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Gruppo Speleologico "Città di Faenza", Gruppo Speleologico "Vampiro" Faenza - LE CAVITA' NATURALI NELLA VENA DEL GESSO TRA I FIUMI LAMONE E SENIO - Faenza, 1964 |
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BREVI NOTE DI SPELEOETNOGRAFIA E' famosa in tutta la Romagna la leggenda del mitico Re Tiberio. C'era una volta un re "raccontava ai bambini incantati una vecchina" che, atterrito da un funereo vaticinio che gli presagiva una terribile morte per opera di un fulmine, si era ritirato con tutta. la sua corte nella grotta, che poi da lui avrebbe preso nome. E là dentro, assiso sul suo trono d'oro massiccio, egli regnava, ma il non poter più rivedere la sua opulenta valle, le verdi acque del fiume mugghiante, che scorreva ai piedi della rupe entro cui si era nascosto, ed il cielo azzurro, solcato dai voli frementi della selvaggina (quel cielo da cui sarebbe piombata la morte), lo rattristava profondamente. Passavano gli anni ed il re, chiuso nella sua fastosa reggia sotterranea, continuava ad impartire la giustizia ai suoi sudditi alla luce delle faci fumose che rischiaravano l'ambiente, ansioso di poter uscire all'aperto e, forse in cuor suo desideroso di cambiarsi con uno di quegli umili villici. Ma il fato tremendo teneva appesa sul suo capo la terribile minaccia dei fulmine e ciò lo induceva a resistere al suo folle desiderio, ma un brutto giorno quella brama nascosta che gli urgeva in petto fù così forte che lo spinse ad infrangere la ferrea disciplina che si era imposta. Però, prudentemente, volle prima inviare all'uscita della grotta un giovane paggio che gli riferisse le condizioni del cielo. Il paggio corse all'imboccatura della caverna, desideroso di compiacere il suo triste re, e vide tutta la vallata immersa nel sole che splendeva nel più azzurro dei cieli, ma, purtroppo, non diede peso ad una piccolissima nuvoletta che, laggiù, lontano, lontano, all'estremo limite dell'orizzonte, appariva come un minuscolo neo nel cobalto della volta celeste. Ritornò al suo re il fanciullo, felice di potergli dare la lieta novella, e con parole gioiose lo invito all'aperto magnificandogli la bellezza del paesaggio che avrebbe potuto ammirare ed il dolce profumo delle piante in fiore. Allora il re, ammaliato dalla lusinga del paggio, ruppe gli indugi, ignaro che il vaticinio era prossimo al suo compimento, ed ordinò ai servi di apprestare le sue vesti migliori ed il suo cocchio più bello, impaziente di rivedere finalmente le sue terre e di riassaporare il buono odore delle cose vive. Ma la piccola nuvoletta cui il paggio non aveva dato importanza nel desiderio di compiacere il suo re, ubbidendo ad un fatale e crudele destino, si era gonfiata oltre misura ed aveva ormai occupata, silenziosamente con la sua livida ombra, tutto il cielo. Intanto il re, finalmente pronto, salì sulla ricca carrozza, e, spinto dal fato implacabile, frustò i cavalli, roso dall'ansia per ciò che lo attendeva ed anche per sfatare una volta per tutte il mortale vaticinio; i cavalli scalpitanti partirono di gran carriera e percorsero rapidamente la galleria che conduceva all'aperto. Come il cocchio regale apparve nel vasto atrio della grotta il cielo si infuocò, la nuvola, fu tagliata in due da una enorme folgore che, simile ad una spada di fuoco, si avventò sul povero re. Si compi così inesorabilmente il fato e del misero sovrano non rimase che un mucchietto di ceneri, mentre dall'alto rotolava lungo tutta la vallata un tremendo tuono che, come il coro di una tragedia greca, sottolineava la caducità dell'uomo e la potenza degli Dei. Poi la nuvolaglia subitamente sparì ed il sole tornò a splendere in tutto il suo fulgore, ignaro del dramma che si era allora concluso." Così tristemente termina la, favola del re Tiberio che generazioni di romagnoli hanno ascoltato con trepidazione e che non pochi, in fondo all'animo, hanno creduta, tant'é vero che molte persone, nel secolo scorso ed in questo, hanno esplorato la grotta con la segreta speranza di ritrovare il mitico aureo trono. L'origine della denominazione "Re Tiberio" é spiegata in vari nodi: indubbiamente la parola "re" equivale all'italiano "rio"; per "Tiberio" due sono le tesi, una che derivi dal nome della famiglia faentina