| AA. VV. - IPOGEA, numero unico del Gruppo Speleologico Faentino 1988/1993 - Faenza - 1993 |
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UNO SPELEO-IMPRENDITORE ANTE LITTERAM DELLA PRIMA META' DELL'OTTOCENTO a cura di Luciano Bentini Dall'inesauribile Archivio del prof. Leonida Costa di Riolo Terme (che ringrazio per la cortesia e disponibilità sempre dimostrata nei nostri riguardi) esce una cronaca ottocentesca relativa alla celebre Tana del Re Tiberio, sconosciuta finora alla bibliografia speleologica. Non si tratta di un resoconto unicamente descrittivo, ma anche e soprattutto di una perorazione ad utilizzare su larga scala, in agricoltura, i depositi di guano accumulatosi nel corso dei millenni ad opera dei pipistrelli stazionanti nel grande duomo, facilmente accessibili in quanto a poca distanza dalla caverna iniziale. Autore dello scritto è il dottor Giovanni Orlandi di S.Giovanni in Persiceto il quale, essendosi recato a passare le acque al Castello di Riolo, ove «dalle fonti medicamentose riebbe la perduta salute», indirizzò una serie di lettere a "Il Felsineo - giornaletto settimanale" edito a Bologna, che le pubblicò il 2 luglio, il 27 agosto, il 3 settembre ed il 22 ottobre 1844 nei nn. 5, 13, 14 e 21. Dopo aver esordito lamentando come il beneficio che si ritrae dalle acque «viene di non poche amarezze asperso, e taluno si abbatte nella noia e nel disagio ove soli dovrebbe trovare il diletto e la comodità di vivere» e che «non è a tacersi delle prepotenze e delle soperchierie usate da quella birbesca indigena, ed anche esotica razza d'uomini, che con carretti, sedie ed altri argomenti, o sul dorso de' somari imprendono a condurre alle fonti e ricondurle al Castello i miseri forestieri per loro sventura caduti fra gli artigli di quella indiscreta canaglia», l'Autore fornisce una breve descrizione della parte della grotta da lui esplorata, cui fa seguire alcune note di carattere scientifico-naturalistico relative anche alla. formazione selenitica in cui essa si apre. Infine ragguaglia sulle difficoltà incontrate per far attraversare ben 12 volte i due birrocci trainati da buoi, noleggiati a Riolo per trasportarvi il guano ammassato sul limitare della grotta nei giorni precedenti; infatti la pioggia aveva ingrossato il Senio, tanto che le povere bestie emergevano dall'acqua solo con la testa e la schiena. Ma tutto finì nel migliore dei modi ed assieme all'ultima lettera, data in Riolo il 26 settembre 1844, furono inviati a Bologna al Direttore de "Il Felsineo", Carlo Berti Pichat, «carra due di peso di Lib. 5712 Imolesi». L'epilogo col guado del Senio in piena mi richiama alla memoria l'uguale sorte che toccò, più di 100 anni dopo, a conclusione di un'eroicomica esplorazione della Tana del Re Tiberio, ai fondatori dell'appena costituito Gruppo Speleologico "Vampiro" di Faenza. I "Vampiri" erano un'eterogenea accolita di ragazzi avventurosi accomunati dalla passione per le grotte, i quali di entusiasmo ne avevano tanto, ma non possedevano un altrettanto solida conoscenza sulla natura e sulla peculiarità del mondo ipogeo. Al punto che decisero di esplorare la celebre cavità con un piccolo motocarro Lambretta, mezzo ritenuto ideale perchè sul cassone avrebbero potuto prender posto anche tre persone e la relativa attrezzatura ed il faro avrebbe illuminato adeguatamente i tenebrosi recessi. In effetti le notizie che erano state raccolte erano fondate essenzialmente sulle leggende tramandate di generazione in generazione (riportate anche dall'Orlandi) e sulle esperienze di chi, molti anni prima, vi aveva compiuto un'escursione il cui ricordo, col tempo, era divenuto sempre più nebuloso, ingigantendo dimensioni, rischi e soprattutto lunghezza. In breve, i nostri eroi erano fermamente convinti che la grotta consistesse in una galleria più o meno pianeggiante che, sviluppandosi per chilometri e chilometri nelle viscere della montagna, li avrebbe condotti a Monte Mauro, ove si diceva esistesse l'uscita nella canonica dell'antica pieve. Vero è che nessuno aveva mai compiuto tutto il tragitto, ma anticamente, date le dimensioni del sotterraneo, si diceva che esso venisse percorso a cavallo. Una domenica mattina all'alba cominciò l'epopea. La vecchia Balilla di Walter trasportò i novelli speleologi fino a Borgo Rivola, seguita dalla Lambretta che sarebbe servita nella fase esplorativa. Ma, giunti a destinazione, si dovette constatare che purtroppo non si sarebbe potuto contare che sul caval di San Francesco poichè la caverna si apriva a metà di uno strapiombante dirupo, alto sul Senio un settantina di metri, e vi si poteva pervenire unicamente guadando il corso d'acqua e risalendo poi un ripidissimo e stretto sentiero da capre. La delusione fu presto superata e ci si adeguò