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Gruppo Speleologico "Città di Faenza", Gruppo Speleologico "Vampiro" Faenza - LE CAVITA' NATURALI NELLA VENA DEL GESSO TRA I FIUMI LAMONE E SENIO - Faenza, 1964 |
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LE GROTTE PREISTORICHE (note di paletnologia) Nella zona che é oggetto del nostri studi, due sono le grotte di notevole interesse paletnologico, per gli insediamenti umani dell'età neo-eneolitica e dell'età del bronzo. Le campagne di scavi succedutesi nel tempo hanno riportato alla luce abbondanti resti di materiale fittile ed utensili di selce, corno, osso, rame, bronzo. Queste cavità sono la Tana del Re Tiberio, presse Borgo Rivola, e la Tanaccia presso Brisighella. Per la descrizione morfologica di esse rimandiamo all'apposita sezione. Qui ci proponiamo di riunire il maggior numero possibile di citazioni relative a tali grotte preistoriche, attingendo alle pubblicazioni di coloro che vi hanno effettuato scavi e ne hanno comunque fatto oggetto di studi particolari. Inseriremo inoltre qualche notizia derivante dalle osservazioni compiute durante la nostra attività esplorativa, notizie probabilmente inedite. Esse si riferiscono ad altre grotte, situate nella Riva del Gesso, in posizione intermedia fra quelle ben più famose precedentemente menzionate: la parte iniziale della risorgente del Rio Basino, il Buco I° di Monte Mauro e la Grotta dei Banditi. Quanto alla Tana del Re Tiberio prendiamo le mosse da quanto é stato scritto in proposito dal Veggiani (1): "Sulla rupe in destra del Senio ad una altezza di m 80 dal fondovalle, proprio di fronte a Rivola, si apre la tanto popolare Grotta del Re Tiberio da secoli nota agli abitanti della valle, dell'Imolese e del Faentino, per le strane e curiose leggende che su essa circolano. "....gli scavi regolari praticati nel secolo scorso da valenti studiosi quali Giacomo Tassinari, Giuseppe Scarabelli e Domenico Zauli Naldi ci hanno sufficientemente dimostrato che la grotta fu frequentata dall'uomo fin dall'epoca neolitica, raggiungendo la sua massima importanza nell'età del bronzo essendo sede di culti, non si sa bene verso quale divinità, rimasto attestato da numerosi vasetti fittili votivi rinvenuti a centinaia nell'antro e che tanto assomigliano a quelli ben noti della grotta di Pertosa presso Salerno" Il Veggiani dopo aver descritto il materiale raccolto nel corso dei suoi scavi, materiale che attribuisce a due distinti periodi, quello proveniente dagli strati superficiali ad epoca romana, quello venuto alla luce nella parte più profonda dello scavo (materiale fittile) all'età del bronzo, richiama l'attenzione sul rinvenimento di campioni di ocra rossa e di ocra gialla e soggiunge: "pezzi di ocra non erano ancora stati scoperti negli strati preistorici della grotta del Re Tiberio, erano però state notate le tracce di ocra rossa nell'interno dei piccoli vasetti fittili rinvenuti numerosissimi nel secolo scorso. Se ne accorse per primo L.M.Ugolini (2) osservando quei caratteristici manufatti e la presenza dell'ocra rossa fù considerata da quel valente archeologo come un desiderio di offrire alla divinità un oggetto prezioso ed assai ricercato. Quei minuscoli vasetti, a detta dell'Ugolini, venivano appunto fabbricati solo per essere presentati in dono alla divinità dell'acqua; tale, infatti, era il culto cui potevano riferirsi a causa anche dell'esistenza di una sorgente nell'interno della grotta, e destinati a contenere esigue offerte e speciali doni, quale l'ocra rossa. Erano quindi dei semplici "donaria" o ex voto deposti in quello speco dai fedeli per riconoscenza dei benefici ricevuti." A questo punto é nostro proposito mettere a fuoco la