AA. VV. - IPOGEA, numero unico del Gruppo Speleologico Faentino 1988/1993 - Faenza - 1993
  

IPOGEA AMBIENTE

FATTI E MISFATTI DELLA VENA DEL GESSO: LA TELENOVELA CONTINUA

Luciano Bentini

INTRODUZIONE

Dalla pubblicazione de "La Vena del Gesso romagnola: quale futuro ...?" (1984) sono trascorsi più di otto anni e cinque ne sono passati da quando è stato edito "Ipogea ambiente" (1987), ma sebbene molta acqua sia passata sotto i ponti, le prospettive di istituire il Parco della Vena del Gesso sono oggi come allora allo stadio delle buone intenzioni.

Anticipando le conclusioni delle note che seguono, la cava del Monticino di Brisighella, che da anni doveva essere chiusa e che si trova in un'area già vincolata dalla legge 1497 del 1939 continua a lavorare e soprattutto l'attività estrattiva in corso a Borgo Rivola sta procedendo in modi e con ritmi devastanti in seguito all'autorizzazione all'ampliamento concessa dal Comune di Riolo Terme. A ciò si aggiunga che la multinazionale Knauf ha visto approvato dallo stesso Comune il progetto di un nuovo impianto per la produzione di cartongesso, dopo quello aperto recentemente da aziende concorrenti, Italgips e Vie Italia.

Paradossalmente per il Ministero dell'Ambiente, come si può desumere dalla peraltro interessante ed utile sua seconda relazione sullo stato dell'ambiente del 1992, in Romagna cave di gesso non ne esistono più o almeno non ve ne sono in attività in zone gravate da vincolo paesaggistico (vedansi le relative tabelle).

La sezione di Faenza del Wwf ha chiesto chiarimenti per questa mancanza al Ministero dell'Ambiente, ma la vicenda non può forse essere ridotta ad un semplice errore. Il mancato conteggio delle cave di gesso in Romagna nelle statistiche di detto Ministero, che esercita le "funzioni di tutela e prevenzione di danni all'ambiente e al paesaggio" anche per i "danni provocati da attività di cave e miniere" sembra confermare che il lavoro di estrazione svolto al Monticino di Brisighella in forma minore e Borgo Rivola su ben più ampia scala fosse - almeno negli ultimi anni - privo di ogni autorizzazione regionale. Ed essendo priva di autorizzazione, non sarebbe stata conteggiata l'attività svolta.

In attesa di un'improbabile risposta del Ministero non resta che prendere atto nuovamente delle vicende politiche e amministrative della Vena del Gesso romagnola, veramente emblematiche: da una parte ci sono infatti impegni e promesse per realizzare un parco regionale e dall'altra ci sono le pressioni per ampliare le attività estrattive. La cava di Borgo Rivola si vuole estendere al di là dei limiti finora posti dal Piano Paesistico e ha ottenuto le autorizzazioni dal Comune di Riolo, facendo ben capire che nel governo del territorio gli interessi delle cave sono prevalenti rispetto a quelli della salvaguardia ambientale. La Regione EmiliaRomagna ha infatti approvato nel 1991 una nuova legge sulle attività estrattive che permette di superare i vincoli del Piano Paesistico. Per contro la legge quadro sui parchi non ha avuto finora applicazione per la Vena del Gesso romagnola.

Dopo questa necessaria premessa passiamo ad esaminare la situazione più in dettaglio.

L'ATTIVITA' ESTRATTIVA

1 - LA CAVA ANIC DI BORGO RIVOLA

A Borgo Rivola, dopo la dichiarazione sulla disponibilità ad ampliare l'area di escavazione della cava Anic rilasciata dall'allora assessore provinciale all'assetto del territorio, ing. Savini, tale presa di posizione non venne recepita dal P.A.E. predisposto dall'ing. Vignoli e dal geologo dr. Ortelli ed approvato con delibera n. 98 del 19/5/1984 dal Consiglio Comunale di Casola Valsenio quale variante al P.R.G., e dal parere n. 885 del 27/11/1986 della Commissione Consultiva Regionale Cave e Torbiere.

Nel P.A.E. di Casola (e nelle controdeduzioni alle osservazioni presentate dall'Anic, respinte con deliberazione del Consiglio Comunale n.61 del 26/4/1986) non veniva infatti accolta la richiesta dell'ANIC stessa di ampliare l'area di estrazione verso il Monte della Volpe, ritenendosi invalicabile il limite territoriale fissato dal D.M. 12/12/1975 che vincola appunto tale zona.

Il parere della C.R.C. fu che comunque detto P.A.E., con alcune modifiche, fosse meritevole di approvazione: in particolare, "per quanto riguarda l'area per l'estrazione del gesso se ne condivide il mantenimento in piano ribadendone la funzione di polo unico regionale, in relazione alla potenzialità estrattiva che l'area ancora esprime, sia in termini quantitativi che qualitativi, nei limiti della zonizzazione definita dal Piano Comprensoriale delle Attività Estrattive elaborato dal Comprensorio di Faenza; il proposto ampliamento non risulta supportato da esigenze tecnicoproduttive e presenta forti controindicazioni di natura ambientale per cui se ne propone lo stralcio, come indicato con segno rosso nell'allegata cartografia

Nonostante queste previsioni l'ANIC continuava a sollecitare l'autorizzazione ad avanzare lungo la linea di cresta per altri 150-200 m, sollecitazioni alle quali i Comuni di Casola e Riolo si dichiaravano nuovamente disponibili.