alle circostanze. Si trasportò a piedi tutta l'attrezzatura e si iniziò l'esplorazione. In poche ore furono percorsi la galleria principale, i cunicoli, gli anfratti, furono discesi i pozzi disseminati lungo il percorso e si giunse ad un punto oltre il quale non si poteva assolutamente proseguire; una bassa ed angusta saletta sulle pareti della quale molti visitatori in passato avevano scritto il loro nome col nerofumo. Tra gli altri spiccava quello di Morning, il mitico speleologo triestino che per primo aveva esplorato le grotte della Vena del Gesso nella prima metà degli anni '30. In tutto la grotta misurava poche centinaia di metri e le difficoltà da superare non erano granchè. Un po' amareggiati, i "Vampiri" riguadagnarono l'uscita, ma qui li attendeva un'altra spiacevole sorpresa poichè durante la loro permanenza sottoterra si erano aperte le cateratte del cielo ed il Senio si era gonfiato paurosamente impedendo il guado. Sotto l'acqua battente, imbrattati di guano maleodorante dovettero costeggiare per un buon tratto il corso del fiume sfruttando precari e viscidi appigli a mezza costa del monte, finchè giunsero ad una passarella che permise loro di riguadagnare la strada ed i veicoli. A questo punto diamo la parola al dottor Giovanni Orlandi Da "IL FELSINEO" - ANNO 5.° - BOLOGNA, MARTEDI' 2 LUGLIO 1844.- NUM. 5, pag.37. NOTIZIE DI GUANO INDIGENO Da qualche tempo eraci nota l'esistenza dell'ammasso di escrementi di Pipistrello nelle vicinanze di Riolo. Ciò era stato a noi indicato dal Conte O.B. il quale non ha poi potuto procurarci un saggio di materiale che sarebbe sì prezioso per la nostra Canepa. Giunge adunque opportunissima la seguente lettera direttaci da uno de' più lodati corrispondenti della Conferenza nostra, e desideriamo che gli agricoltori se ne valgano con profitto. Preg.mo Signore .. mi prendo la libertà di comunicarle alcune notizie che ho, riferibili all'articolo "Sempre novità" & 4 - Un altro Guano", che ho letto nel N° 3 del suo giornale. Ella ne farà quell'uso che crede e sarò ben fortunato se potrà esserle di qualche utilità per un suo futuro articolo. Nel 1843 venni in cognizione che in vicinanza alla Città di Auxerre in Francia nell'antico Ducato di Borgogna, ora Dipartimento del Yonne, esistevano molte grotte piene di escrementi di pipistrelli, e che dagli agronomi di quei paesi erano usati per concimare le terre destinate alla coltivazione del lino, colzat, tabacco ecc. e che vi si trovano i vantaggi che si hanno dagli escrementi dei colombi. Contiene quel concime, come il Guano e l'escremento dei Colombi analizzati dai Sig.ri Fourcroy e Vauquelin, dell'acido urico in quantità ed a questo deve probabilmente attribuirsi lo sviluppo del gas fetido nella combustione della materia organica trovata nelle analisi dell'inglese Fleming. Trovai parecchi anni sono a Riolo. Distretto d'Imola, in riva al fiume Senio una caverna entro cui vidi esistere una grande quantità di escrementi di pipistrelli. L'esplorarla mi parve pericoloso. Vinta ogni difficoltà se ne avrà un utile che compensi gl'incomodi, e le spese? (Seguono notizie tecniche sui concimi di piccioni e pipistrelli) Persiceto, lì 3 Giugno 1844 suo dev.mo obbl.serv. Giovanni Orlandi da "IL FELSINEO", ANNO 5.° - BOLOGNA, MARTEDI' 27 Agosto 1844.- NUM. 13, pp. 99101. RIOLO Accogliamo colle più vive azioni di grazie l'interessantissima seguente lettera direttaci dall'egregio Sig. ORLANDI. Illustriss. Signore Nello scrivere la presente come me ne corre debito, trovo argomento convenevole all'esordire nel benevolo augurio di felicitazione ai bagnanti, e bevitori d'acque, ch'ella volle espresso nel Felsineo N. 9 del 1844. Ciò molto più s'addice in quanto che mi trovo ora io pure in questo Castello di Riolo nel novero di quei bevitori: a quale delle tre classi da lei indicate m'appartenga lascio ch'altri il dica. Certo si è che non corsero molti anni da che senza tema d'errare poteva essere ascritto alla prima, e buon per me che da queste fonti riebbi la perduta salute, come fu ad altri molti restituita, e come molti altri ancora la riacquisteranno ove ne' debiti modi, e con regole adatte facciano uso di quelle. Ma come in ogni mondana cosa trovasi il bene al male frammisto, così il beneficio che dalle medesime si ritrae viene di non poche amarezze asperso, e taluno s'abbatte nella noia, e nel disagio ove soli dovrebbe trovare il diletto, e la comodità del vivere. Non posso fare a meno di accennare per primo le improvide cure di chi regge coteste faccende giacchè concorrendo villici e poveri mediante tenuissimo contributo pagato al Comune, o per miserabilità affatto esenti, sarebbe dicevole procacciar modo che una tal folla stipata e per lunghe ore immobile attorno le fonti non impedisse agli altri, gravati ben