AA. VV. - IPOGEA, numero unico del Gruppo Speleologico Faentino 1988/1993 - Faenza - 1993
  

LA PROFONDA STORIA DELL'ABISSO F. 10

L'Abisso F. 10 si apre a quota 400, al fondo di una modesta dolina situata poco a nord della cresta sommitale della Vena del Gesso tra Monte Mauro e Monte della Volpe.

Noto da tempo, l'ingresso era però completamente ostruito da terra e detriti. La posizione lasciava comunque ipotizzare prospettive estremamente allettanti. Vediamo perché: sotto la Sella di Ca' Faggia - che separa M. Mauro da M. della Volpe - si sviluppa il complesso carsico Rio Stella-Rio Basino, imponente traforo idrogeologico che passa la Vena da parte a parte con uno sviluppo di circa 1.5 km, compiutamente esplorato dal G.S.Fa. nel 1964. Il collettore che attraversa l'intero sistema, prima di tornare a giorno con la Grotta Sorgente del Rio Basino, riceve due grossi affluenti, uno a sifone in sinistra idrografica ed uno a cascata, con sovrastante strettoia impraticabile, in destra; entrambi di provenienza ignota ma con bacini d'assorbimento certamente molto vasti, a giudicare dalla portata. Non essendo possibile risalirli in alcun modo (vari tentativi, tutti infruttuosi, erano stati fatti più volte sia nel sifone, sia nelle parti in frana sovrastanti l'affluente a cascata), ci si era convinti che bisognava cercare dall'alto, attraverso qualcuna delle cavità assorbenti. Fin dai primi anni '80 il Gruppo aveva quindi iniziato una minuziosa campagna esplorativa sulla cresta di Ca' Faggia e sulle pendici adiacenti, scoprendo e rilevando una lunga serie di buchetti - tutti siglati con F. - di sviluppo e caratteristiche diverse (da fratture tettoniche più o meno complesse a paleo-inghiottitoi), ma accomunati dal fatto di non "sfondare" verso il basso. L'abisso F.10, reso accessibile da un lungo lavoro di disostruzione, ha invece segnato la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra. Certamente è la tessera fondamentale di questo laborioso mosaico, anche se un collegamento con il sottostante Rio Basino è stato finora appurato solo per via idrologica, tramite colorazioni con fluoresceina. L'acqua dell'F.10 è la stessa che scaturisce dalla fessura dell'affluente di destra idrografica, quello che si getta nel Basino con la notissima cascatella.

Ora le esplorazioni nell'F.10 sono giunte a -210 circa. Solo una trentina di metri di dislivello ci separa dal letto del Basino. E le morfologie osservate nel tratto terminale del primo sono le stesse che si trovano nel secondo. Inoltre: il corso d'acqua dell'F.10 è forse il vero collettore principale della zona ad est del Rio Stella, viste le numerose confluenze, anche tramite sifone, osservate all'interno dell'abisso. Ancora: un collegamento diretto tra F. 10 e Grotta del Rio Basino porrebbe il sistema al primo posto assoluto - nel mondo - per profondità in rocce gessose. Ma al di là dei primati - che solo le future esplorazioni potranno confermare o meno - questa rimane forse la più importante esplorazione svolta dal Gruppo faentino nella sua storia. Il lettore perdonerà quindi, speriamo, la lunga serie di relazioni che segue e vorrà giustificare noi, come Manzoni, perché se "fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s'è fatto apposta".

10.11.90

Le cose che ricordo meglio sono la fatica di convincere qualcuno a seguirmi a scavare e il desiderio che fossimo noi stavolta a "trovare qualcosa". Questo tarlo mi ha sempre accompagnato, anche quando Andrea ed Enzo si sono stancati di tirar su solo sassi e terra.

Rimasto solo, ho continuato a scavare: quando avevo un pomeriggio libero andavo all'F10. Il tempo era scandito dai sacchi, 15 minuti per sacco (salire, svuotare, scendere), 1 ora per 4 sacchi e così via. Per fortuna la mia testardaggine è riuscita a commuovere anche gli scettici Marco, Stefano O., Stefano B., Roby, e diventiamo così un gruppo di scavo.

Un pomeriggio, risalito per l'ennesima volta dal buco, confido a Marco la mia delusione: "Per me li sotto non c'è proprio niente". Contemporaneamente Stefano mi chiama, perché c'è un grosso sasso da tirare su e ha bisogno di aiuto

Scendo, ma non vedo nessun sasso, c'è solo Stefano con lo scalpello in mano, piantato per metà sul pavimento della saletta terminale.