questione dei culto delle acque. G.B. De Gasperi (3) dopo aver fatto rilevare l'apertura regolare di forma rettangolare (m 4 di larghezza x 3 di altezza) della tana del Re Tiberio, descrive alcuni incavi scavati nella roccia, presso l'apertura, a foggia di sedili e di nicchie e il Rellini (4) mette in risalto che in passato nella grotta esistevano due sorgenti: una sulla parete destra, nei pressi dell'entrata con due larghi incavi praticati nella roccia per raccogliere l'acqua, l'altra nell'interno del vasto "duomo", salone dalla cupola ad ogiva, a metri 55 dall'ingresso, cui si perviene percorrendo una galleria bassa e tortuosa. Secondo il Rellini, la tana del Re Tiberio, come la Grotta di Pertosa, sarebbe stata una caverna frequentata dall'uomo preistorico per compiervi riti religiosi ed interpreta pertanto il giacimento preistorico come stipe votiva. E' importante, a nostro avviso, far presente a questo punto che una elevata percentuale dei vasetti fittili, recanti tracce d'ocra, e riposti in tale stipe, non erano stati cotti e non potevano perciò servire ad altro scopo che a quello di contenere offerte. Di avviso contrario é il Patroni (5), secondo il quale nessun parallelismo può farsi tra Pertosa e la Tana del Re Tiberio, in quanto la prima sarebbe stata abitata non occasionalmente, cioé a scopo di culto, "ma per inveterata tradizione e in forza di costumi che si erano del tutto connaturati a quelle famiglie lungo il corso di innumerevoli generazioni". Quanto alla tana del Re Tiberio, il Patroni afferma che i resti delle culture portati alla luce sono indubbiamente di epoca assai posteriore a quella in cui fiorì la gente di Pertosa, e fa rilevare che la grotta romagnola, in tempo anteriore allo strato con ceramica simile a quella delle palafitte arginate, servì da sepoltura. Anche lo Scarani (6) cita queste sepolture di inumati, venute alla luce durante alcuni scavi attuati prima del 1870, e afferma che questi inumati "giacevano tra lo strato vergine e la parte inferiore di un deposito di origine antropica contenenti elementi di una cultura assegnata ad una incerta facies della civiltà enea" e conclude che per queste tombe si ha "una generica attribuzione ad un incerto periodo litico". Continuando la critica alle teorie del Rellini, il Patroni,dopo aver affermato che "la sepoltura é la casa dei morti e presuppone un tempo in cui l'antro era casa di vivi"(pertanto anche la Tana dei Re Tiberio potrebbe non essere stata affatto un luogo dedicato al culto, ma sede di stabile stanziamento umano) non prende però una posizione decisa, ma si limita a dubitare che gli scavi condotti nel "Re Tiberio possono considerarsi esaurienti ed esatti". Non risulta pertanto pienamente convinto che gli incavi della parete destra della grotta romagnola fossero destinati alla raccolta dell'acqua e conclude affermando che "se si potrà accertare con fatti più positivi che in un tempo determinato si ebbe colà un culto (delle acque) il culto stesso sarà da ascrivere alla stirpe mediterranea che dà ad esso così alto sviluppo (Sardegna)”. Noi non intendiamo certamente intervenire nell'alta disputa fra il Patroni ed il Rellini circa l'esistenza o meno di analogie tra la Grotta di Pertosa e la Tana del Re Tiberio, ma, quanto a quest'ultima, siamo in grado di affermare che certamente il primo incavo, quello scavato all'entrata della grotta, serviva a raccogliere le acque scaturenti da una piccola vena nella roccia, acque che, dalle analisi chimiche delle incrostazioni depositate sulla parete e su tutta la "vaschetta"erano indubbiamente sulfuree. Attualmente la sorgente si é estinta, ma nel corso dell'esplorazione di alcune grotte (Buchi della Volpe - Tanaccia) abbiamo notato diverse