Limitandoci alle vicende più recenti, il 30/7/1988 l'ANIC presentava ai due Comuni un progetto di ampliamento della cava per una superficie di 13 ettari con l'estrazione, in 10 anni, di 3.638.440 metri cubi di materiale in territorio riolese (di cui 1.270.000 nel primo quinquennio) e di 59.000 metri cubi in quello casolano.

II Wwf Valle del Senio intervenne presso i parlamentari della Lista Verde in quanto il progetto riguardava un'area dichiarata in parte di notevole interesse pubblico, tutelata dalla Soprintendenza ai beni archeologici per quanto riguarda la Grotta del Re Tiberio e rientrante nella "zona di particolare interesse paesaggistico-ambientale" del Parco Regionale Vena del Gesso.

In data 4 e 26 gennaio 1989 gli onorevoli Donati e Ceruti presentavano separatamente interrogazioni parlamentari ai Ministri dell'Ambiente e dei Beni Culturali, chiedendo che l'area della cava non venisse ampliata ma che, anzi, l'attività venisse sospesa per evitare la compromissione del sito. Nel frattempo (21 gennaio), con pervicacia la Commissione edilizia di Riolo esprimeva a maggioranza parere favorevole all'ampliamento purchè venisse mantenuta la linea di cresta e venissero ripristinati i gradoni di escavazione. Favorevole all'ampliamento si dichiarava anche il Comune di Casola. La scelta veniva motivata dal fatto che il progetto riguardava un'area ed un volume di scavo compresi nel P.A.E. approvato dalla Regione e dalla funzione di "polo unico" della cava.

Fortunatamente in data 28 febbraio dello stesso anno la Soprintendenza ai beni ambientali di Ravenna esprimeva un parere negativo sull'ampliamento perchè in netto contrasto con i criteri di tutela ambientale: il massiccio intervento di scavo con gradoni di 60-70 m avrebbe distrutto un vasto tratto di rilievo e la sistemazione dell'area dopo l'escavazione non avrebbe risolto il problema del recupero ambientale.

Il parere negativo della Soprintendenza veniva confermato con nota n.136 II G1 del 19/5/1989 del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali presso cui, a tutela della V.d.G., era intervenuto il Difensore Civico dell'Emilia-Romagna.

Ma la vicenda purtroppo non era chiusa definitivamente. Rifacendosi al P.A.E. di Riolo, adottato dal Consiglio Comunale con delibera n.206 del 14/12/1984 ed approvato dalla Giunta Regionale con delibera n. 4848 del 20/10/1987, la Commissione Tecnica Regionale per le Attività Estrattive, nell'adunanza del 6/2/ 1992, esprimeva parere favorevole (n.1370) alla richiesta di autorizzazione al rinnovo per l'estrazione del gesso nella cava di Monte Tondo presentata ai due Comuni interessati il 23/7/1988 e da questi trasmessa con nota n. 5370 del 7/2/1989.

Veniva così data via libera al P.A.E. bocciato da Soprintendenza e Ministero, autorizzando l'escavazione decennale di un'area per circa la metà vincolata dal ben noto D.M. 30/7/1974, che rimanda alla legge 1497/39 sulla protezione delle bellezze naturali ed alla successiova legge 431/1985.

Ancora una volta la Regione dimostrava nei fatti l'incoerenza e le contraddizioni che da sempre la contraddistinguono, sopravanzata in ciò (come recisamente affermato anche dal prof. G.B.Vai nel suo intervento a Riolo, in occasione del pubblico dibattito su "cave, industria del gesso e politica ambientale", promosso dal Wwf Valle del Senio il 6/7/1992) solo dalla Provincia di Ravenna, dove una qualsiasi politica di tutela territoriale è inesistente, dove tutto è affidato alla mercè e alla faciloneria di amministratori impreparati e velleitari, come dimostrato dai progetti approvati e sostenuti dall'amministrazione Comunale di Riolo, che sono da considerarsi semplicemente funesti.

Giova richiamare alla memoria che già nel giugno 1989 il Difensore Civico dell'Emilia-Romagna aveva fatto rilevare il pericolo insito nel progetto del Parco della V.d.G., che avrebbe tenuto conto della preesistente attività di cava collocandola nella zona di preparco, dove ai sensi della L.R. n.11/88 di "Disciplina dei parchi regionali e delle riserve naturali" è possibile prevedere attività compatibili con le finalità del parco e tese al ripristino di aree degradate o comunque compromesse da precedenti escavazioni.

Non è certamente il caso di Borgo Rivola, come ha puntualizzato nel corso dello stesso dibattito a Riolo il consigliere regionale verde Paolo Galletti, ma d'altra parte la cava ANIC risulta individuata dal Piano Territoriale Regionale del 1989 come polo unico per l'estrazione di gesso; scelta ribadita dal Piano Infraregionale della Provincia di Ravenna del 1991. Ed in proposito ancora il Difensore Civico puntualizzava che il polo estrattivo ricade sì in una zona definita dal Piano Paesistico "di particolare interesse paesaggisticoambientale" (art. 16 - zone colorate in verde chiaro) ma che - e qui sta l'inghippo - le Norme di attuazione dello stesso prevedono che gli strumenti di pianificazione (PAE) possano prevedere attività estrattive in tali zone qualora sia valutato non altrimenti soddisfacente il fabbisogno dei diversi materiali.

Per quanto riguarda il D.M. 30/ 7/74, che investe la quasi totalità dell'area in questione, occorre precisare - come chiedeva il Difensore Civico - che si sarebbe proceduto ad un'approfondita istruttoria, in sede di procedura autorizzativa - ai sensi dell'art.7 della legge 1497/39, da parte del Comune di Riolo, previo parere della Commissione Edilizia integrata da esperti come previsto dalla l.r. 26/ 1978: e quali siano le risultanze di tale approfondita istruttoria è ormai ben noto.