Mi guarda in modo strano, solleva di colpo lo scalpello e dal foro si innalza una nuvoletta di polvere. E' fatta, soffia! e anche forte. Chiamo Marco, e sopra quel foro soffiante ci diciamo: "C'è, è li sotto e da qualche parte andrà"

Sì, da qualche parte andrà.

Gianni Ricci

Grazie, Fatina delle grotte.

Quando il colpo d'aria mi investe la faccia i miei pensieri vanno a Babbo Gianni e alla sua tenacia.

E' la prima volta che vengo a scavare nel buco di Gianni. Lui invece ci ha passato l'estate, e quasi sempre da solo. Alcune volte anche in compagnia di qualcuno che non aveva di meglio da fare, ma lui era l'unico che credeva veramente in quella disostruzione. Anch'io del resto quel pomeriggio ci sono venuto più per curiosità e per stare in compagnia che per cercare nuove avventure, ignaro che avrei dato vita all'esplorazione che il Gruppo ha cercato da sempre.

Non è la prima volta che mi capita di risolvere una disostruzione o una strettoia aprendo la via ad esplorazioni che soprattutto altri stavano cercando. Prima venne Mamma Gracchia, nell'87 al campo dei bolognesi, poi il Ramo delle Piene al Corchia, ancora con i bolognesi, poi il Ramo delle Meraviglie all'Acquafredda (mamma mia cosa ho mai fatto!), sempre con i bolognesi. Nell'89 arrivò il Milazzo ed ora 1'F10. Gli amici dicono che porto bene, quelli invidiosi che ho del culo. Io, non ritenendo di averlo tanto bello, non posso che ringraziare la Fatina delle Grotte, a cui ogni tanto sono stato simpatico.

Stefano Olivucci

12.11.90

In tutt'altre faccende affacendato, alla mia donna dolcemente abbracciato... suona il telefono; sono gli "amici" da Faenza: "l'F.10 è esploso, ci aspetta domani sera al solito posto, non devi mancare!!!". Metto giù la cometta e capisco di essere anch'io caduto nella trappola; perché non può essere altro se mi cercano fino ad Ancona per andare in grotta il lunedì sera.

L'indomani, alla Sella di Ca' Faggia, si ritrova una folta schiera di gente: io, Marco, Vincenzo, Gianni, Enzo, Moviola e l'inviato speciale da Reggio Ernilia, Bax. Che le cose non sarebbero state facili lo si era capito subito quando le tre auto si sono miseramente piantate nel fango della strada, costringendoci ad una indesiderata scarpinata; ci rassegnamo, poi, alla sorte quando Gianni e Vincenzo vengono respinti dalla strettoia d'ingresso.

Scendiamo baldanzosi il P. 10 su cui Marco e Moviola si erano fermati sabato scorso e, non volendo fare la fine degli altri due, provvediamo prontamente e disostruire la strettoia sul fondo: tira un'aria bestiale!! Moviola si incunea nella "SSS" e ci ulula di essere su un pozzo, largo stavolta. Gli passiamo scale, corde, mazzetta, Bosch, e Marco. Momenti di vibrante attesa e si sentono altri ululati dieci metri più in basso; altro pozzo, con sala. Giù tutti!!!

Il P.12 è bello largo, eroso e continua pure verso l'alto; ora sì che comincia ad assumere le sembianze di grotta, come dimostra anche l'onnipresente fango. Atterro sulla frana che pavimenta la base dei pozzo, mentre M & M imprecano cercando fra i massi la via giusta. Il solito sassetto che ruzzola ce la indica, ma non sembra essere molto invitante; spostiamo i soliti sassoni e dalla strettoia che ne nasce esce il mio nome: "Roby, tu l'hai trovata e tu la provi". Da sotto, la visuale è angosciante, ma lascio perdere e proseguo la discesa nel macignodromo, seguito dagli altri che con passo felpato cercano di non molestare questa che ha tanto l'aspetto di una frana-appoggio. Striscia qui, striscia là, sposta questo, sposta quello, ci ritroviamo in un cul de sac, ma l'aria forte e abbondante viene dal pavimento. Allarghiamo l'ingresso del nuovo pozzo, eccitatissimi perchè i tre secondi che i sassi impiegano a raggiungere il fondo ci fanno sentire il Basino più vicino. Srotoliamo gli ultimi trenta metri di scale e quaranta di corda: speriamo che bastino!! Moviola prende iniziativa, discensore e corda e scende scaricando a più non posso dai terrazzini iniziali, poi il silenzio. Dopo un po' riprende ad ululare e capiamo solo che è arrivato in fondo e va a vedere come prosegue. Nell'attesa, freddo, fango e sonno si fanno sentire e quando Movie, ritornato fra noi ci parla di P.30, di terrazzo, continuazioni varie, fango ed aria, soddisfatti decidiamo per la ritirata.