a ragione di una tassa maggiore, l'accostarsi ed il bere alle medesime. Non è a tacersi delle prepotenze e soperchierie usate da quella birbesca indigena, ed anche esotica razza d'uomini, che con carretti, sedie ed altri argomenti, o sul dosso dei somari imprendono a condurre alle fonti e ricondurre al Castello i miseri forestieri per loro sventura caduti fra gli artigli di quell'indiscreta canaglia. Echi potrà avere parole confacienti ad indicare colla debita precisione la balordaggine di coloro, cui incombe il prestare rimedio a tali inconvenienti, nè di ciò si prendono alcun pensiero, benchè l'esempio di Recoaro, di Rimini, e di molti altri luoghi lo insegni sicuro e facile? Ben m'aveggo, o Signore, che senza volerlo il mio discorso trascorre per un campo ove non è messe per la mia falce, quindi m'affretto d'entrare nell'argomento, che deve essere lo scopo di questa mia. Le scrissi in altro incontro degli escrementi di pipistrello da me veduti in certa grotta di questi contorni, e mi è noto esserle stato da altri promesso un saggio di quel concime. Mi reputo ben fortunato di poterglielo trasmettere assieme alla presente, cui troverà uniti alcuni pezzi del solfato calcare formante la grotta stessa nonchè qualche vegetabile avente vita all'ingresso della medesima. Sono tentato accompagnare quelle cose con poche righe descrittive, e con alcune mie osservazioni, ma Dio sa quali riusciranno. In ogni ella se le vedrà comparire innanzi, ed ove siano rese di pubblica ragione, i dotti avranno a darne il giudizio, e quel ch'è peggio anche i non dotti. La sentenza de' primi benchè avversa mi sarà gradita, indifferente quella de' secondi o favorevole o contraria. Il monte su cui è posto il Castello di Riolo è al piede bagnato dalle acque del Senio. Seguendo il tortuoso corso di quel fiume alla distanza di ben quattro miglia trovasi alla sinistra un alto monte di natura gessoso, il quale staccandosi dalla giogaia dell'appennino con doppia diramazione si estende per una parte sino al Sentria. Nella prima delle dette località sta al monte sovrapposta la Parrocchia della Costa. Ivi salendo per disagiato sentiero circa un quinto di miglio arrivasi ad un'apertura a foggia di grotta, volta al lato del Nord-Nord-Ovest ammantata all'intorno di una ricca vegetazione, e che colla freschezza del luogo, e colla lusinghevole ombra invita ad entrar. Guai però all'incauto, che riscaldato pel lungo, ed incomodo cammino si espone senza le debite cautele a quella bassa temperatura. E' la grotta larga all'ingresso piedi 11 della nostra bolognese misura, ed alta piedi 6. Un lungo corridoio a guisa di loggiato tutto incavato nel solfato di calce, di cui componsi l'ossatura del monte dopo avere percorso in linea retta un tratto di piedi 52 volge a sinistra, e divenuto tortuoso, e più ristretto progredendo per lo spazio di altri piedi 70 conduce in ampio locale di forma rotonda irregolare, e di una prodigiosa altezza, dalla vetta del qualegemono continue gocciole d'acqua, le quali vanno a colare in diverse buche, che trovansi nel piano di quello stanzone. All'estremità del medesimo immettono altre più piccole gallerie entro le quali odesi un continuo gridare di pipistrelli, alcuni de' quali veggonsi alle volte percorrere la gran sala con replicati giri. Angusta è l'apertura di queste seconde gallerie, ed ineguale il piano, in cui s'incontrano spesse volte buche profondissime ripiene d'acqua, talchè rendesi assai pericoloso l'esplorarle al di là dei piedi 150 misurati dall'ingresso della grotta. Le pareti delle gallerie, e quelle dello stanzone nonchè il loro pavimento veggonsi ripiene di escrementi di pipistrelli in qualche luogo più asciutti, in altri bagnai ed a guisa di melma secondo la maggiore, o minore umidità del luogo, ed in diversa quantità secondo le varie posizioni, non avendo però potuto trovare una spessezza maggiore di oncie 6. Esaminata attentamente ogni parte di que' sotterranei ove, le pozzanghere e la troppa depressione delle gallerie non facevano impedimento fu anche a giudizio di pratici reputato facile, e certo l'averne da 20 in 30 sacchi imolesi corrispondenti a circa Carra 3, calcolato ogni sacco del peso di libbre 230 di quel paese. Dicasi pure per verità che quel giudizio può riescire assai fallace ed io sarei tentato a credere maggiore la quantità di quegli escrementi(*). In ogni modo trovato anche il mezzo dell'introdursi senza pericolo in quelle secondarie gallerie, e supposto assai lungo il corso, quel concime sarà piccola cosa, da non disprezzarsi però da chi lo ha vicino, e quindi lo può procacciare con poca spesa. Altri simili escrementi, ed in abbondante misura intesi trovarsi ne' sotterranei degl'antichi fortilizi di Castro-caro, e della Terra del Sole, luoghi non molto d i qui