sorgenti sulfuree attive. Tali fenomeni sono infatti frequenti nella formazione gessoso-solfifera dell'Appennino Tosco-Emiliano. Niente di più facile perciò che le acque sulfuree fossero raccolte dagli antichi abitatori della valle del Senio per scopi terapeutici,essendone notati i benefici effetti e ciò abbia dato origine al culto delle acque. Un altro fatto ci conforta nella tesi del culto delle acque, e cioé l'esistenza di incavi analoghi a quelli scavati nella Tana del Re Tiberio, che si possono vedere, a pochi metri dall'ingresso, nella Grotta Sorgente del Rio Basino, nella parete destra. Questa grotta, percorsa da un torrente sotterraneo che attraversa da una parte all'altra il Monte della Volpe, é stata scoperta ed esplorata solo di recente; l'esistenza di "vaschette", poi, non ci risulta sia ancora stata segnalata. Anche questa grotta é stata indubbiamente frequentata dall'uomo preistorico, infatti una "pietra per bastone da scavo" con un foro cilindrico, inclinato quasi per adeguarsi alla foggia del manufatto, che é ricavato da un ciottolo di arenaria abbastanza compatta,é stata da noi raccolta sul greto del torrente ipogeo, in un periodo di magra, a poca distanza dall'ingresso. Ma in questo caso ci sembra fuori discussione il fatto che la cavità possa essere servita di dimora all'uomo a causa delle condizioni ambientali che non lo avrebbero assolutamente permesso. Non può trattarsi altro che di un luogo di culto; ed a quali pratiche magiche o religiose si é logicamente indotti a pensare se non a riti connessi al culto delle acque, in una grotta attraversata per tutta la sua lunghezza da un torrente? Nella Grotta Sorgente del Rio Basino non si sono trovati, almeno fino ad ora, altri oggetti o manufatti che abbiano riferimento con l'uomo preistorico, e si potrebbe pertanto essere portati a dubitare dell'effettiva sua consuetudine a frequentare tale grotta, considerando il ritrovamento della "pietra da scavo" come un fatto occasionale ed isolato. Ma bisogna tener conto che, se anche oggetti votivi furono lasciati in offerta, ben difficilmente avrebbero potuto rimanere "in situ" nel corso dei millenni, ché le acque del torrente, specie nei periodi di piena, li avrebbero asportati o frantumati e anche seppelliti nei sedimenti argillosi in sospensione nelle acque stesse. Poi resta sempre il fatto degli incavi nella parete ed anche il recente ritrovamento di una placchetta calcarea con graffiti preistorici in località Isola (7) non molto lungi dall'imboccatura della nostra grotta, che sta ad indicare come nella zona esistessero insediamenti umani in epoca preistorica. In terreno carsico quale é il Monte della Volpe, così come tutta la Riva del Gesso, le sorgenti sono assai scarse e l'acqua pertanto é preziosa, specie poi se con virtù medicamentose. I nostri lontani antenati, che in tale zona avevano eletto la loro dimora, indubbiamente dovevano recarsi spessissimo al rio per attingervi acqua, e risalendone il corso, spinti dal bisogno di ricercare posti più sicuri e riparati e più ricchi di selvaggina, si debbono, per forza di cose, esser trovati di fronte al buio cunicolo che immette nelle viscere della terra, e da cui scaturisce il prezioso liquido. Le loro primitive concezioni li debbono aver indotti ad immaginare una divinità delle acque dimorante all'interno della montagna o ad attribuire un'anima all'acqua stessa e per ottenerne un continuo afflusso possono aver cominciato a compiere riti propiziatori con offerta di doni. A maggior ragione, dati i particolari pregi terapeutici e medicamentosi delle acque sulfuree, ciò potrebbe essere accaduto nella Tana del Re Tiberio. Noi forse ci siamo lasciati trasportare un po’ troppo dall'entusiasmo