Infatti si susseguivano a tambur battente l'approvazione dello schema di convenzione ai sensi della Legge 17/1991 (l'ennesima legge regionale che disciplina - in senso ancor più permissivo - le attività estrattive) tra Comune di Riolo Terme ed Enichem-Anic con delibera della Giunta Comunale n. 162 del 27/4/92 e della relativa fideiussione bancaria per complessivi 700 milioni in base alle quali venivano immediatamente avviati i lavori, consistenti nella costruzione di nuove strade di servizio, che si sviluppano sul versante nord fino alla linea di cresta ("intoccabile") e che hanno provocato l'ennesima deturpazione ambientale.

Ma il peggio doveva ancora avvenire; il 7 luglio 1992 il sindaco Garavini, accogliendo apposita istanza dell'Anic Partecipazioni protocollata il giorno prima, emetteva un'ordinanza per concedere una sanatoria per gli ultimi cinque anni di attività estrattiva (dall'ottobre 1987 al giugno 1992) della cava, che non erano mai stati autorizzati. «La sera prima di emettere questa ordinanza - rilevava ironicamente Galletti in una intervista apparsa sulla stampa 1' 1 settembre 1992 - in un pubblico dibattito Garavini non aveva dato alcuna risposta all'esplicita richiesta sulla presunta mancanza di autorizzazioni negli ultimi anni. Evidentemente non sapeva ancora della lettera arrivata in Comune nella mattinata e non sapeva che il giorno dopo avrebbe firmato un'ordinanza autorizzativa. Sicuramente sapeva che la cava Anic operava da tempo abusivamente; Garavini, solerte nel concedere autorizzazioni in sanatoria, avrebbe dovuto anche essere solerte nel controllo ed operare come previsto dalle leggi contro una cava in attività senza permessi. Il sindaco di Riolo dovrebbe però anche ricordarsi che nessuna legge prevede una dilazione in sanatoria di autorizzazioni provvisorie, come ha invece prontamente disposto».

Replicava in una successiva intervista (1/10/92) Garavini che i problemi non sussistono. «Il nostro Comune aveva già fatto un P.A.E. riconosciuto valido da Provincia e Regione. Solo in un secondo tempo era stato redatto il Piano Paesistico della Regione che ignorava la Cava di Borgo Rivola. Quando poi la Regione si è accorta della incongruenza, ha riconosciuto i P.A.E. che le amministrazioni comunali avevano già adottato e che costituiscono, di per sè, una variante al Piano Paesistico".

Tutte queste procedure ed atti amministrativi adottati dal Comune di Riolo hanno invece rafforzato la convinzione delle associazioni protezionistiche che fossero ben fondate le loro richieste formulate qualche mese prima, in giugno, per accedere alle autorizzazioni, precedenti ed attuali, di attività estrattiva della cava Anic. E poichè su altri punti gli ambientalisti non hanno ottenuto risposta, per esempio in merito alla cartografia relativa alle autorizzazioni antecedenti quella del giugno '92, facendo crescere il sospetto di abusività e di inosservanza di leggi, le sezioni WWF di Faenza e Val Senio, il G.S.F. ed i proprietari dei terreni confinanti alla cava si sono rivolti alla Procura della Repubblica di Ravenna, accusando il Sindaco di Riolo di aver indebitamente favorito l'Anic, chiedendo l'annullamento della sanatoria- abusiva e illegittima - e dell'autorizzazione e che venga applicata la sanzione prevista dalla recente legge regionale che disciplina le attività estrattive (pari a 10 volte il valore del materiale abusivamente scavato).

2 - LO STABILIMENTO KNAUF DI GALISTERNA

A queste vicende si intrecciano quelle della multinazionale tedesca Knauf che, avendo visto sfumare nel 1985 il progetto di aprire una "cantina" di misure identiche a quelle di una nuova cava di gesso, nel fondo Cassano di sua proprietà (versante sud-est di Monte Mauro), nel febbraio 1991 tornava alla carica. Presentava infatti un'osservazione al Piano Paesistico Regionale sotto esame dell'Amministrazione Provinciale di Ravenna, chiedendo nuovamente che le venisse consentita l'attività estrattiva; ma l'osservazione veniva respinta per l'esistenza dei più volte ricordati vincoli e per l'orientamento consolidato della Regione di concentrare tutta l'escavazione di gesso nel solo polo estrattivo di Borgo Rivola.

Accantonata l'ipotesi di rifornimento autonomo di materia prima, la Knauf chiedeva allora di costruire uno stabilimento per la produzione di cartongesso puntando inizialmente su un'area nei pressi di Borgo Rivola; ma essendo tale area compresa entro i limiti del progettato Parco della Vena del Gesso, sceglieva un terreno in frazione di Galisterna, con i buoni uffici del sindaco Garavini, allettato dalla promessa della creazione di molti posti di lavoro in loco (la "storia" si ripete sempre con gli stessi ingredienti).

Ciò però innescava una nuova guerra, questa volta tra i comuni confinanti di Riolo e Casola. Infatti un contratto valevole fino al 2000 vincola la cava Anic a fornire il gesso «in esclusiva» ai due stabilimenti casolani della Vie e Italgips - diretti concorrenti della Knauf - che nell'aprile '92 si sono rivolti al Tar chiedendo il rispetto di tale convenzione.