discosti, e chi sa in quanti altri siti delle nostre montagne ne esisteranno considerevoli ammassi, che noi trascuriamo per sola infingardaggine? Anche senza gli escrementi del pipistrello non vi sono forse in ogni parte di queste provincie tante altre materie atte alla concimazione, delle quali non si prende da noi alcuna cura? Pure tutto dovrebbe essere messo a profitto da un buon agronomo, e trarre dovrebbe vantaggio dalle più piccole ed abiette cose, da quelle ancora, che come lo sterco de' pipistrelli avranno forse il pregio di movere a riso li sciocchi, e gl'ignoranti. Convinciamoci una volta che non sono gl'ingrassi che a noi mancano, ma piuttosto l'industria e la solerzia del procacciarli. A comprova di ciò basterà il dire che un ricco possidente delle vicinanze di Riolo non sono molti anni che più per vaghezza di esperimentare cose nuove che per bisogno, o studio d'agricoltura fece uso in certi suoi canepari di alcune sacca di quegli escrementi di pipistrello da lui trasportati sul dosso di muli, e ne vide, mediante un ricco prodotto, un' effetto prodigioso, e veramente sorprendente. Non valse ad altri l'esempio, ed il restante di quel concime rimase nella grotta, ove quelle bestiuole lo vanno da secoli depositando, nè quel possidente, nè alcun altro del vicinato si diede briga di levarne in prò de' loro campi la benchè menoma parte, per quanto mi venne assicurao dal Signor Giacomo altro de' fratelli Neri di Casola Valsenio, proprietari della grotta stessa, dalla gentilezza del quale ottenni il poterla esplorare a mio talento, ed estrarre tutto ciò che a me piacesse. Onde non annoiarla con troppo lungo discorso, riserbo ad altra mia il darle contezza della formazione di quella grotta, dello stato geologico della medesima, nonchè della vegetazione riscontrata nelle interne parti come pure ne' limitrofi, o ne' sovrapposti terreni, notizie che forse potrebbero essere a taluno gradite. Ascrivo nel frattanto ce. Riolo. Il 12 Agosto 1844. Suo devot.mo oss.mo servitore Giovanni Orlandi da "IL FELSINEO", ANNO 5.° - BOLOGNA, MARTEDI' 3 Settembre 1844 - NUM. 14, pp. 108109. LA TANA DEL RE TIBERIO Eccoci di nuovo favoriti dal Sig. Dott. ORLANDI d'altre interessanti notizie come ci avea fatto sperare nella precedente sua pubblicata nell'ultimo foglietto. E' singolare però questa tana ove i pipistrelli hanno stabilita la loro residenza dopo un potentissimo come Tiberio. Che se Tiberio veramente vi tenne dimora, oh il luminoso esempio della miseria dei grandi che non lasciano traccia di loro esistenza che valga nemmeno gli escrementi d'un pipistrello! Illustriss. Signore Facendo seguito alla mia inviatale ultimamente da Riolo, le trasmetto le rimanenti notizie che risguardano la grotta da me esplorata, nella quale esistono gli escrementi di pipistrello, di cui ella ne ebbe un saggio. Quella grotta è generalmente conosciuta nei dintorni col nome di Tana del Re Tiberio, ed è probabile che qualche antico fatto storico abbia dato luogo ad una tale denominazione. La favola vi prese parimenti parte, e se non scrivessi a servigio di agricoltori, persone per indole e per bisogno dedicate al positivo ed abborrenti perciò ogni idealismo, le terrei discorso della reggia di quel Re che vuolsi esistere in quell'antro, e la più ricca parte trovarsi sotto il Monte-maggiore, culmine altissimo in cui veggonsi tuttora gli avanzi di fabbricato che nel medio evo serviva a militare stazione di vedette esploratrici d' ogni mossa di nemica schiera nelle sottoposte vallate; le narrerei della massiccia tavola d'oro tuttora esistente in que' regi alberghi, ed ella saprebbe come il fulmine colpì quel potente, che invano in que' sotterranei luoghi cercò fuggire la morte da indovini, a lui predetta. Queste ed altre baie le racconterei colà da molti narrate e dal volgo fermamente credute. A me null'altro parve vedere nella grotta stessa se non un grande serbatoio d'acqua naturalmente nel monte scavato, in cui vanno a colare le acque delle sovraposte pianure filtrando attraverso il solfato di calce di cui componsi il monte stesso e che conservate in profondissime buche a poco a poco facendosi strada per sotterranei condotti vanno ad alimentare le fonti della sottoposta vallata di Riolo, e fors'anco quella stessa solforosa del Rio-vecchio, tanto nota per salutari effetti. M'induce in quest'opinione l'avere più volte osservato, specialmente nelle vicinanze di Brisighella, che ove trovansi monti gessosi veggonsi costantemente larghe ed abbondanti vene di zolfo. Non valsero le praticate indagini a rinvenire questo minerale nel monte di cui ora parlo, ma troppo breve fu a ciò il tempo e disagiato il cammino. Migliori ricerche faranno senza dubbio cadere sott'occhio gli elementi chimici, che devono essere base alla formazione