Ci rendiamo subito conto che FF. 10 visto dal basso è bruttissimo e rognoso come nessun'altra grotta nel gesso; la trappola sta scattando fino in fondo.

La disfatta completa si ha a dieci metri dall'uscita, dove per risalire in libera il "Rotolmarket", uno sfigatissimo saltino di tre metri ormai infangato dai primi già saliti, impieghiamo, in tre, un'ora.

Sono le 2.30 di un fangoso martedi notte; l'ora del riscatto è giunta e istintivamente, con un maligno pensiero, sappiamo a chi dedicare la grotta.

Roberto Evilio

17.11.90

Il pomeriggio di sole invoglia molti ad un veloce ritorno alla superficie: prima la Pat, dopo essere planata in braccio a noi nel primo saltino da 3m, decide che per almeno altrettanto tempo non metterà piede in grotta; poi la SSS ferma Biagio, Vincenzo e come al solito Gianni, mentre i duri proseguono verso il Basino. Raggiunto velocemente il fondo del P. 30 si scende per un altro saltino (7-8 m) fino ad arrivare a quello che si rivelerà il primo fondo della grotta. Il meandro che da lì prosegue non va da nessuna parte, come pure una prosecuzione con tanto di cascatella individuata dalla parte opposta. Si inizia a risalire, ma prima una occhiata alla cengia mediana del P.30 si rivela essere la mossa vincente. Infatti un bellissimo P. 15 con due biforcazioni apre la strada verso l'agognato Basino, chiudendocela subito in faccia con una fetida strettoia. La stanchezza comincia a farsi sentire, il fango accumulato sui vestiti e sui sacchi fiacca gli animi e qualcuno dà segni di cedimento. Il ritorno della Laura sarà la dimostrazione che "i vecchi" avevano ragione: "Le donne devono stare..."

Marco Sordi

20.01.91

Ancora sotto l'influsso inebriante della sbronza notturna, io, Moviola e la UAZ ci ritroviamo a rimirare il paesaggio invernale della Sella di Ca' Faggia: siamo indecisi, molto indecisi!

Dopo aver sparlato e deriso chi è rimasto a casa, Moviola, in preda ad una crisi mistica, fa esplodere uno "sciupò" propiziatorio: i giochi sotterranei hanno inizio. La meta è la strettoia sotto il P. 15. Quando ci arriviamo l'aria che ne esce è tanta, troppa perché di là non vi sia nulla di buono e sempre troppa per restare con le mani in mano, visto che si gela.

Con Bosch e punciotti ne scalziamo l'ingresso, poi le batterie danno forfait ed il restante metro lo attacchiamo con i mezzi convenzionali: mazza e scalpello. Dopo un paio d'ore Moviola decide di provare e riprovare finché, bestemmiando, ne viene sputato al di là: lo sento ancora imprecare per un po'... poi tanti, tanti ululati. Continua! Ancora qualche colpo di cesello alla "Saddam-urì" e raggiungo Movie nella nuova via, bella, larga, alta, meandrosa senza fango. Arriviamo sull'orlo di un pozzetto, i due neri occhi di due grossi meandri. Il primo si insabbia dopo poco, l'altro invece va... va sull'orlo di un nuovo pozzo con cascatella; ci rallegriamo e nello stesso tempo rimpiangiamo di aver seguito il vecchio detto propiziatorio che invita ad andare a scavare senza materiale da progressione, dato che ora siamo senza scale. In preda alla frenesia e all'incoscienza in qualche modo riusciamo a scendere al piano inferiore; nella saletta il torrentello viene ingrossato da un affluente che risaliamo fino ad una sala con un altissimo camino e tante altre diramazioni che percorriamo come forsennati. In un attimo di quiete incrociamo gli sguardi allucinati e decidiamo di lanciarci a capofitto sul corso principale, quello che va al Basino!