Quanto ai dubbi ed alle voci di protesta peri rischi di inquinamento, dell'impatto visivo del guasto ambientale che deriverebbe dal nuovo complesso industriale (di cui i mostruosi insediamenti di Casola in prossimità della zona monumentale della Pieve e del Cardello sono un esempio eloquente) e del notevole incremento di traffico che penalizzerebbe ulteriormente gli alberghi della zona termale, Garavini minimizza assicurando che la Knauf sorgerà in una conca naturale che la nasconderà alla vista e non produrrà, come scarico nell'atmosfera, altro che innocuo vapor acqueo.

Conseguentemente il 16 ottobre 1992, con 14 voti favorevoli e 4 contrari, il Consiglio Comunale di Riolo Terme, accogliendo lo studio di compatibilità (pagato dalla stessa Knauf), ha respinto una ventina di osservazioni contrarie alla variante del PRG che dà via libera all'insediamento. E non è proprio piaciuto agli ambientalisti che non solo la maggioranza, ma anche l'opposizione, concordino che lo stabilimento comunque si debba fare, continuando ad estrarre gesso dalla cava di Borgo Rivola.

E' invece proprio questo il punto nodale, sul quale ha posto l'accento il prof. Vai il 6 luglio 1992 a Riolo Terme: anche il significato di polo unico perde colpi giorno per giorno; è un concetto che poteva valere negli anni' 70, ma oggi è fuori tempo e fuori da ogni strategia economica complessiva di una vallata come quella del Senio. Cionostante il polo unico è tuttora l'alibi dietro cui si trincerano i Comuni ai quali la stupidità della legge regionale ha delegato tutte le responsabilità in materia di cave. Quanto alla contrattazione con le multinazionali Knauf e Vic (l'Anic faceva accordi sottobanco già nel 1975), si tratta di una vera e propria illegalità, che consente di instaurare un regime di monopolio in contrasto con le regole economiche comunitarie.

La notiza apparsa sui quotidiani nei primi giorni del dicembre '92 riguardante il fatto che, nel quadro delle privatizzazioni dei beni pubblici, l'Enichem intende collocare sul mercato la concessione che le affida l'attività estrattiva a Borgo Rivola, ha contribuito poi ad innescare nuove polemiche. Garavini ad esempio auspica la nascita di una società mista pubblico-privato comprendente anche il comune di Riolo Terme, temendo che una nuova situazione di monopolio possa creare difficoltà ad altre attività produttive (cioè alla Knauf, da lui sponsorizzata). E' infatti certo che la Vic, a parità d'offerta, ha un diritto di prelazione all'acquisto; e in tal caso, non potendo negare il minerale alla concorrenza, potrebbe però richiedere cifre esorbitanti, non essendo calmierato il prezzo del gesso. 

3 - LA CAVA DEL MONTICINO DI BRISIGHELLA

Il progetto di vendere la cava Anic ha fornito l'occasione anche alla "Gessi del Lago d'Iseo" per chiedere alla Regione la riapertura delle sue cave.

Al Monticino, come anticipato, gli scavi continuano, seppure a ritmo ridotto, perchè parte del minerale necessario allo stabilimento di Brisighella viene fornito da Borgo Rivola ma, secondo la "Gessi", non sempre in quantità e soprattutto qualità richiesta.

Ma a Brisighella, come anche recentemente hanno denunciato pubblicamente le associazioni protezioniste, si continua a scavare in condizioni di dubbia legittimità, «mentre non risulta che il progetto Vai sia mai pervenuto in Regione»; e questo malgrado l'adozione del Piano Paesistico, che ha posto un vincolo assoluto sulla zona, del Piano territoriale e della Legge sui Parchi.

Il riferimento al Piano Vai ci costringe a fare un passo indietro, per riassumere le ultime grottesche vicende relative alla cava del Monticino. Nell'ormai lontano 1987 la Commissione Regionale Cave si era pronunciata nel senso di autorizzare la prosecuzione dei lavori fino al dicembre 1989, termine indilazionabile per la sua chiusura definitiva; tali lavori, concessi per un quantitativo minimo di materiale, sarebbero dovuti essere finalizzati al recupero ambientale, consistente nella creazione di un museo geologico-paleontologicomineralogico all'aperto, come proposto dal prof. G.B.Vai in una sua nota del 2 marzo 1987. Il progetto era stato accolto sia dall'Amministrazione Comunale di Brisighella che dalla Ditta appaltatrice dei lavori e, pur con riserve dovute al timore di una ennesima strumentalizzazione, anche dalle associazioni protezionistiche.

Sopravveniva però un parere negativo della Soprintendenza ai beni ambientali e architettonici di Ravenna, che avrebbe comportato la chiusura della cava nello stato in cui si trovava; e dopo lungo silenzio, nel maggio 1989, la Regione ribadiva l'ordine di sospensione immediata dell'attività estrattiva, adeguandosi con circa un anno e mezzo di ritardo al parere negativo espresso nel dicembre 1987 anche dal Ministero dell'Ambiente.

Rivolgendosi al Dipartimento ambiente e difesa del suolo della Regione, l'allora Sindaco Galassini faceva rilevare però che il Ministero aveva reso noto il suo parere ben oltre i 60 giorni previsti dalla legge (cioè nel dicembre invece' che nel settembre 1987) e che pertanto si doveva applicare la normativa del silenzio-assenso; e rispolverando il "Piano Vai", concudeva che l'Amministrazione di Brisighella non poteva assumersi la responsabilità di bloccare i lavori ad appena sei mesi dalla loro conclusione in quanto, se sussisteva una responsabilità del Comune e sua personale, era «soltanto quella di assicurare il perseguimento di un obiettivo di pubblico interesse».

