AA. VV. - IPOGEA, numero unico del Gruppo Speleologico Faentino 1988/1993 - Faenza - 1993
  

PIEVE DI MONTE MAURO: REQUIEM PER UN CIMITERO

Sandro Bassi, Luciano Bentini

Corre l'anno 1991 e nel mese di marzo uno sconsiderato "intervento urbanistico" del Comune di Brisighella riesce, nientemeno, a dare il colpo di grazia a quanto restava dell'antichissima Pieve di Santa Maria Assunta a Monte Mauro. I lavori, rivelatisi poi comunque del tutto illegittimi, sono diretti alla soppressione del cimitero rurale che condivideva con la fiancata della chiesa il suo muro di cinta destro.

Da circa trent'anni (da quando cioè la Diocesi di Imola, cui la pieve appartiene, l'aveva sconsacrata), tutto il complesso era abbandonato a se stesso e per l'incuria e per gli eventi atmosferici era crollato il soffitto della chiesa e, in parte, quello dell'adiacente canonica. Alla fine degli anni '70 era infine crollata anche la facciata. L'annesso cimiterino era diroccato e ormai soffocato da rovi e vitalbe. Ma era pur sempre un cimitero. Soggetto - come peraltro tutti i nostri vecchi cimiteri rurali - a vincoli di legge di cui ovviamente il Comune, proprio lui, "non risultava essere a conoscenza". Peraltro, sarebbe bastato il più elementare buon senso a scoraggiare un intervento del genere, a suon di ruspa, ai danni di un complesso edilizio che da secoli caratterizza la cima più alta, più "centrale", più emblematica, più bella insomma, della Vena del Gesso.

Ma facciamo un passo indietro per analizzare in estrema sintesi l'importanza storica, documentaria e ambientale di questo insediamento.

La pieve di Monte Mauro è di origine antichissima, anche se le strutture murarie sono state più volte rimaneggiate, in alcuni casi anche radicalmente. Fin dal X secolo (la prima citazione è del 932) è qui documentata l'esistenza di Santa Maria in Tiberiaci, antico nome dell'intera località. La pieve sorse e si sviluppò ai piedi del castello - castrum Tiberiaci - di cui oggi rimangono pochi ruderi alla sommità del monte e le due entità convissero rafforzandosi a vicenda nonostante le fondamentali differenze funzionali, dando vita a quella sorta di simbiosi tra insediamento religiosi e militari non rara per il territorio romagnolo. La chiesa fu poi oggetto di ampliamenti e rifacimenti parziali nel corso dei secoli, giungendo ai giorni nostri con l'aspetto conferitole soprattutto dai lavori del 1818-19.

Rimanevano comunque ben leggibili le trasformazioni succedutesi nelle varie epoche e ben riconoscibili erano i materiali di reimpiego di età altomedievale ed anche romana; d'altronde parecchi studiosi - primo fra tutti l'indimenticato Antonio Corbara avevano ipotizzato che l'insediamento dovesse essere perlomeno di epoca bizantina.

L'ultima devastazione ha dell'incredibile: il sindaco di Brisighella dichiara candidamente che "l'intervento era inevitabile per via dei pericoli di crollo, dell'impossibilità del Comune a svolgere una regolare manutenzione e per ragioni igienico sanitarie"; inoltre cita il ripetersi di atti sacrileghi e "poco ortodossi" da parte di ignoti (vandalismi e, a quanto pare, anche sedute spiritiche o affini) che "rendevano necessaria una bonifica definitiva".

Ora, la legge prevede che in un cimitero soppresso dal punto di vista funzionale (com'era appunto quello di Monte Mauro) si eseguano ricerche nel sottosuolo per l'esumazione di ossa ed altri resti da traslare nel più vicino cimitero regolarmente custodito. L'amministrazione comunale ha invece interpretato alla lettera il termine soppressione ed è ricorsa al mezzo più rapido ed efficiente - la ruspa - demolendo in toto l'intero manufatto, dai muri perimetrali alla cappelletta delle esequie, dai pilastri di ingresso con i due caratteristici pinnacoli in pietra calcarea (considerati "opera di un artigiano anonimo ma di buona fattura, probabilmente di fine '700") fino alle ultime lapidi. Le macerie sono state in parte spianate, ricavando una specie di grottesco piazzale e in parte gettate nella grande cisterna di fronte alla canonica. Per l'atto più grave e clamoroso, la demolizione del muro destro che coincideva con la fiancata della chiesa, il comune fa lo scaricabarile: "No, quello proprio no, non l'abbiamo manco toccato: nostro era solo il cimitero". Pare infatti che il parroco di Zattaglia (ma questi ne chiama in causa un altro, quello della chiesa della Costa ... ) abbia approfittato del ruspista al lavoro per fargli fare "qualche oretta in più ed abbattere quel muro pericolante". A denti stretti, in Comune a Brisighella, confermano che "dovrebbe essere andata proprio così". Poi, sindaco, capufficio tecnico e parroci concludono che "forse, alla fine, al ruspista è scappata un po' la mano".

