AA. VV. - IPOGEA, numero unico del Gruppo Speleologico Faentino 1988/1993 - Faenza - 1993
  

ABISSO RICCIARDI

BREVE SCHEDA SULLA CAVITA'

Sandro Bassi Andrea Caneda

Dal punto di vista morfologico l'Abisso Ricciardi (1) può essere considerato un inghiottitoio complesso, con una parte alta oggi del tutto fossile ed una più bassa ancora in parte attiva.

L'interpretazione dei processi genetici ed evolutivi di questa grotta presenta punti interrogativi numerosi ma che potremmo, per praticità (si tratta comunque di osservazioni preliminari, e del resto anche l'esplorazione non può certo dirsi completa) raggruppare in due ordini di probletni".

Il primo è relativo alla presenza di ambienti pseudo-freatici (con vistose tracce di erosioni antigravitative e resti di condotte forse riferibili ad alluvioni antiche) di dimensioni relativamente grandi e a quote molto alte. La cosa parrebbe inspiegabile, vista l'esiguità del bacino di assorbimento che attualmente è limitato alla dolina di accesso e poco altro.

Ma, in accordo con quanto osservato da vari autori (e ben sintetizzato da P.Forti, 1991 (2) ), va tenuto presente che il bacino originario doveva estendersi anche sulla limitrofa formazione Marnoso-arenacea. Con l'erosione che ha smantellato quest'ultima (e che ha finito con il fare emergere la Vena, per il noto principio dell'inversione del rilievo) il bacino si è drasticamente ridotto.

L'obiezione che il gesso è roccia tenera e quindi erodibile come e più delle formazioni impermeabili circostanti è errata: il ruscellamento di superficie sul gesso è insignificante poiché le acque meteoriche vengono assorbite in modo diffuso tramite le fessure e vanno subito ad alimentare la circolazione sotterranea (scavando, appunto, le grotte); le marne a monte dei gessi sono invece sempre state Sottoposte ad un'azione meccanica più intensa ad opera degli agenti meteorici. Quindi, ricapitolando, l'Abisso Ricciardi deve essersi formato con un ampio bacino imbrifero, in grado di convogliare in grotta le acque che hanno creato i vasti ambienti iniziali; poi il bacino si è ridotto lasciando la Vena come un'isola affiorante. E anche la circolazione all'interno della grotta è cambiata: dopo un episodio di sovralluvionamento che aveva totalmente obliterato la cavità (fenomeno comune a gran parte delle grotte della Vena del Gesso), le acque sono migrate velocemente in basso, aprendosi la via nel riempimento ed iniziando una fase vadosa con la creazione di ambienti di minori dimensioni.

Il secondo "problema" riguarda le tre diversissime parti in cui la grotta appare oggi divisa e che devono corrispondere ad altrettante fasi evolutive: la prima parte, fino alla "sala del coccio" (con relative diramazioni) appare impostata su una faglia che interseca la cavità; attualmente non è più interessata da alcun tipo di circolazione idrica. La seconda (dalla risalita su corda fino al pozzo con frana adiacente) è la parte più direttamente interessata da fenomeni tettonici. L'ultima comprende invece tutta la forra terminale, oggi percorsa da un modesto ruscelletto. Esso scorre al contatto tra un ciclo carbonatico (calcare biancastro evaporitico, vedi scheda relativa) ed il primo sottobanco (qui gli strati sono sub-orizzontali) ed ha inciso la volta gessosa in maniera caratteristica tanto che le morfologie dovute alla circolazione idrica in pressione sono sempre riconoscibili. Sulle pareti, in alcuni punti, si osservano livelli di sabbia, testimoni del passaggio di piene: il cunicolo scolmatore terminale deve essersi chiuso e riaperto più volte.

Il torrentello riceve da sinistra un affluente, attivo solo in periodi piovosi ma alimentato da una zona non piccola, almeno a giudicare dalla complessità del ramo e dalle dimensioni dei pozzi sotto i quali si sono arrestate le esplorazioni. Un altro affluente (questo del tutto fossile), sempre di sinistra idrografica, si incontra un po' più a valle, appena sotto l'unico saltino verticale che interrompe la forra. E' quindi probabile che nel bacino facente capo alla grotta in esame (e a quelle ad essa presumibilmente collegate, che si aprono a quote via via inferiori nelle doline allineate in direzione Nord), vada compresa almeno la zona di Ca' Monti, con limite costituito forse dalla supposta faglia trasversale che si sviluppa ad Est dell'F10 (Abisso IKAM).

Rimane comunque da spiegare la destinazione del ruscelletto del Ricciardi. Le ipotesi possibili sono tre: la prima è che esso vada ad alimentare l'affluente interno a cascata del Rio Basino (probabilmente tramite l'F10), la seconda è che raggiunga l'affluente esterno che scaturisce dalla piccola risorgente a livello del Basino ad ovest di Ca' Poggiolo; la terza riguarda l'affluente a sifone della Colombaia.

In attesa di colorazioni (che, considerando la scarsissima portata, non saranno facili), va comunque rimarcata l'urgenza di un approfondito studio geomorfologico della grotta, anche tenendo conto delle sue numerose peculiarità. L'Abisso Ricciardi peraltro è già per ragioni geografiche una delle grotte più interessanti della Vena, sviluppandosi in una zona che pareva non avere più nulla da dire e che invece da qualche anno si sta rilevando l'ultima frontiera della speleologia esplorativa in Romagna.

(1) Vincenzo Ricciardi, ravennate, socio del G.S.Faentino. Morì nel 1980 con il figlio di 11 anni durante un'escursione sulla ferraia del Sass Rigais, in Dolomiti. A lui abbiamo voluto dedicare questa grotta.

(2) FORTI P., 1991: Il carsismo nei gessi con particolare riguardo a quelli dell'Emilia Romagna. "Speleologia emiliana", SA, n.2:11-36.

     

Speleo GAM Mezzano (RA)