Il piano definitivo di ripristino, del quale era stato incaricato il Dipartimento di scienze geologiche dell'Università di Bologna e la cui redazione era stata affidata ai proff. Carlo Elmi e Gian Battista Vai, avrebbe dovuto esser pronto per l'estate 1988, prevedendo che la cava del Monticino avrebbe dovuto terminare - sotto controllo - i lavori a fine '89. In realtà soltanto il 17 giugno 1989 esso veniva presentato a Brisighella: in sintesi, premesso che non si poteva pretendere di riparare il danno fatto ad una montagna con patetiche operazioni di chirurgia plastica - quale sarebbe stato il "ritombamento" dello squarcio provocato dall'attività estrattiva con materiali inerti (ad esempio argilla) - si proponeva di finalizzare i lavori in modo che le peculiarità scientifiche messe in luce venissero valorizzate e rese accessibili anche al vasto pubblico simulando una dolina naturale e realizzando tre piani di fruizione per i percorsi museali, adeguatamente segnalati con funzioni non solo spettacolari, ma anche didattiche. Per il recupero erano previsti lavori da completarsi in cinque anni, permettendo alla società interessata di scavare circa 300.000 metri cubi di gesso.

Pur riconoscendo validità al progetto, gli esponenti delle associazioni naturalistiche faentine contestavano i tempi tecnici per la realizzazione dei lavori, essendoci il rischio che la cava continuasse ad operare senza adeguati controlli, come era avvenuto negli ultimi anni.

Il piano veniva comunque approvato all'unanimità dal Consiglio Comunale di Brisighella e sottoposto all'esame della Regione e della Provincia, dopo un nuovo parere, questa volta favorevole, della Soprintendenza di Ravenna. Ma nel gennaio 1990 la Regione, che aveva fatto ricorso al Tar appellandosi alle norme transitorie emanate in attesa che fosse approvato il Piano Paesistico Regionale, otteneva il blocco immediato dell'attività estrattiva. E ancora una volta Galassini annunciava invece che il 10 marzo 1990 era stata firmata la convenzione per l'attività estrattiva con la "Gessi" in base alla delibera del Consiglio Comunale del 27/12/ 89, ribadita l'8/2/1990 e divenuta esecutiva dopo il visto del Comitato Regionale di Controllo degli atti degli Enti Locali in data 31/1/1990. Il primo lotto dei lavori avrebbe interessato la valle cieca della Volpe con l'esecuzione di opere di bonifica per l'ingresso della grotta omonima e la sistemazione dell'area che la "Gessi" si era impegnata a compiere (con inizio nell'ormai lontano inverno 1982/83!). Conseguentemente, in deroga alle disposizioni regionali, con l'autorizzazione del sindaco la cava del Monticino riprendeva in sordina la sua attività «finalizzata al recupero della zona per realizzare il parco geologico».

L'ITER DEL PROGETTO DI PARCO

Prendiamo le mosse dal "Piano Rosini", contenente gli elaborati della commissione che operò dal 1980 al 1983, ma che fu affossato dagli stessi enti interessati all'operazione Parco, col contributo determinante della Provincia di Ravenna, la quale formulò la controproposta di istituire un "parco" limitato a poche emergenze discontinue ed estranee per lo più alla Vena del Gesso (vedasi ad esempio il Cardello).

Ma il problema si riproponeva con la Legge 431, più nota come Legge Galasso, in particolare con l'obbligo fatto alle Regioni di approvare i Piani Paesistici Territoriali entro il31 dicembre 1986, pena l'intervento sostitutivo del Ministero dei Beni culturali e ambientali nei confronti di quelle inadempienti.

Sebbene la Giunta della nostra Regione si sia vantata di avere adottato, in extremis ma entro i termini stabiliti, il proprio piano, in realtà questo non è vero, come ha dovuto ammettere con evidente disagio il 2 aprile 1987 a Roma la stessa Felicia Bottino, assessore all'Urbanistica: in effetti la Giunta Regionale non aveva adottato il Piano Paesistico, ma aveva semplicemente autorizzato l'avvio di consultazioni con Enti ed Amministrazioni interessate. L'adozione sarebbe quindi avvenuta in prosieguo di tempo, sempre che venissero superate le prevedibili opposizioni nel periodo di consultazione.

Per la Vena del Gesso, la proposta di Piano includeva fra le aree protette tutto il settore imolese, recependo il decreto "galassino" che già aveva vincolato l'area coincidente col perimetro della cava Spes. Ma se a Tossignano la partita era da considerarsi definitivamente chiusa in modo positivo per l'ambiente, non altrettante certezze si avevano per il settore faentino: anche quest'ultimo era stato inserito nel "Piano", ma gli unici elementi utili per ipotizzare a quale livello di tutela sarebbe stato sottoposto, erano contenuti nella cartografia allegata (Tavola 1-36: unione delle Tavv. 239 NO-NESO-SE della CTR, 1:25.000), da cui sembrava potersi desumere che era stato recepito il progetto dgl soppresso Comprensorio faentino, che bloccava alla sella di Monte Tondo la cava Anic; ma risultava anche che la cava del Monticino addirittura non esiste, essendo stata l'area in questione colorata in verde scuro, simbolo di "tutela naturalistica generale", così come definita dall' art. 21 della Normativa.

Questi dubbi e perplessità, unitamente alla denuncia di carenze ed alla formulazione di alcune proposte, furono espressi nelle osservazioni che il Gruppo Speleologico Faentino ha inoltrato alla Regione in data 5 giugno 1987, documento del quale riportiamo i passi più significativi:

«Fa specie che la Regione Emilia-Romagna, dopo aver pubblicato il Catasto Speleologico Regionale redatto a cura dei Gruppi aderenti alla F.S.R.E.R., dopo aver richiesto per la cartografia tecnica in scala 1:5000 la collaborazione dei Gruppi stessi per il posizionamento delle centinaia di grotte esistenti nelle aree gessose della Regione, non solo non abbia coinvolto nella fase progettuale la Federazione, ma neppure abbia preso in considerazione il "paesaggio carsico" quale unità ambientale degna di particolare conservazione e tutela.