Ritorniamo sui nostri passi e percorriamo per un po' una bella galleriotta di interstrato, poi il torrente si inabissa in un fondo meandro che pian piano si restringe fino a fermarci: delusione! Tornando indietro ci accorgiamo che l'aria viene dalla parte alta del meandro; un delicato traverso sul marcio e siamo nel largo stralargo: mai visto nulla di simile! Altri due pozzetti vengono arrampicati, ma il terzo, liscio e profondo ci dice che il Basino lo vedremo un'altra volta. Per ora dobbiamo accontentarci...

Risaliamo sognando e sogghignando per lo scherzo che la natura ci ha giocato e non ci accorgiamo di essere fuori se non quando sbattiamola faccia nel muro di gelo di questa notte di gennaio.

L'IKAM sembra abbia preso fuoco da quanto fuma ed è uno spettacolo starlo a guardare. Così come è uno spettacolo il mare di nebbia che sotto di noi avvolge la piana dove ora andremo a suonare il pernacchiometro. IKAM.

Roberto Evilio

27.01.91

Uscita lampo di due matti che arriveranno in uno degli angoli più belli della grotta, camminando su una splendida forra fino alla grande colata di candida calcite che porta in una saletta di rara bellezza; ma l'aria si è persa, la si ritroverà prima di questo pseudo fondo e li sarà la chiave per proseguire... il ritorno è più massacrante del solito; andare in due, io e Ivano, in punta, in una grotta come questa, è cosa da uomini grandi...

Claudio Carboni

3.2.1991

Anche questa volta non siamo soli, siamo riusciti a tirare dentro Mario Vianelli. Dalle informazioni che ci lasciano Ivano e Carboni sembra che andremo a risolvere altre grane: l'unica possibile prosecuzione da loro adocchiata - una strettoia con forte corrente d'aria - e la scomparsa di un laghetto. Prima della coppia Ivano & Carboni solo io sono passato da queste parti (siamo nella galleria a - 140 m) e ho fatto i salti mortali per superare un laghetto, pure profondo, e sembra che ora il lago sia scomparso.

Va be', entriamo pure.

Scendendo mi becco tutti i possibili improperi da Mario per averlo trascinato in una fangaia, "che lui ormai non è più adatto per queste cose". E in effetti lo vedo un po' fuori luogo: si muove inorridito con la stessa schifata gestualità di Gatto Silvestro finito a mollo in un fiume. Per sua fortuna (e per mia) arriviamo presto nelle nuove zone fossili della grotta, terminano così le smorfie ed inizia l'esplorazione.

La strettoia che Ivano ci ha segnalato è veramente stretta e quindi non la prendiamo subito sul serio. Poi si trova in uno sfondamento della galleria e di sfondamenti ce ne sono altri, quindi si guarda altrove.

Giungo nel posto dove avevo attraversato il laghetto ed in effetti il laghetto non c'è più. Ovvio dunque che si perda tempo a studiare bene i vicini sfondamenti della galleria, applicando la tecnica badiniana "bisogna mettere il naso ovunque ci possa arrivare". E infatti troviamo la serie di strettoie, percorribili senza disostruzione, che ci porta al piano sottostante, in una galleria tra le più belle che ho avuto occasione di vedere nei gessi. E' incredibile il contrasto tra la parete di sinistra, di gesso pulitissimo , e quella di destra che è una colata di calcare biancastro degno della Grotta Grande del Vento, sicuramente generata dalla perdita del laghetto al piano superiore che, con incredibile fortuna, avevo visto in piena. Più avanti ritroviamo il corso d'acqua; si butta in un saltino che scendiamo arrampicando su grosse stalagmiti (ma siamo a Sella di Ca' Faggia o a San Vittore?). Poi ancora un pozzo da dieci (su scala, non esageriamo) e ci troviamo a percorrere il torrente in un tratto pianeggiante. C'è fango, non è più la grotta di prima. Un altro saltino e la grotta stringe. Fregati! Il Casio segna -187 m e l'aria non c'è più.

Allora si torna indietro, poi, seguendo l'aria e disostruendo una strettoia dal basso verso l'alto, giungiamo di nuovo in ambienti fossili. E' un meandro molto alto e noi siamo su una frana sospesa. Troviamo il modo di scendere fino a ripercorrere il torrente e lasciarci la frana alle spalle. E' fatta: siamo a -190 e la grotta prosegue nel largo con aria. Ci sembra proprio un buon modo di far terminare un capitolo.