Tiberia Claudia che possedeva una villa con vasti terreni nella zona in epoca romana, l'altra dal nome dell'antica Pieve di S. Maria in Tiberiacum, presso Casola Valsenio. Inverosimile appare l'avvicinamento all'imperatore romano Tiberio, come alcuni vorrebbero far credere. E' da citare in proposito l'opera leggendaria di Lorenzo Costa intitolata "La Grotta del Re Tiberio” in tre atti con alcuni preliminari storici, edita a Brisighella nel 1906. Anche il poeta concittadino Pietro Zama dedicò una sua composizione, di armonica eleganza, alla grotta ed alla sua leggenda, il poema fu illustrato con xilografie di Serafino Campi e pubblicato a Faenza nel 1929. Ultimo curioso particolare: il Costa racconta che entro la grotta esiste un cancello con la scritta "non plus ultra" ad intimare il divieto ad ogni ulteriore avanzata. Abbondanti le notizie storiche interessanti la nostra grotta, però spesso non documentate. Nel fare una cernita possiamo citare un certo Araldo Capparella che, a capo di una banda di avventurieri in lotta contro Bologna, vi trovò rifugio nel 1200, nel 1274 Maghinardo di Castel Pagano, Signore dell'alta valle del Senio (Susinana), più conosciuto sotto il nome di Maghinardo Pagano “il Dimonio" e che fu anche Podestà di Faenza nel 1275, nel corso di una di quelle scaramucce che spesso mettevano a ferro e a fuoco la valle, vi si fortificò dentro, resistendo ad un lungo assedio. (Da notare che il Pagano nella tarda età vesti il saio e morì in odore di santità e fu poi sepolto nella Badia di Susinana in una bara d'oro.) Le ricerche paletnologiche hanno accertato che la grotta fu rifugio anche di falsi monetari e ciò si presume sia avvenuto alla fine del medio-evo. Ma la la sorte della grotta e dell'intero massiccio gessoso entro cui si addentra é ora segnata; infatti la società ANIC ha acquistato i diritti di sfruttamento minerario del monte Tondo, nelle cui propaggini settentrionali si apre la cavità, e vi ha aperta una cava per l'estrazione del gesso, da avviare poi allo stabilimento petrolchimico di Ravenna. Dove prima tutto era visione di pace e di leggenda ora il frastuono dei moderni macchinari e lo scoppio delle mine rompono il solenne silenzio della valle e l'idilliaco paesaggio é deturpato dalle macchie multicolori delle potenti macchine di ogni tipo. Anche la Tanaccia di Brisighella ha la sua brava leggenda! Narra infatti la favola che in tempi molto antichi, quando era credenza che la terra fosse abitata da folletti e streghe che si nascondevano negli antri e nelle spelonche, anche questa grotta fosse asilo sicuro per tale genia. Nella parte della grotta più nascosta ed inaccessibile avevano preso dimora alcune fate, o streghe che fossero… che, come noi umani mortali, dovevano sbrigare le noiose faccende della vita domestica e tra queste il bucato. Terminata la necessaria bisogna, come tutte le brave massaie, gettavano le acque sporche ed insaponate nel ruscello che attraversava, per tutta la sua lunghezza, la grotta. Le acque sfociavano poi, dopo lungo cammino ipogeo, alla luce del sole e apparivano biancastre e tumultuose, e col loro sordo fragore, impaurivano gli abitanti della zona e si creò così la leggenda. Ed ora trasferiamo la leggenda sul piano della realtà. Il complesso carsico che fà capo alla Tanaccia é il collettore del sistema idrico ipogeo di tutta la zona; le acque meteoriche,mediante infiltrazione si raccolgono nei ruscelli sotterranei, rimanendo spesse ingolfate nei sifoni e nelle varie e frequenti strettoie, di sovente intasate. Questa massa d'acqua crescente, premendo con molto forza, ad un certo punto travolge ogni ostacolo e crea dei condotti efforativi, le acque allora riescono a defluire, spumeggiando fra sordi boati, dalla. risorgente del Rio delle Zolfatare. Il colore biancastro che fa apparire le acque saponose é dato dallo zolfo, infatti durante il lungo percorso sotterraneo vengono anche raccolte delle acque fortemente solforose. Lo zolfo in sospensione tende a depositarsi sotto forma di un precipitato lattiginoso, dando così il caratteristico color schiumoso alle acque. Il ritardo della fuori-uscita delle acque, rispetto alle precipitazioni meteoriche, é dovuto, come già detto, ai frequenti intasamenti nel corso sotterraneo. |
Speleo GAM Mezzano (RA)