Va poi sottolineata l'importanza di alcune cavità - quali la Tana del Re Tiberio (Borgo Rivola), la Tanaccia di Brisighella e la Grotta dei Banditi (Monte Mauro) - nelle quali sono state rinvenute, studiate o in fase di indagine scientifica, importanti stazioni preistoriche.

Si ricorda infine la limitata estensione e la precisa localizzazione della Vena del Gesso romagnola, che potrebbe perciò essere considerata specifica unità paesistica, contraddistinta da una particolare evoluzione morfologica legata alla natura evaporitica della roccia, che presenta caratteri peculiari ed unici nella sua importanza paesistica; in proposito va ricordato che da tempo esistono vincoli in base alla L. 1497 del 1939, ribaditi dalla "Legge Galasso ", ... uno dei quali, ... del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali in data 12/12/1975 ... si riferisce espressamente all'importanza panoramica nell'area non solo dal punto di vista paesistico e naturalistico, ma anche speleologico.

Malgrado le carenze evidenziate, ritenendo positivo uno strumento quale il Piano Paesistico Regionale per la tutela delle zone più delicate e di maggior pregio, e nella certezza che sia ancora possibile apportarvi modifiche e miglioramenti, si auspica che per le aree inserite nel Piano in base all'art. 21 della normativa la "tutela naturalistica generale" sia da interpretarsi come tutela integrale».

C'era poi l'affermazione dell'allora assessore regionale all'Ambiente Chicchi che il decollo del Parco della V.d.G. era legato all'approvazione della nuova leggequadro sui parchi in discussione al Consiglio Regionale, che prescriveva la loro istituzione entro tre anni (vedasi "EmiliaRomagna" 1-2, gen.feb. 1987, pp. 37-38). Ma poi fra i ventun parchi dei quali si prevedeva l'istituzione (indicati nella delibera programamtica del giugno 1984 che investiva gli enti locali del compito di elaborare le linee di pianificazione) non v'era quello della Vena del Gesso romagnola. Quest'ultimo era stato declassato purtroppo fra quelli destinati ad essere istituiti autonomamente da province ed enti locali entro tre anni dall'approvazione del Piano Territoriale Regionale, con potere di surroga della Regione in caso di inadempienza.

Conseguentemente la patata bollente passava alla Amministrazione ravennate, che aveva ricevuto mandato dagli Enti locali interessati al Parco stesso per la redazione del progetto relativo, da elaborarsi da propri tecnici (arch. Ferrucci), in rapporto con i tecnici dell'Assemblea speciale dei Comuni dell'Imolese.

La Provincia produsse un documento preliminare ("Linee per la definizione del parco della Vena dei Gessi romagnoli "), illustrata ai rappresentanti delle associazioni ambientaliste faentine il 30 giugno 1987. Nel documento, premesso che il Piano Rosini non aveva colto pienamente le aspettative degli Enti interessati all'operazione del Parco poichè appariva molto carente rispetto all'obiettivo di un equilibrato sviluppo socioeconomico dell'area, si affermava che la situazione si era modificata in quanto la nuova legge quadro regionale sui parchi prevedeva la possibilità di una doppia perimetrazione, valendo per le zone di parco i limiti ed i vincoli anche nazionali, mentre per quelle di preparco valevano solo le norme previste dal progetto; cosa che avrebbe consentito di poter allargare i confini del preparco senza il limite di eccesive penalizzazioni vincolistiche. Si riteneva perciò di delimitare a "parco" la maggior parte della cresta gessosa già preclusa alla caccia, mentre il "preparco" sarebbe coinciso approssimativamente con l'intera area già contemplata nel Progetto Rosini.

Quanto all'attività estrattiva, si riteneva di mantenere l'obiettivo dell'unico polo estrattivo di Borgo Rivola, prevedendo la chiusura graduale, ma in tempi prefissati, della cava del Monticino.

Ma il nodo da sciogliere era, come sempre, l'attività venatoria. «Quello della caccia - recita il documento - è indubbiamente uno dei temi con cui ci si deve misurare anche in riferimento all'incompatibilità sancita per legge (art. 20 B della legge 968) tra parco e attività venatoria... Appare quindi quanto mai arduo proporre eventuali modificazioni (sia di carattere normativo che di delimitazione di area) rispetto all'attuale assetto esistente nell'ambito delle aree interessate all'operazione del parco...

La risposta più opportuna a tale tematica, appariva quindi quella di mantenere la situazione di fatto, articolando il progetto del Parco in modo conseguente, ... anche alfine di evitare un impatto che potrebbe frapporre seri ostacoli ad un'operazione territoriale ampia, complessa, dai risvolti indubbiamente positivi, col rischio di comprometterla su un punto, quello della caccia, non essenziale al fine del perseguimento degli obiettivi di fondo».

In parole povere, l'intendimento era quello di consentire la caccia nelle zone di "preparco" per evitare strumentalizzazioni, «e operando alfine di eliminare quegli ostacoli che ... potrebbero bloccare la realizzazione del Parco, come è già avvenuto nel recente passato».