Stefano Olivucci

16/17.02.91

E' di nuovo sabato e come già da tempo accade siamo qui sulla Sella di Ca' Faggia: obiettivo F. 10, alias Basino. Questa volta, dopo aver distrutto il nostro amico Vianelli del G.S.B., abbiamo invitato l'Antonio di San Marino. Delle quasi 20 ore impiegate, per lo meno un terzo è stato speso da Moviola a convincerci che camminare per mezz'ora in mezzo metro di neve per entrare era cosa non dannosa, anzi romanticamente gradevole. Ivano e OrtoStefano, appena messo il naso dentro, decidono che fuori è meglio e mentre Vittorio aspetta che "Enzo Express" gli recapiti l'imbrago dimenticato, Antonio, attardato dalla rinuncia degli altri due, tenta di raggiungerci da solo mentre rileviamo fino al fondo: verrà recuperato da Vittorio dopo un "cascatone" nel primo meandro sospeso. Una volta riunito il gruppo, si prosegue fino al collettore trovato la volta precedente, solo per scoprire che, pochi metri dopo che Moviola e Vittorio si erano fermati per non farci troppo arrabbiare, una strettoia allagata equivale alla parola fine, almeno per stavolta.

La risalita, oltre alla solita fatica, non dice nulla di nuovo, ma l'uscita di prima mattina con almeno 10 gradi sottozero, ci farà gridare vendetta nei confronti del cocciuto capo spedizione... la prossima volta sarà affogato nella neve!

Marco Sordi

1/2.06.91

Quattro mesi sono trascorsi dall'ultima uscita. L'F.10 ha ormai fama di grotta da duri (o coglioni); questa volta nonostante i tanti inviti diramati, il "tripataca" riesce ad incastrare solo OrtoStefano. La tattica questa volta cambia: anziché seguire l'acqua si tenta di seguire la sommità del meandro che si raggiunge salendo anziché scendere dalla sala "Vianelli". Qui si entra in un altro mondo, meandri che si intersecano, che si scendono, si salgono, si traversano e poi... le corde sono finite, ma non la voglia di andare avanti perché la direzione ,e la morfologia della grotta dicono "Basino". Anche Roby, accidenti a lui, è dello stesso parere, ma dopo numeri di equilibrismo e aeree arrampicate ci ritroviamo ascendere con gli ultimi spezzoni di corde annodate un P.25 doppio con cascata. Il successivo pozzo, che non scendiamo per mancanza di materiale, ci impone una profonda riflessione sul nostro penoso stato. Infatti siamo in grotta da molte ore (non si sa quante, anche per la mancanza di orologi); un'occhiata al sacco viveri ci getta nello sconforto: abbiamo solo farina da polenta che, nonostante l'impegno culinario profuso da Moviola, si dimostra una vera porcheria; non sarà stato per lo zucchero?

La risalita inizia con la lapidaria dichiarazione di OrtoStefano "Sono alla frutta", al ché decidiamo che il più in forma dei quattro (Moviola) deve tentare il tutto per tutto: risalire leggero e veloce per comunicare a Babbo Gianni, in contatto radio e ansioso di notizie, che va tutto bene e non c'è da preoccuparsi (forse). Intanto i tre po-lentoni, ormai al buio, anche mentale, risalgono penosamente verso la luce ma un'ultima sorpresa li attende. La luce se n'è andata ormai da un pezzo, sono le 22,30 di domenica, siamo in grotta da 30 ore e "macaco" Stefano, dopo aver vinto l'ultima disperata battaglia con il sacco, può finalmente bere a volontà la birra offerta da un'ignota (!?!) fatina all'uscita della grotta.

Anche stavolta l'abbiamo fatta grossa, ma scopriremo poi che il bello deve ancora venire.