dell'acido-idrosolforico, di cui è sì ricca quella fonte. Erto, tortuoso e malagevole cammino di ben 80 pertiche dall'apertura della grotta conduce alla sommità del monte. Bello è ivi l'aspetto dell'orizzonte. La cresta del monte stesso si estende verso il mezzo giorno sino alle falde del Monte-Maggiore. A diritta dalla parte di S. E. balzi rovinosi, scoscesi dirupi, nudo gesso, nessuna apparenza di vegetazione. Al N. O. piano meno inclinato talchè vi passano le acque senza correre precipitosamente ne' sottoposti burroni, lasciando una conveniente umidità a quegli ammassi gessosi, quindi vegetazione floridissima e ricca oltre misura. Quella cresta di monte divide il nulla dal massimo delle speranze dell'agricoltore. Da entrambi i lati vi è gesso: sole poche goccie d'acqua che per la configurazione del suolo più a lungo rimangono in una delle parti bastano a produrre quest'immensa differenza. Molte volte mi risovenne del celebre Americano Franklin allorchè mostrava ne' suburbi di Wasington ai suoi compatrioti il campo di medica, ove le più verdi foglie davan a leggere - Qui fu concimato col gesso - Qui pure è gesso, ripeteva a me medesimo guardando alla dritta di quei balzi, ma gesso privo della umidità che rendesi indispensabile a fare sì che divenga favorevole alla vegetazione, quindi gesso in forma di nudo macigno, ove non vedesi erba verdeggiare. Uno sguardo alla sinistra mi convinceva essere il gesso stimolo potente alla vegetazione, e vera la massima di Franklin. Due vicini campi mi spingevano a due opposti giudizi. I concimi sono certamente cosa di molto pregio in agricoltura, ma lo è assai più la scienza del porli convenientemente in opra. Per avere una tale cognizione è necessario essere qualche cosa di più d'un bravo fattore. Ma torniamo alla nostra grotta che il tempo ne incalza. Quante riflessioni desta il di lei aspetto all'agronomo, ed al geologo, cui la divina provvidenza impartì qualche cosa di più dell'occhio. Il solfato di calce che trovasi all'ingresso di essa framisto a poca terra basta a nutrire alcune giovani quercie, rose canine, rovi, e felci estremamente rigogliosi oltre non poche altre minori piante. Pochi palmi più avanti ove la terra è minore la parietaria di un portamento gigantesco si presenta maestosa, e siede come regina del luogo. Inoltrandosi alcuni passi l'asplenium scoloprendium, il trichomanes, l'adiantum capillus veneris ed altre più piccole felci vegetano vigorose nel semplice solfato di calce che ivi apparisce estremamente umido. Avanzandosi qualche passo veggonsi soli muschi, e licheni che in breve si presentano meno fitti o privi di nutrizione, ed al di là dei piedi 20 dall'ingresso della grotta cessa ogni vegetazione e vano riesce il cercare indizio in quella. In ristretto spazio non presenta qui forse la natura una pagina sublime, in cui può l'occhio del filosofo leggere come molti de' nostri continenti in origine nudi sassi formati dal lento ma continuo lavorio delle madrepore, o dalla cristallizzazione di corpi metallici per chimiche decomposizioni, siansi col tardo volgere de' secoli vestiti di una ricca vegetazione partendo dal gelatinoso licheno e progredendo alle altre più complicate piante sino a dare ricetto, e nutrimento alla gigantesca quercia. Il giorno della mia gita fu l'8 Agosto; l'ora in cui toccai il limitatore della grotta la 6. pomeridiana. Il termometro di Reaumur esposto al N.E. segno' in quel giorno a Riolo nel mezzo di gradi +23 che fu il massimo ne' pochi giorni in cui cola' rimasi. All'ingresso della grotta ove batteva il sole volgente all'occaso il termometro segnava un grado assai maggiore: posto quello all'ombra segnò gradi +21.8 Collocato alla distanza di piedi 50 nell'interno della grotta gradi +15: a quelle di piedi 120 gradi +14 e finalmente all'estremità dello stanzone ossia alla distanza di piedi 135 segnava gradi +10.6. L'ago calamitato posto in un piano il meno imperfetto che si potesse a piedi 80 internandosi nella grotta diede moltissime oscillazioni, e con somma difficoltà si fissò al N. variando posizione di frequente, talchè può dirsi mai restasse fermo in un punto. Sarei perciò tentato a credere che nelle viscere di quel monte esistesse molto ferro od altri corpi metallici attraibili dalla calamita. Non azzardo dare sentemnza di ciò e confesso volentieri non essere questo un volo per le mie penne. La prego perdonare colla solita bontà la noia della presente, ed avermi sempre quale con vera stima, e colla maggiore considerazione mi pregio d'essere. San Gio. in Persiceto : Il 20 Agosto 1845. suo devotissimo osseq. servitore GIOVANNI ORLANDI