Il progetto definitivo di Parco, presentato al pubblico a Imola all'inizio del dicembre' 87, ricalcava esattamente tali posizioni, e venne pertanto duramente constestato dalle associazioni ambientaliste faentine ed imolesi in quanto rappresentava un consistente passo indietro sia rispetto al precedente Piano Rosini, sia rispetto al Piano Paesistico Regionale: una proposta come quella avanzata, che riduceva l'area del parco vera e propria a meno di un decimo del tutto, attraverso una zonizzazione artificiosa ispirata non a diversità realmente presenti nel territorio, non avrebbe rappresentato altro che un palese tentativo di eludere la legge 968.

Gli imolesi in particolare accusavano la Provincia di Ravenna di essere la principale responsabile del mancato decollo del parco ed invitavano i suoi rappresentanti a dire chiaramente se il parco lo volevano oppure no, assumendosi ogni responsabilità e rinunciando eventualmente ai contributi regionali.

Come risposta, a pochi giorni di distanza (11 dicembre 1987) il Consiglio Provinciale di Ravenna approvava all'unanimità l'affidamento al professor Giovanni Pizziolo, docente di Analisi dei sistemi urbani e territoriali presso l'Università di Firenze, dell'incarico (conferitogli in realtà un anno dopo) per la progettazione di massima di itinerari ambientali nella Vena del Gesso. L'allora assessore Savini affermavache l'incarico si collocava nella prospettiva del Parco della Vena del Gesso e all'interno del Piano di Valorizzazione Ambientale dell'area collinare, con l'obiettivo di avere a disposizione un progetto che potesse accedere ai vari tipi di finanziamento, come i fondi Fio ed i fondi regionali.

Tale P.V.A. veniva illustrato il 17 marzo 1988 a Casola e l'Amministrazione Provinciale dichiarava di aver pronto un proprio progetto di parco realizzabile sulla base della normativa prevista nella legge quadro regionale sui parchi, che era stata definitivamente approvata appena un mese dopo la presentazione del P.V.A.

Nel gennaio 1989 il Consiglio Provinciale di Ravenna approvava il progetto preliminare dell'architetto Pizziolo, consistente in una serie di elaborati comprendenti una relazione generale; l'individuazione delle emergenze ambientali, storiche, architettoniche e archeologiche della Vena; l'identificazione di "unità di paesaggio" e di itinerari tematici classificati secondo le modalità e i tempi di percorrenza; una schedatura degli immobili di interesse architettonico, storico e documentario e infine il progetto di prototipi per la realizzazione delle aree di sosta. Favorevolmente si esprimevano anche la Comunità Montana dell'Appennino faentino e i Comuni di Brisighella, Riolo e Casola.

A fine luglio veniva approvato il progetto definitivo, che faceva riferimento sostanzialmente alla rete di sentieri preesistenti, (già tracciati dal CAI) e di strade costituenti un circuito veicolare assai esterno alle zone più significative: la montagna aveva partorito il topolino!

Nell'aprile dell'89 il Consiglio Provinciale approvava anche, con l'astensione del Gruppo Verde, il P.V.A. del territorio collinare, presentato dal vice Presidente ed assessore all'Ambiente Gabriele Albonetti secondo l'ormai affermato copione che la collina non era da identificarsi soltanto con la Vena del Gesso, essendoci anche la presenza di punti qualificanti sotto il profilo ambientale, di reperti storici, archeologici e artistici. Oltre alle aree da destinare alla tutela ambientale e agli itinerari turistici sulla cresta gessosa, il piano prevedeva una pletorica (e costosa) realizzazione di centri di documentazione sulla Vena del Gesso ignorando quanto già realizzato presso il Museo Civico di Scienze Naturali di Faenza e al Carnè.

Nel dicembre 1990, ottenuto l'ultimo voto favorevole ancora mancante, quello del Consiglio Comunale di Brisighella, dopo che da tempo si erano espressi positivamente gli altri Comuni interessati (Riolo, Casola e l'Assemblea dei Comuni imolesi), Albonetti si dichiarava ottimista sull'iter di realizzazione, anche se in tempi non brevi, del Parco della V.d.G.; infatti sarebbe stato possibile alla Provincia chiedere alla Regione non solo la delega a progettare il Parco, ma anche i relativi finanziamenti.

E nel numero dell'aprile 91 del periodico "In Provincia" l'architetto Ferrucci, dopo aver ribadito che nella legge quadro istitutiva dei parchi regionali era stata affidata alle Province l'elaborazione dei piani di fattibilità e che pertanto la Provincia di Ravenna stava predisponendo quello dei Gessi Romagnoli nell'ambito del P.V.A. collinare, precisava che era stato redatto un progetto finalizzato alla realizzazione di un Centro di documentazione e servizi per il costituendo Parco; il Piano attuativo di cui lo stesso Ferrucci era coordinatore, aveva individuato tale Centro a Zattaglia, nell'ambito dei "Piani Integrati Mediterranei" e con la partecipazione finanziaria della Provincia di Ravenna, della Comunità Montana dell'Appennino faentino e del Comune di Brisighella.

Replicavano gli ambientalisti imolesi ("Aria di Montagna" del maggio '91) che il parco formalmente c'era già, poiché il Piano Paesistico Regionale aveva delimitato le aree interessate e aveva posto su di esse vincoli rapportati alla salvaguardia dei territori di tutti i parchi da istituire, pur trattandosi di norme di ordine generale, quindi meno articolate di quelle che il progetto esecutivo avrebbe poi adottato. Inoltre in teoria il Parco c'era già perchè il Piano Territoriale Regionale lo aveva posto tra le sue priorità; ma il fatto che la legge regionale sui parchi non l'avesse formalmente istituito, affidandone per di più la redazione del progetto alla Provincia di Ravenna, costituiva un grave rischio e non convinceva perchè proprio dal Ravennate erano venuti solo ritardi ed opposizioni. Seguiva la provocatoria proposta che gli enti locali dell'Imolese - a partire dall'Assemblea dei Comuni e dalla Comunità Montana - e le forze favorevoli al Parco uscissero dal lungo torpore poichè la zona imolese intendeva andare avanti comunque anche da sola.