Marco Sordi

12/13.10.91

L'Armata Brancaleone che si presenta al cospetto dell'IKAM questa volta è ben nutrita: io, Marco, Movie, Sandro, Vittorio, Luigi e Carboni di Faenza, Morelli ("Majal") di Ferrara, Giove di Jesi, Antonio di San Marino e Sandro Zanna di Bologna; ce n'è per tutti i gusti. Sotto, al Basino, ce ne sono altri sei che aspetteranno la fluoresceina, il fumo e noi (siamo ottimisti!). Con Vittorio e Sandro Zanna apro le danze per andare a rilevare l'esplorato precedente. A -150 nei traversi che seguono il triclinio, l'ottimismo e il buon umore mi passano di colpo: una fetida lama di gesso che ci aveva retto l'altra volta, cede e mi fa volare un metro e mezzo più giù, quanto basta per far schioccare la spalla destra la cui mano si era chiusa in un sicuro appiglio. Il dolore lancinante si attenua dopo dieci minuti e, fiducioso, riprendo il rilievo. Considerazione del momento: il pezzo più merdoso è alle spalle; davanti, se tutto va bene, c'è il Basino con le sue gallerie, tanto vale tentare. Proseguiamo i lavori fin sopra la risalita del meandro poi, dopo una sosta ristoratrice, il braccio non si muove più e fa un male bestia: bloccato. Non resta che attendere i rinforzi che non dovrebbero tardare molto.

Roberto Evilio

Fine settimana dedicato all'esplorazione sociale. Siamo tanti, troppi per una punta all'F.10, ma prevale la voglia di portare in grotta tutti. Arriveranno nel pomeriggio anche Mopak e il Bassi di Reggio. Roby forma la prima squadra per il rilievo e "apre le danze", io e Marco ci portiamo dietro "il gruppo" spendendo un po' di tempo per far passare ai grossi le due strettoie impegnative ed arrivare nel meandro fossile a -150. Sul primo traverso noto, senza però darci troppa importanza, che il passaggio mi sembra più difficile dell'altra volta. Il perché lo scopro dopo pochi minuti quando raggiungiamo i tre "rilevanti": nel traverso ora manca una lama che era un ottimo appoggio per il piede destro. E assieme alla lama se n'è andata anche la spalla destra di Roby. Il muscolo, sembra. Per uno strappo, cercando di rimanere appeso all'ottimo appiglio per la mano destra. La sicura del traverso in quel punto era lenta e lui avrebbe sbattuto contro la parete del meandro: non si è fidato a fare il volo o l'istinto lo ha fregato. Sta di fatto che ora il suo braccio non si muove e se si muove lo fa con forte dolore.

Non ci resta che dichiarare Roby "zona disastrata".

Assieme a lui studiamo bene la situazione: il suo stato psicofisico è ottimo ( da fermo la spalla non gli fa molto male ) siamo a -150, nel largo, ad un passo dalla zona di esplorazione dove c'è un pozzo da scendere e forse ad un passo dalla risorgente del Rio Basino dove altri sei ci stanno aspettando.

Decidiamo che una squadra si lancia in punta e che si dovrà arrendere alla prima seria difficoltà. Roby nel frattempo, accompagnato da altri, cercherà di muoversi nella galleria per valutare bene le sue condizioni. Partiamo.

Scendiamo il pozzo. Prima difficoltà: è sotto cascata e ci si bagna. Percorriamo una galleria per poche decine di metri e ci scontriamo con una strettoia sul corso d'acqua, dovuta ad una grossa lama di gesso. Oltre, si vede una saletta e... un sifone. Non importa. Bagnandomi riesco a passare. Si, è un sifone, ma sopra c'è possibilità di proseguire. Arrampico ed entro in una zona di frana. Marco mi raggiunge e assieme proseguiamo fino ad affacciarci su di un nuovo pozzo di circa sei metri. Siamo in una finestra, il pozzo prosegue anche in alto. La zona è interessantissima, esplorativamente, ma noi non siamo più nello stato "esplorazione", siamo nello stato "incidente". La zona è troppo complessa, sappiamo di puntare verso una parte in frana del sottostante Rio Basino. Probabile che si debba contattare a voce chi ci sta aspettando e poi disostruire. E' tutto troppo incerto. Risaliamo.

Roby ha avuto modo di "collaudarsi" abbastanza bene: è autonomo solo dove si può camminare. La spalla comincia a fargli male. Siamo tutti riuniti ora ed assieme si prende la decisione di effettuare un intervento di soccorso serio e preciso. Non c'è alcuna fretta, lui sta bene, meglio fare le cose a modo. Io e Antonio usciamo veloci a dare l'allarme, altri tre escono per togliersi dai piedi, Roby resta con gli abili capeggiati da Giove, che di soccorsi se ne intende. Cercheranno di muoversi verso l'uscita finché "i nostri" non arriveranno.