Il fatto ha immediatamente una vasta eco sulla stampa locale. L'architetto Ennio Nonni fa subito rilevare che l'intervento è demenziale, comporta una lunga serie di violazioni di legge ed è impossibile che vi sia l'autorizzazione della Soprintendenza. Difatti la Soprintendenza non ne sa nulla e conferma che il cimitero non poteva essere assolutamente abbattuto, figuriamoci poi la pieve.

Inoltre fa presente che tutta l'area di Monte Mauro è vincolata ai sensi della legge 1439/'39 (quella, famosissima, sulle bellezze naturali; legge di cui peraltro il Comune di Brisighella ignora l'esistenza, come ha avuto modo più volte di dimostrare), oltre che di due successivi decreti ministeriali e del piano paesistico regionale. Qualsiasi intervento edilizio, di costruzione o di demolizione, foss'anche per uno stalletto da capre, richiede l'autorizzazione della Soprintendenza.

In margine a tutto ciò il Comune viene invitato a "soprassedere immediatamente" dal suo progetto (di cui, con il caso clamoroso di Monte Mauro, si è appresa l'esistenza e che aumenta ulteriormente l'assurdità di tutta la vicenda) di demolizione di ben 23 dei 38 cimiteri rurali sparsi nel territorio comunale. Progetto assolutamente folle e purtroppo già avviato visto che oltre a quello di Monte Mauro ne sono stati demoliti altri quattro - Boesimo, Cavina, Fontanamoneta e Purocielo - tutti in violazione della legge e in dispregio a quella normalissima sensibilità che vede i cimiteri rurali, anche se abbandonati, come testimonianze storiche di un culto passato ma non per questo da dimenticare e come elementi integrati nel tessuto del paesaggio.

Al di là delle prevedibili ed auspicabilissime conseguenze giudiziarie a carico dei responsabili, ci si augura che l'episodio possa servire a salvare quanto ancora resta di salvabile a Monte Mauro. In accordo con quanto proposto da Valerio Brunetti, ispettore onorario della Soprintendenza, si auspica che al più presto possa essere restituita alla pieve almeno la sua identità planimetrica ricomponendo la base delle strutture murarie con i materiali originali tuttora recuperabili dalle macerie: vanno poi consolidati urgentemente l'abside - poligonale all'esterno e circolare all'interno, secondo i canoni stilistici ereditati dal romanico - ed il campanile, che rimangono oggi come monconi pericolanti. Di quest'ultimo è notissimo il pregio paesaggistico, ma va rimarcata anche la particolarità dei materiali con cui è costruito: si tratta dell'unico campanile della Romagna edificato interamente con blocchi di gesso (solo negli archi della cella campanaria e nella graziosa decorazione sommitale furono utilizzati mattoni rossi) e risulta costruito alla fine del '600, anche se l'impianto potrebbe anche essere anteriore.

Già nei primi anni '80 si parlava della sistemazione dei resti dell'antico edificio; era stato proposto anche un suo utilizzo come sede di un centro visitatori per il Parco della Vena del Gesso, anch'esso naturalmente mai costituito se non sulla carta, nei progetti di qualche architetto lautamente pagato per fare della pura teoria. Di fatto la rinuncia al Parco ha comportato pure la perdita di finanziamenti - ai quali hanno attinto, giustamente, altri Comuni della Regione - che potevano servire per recuperare e salvare simili memorie storiche.

  

Fig. 1 Fig. 2
  
Fig. 1 - La Pieve "prima"..... (foto Ivano Fabbri)
Fig. 2 - ... e "dopo" (foto Ivano Fabbri)

     

Speleo GAM Mezzano (RA)