e dalla fantasia e d'impulso forse abbiamo formulato ipotesi azzardate. Torniamo dunque alla Tana del Re Tiberio della quale abbiamo solo fugacemente accennato ai manufatti tipici venuti alla luce nel corso dei vari scavi (Giacomo Tassinari - Domenico Zauli Naldi - Giuseppe Scarabelli - Sovrintendenza alle Antichità dell'Emilia: Mansuelli e Lanzoni). Dove le ricerche furono eseguite con criteri stratigrafici dall'alto al basso furono rinvenuti: residui di fusione, che vengono riferiti da alcuni autori ad epoca barbarica, da alcuni altri ad epoca medioevale (falsari monetari); manufatti e monete di epoca romana. repubblicana; idoletti di bronzo e patere con figure dipinte che l'Orsoni afferma di fattura greca (ma più probabilmente sono di fattura etrusca); frammenti di rozze ceramiche nerastre tornite attribuite all'età del ferro; manufatti fittili e litici dell'età del bronzo; sepolture del periodo littico. Ci soffermeremo particolarmente sui reperti che risalgono ad epoca preistorica: di questi hanno senz'altro grande interesse i manufatti fittili che però non ci risulta siano stati fino ad ora, classificati con sufficiente sicurezza. Il materiale dell'età del bronzo, rinvenuto a profondità variabili da m 1,70 a m 4,70, a seconda del punto in cui fu praticato lo scavo, consiste principalmente di piccoli vasi fittili, non torniti, del diametro variabile dai mm 20 ai 25, (eccezionalmente fino a mm 55, in alcuni casi) di forme diverse (cilindrica o tronco-conica), alcuni senza anse, altri con due anse forate trasversalmente oppure con anse non forate, alcune con rilievi, altri senza. Sono questi i vasetti di cui abbiamo già parlato a proposito del culto delle acque, lavorati a mano grossolanamente, di cottura imperfetta qualcuno anche non cotto, che talvolta presentano tracce di ocra. Ricordiamo inoltre che il Tassinari rinvenne, di evidente epoca enea: una fusaiola, un'ansa orizzontale, due anse verticali, delle quali una lunata (eneolitico?) e molti frammenti di vasellame grossolano. Lo Scarabelli che nel 1870 eseguì, nella grotta in questione, un saggio di scavo fino alla profondità di m 4,96, raggiungendo il banco di gesso sottostante, riferisce che, tra gli strati del terriccio di riporto, si notavano, a varie profondità, sottili livelli di cenere e carboni (m 1,75 - m 2,91 - m 3,26 - m 4,70 dal piano della grotta). I cocci di vasi fittili non torniti si trovavano ad una profondità compresa da m 2,91 a m 3,26, mentre dagli strati compresi tra m 3,26 e m 4,70 vennero alla luce cocci di vasi di terra poco cotta, non torniti, con o senza rilievi. Da m 4,70 a m 4,96, cioé fino alla roccia gessosa in situ, come abbiamo già detto, vennero alla luce solo ossa umane. Malgrado la grande quantità di materiale rinvenuto e le accurate descrizioni fatte dagli autori citati, esiste tuttora una notevole incertezza circa l'esatta attribuzione di un preciso periodo dell'età del bronzo o dell'eneolitico di tali reperti. Nonostante ciò, concludiamo ritenendo che quanto asserito dallo Scarani (8) essere cioé questi reperti "tipici dell'età del bronzo superiore di fase appenninica, con influssi sensibili della cultura terramaricola, cioè di quella facies della civiltà enea che rimane localizzata e circoscritta alle sole zone dell'Emilia occidentale" sia l'ipotesi più attendibile. Passiamo adesso all'altra molto importante ed ormai nota bella grotta preistorica della nostra zona: la Tanaccia, suggestiva cavità naturale nei pressi di Brisighella. Per la descrizione morfologica di questa grotta, come abbiamo già fatto per la Tana del Re Tiberio, rimandiamo all'apposita sezione. Qui ci interessa soltanto l'ampia caverna iniziale, in quanto non risulta che l'uomo preistorico