Ed in effetti il 1991, termine fissato dal Piano Territoriale Regionale alla Provincia di Ravenna per realizzare il Parco, è trascorso inutilmente, come poi il 1992, e non sembra credibile nemmeno l'avvertimento della Regione che, perdurando l'inadempienza, potrebbe intervenire direttamente esercitando il suo potere di surroga.

Malgrado siano stati approvati il Piano di Valorizzazione Ambientale della collina faentina e gli itinerari escursionistici ambientali, nulla finora è stato reso operativo. Significativo in proposito è quanto affermato ("Carlino Ravenna", 10 dicembre 1992) dall'assessore al turismo Vittorio Ciocca, secondo il quale fra le richieste di contributi avanzate nell'ambito dei PIM (che prevedono voci specifiche di spesa per il turismo "naturalistico") c'è quello della Provincia di Ravenna per due itinerari turistico-ambientali sulla Vena del Gesso. Quest'ultimo verrebbe finanziato con 200 milioni PIM, 100 milioni della Provincia e 100 milioni della Comunità Montana. «Qualcuno teme che questi percorsi costituiscano una realizzazione surrettizia del Parco della Vena del Gesso - ha tenuto poi a precisare l'assessore Ciocca - invece la loro unica funzione è quella di qualificare il territorio. Nulla hanno a che vedere con il Parco».

Allora, chi dice le bugie? L'architetto Ferracci o l'assessore Ciocca? 

CONCLUSIONI

Per tentare di sbloccare la situazione, a quasi trent'anni dalla prima proposta di tutela della Vena, il Gruppo Verde ha presentato al Consiglio Regionale un progetto di legge (pubblicato sul Boll. Uff. Reg. E.R. del 291121'92) per la costituzione del parco, a firma del consigliere Paolo Galletti. Ora i fatti sembrano prefigurare, almeno sulla carta, una svolta in senso positivo. In una recente intervista infatti (n.4/'93 del settimanale "Qui Faenza") l'assessore provinciale all'ambiente, Gabriele Albonetti, dichiara: «L'iniziativa di Galletti mi sembra estremamente opportuna e a questa dovrà seguire una pressione nostra e della Provincia di Bologna affinchè la Regione accolga la proposta ed istituisca il parco, dando avvio all'iter vero e proprio... nel frattempo i lavori di progettazione del parco (a cui la Provincia lavora effettivamente da tempo, pur se con risultati solo cartacei, ndr) devono andare avanti».

Solite promesse, solite pie intenzioni oppure davvero stavolta qualcosa si muove? Di fatto, dal 12 novembre scorso è cambiata la legge regionale per i parchi, prevedendo che l'istituzione degli stessi da parte della Regione debba essere il primo passo - e non più l'ultimo, come successo finora - dell'iter burocratico. Da qui si deve partire e poi si procede a costituire l'ente di gestione, a fare il progetto e la normativa. Un capovolgimento del vecchio percorso che infatti puntualmente si inceppava.

Albonetti spiega che il progetto di legge ha buone probabilità di concretizzarsi: si può ritenere che anche la Giunta regionale, interessata direttamente all'argomento, presenti una sua proposta; spetterà poi al Consiglio «trovare una convergenza». Intanto la Provincia «la sua parte la sta già facendo».

Purtroppo però la storia del "costituendo Parco della Vena" assomiglia ormai ad una telenovela. Dal 1966 - anno della prima proposta, formulata dalla Camera di Commercio di Ravenna - ha prodotto quintali di indagini e proposte, nessuna delle quali tradottasi in realtà.

Al momento di andare in stampa non possiamo che "fotografare" la situazione attuale. E, memori delle passate esprienze, non nascondiamo pessimismo e sfiducia. D'altronde, con il presente articolo (di cui si vorrà scusare l'inevitabile lunghezza e complessità) si è cercato di raccogliere, a mo' di banca-dati, gli ultimi sei anni di rinvii, abusi, omissioni e decisioni pilatesche dei vari amministratori in materia. Con la speranza che al prossimo numero di "Ipogea" si possa, finalmente, parlare d'altro.

Un vivo ringraziamento a Claudio Casadio, del Wwf Faenza, per la preziosa collaborazione.

 

Fig.1  Fig. 2 Fig. 3 Fig. 4
Fig. 5 Fig. 6 Fig. 7   
   
Fig. 1 - La Cava di Borgo Rivola: nuove strade di servizio e sbancamenti, premessa perla totale distruzione del versante nord di Monte Tondo (foto arch. G.S.F. )
Fig. 2 - Lo scempio prodotto a Monte Tondo (che non esiste più) dalla cava di Borgo Rivola: situazione attuale (foto Sandro Bassi)
Fig. 3 - La Cava del Monticino di Brisighella vista dal crinale di Baia volpe (foto Sandro Bassi)
Fig. 4 - Monte Mauro, vetta emblematica della Vena del Gesso, visto da Castelnuovo di Brisighella (foto Ivano Fabbri)
Fig. 5 - Panoramica del versante nord di Monte Mauro, con le ampie doline allineate lungo le faglie; all'estrema destra la parte alta della forra del Rio Basino (foto arch. G.S.F. )
Fig. 6 - Una cavità di Monte Mauro: la Grotta sotto Ca'Castellina (foto Ivano Fabbri)
Fig. 7 - La dorsale di Monte Mauro vista da Est, con la caratteristica triplicazione di serie (foto arch. G.S.F.)

     

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