremamente disperse nella pletorica congerie di quotidiani e periodici
locali, di notiziari di associazioni... " (SAIBENE, 1957). Sarà
così, ma sta di fatto che nessun lavoro è noto in bibliografia fin a
quell'anno. Ancora
in Emilia Romagna, negli anni '60 le esplorazioni si
"provincializzano" cioè si circuisce la ricerca di ogni area
carsica grazie alla nascita di associazioni speleologiche in ogni
capoluogo. Fra i gruppi che maggiormente contribuiranno allo sviluppo
della conoscenza dei gessi della regione vanno indubbiamente ricordati
anche il Gruppo Speleologico Faentino e il Gruppo Speleologico
Paletnologico "G. Chierici" di Reggio Emilia. Negli
anni '70 però la speleologia nei gessi ha una crisi profonda e
sopravvive un po' all'ombra di quella nei calcari che ebbe invece grande
impulso. Non è così per la Sicilia dove si annoverano le prime belle
esplorazioni; ma ancora poco, forse addirittura nulla viene reso
pubblico. Non
solo Emilia Romagna Finalmente
negli anni '80 arrivano interessanti scoperte anche in regioni diverse
dall'Emilia Romagna e dalla Sicilia. In Abruzzo e in Molise lo Speleo
Club Chieti e altri gruppi esplorano diverse cavità fra le quali la
Grotta del Colle Bianco presso Guglionesi e numerose altre minori nelle
aree di Lentella - CH, di San Valentino - CH e nella Valle del Vomano -
TE (AGOSTINI et al., 1983; AGOSTINI et al. 1985; Di MARCANTONIO, 1986;
FINOTELLI, 1984; FINOTELLI, 1985). Da
metà degli anni '80, finalmente, vengono resi pubblici i risultati
conseguiti nell'immensa area carsica dei gessi siciliani, sui quali è
prevalente l'attività del Gruppo Speleologico CAI di Palermo (CAVALRUSO
et al., 1978; MADONIA et al., 1983; ABBATE & MARINO, 1986; MADONIA
& PANZICA, 1987). Ma
anche in Sicilia il ruolo degli speleologi padani è importante, grazie
ad un partecipatissimo campo speleologico svolto nell'area di Santa
Ninfa nel maggio `86. La spedizione è condotta sotto la direzione della
Sezione di Carsismo e Speleologia Fisica del CNR con l'organizzazione
della Federazione Speleologica Regionale dell'Emilia Romagna e la
gestione logistica di vari Gruppi siciliani. In quell'occasione vengono
esplorate, rilevate, o ritopografate, una ventina di nuove cavità, fra
cui il Sistema delle Grotte di Santa Ninfa, la Grotta della Volpe Rossa
e altre minori (G.S.B.-F.S.R.E.R., 1986; CHIESI et al., 1987; GRUPPO
NAZIONALE GEOGRAFIA FISICA E GEOMORFOLOGIA, 1989). Il successo del campo
evidentemente fa scuola poiché negli anni a venire gli speleologi
isolani organizzano sistematiche esplorazioni con la medesima
organizzazione logistica. I risultati delle ricerche degli speleologi
siciliani sono fissate sugli atti dei congressi regionali che riportano
con puntualità tutte le più importanti scoperte (BIANCONE, 1994; BUFFA
et al., 1995; PANZICA, 1995; IEMMOLO, 2000; VECCHIO, 2000; BIANCONE
& VATTANO, 2002). Nel
1988 quando ormai pareva che tutte le aree carsiche nei gessi d'Italia
fossero state esplorate, o almeno certamente individuate, accade
qualcosa di incredibile. In Calabria il Gruppo Speleologico Fiorentino,
dietro un espresso invito dell'amministrazione comunale di Verzino in
provincia di Crotone, ha la fortuna di iniziare l'esplorazione del
"Messico italiano" dei gessi. L'ampiezza e l'importanza del
fenomeno, si rivela con ingressi maestosi, splendide grotte e torrenti
sotterranei. Vengono così esplorate la Grave Grubbo (denominata dal GSF
Samouri Touré) e la Grotta di Vallone Cufalo (Grotta dello Stige) poi,
il Gruppo Speleologico Sparviere di Alessandria del Carretto completerà
le ricerche di questa singolare e interessantissima area carsica,
purtroppo fortemente degradata da inquinamento d'ogni genere (ADIODATI
& GIAMBALVO, 1988; ZONNO et al., 1990; LAROCCA, 1991). L'Emilia
Romagna nuovamente alla ribalta All'indomani
delle sensazionali scoperte calabre anche la speleologia emiliana ha un
sussulto d'orgoglio. A partire dal 1988 nell'arco di tre anni il GSB
topografi per la prima volta le labirintiche frane dell'Inghoittitoio
dell'Acqufredda e completa il rilievo dei rami inferiori della Spipola.
Queste operazioni consentono l'esplorazione di nuovi rami e la giunzione
con il Buco dei Buoi, portando così il sistema bolognese ad oltre 10 km
di sviluppo (SIVELLI, 1988; PASINI et al., 1994). Ma
dal 1990, chi fa suonare la sveglia agli speleologi della regione, è il
neocostituito gruppo Speleo GAM Mezzano che, con l'empirismo degli
"inesperti", applica scientemente il concetto per il quale una
grotta si nasconde al fondo di qualsiasi dolina, e così è. Dopo scavi
inumani, interni ed esterni, i risultati arrivano per davvero e
nell'arco di alcuni anni, i Mezzanesi esplorano oltre 10 km di grotte
nuove o prosecuzioni in cavità già note, fra queste: l'Abisso Mezzano,
l'Abisso Cinquanta, la Grotta dei Tre Anelli e vaste prosecuzioni alla
vecchia Grotta del Re Tiberio (ERCOLANI et al., 1994; GARAVINI, 1997). La
competitiva reazione degli altri gruppi locali non si fa attendere e
recupererà più che egregiamente il terreno perduto. Il Gruppo
Speleologico Faentino scava ed apre l'Abisso F 10 e in breve raggiunge i
-200 metri di profondità, una quota ritenuta impossibile nei gessi fino
a poco tempo prima (AA.VV, 1993). Gli affioramenti gessosi romagnoli,
caratterizzati da un inclinazione degli strati molto elevata,
regaleranno la scoperta anche di altre cavità profonde e complesse: fra
queste si evidenzia il Sistema di Ca' Siepe presso Borgo Tossignano,
esplorato a partire dal `90 dalla Ronda Speleologica Imolese ed
attualmente anch'esso profondo oltre 200 metri e con 2 km di sviluppo (GARELLI,
1992). Infine,
per ultima, la più profonda. Nel 1998 sui gessi triassici dalla Val di
Secchia il GSPGC dopo vari lavori di disostruzione collega la Risorgente
di Monte Caldina con gli Inghiottitoi I e II del monte omonimo. Con 265
metri di dislivello il sistema del Monte Caldina rappresenta il traforo
idrogeologico più fondo nel mondo in questi litotipi; per ora (FRANCHI
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