da "IL FELSINEO", ANNO 5.° - BOLOGNA, MARTEDI' 22 Ottobre 1844, NUM.21, pp. 163 - 166. GUANO INDIGENO Ecco un uomo come gli uomini esser dovrebbero. A che monte il ciarlare, in ispecie per l'agricoltura, quando l'operare non vi concorda? Il nostro pregiatissimo Dott.Orlandi non ha voluto soltanto darci ragguaglio del Guano, com'ho detto, indigeno; è ritornato alla miniera, ne ha levato alcune migliaia di libbre che meco divise proveranno col fatto se le previsioni sono giuste. Intanto egli ha svegliato in quella contrada una speranza di possedere una nuova ricchezza, oltre quella di essere dalla natura anco più largamente forniti ch'è non si pensavano d'acque saluberrime, e di eccitare in loro desiderio di meritare ognor più quel concorso e quel profitto che dalle medesime hanno causa. Ma la seguente lettera da lui cortesemente direttami, renderà il tutto più apertamente manifesto. Aug. Agl. AL SIGNOR C. B. P. Signore Allorchè ella pubblicò nel Felsineo una mia lettera in cui dicevale esistere nella Tana del Re Tiberio in Riolo circa carra tre di escrementi di pipistrelli, alcuni dubitarono della verità d i quel detto, e molti anche di coloro che soggiornando a poca distanza da quella avevano facile il disinganno non potevano persuadersi dell'esistenza di un ammasso così considerevole. Assieme alla presente ne vedrà arrivare per ora carra due di peso di Lib. 5712 Imolesi, per lo che ripeterò col sommo nostro Poeta "E questo sia suggel ch'ogni uomo sganni ". Come in Agosto ne ebbe per mio mezzo poche libbre forriere di maggiore quantità, così intendo che la partita ora inviatale debba aversi come anti-guardia di un corpo non tanto meschino, adesso non facile a levarsi da quella tana, ma che pure spero di estrarre sempre che la fortuna non si mostri avversa al mio divisamento. In questi monti le grotte ove albergano pipistrelli si moltiplicano per così dire sotto i miei passi. Ogni giorno ricevo indicazione di altra novella. Quest'impegno di farne ricerca, e rinvenute di prendersene cura, mi sembra ottima cosa da desiderarsi che ovunque si diffonda. Invito anzi gli agricoltori che le hanno vicine a trarne profitto, che non sarà certamente piccolo. Scrissi in quella lettera averne qui uno solo fatto uso: ora posso accertare che parecchi ebbero a farne prova benvchè pochi di numero. Fra' quali certo Signor Luigi Cardelli di Riolo può in un suo campo mostrare una bellissima siepe in terreno sassoso ed affatto sterile cresciuta oltremodo vegeta, e rigogliosa mercè una discreta concimazione con quegli escrementi. Ciò non mi diede meraviglia, poichè le poche esperienze sin qui da me fatte mi fecero persuaso che gli alberi e le piante legnose più di ogni altra traevano da quel concime una nutrizione veramente straordinaria, di cui non vidi sin qui esempio. Altri studi paleseranno la verità o la fallacia di quest'opinione. Il materiale per intraprenderli non è lontano, come taluno crede, e le spaziose volte del nostro S.Petronio ne dovrebbero a mio avviso somministrare bastante quantità a quelle esperienze. Il trarlo di colà risparmierebbe le non poche fatiche da me sostenute, ma non si avrebbero a compenso le piacevoli sensazioni occasionate dai vari accidenti cui diede luogo il mio viaggio non facile e spedito. Siccome Ella non vi prese parte, come me ne aveva dato lusinga, così vorrei che la presente potesse dargliene un'idea benchè imperfetta, perciocchè quantunque la mente sia tuttora ripiena di quegli avvenimenti veggo che per mancanza di facile maneggio del nostro bellissimo idioma male risponderanno le parole al concetto. Ammassati quegli escrementi nel limitare della grotta durante la notte del 22 e nel giorno 23 corrente, fu stabilito il dì 24 per farne la misura ed il faticoso trasporto al piede del monte e da colà in Riolo. Due birocci tirati da bovi, un somaro pel mio servigio, i bifolchi, i lavoratori della tana ed alcuni curiosi formavano con me la comitiva a ciò destinata. Benchè stemperata pioggia della notte avesse ingrossato il fiume che dovevasi passare a guado non meno di 12 volte, e resone pericoloso il passaggio, era generale il desiderio di porsi in cammino e molti ponevano in campo nuovi argomenti a togliere la dubbiezza dei meno arditi. L'ilarità ed una confidente persuasione trasparivano dal volto di tutti. Il dubbioso e freddo contegno trovato al mio arrivo in Riolo, conseguenza delle non bene intese parole espresse nell'esordio dell'accennata mia lettera, aveva presto ceduto il luogo alla più sincera fiducia. Lo scopo cui mirava il mio scritto fu dopo breve spiegazione inteso, e chi fu in quello punto ben conobbe il proprio fallire, e trovo miglior consiglio coprire con nuove lodevoli azioni il biasimo delle antiche. In questi monti un soffio di vento, un raggio di sole bastano a dissipare ogni più densa nube, e ben presto torna la serenità del cielo più bella di prima, all'opposto delle basse pianure ove nebbiosa caliggine