si sia addentrato nella lunga galleria sotterranea alla quale si accede discendendo un salto verticale profondo circa cinque metri. I primi manufatti furono raccolti nel 1935 dal triestino Giovanni Bertini Mornig il quale in un articolo pubblicato sul "Corriere Padano" affermò che tali reperti avevano un interesse maggiore di quelli già noti della Tana del Re Tiberio. Il materiale allora rinvenuto fu depositato nel Museo di Storia naturale presso il liceo Torricelli a Faenza, ove é tuttora conservato, ma dovevano passare molti anni prima che una regolare campagna di scavi venisse intrapresa dalla Sovrintendenza alle Antichità per l'Emilia e Romagna. Tali scavi furono effettuati negli anni 1956,1957 e 1958 (nel 1954 era stato fatto un saggio) ed il materiale raccolto fu abbondante e vario. Conviene a questo punto riportare quasi integralmente quanto é stato scritto in proposito dallo Scarani (9), che, assieme al Prof. Giorgio Monaco, diresse gli scavi. " Attribuibile a fasi tarde e persistenti dell'eneolitico emiliano é il sostanziale complesso scavato nella Tanaccia di Brisighella" e vi sono calzanti analogie fra le serie di materiali usciti dalla grotta romagnola e quelli dati dai corrispondenti livelli del Farneto." "...La stratificazione antropica della grotta risultò assolutamente integra e nessuna differenziazione in linea tecnica e formale apparve fra i materiali, in rapporto alla successione dei vari livelli in seno all'unico strato a culture umane. Passando a una rapida rassegna delle varie attività, si può affermare che la produzione vascolare, cospicua e prevalente sul complesso delle altre industrie si qualifica per un evidente e peculiare polimorfismo, determinato dalla concomitante presenza di ceramiche dei seguenti tipi: Lagozza, Polada e della cultura del vaso campaniforme. Accedono pochissimi frammenti d'impasto omogeneo, di color rosso corallino e, almeno per ora, un solo coccetto della ceramica acroma di tipo Ripoli. Il rilievo statistico, operato per definire gli indici di proporzionalità fra i diversi inventari fittili, dimostra un'elevata percentuale delle autentiche e originalissime forme della cultura di Polada. Non altrettanto consistente, per quanto rappresentato da elementi di specifica qualificazione, risulta il vasellame di tipo Lagozza. Splendidi e inconfondibili sono i materiali della cultura del vaso campaniforme.” "Caratteristico di un pieno orizzonte eneolitico é l'armamentario litico che comprende coltellini, belle lame silicee e varie cuspidi di frecce in selce. Non difettano i raschiatoi e i nuclei di ftanite. Relativamente indiziata risulta l'industria del Campignano evoluto. Da parte sua il repertorio levigato comprende un martello litico con foro, frammenti di altri tre esemplari, un'accettina di pietra verde e una lucida perlina di steatite. Macine e macinelli sono tutt'altro che rari." "Veramente interessante appare l'industria dell'osso, in cui si ammirano prodotti di rilevante perfezione tecnica: punteruoli di finissima lavorazione, cuspidi di frecce a sezione circolare, con peduncolo sagomato per l'innesto all'estremità del fusto legnoso, le spatolette di foggia finora sconosciuta; gli aghi con cruna e i pugnaletti tratti da cubito animale. Vari sono i dentini di canidi con foro. Il corno non appare che allo stato grezzo e semilavorato, con elementi di cervo e di capriolo. "Il repertorio metallico comprende un'ascia piatta di rame, probabilmente dello stesso metallo sono l'estremità. di uno spillone con testa piatta circolare e un'altro oggettino di non esatta classificazione" "Altro interessante rinvenimento della Tanaccia é dato dal gruppo di resti osteologici umani, alcuni dei quali si rinvennero in seno