Io e Antonio siamo fuori a mezzogiorno e mezza di domenica, circa 24 ore dopo l'entrata in grotta. Prendiamo la Uaz e ci avviamo verso l'uscita del Basino dove sono gli altri del gruppo. Sulla strada incontriamo Bax e Mopak che giusto si stanno cambiando: dentro all'F.10 non sono riusciti a trovare la strada. Raggiungiamo il resto del gruppo: ce ne sono tanti altri oltre ai sei che hanno passato la notte in grotta. Come ci vedono capiscono già, il momento è delicato ma ho fretta, cazzo ho fretta. Esordisco: "Roby è senza un braccio!". Ed esordisco nel peggiore dei modi: mi prendono alla lettera. Alcuni di loro mi odieranno, giustamente, per tutta la vita. Rispiego tutto con molta più calma e precisione, spiegando anche cosa comporta l'intervento di soccorso e quale sarà il loro, importante, ruolo. Poi si parte.

Roby uscirà il lunedì mattina alle 10 e 15 in ottime condizioni.

Stefano Olivucci

19/20.10.1991

Dobbiamo recuperare un Bosch e proseguire il rilievo al fondo. Siamo in tre per il sabato alle 14: io, Marco, e finalmente Babbo Gianni (che quelli del Soccorso abbiano allargato le strettoie?). Si aggiunge però una ospite: Paola Poggialini (Gruppo Speleologico del CRAL AGIP di Ravenna). Rimango perplesso. Sinceramente non credo sia in grado di seguirci nell'uscita così come noi la intendevamo, ma tant'è, ormai è qui e ce la portiamo dietro. Vedremo quel che si riesce a fare.

Quello che non riesce a fare lei lo scopriamo già subito dopo l'ingresso. Tecnicamente è brava, lenta ma fa tutto senza troppo aiuto. Quello che proprio non le riesce è di stare zitta. Che palle, con quella sua voce che ti entra nelle orecchie e ti si insinua nei nervi minando la tua stabilità psichica! Ma ormai c'è, e quindi continuiamo a scendere. Verso il fondo, a 30 m dal Bosch (il nostro più semplice obiettivo), crollo totalmente e comincio a spingerla giù praticamente a calci nel culo. In un flash di lucidità mi accorgo che anche lei è alla frutta (ha smesso di cianciare!!) e quindi dopo vari thè, caffè alla cioccolata e altre robe, risaliamo. Lei sempre zitta. Solo quando si accorge che siamo sul penultimo pozzo, a pochissimo dall'uscita comincia a riaversi e ci vomita addosso fiumi di parole. Medito l'omicidio. Lascio perdere solo perché qui il soccorso c'è venuto la settimana scorsa.

Sono trascorse venti ore quando usciamo, dovevamo far tutto in dieci perché Marco aveva "un appuntamento". Non ho parole. Quando però, fra una ciancia e l'altra, la Paola blatera "Certo che per una del'39 non è male ... ", sono io che mi zittisco e... mi inchino.

Brava Paola, continua così. Magari con qualche strillo in meno.

Stefano 0Iivucci

10.11.1991

Dobbiamo andare a finire il rilievo al fondo attuale fino alla Sala dei Po-lentoni senza però scendere il pozzo del ramo attivo. Sappiamo già che ci sarà troppa acqua e poi il tempo a disposizione è poco, entriamo in grotta domenica mattina e dobbiamo uscire in serata (nottata). Il nostro rammarico è quello di non potere aggiungere così i 20 metri di dislivello del pozzo: "Sarà per la prossima volta ... " ci diciamo, non sapendo che "la prossima" sarà dopo oltre un anno. Abbiamo però due ospiti illustri: il Badino con il fido Terranova.