ricopre spesse volte l'orizzonte, per non breve spazio di tempo. Coloro che pazzamente chiamano avanzo di rozza barbarie questa eccitabilità di fibbra, questa facilità di dare sfogo alle provate sensazioni, onde il presto rimettersi in calma allorchè la ragione riprende il dominio dell'animo, dovrebbero riflettere che una maggiore freddezza di mente avvezza al calcolare cova molte volte sentimenti più abbietti e più disonoranti l'umano consorzio. Allo spuntare dell'alba ci ponessimo in cammino traversando i monti finchè il comportò la località, indi venne parecchie volte passato a guado il Senio fra le risa ed i motti giocosi della brigata che traeva argomento di scherzo dal vicendevole bagnarsi, e dal dibattersi delle nostre bestie nella fiumana. Giunti in luogo ove più cupo ne è il fondo, la guida si vide ben presto immersa nell'acqua sino ai fianchi, e pronta tornò sulle prime mosse. Smontai allora dal giumento, e mi posi sopra uno de' carri mentre l'altro venne in un tratto occupato dai nostri: li stessi bifolchi vi si adagiarono alla meglio. Rimaneva a provedersi al passaggio del somaro e vi fu chi propose assettarlo con debito modo sopra uno de' carri e così tragittarlo allorchè noi fossimo giunti all'opposta riva; nè il caso sarebbe stato nuovo poichè tal volta furono visti altri somari tirati da bestie non molto a loro inferiori. Qualcuno avrebbe forse veduto nel preso espediente l'effetto del progredire de' lumi in questo secolo, ma io considerai non essere ragionevole che un bue debba aversi da meno d'un somaro, ed opponendomi a quella proposta sentenziai senza che fosse luogo ad appello eguale dover essere la condizione delle due bestie, eguale quindi il modo di guadare il fiume, lo che fu fatto fra le risa de' riguardanti che di quella povera bestia non vedevano che la testa colle lunghissime orecchie, e la schiena fuori dell'acqua. Quanto doveva essere allora maestoso il passare del nostro convoglio. In quello sterminato lago i birocci ingombri d'acqua oltre la metà, colle bestie nuotanti a fatica nel liquido elemento avevano l'aspetto di grandi conchiglie tirate da cavalli marini, e la mia cavalcatura poteasi facilmente scambiare in un delfino. Non mancavano tritoni ed altri ceffi albergatori di marini antri nel secondo carro. Il mio vecchierello bifolco col capo coperto di una specie di pileo romano se ne stava colle gambe in aria per bagnarsi il meno che potesse, ed io benchè seduto sopra un grosso sacco di fieno era costretto seguirne l'esempio. Nè ciò bastava, e l'acqua si faceva strada per ogni verso, del che si rideva, e quel riso poneva in bando ogni timore. Il vecchierello auriga esso pure col suo dire ci faceva ridere: con certe sue rusticane frasi sforzavasi a persuaderci che l'acqua, il fuoco, le più strane vicende degli elementi erano buoni a qualche cosa poichè tutto veniva da Dio. Pensava forse costui al guadagno che da quel viaggio avrebbe avuto la di lui famiglia ma senza saperlo diceva una sentenza vera, e giusta, addimostrante la fallacia dell'umano giudizio che tutto vuol spiegare anche al di là del corto nostro vedere. In quel replicato attraversare il fiume non mancò l'infuriare de' venti, e lo sconvolgersi delle onde poichè in uno di quei passi, ove di contro a Rivolaaltissimi montifanno argine al Senio, grossi sassi ne ingombrano il letto, ed il vento reso forte fra quelle strette increspando la superficie delle acque contro quelli spingeva le onde, ove battendo impetuose e spezzandosi con violenza ne veniva tale frastuono, e tale vista da rendere spavento a chi vi era in mezzo. Passava allora cavalcando il mio giumento, e riguardava attento quel ratto succedersi delle onde delle quali una impetuosa, e rumoreggiante incalzava con ordinato metro l'altra ed osservava come la cedente fatta silenziosa, e dimessa corresse la china confondendosi con quelle che la precedettero, colle quali andava placida a lambire grossi macigni che in riva al fiume uno all'altro in varie foggie sovrapposti danno miserabile albergo a pochi infelici colà occupati alla fabbricazione del gesso. Il giorno, l'ora presta del mattino mi facevano correre col pensiero alla festa di Persiceto, ove nelle ricche sale di quel pubblico palazzo in quella stessa ora, con simile rumore allegri danzatori movevano forse i passi al suono di svariati instrumenti: persone diverse di sesso, di età e di social condizione aggiravansi in quel luogo reso sacro al piacere, ed il lieto loro conversare raddoppiava quel rumorìo, e rendeva più gradita allo spettatore la festa. Ne' passati tempi altri danzanti e spettatori non meno allegri percorsero quelle sale, le quali dopo breve volger d'anni verranno occupate da altri nuovi pei quali i presenti saranno posti in fuga. L'onda strepitosa è incalzata da