al livello antropico, in normale associazione con altri elementi di cultura. Solo in un caso fu dato di osservare una parziale connessione anatomica che interessava pochissime ossa degli arti superiori. Questi resti umani si videro addossati alla parete Est della grotta, a relativa profondità. In vicinanza fu raccolta una cuspide di freccia; poco più distante si raccolse una mandibola. Le serie delle circostanze indicate e altri elementi lasciano supporre che possa trattarsi di una sepoltura sconvolta in tempi relativamente antichi." A questo punto lo Scarani si pone il problema se la Tanaccia sia stata usata "come abitazione e come luogo di sepoltura o anche per questi scopi congiunti" e cita il ritrovamento di reperti osteologici umani "aderenti alla parete gessosa di una grotticella laterale" con accanto "alcuni recipienti integri e buon numero di frammenti fittili dotati di attributi formali ed estetici inconfondibili per riconoscere i tipi di Remedello, Polada e del vaso campaniforme. Tale circostanza, il "sistematico capovolgimento dei boccaletti tipo Polada", il terreno antropico integro, ed i molti reperti della Tanaccia che ".... possono essere visti in stretta attinenza con i corredi funebri...."(perline di steatite, conchiglie fossili forate, materiale fittile e siliceo vario, ecc) indurrebbero a ritenere che la grotta sia stata adibita a luogo di sepoltura. Ma "in netto contrasto con la tesi di una esclusiva destinazione funebre della grotta romagnola sta il fatto che "i reperti di cui sopra" apparvero sistematicamente dissociati dai resti antropologici; il numero di questi rappresenta, fra l'altro,una più che modesta frazione del complesso culturale finora scavato." La grande quantità di resti di vasellame d'uso comune, "la regolare sovrapposizione stratigrafica dei focolari e il livello generalmente basso dei resti umani" sono poi elementi contrari anch'essi all'ultima tesi enunciata. Lo Scarani conclude pertanto che "la cavità della Tanaccia in un primo tempo si usò come luogo di sepoltura e in seguito fu adibita anche ad abitazione." L'autore aggiunge che "la grotta venne definitivamente abbandonata all'inizio della prima età dei metalli, in seguito ad un'imponente frana prodottasi per fenomeni termoclastici o di natura tellurica", frana che ha fatto precipitare sui livelli superficiali di buona parte della grotta enormi massi di roccia gessosa che non sono stati, per prudenza, ancora rimossi. L'autore é inoltre indotto a ritenere dalle "....varietà faunistiche, ma sopratutto..."dalla"…struttura geologica dei terreni circostanti, gessi e argille scagliose sterili, diffuse ed esclusive; che l'economia degli eneolitici fosse basata "esclusivamente sulle attività pastorali e d'allevamento." Non abbiamo intenzione di fare appunti od obiezioni alla Sovraintendenza di Bologna, ma vogliamo solo far rilevare che gli scavi condotti alla Tanaccia hanno riportato alla luce solo una parte del materiale ivi contenuto e che, nonostante la programmata continuazione degli scavi, questi non sono stati ancora ripresi. Ma chi oggi si recasse a visitare l'ingresso della grotta, avrebbe l'impressione di trovarsi su di un campo di battaglia, tante sono le trincee e buche che ignoti scavatori abusivi, anche con loro grave rischio e pericolo, hanno aperto senza alcun criterio, asportando il prezioso materiale forse troppo presto abbandonato al suo destino. Ed anche se parte dei reperti potrà essere recuperata, avrà perso molto del suo valore scientifico, non essendovi la possibilità di ricostruire la giacitura stratigrafica; senza contare poi le distruzioni inevitabili in tal genere di scavi. Ci sembra opportuno citare in proposito un fatto significativo