Dopo un accordo telematico con Giovanni (ho lasciato un messaggio in una segreteria telefonica a Torino per dire a lui, che era al Gran Sasso, a che ora doveva partire da Treviso per arrivare a Faenza in orario), ci troviamo in sede alle otto e mezza io, Marco, Carboni e i due ospiti. Si entra in grotta alle 11 di mattina (tipica perdita di tempo faentina) e in sole tre ore più un the' siamo nella zona di lavoro nei pressi del fondo, a dimostrazione del fatto che, senza troppe soste e conoscendo la grotta, l'F.10 diviene abbordabile. Iniziamo il rilievo e, visto che c'è, programmiamo Badino inserendo rapidamente nella sua memoria quello che si è già visto e le specifiche di una eventuale esplorazione. Quello parte subito. Dopo un poco ci chiama e dice di aver trovato una galleria che può rispondere a quanto cercato: esatto! Con una arrampicata su micro appigli di gesso marcio (forse era incoscienza) è cascato in una galleria che verosimilmente è la parte bassa della faglia che più o meno abbiamo seguito nella parte terminale. Andiamo a vedere, ma la galleria prosegue con un camino che non si può risalire in libera. Andrà presa più in alto e più indietro, seguendo la filosofia esplorativa che ci ha dato i migliori risultati: "Stare incollati il più possibile al tetto del meandro". Sarà per la prossima volta, magari sempre in compagnia di Giovanni e Terranova, e... di un buon piatto di tagliatelle fatte in casa.

Stefano Olivucci

Alcune note sull'intervento dei XII° Gruppo dei Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico

L'intervento che il XII° Gruppo ha effettuato per recuperare Roby merita qualche nota, se non altro perché è la prima vera esperienza dei suoi responsabili. Dall'88, da quando io e il Driss ci siamo accollati la Squadra Emilia-Romagna e poi dal 90 quando siamo diventati Gruppo, non si erano mai verificati incidenti che coinvolgessero l'intera struttura di soccorso.

Per questo, soprattutto, sono stato io - che come ruolo dovrei entrare in grotta a dirigere le squadre - ad uscire per dare l'allarme ed organizzare dall'esterno almeno l'inizio dell'intervento, riservando a dopo la decisione se rientrare o meno. Questa è stata la prima mossa azzeccata. In grotta c'era Giovanni Palombini, del XI° Gruppo, che ha svolto un lavoro eccellente. Assieme agli altri ha recuperato Roby con costanza e continuità fino ad incontrare la prima squadra proprio dove si sarebbe comunque dovuto arrendere: oltre c'erano difficoltà troppo grandi. Sapevo di poterci contare.

Poi l'altra mossa riuscita è stata avere del culo. Già, perché di questo puoi parlare quando alle 13 e 30 di domenica trovi praticamente tutti a casa.

Alle 14.30 circa, grazie a G.P.Costa siamo riusciti ad avere il telefono presso la sede del G.S.Fa e a costituire la sede operativa dell'intervento. Nel frattempo da Bologna partivano con tempi rapidissimi il medico e una prima squadra. Alcuni disguidi sul luogo di appuntamento e sul materiale da portare dal magazzino di Bologna - gli unici, dovuti in parte alla fretta, in parte alla mia inesperienza e in parte a piccoli malintesi sulla attivazione della sede operativa - non hanno pesato più di tanto e sono stati risolti grazie alle radio CNSAS utilizzate anche in macchina durante i trasferimenti.

La disponibilità di un capannone nei pressi della grotta, ci ha permesso di stabilire una buona base avanzata. Ottimo l'affiatamento con il III° Gruppo (Toscana) al quale si è chiesta, in via cautelativa, una squadra di disostruzione (la nostra era già impegnata) che è giunta puntualmente. Nessun tipo di problema con i Carabinieri di Riolo Terme, che ci hanno offerto la loro collaborazione, della quale peraltro non c'è stato bisogno.

Va inoltre sottolineato come sia stato importante il supporto dell'intero Gruppo Speleologico Faentino, che ci ha assistito in modo impeccabile, scaricandoci di tante piccole attività che per noi sarebbero state solo un impegno in più.

Concludo osservando che tutto l'intervento è stato indubbiamente facilitato dalle condizioni del ferito (lievi e ben note fin dall'inizio), che poteva validamente aiutarsi. Ci si è potuti così concentrare sul far bene le cose, piuttosto che farle in fretta. Nonostante ciò l'intervento è risultato complesso e impegnativo. Allerta dunque: questa (grazie, Roby!) è stata, dal punto di vista prettamente tecnico-medico, una gran bella esercitazione.

Stefano Olivucci

  

Fig. 1 Fig. 2 Fig. 3 Fig. 4 Fig. 5 Fig. 6
   
Fig. 1, 2 - Rilievo 
Fig. 3 - Discesa nel P. 12 (foto Mopak).
Fig. 4 - Concrezioni (foto Mopak).
Fig. 5 - Bax sul P. 15 (foto Mopak).
Fig. 6 - Planimetria della zona in esame.

     

Speleo GAM Mezzano (RA)