un'altra cui cede il posto correndo ratta e tacita verso la china: la giovanile età spinge avanti la virile, e ne prende il luogo: una generazione urta contro l'altra, e la costringe ad affrettare il corso verso la foce della fiumana della vita finchè arrivi a quel mare ove più non hanno potere il vento, e la tempesta. Le agitate onde del Senio mi davano esempio della certa instabilità delle umane condizioni: mi era purforza il conoscere che Dio solo è grande ed ogni altra cosa di quaggiù piccola, e da poco, per quanto noi e coi vocaboli, e col fare ci sforziamo di persuadere noi stessi ed altri del contrario. Il restante del viaggio ed il ritorno a Riolo, fattosi oramai sgombro dall'acqua il fiume, avvenne tranquillo. Fu una vera festa il nostro arrivo al Castello con quei due birocci non bastevoli al trasporto, avendone dovuto rimandare uno per caricare il rimanente. Tutti volevano vedere quelle sacca, toccare quegli escrementi. Non potevano persuadersi che tanta quantità se ne fosse potuta raccogliere. Gioivano questi buoni Riolesi allorchè assicurava loro che moltissima ancora ne rimaneva sepolta in quelle caverne e che il levarla lo avrebbe fatto guadagnare qualche scudo. Spero che vane non riesci ranno le mie parole. Ove anche mancasse o fosse poco quel lucro, la Divina Provvidenza concesse perenne ricchezza a questo fortunato luogo, del qual favore gli abitatori si rendono sempre più meritevoli. E chi non vi vide le ampliate, comode e decorose abitazioni che rendono costì agiato, e piacevole il soggiorno? A chi non è noto quanto poco spendo porti il viverci decentemente ove vogliasi in ispecial modo porlo a confronto di quello maggiore che rendesi necessario in altri consimili luoghi? Bisognerebbe essere ingiusti per non retribuirne della debita lode i Riolesi, nè io voglio in ciò peccare. Inconvenienti esistevano e gravi ma non di questa specie: per il primo, e colle speranze di miglior avvenire li resi pubblici e palesi. E basterà l'averli accennati pervederli tolti, chè ne ho fiducia dal conoscere per lunga esperienza da quali sentimenti siano mosse queste industriose, e cordiali genti, e quanta cura si prenda della cosa pubblica il Magistrato del Municipio. Qui fermerassi il mio dire non la materia del discorso. Troppe cose mi resterebbero a palesare ove tutto volessi accennare di ciò che un giorno porterà utilità al paese, decoro alla Provincia, sollievo all'umanità. Più opportuno incontro e più acconcio scritto mi faranno tornare sull'argomento ed allora vedrassi come al Rio de'Bagni antichissima sede delle acque medicamentose di Riolo, sola atta a tenersi salda contro l'urto di geologiche vicende alla distanza di non più di 130 passi dall'attuale fonte della marziale, salendo il fiume, altra ne esista ora appena dalla natura accennata, la quale ove fosse come a me parve ricca di ferro dovrebbe essere presto attivata a maggior comodità de' numerosi concorrenti. Si dirà pure come colà furono in remoti tempi bagni salubrissimi, i quali possono esservi di nuovo allorchè facciasi capitale di una fonte solforosa ora spregiata solo perchè altre ne esistono più ricche di medicamentosi principii (1). Altri conoscerà ancora come l'uomo oppresso da certe morbosità possa prevalersi a guisa di fanghi della melma argillosa-calcare che impregnata di abbondante gaz-acido solforoso viene ad intervalli, secondo il variare delle meteorologiche vicende, vomitata da 5 piccoli vulcanetti che trovansi nel letto ed alle sponde del Rio Sanguinario nella Parrocchia di Bergollo a poca distanza da Riolo, e si accennerà come quella marna alluminosa, di cui in quest'anno il solo vulcano che sta nel mezzo del campo vicino al Rio ne vomitò più di 20 carra condotta con debiti modi al Castello e colà con opportuni metodi resa, e mantenuta calda aggiungendovi all'uopo acqua solforosa, possa dare vita ad uno stabilimento termale da non lasciare fra noi desiderio de' tanto celebri fanghi d'Abano. Queste cose che spero saranno gradite a tutti coloro cui sta a cuore l'esonerare queste Provincie dal peso di estere contribuzioni verranno diffusamente da me esposte in tempo più adatto, e con apposito scritto sempre che al volere rispondano le poche forze dello scarso ingegno, nè facciano inciampo le noie di altre occupazioni meno grate ma necessarie. Mi abbia intanto quale ec. Riolo il 26 Settembre 1844. Umiliss. Dev. Servitore GIOVANNI ORLANDI. |
| Fig. 2 - La Tana del Re Tiberio in un'antica cartolina casolana. |
| Fig. 4 - FLa cima di M. Mauro, coni ruderi della rocca, vista dal sagrato della pieve (in primo piano il campetto perle bocce), in una cartolina deglianni'20. |
| Fig. 5 - La rupe di Monte Tondo, con la Grotta del Re Tiberio, in una xilografia di Serafino Campi del 1929. |
Speleo GAM Mezzano (RA)