un paio d'anni or sono, durante una visita da noi effettuata alla Tanaccia assieme agli amici del Gruppo Speleologico Emiliano del C.A.I. di Modena, in mezzo al terriccio estratto da una recentissima fossa, raccogliemmo una macina di arenaria evidentemente non riconosciuta come tale dallo scavatore abusivo ed abbandonata fra i rifiuti. Dopo questo sfogo a nostro parere legittimo, possiamo concludere che la Tanaccia ha dato ampie soddisfazioni a chi ha effettuato gli scavi, i quali hanno accertato come il cospicuo materiale estratto sia costituito da una grande varietà di componenti che confluiscono nella stessa località e che rendono soprattutto possibile una sicura inquadratura cronologica e culturale dei reperti stessi nel vasto quadro della preistoria emiliana. Chiudiamo il paragrafo sulla Tanaccia augurandoci che il materiale restaurato e classificato, possa essere ben presto esposto al pubblico per la soddisfazione di chi si interessa di tali cose e di chi, modestamente, contribuì alla buona riuscita degli scavi. Poche parole su alcune altre grotte, di cui abbiamo fatto cenno all'inizio e più precisamente: il Buco I° di Monte Mauro e la Grotta dei Banditi. Il De Gasperi, nell'opera già citata, espresse l'opinione, quanto meno per la seconda, che ivi potesse avere dimorato l'uomo preistorico. Fino ad oggi scavi regolari non vi sono stati praticati; solo nel Buco I° di M. Mauro é stato da noi eseguito un sondaggio (40/50cm) senza peraltro ottenere risultati degni di nota. Bisogna però notare che il sottostante banco selenitico non é stato raggiunto in quanto ricoperto da una notevole serie di strati di terriccio di riporto misto a massi caduti dalla volta. Inoltre occorre considerare che la grotta é di piccole dimensioni, ma di facile accesso ed in una ubicazione tale da far presumere che almeno saltuariamente l'uomo preistorico vi abbia cercato riparo. Con queste segnalazioni chiudiamo il capitolo sulle grotte preistoriche della Vena del Gesso Romagnolo, augurandoci di aver dato anche noi un piccolo contributo alla soluzione dei problemi che travagliano gli studiosi di questa affascinante materia. NOTA - Per una più ampia bibliografia, relativa alla Tana del Re Tiberio, vedi l'opera citata del Veggiani. (1) A.Veggiani:La Grotta del Re Tiberio nei gessi di Rivola – Studi Romagnoli, Vol. VIII - 1957 - F.lli lega Editori - Faenza pp.667 668 (2) L. M. Ugolini La Panighina - Fonte sacra preistorica da "Monumenti Antichi" a cura della R. Accad. Naz. dei Lincei-Vol.XXIX (1923) (3) G.B. De Gasperi - Appunti sui fenomeni carsici nei gessi di Monte Mauro (Casola Valsenio) da "Rivista Geografica Italiana" A. XIX - Vol. XIX Firenze 1912 (4) Ugo Rellini - La caverna di Latronico e il culto delle acque salutari nell'età del bronzo da "Monumenti Antichi" pubbl. a cura della R. Accad. Naz. dei Lincei - Vol. XXIV (1916) (5) G. Patroni - Storia Politica d'Italia - La Preistoria - vol. I - 2 edizione aggiornata e riveduta -F.Vallardi Editore - Milano - 1951 - pagg. 412 - 413 e 462 - 463 (6) R. Scarani - Problemi. del Neo-Eneolitico nel Bolognese e nella Romagna - Estratto dagli Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le province di Romagna - Nuova serie - vol. V 1953 - 54 - Bologna 1957 - Tip. L. Parma. (7) Paola Monti - Graffiti preistorici su una placchetta calcarea della Val di Senio - Studi Romagnoli - Vol. XI - 1960 - F.lli Lega Editori - Faenza. (8) Renato Searani - Sviluppo delle culture pre-protostoriche nel territorio Imolese - Studi Romagnoli, Vol. VI - 1955 - F.lli Lega Editori - Faenza. (9) G. A. Mansuelli - R. Scarani - L'Emilia prima dei Romani - Il Saggiatore - Vol. XXI - 1961 - Milano - pagg. 74 - 75 – 76 –77 - 90 |
Speleo GAM Mezzano (RA)