| AA. VV. - IPOGEA, numero unico del Gruppo Speleologico Faentino 1988/1993 - Faenza - 1993 |
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LA RUPE PERDUTA E LA FELCE RITROVATA Sandro Bassi Almeno sotto l'aspetto botanico, buone notizie perla Vena del Gesso: la presenza della "mitica" Cheilanthes persica, rara felce rupicola che ha qui le sue uniche stazioni italiane, è confermata a tutt'oggi in quello che è ritenuto il sito di ritrovamento più antico, al Monte della Volpe, nei pressi della Tana del Re Tiberio (1). Lo testimoniano due ricercatori, Graziano Rossi dell'Istituto di Botanica dell'Università di Pavia e Fausto Bonafede del Wwf Bologna, che hanno compiuto accurate indagini giungendo anche all'individuazione di nuove stazioni oltre a quelle di Monte Mauro, note dal 1981. In alcune di queste Ch. persica appare anche relativamente abbondante. Ciò non infirma ovviamente il concetto di rarità per questa specie, a maggior ragione se si tiene conto che le vecchie segnalazioni per l'Algeria sono state recentemente ritenute erronee e che quindi la Vena segna attualmente il limite occidentale dell'areale. Inoltre, per ragioni ancora da chiarire, la presenza di Cheilanthes persica risulta limitata alla sola porzione centrale della Vena, nel gruppo montuoso di M.Mauro-M.della Volpe, tra i torrenti Sintria e Senio: le ricerche condotte in altri settori da Rossi e Bonafede (e anche da alcuni soci del GSF) hanno dato finora esiti del tutto negativi, anche in quegli habitat che sembrano possedere caratteri ecologici simili a quelli di Monte Mauro. La stazione di Ch. persica presso la Tana del Re Tiberio occupa un posto fondamentale nella storia dell'esplorazione botanica della Vena. L'aveva scoperta nel 1957 Daria Bertolani-Marchetti, dell'Università di Modena, presumendo dovesse trattarsi degli ultimi esemplari a causa dell'attività estrattiva nella stretta di Rivola. In effetti i primi insediamenti dell'Anic avevano probabilmente già distrutto le stazioni a livello del Senio ("tra i massi sparsi al di sopra del fiume non lambiti dalle acque di piena") segnalate da Baccarini e Pampanini dell'Università di Firenze fin dal 1881 e poi nel 1905; infatti qui la felce è stata cercata ripetutamente, ma mai più ritrovata da alcun botanico. Da lì a poco la cava si mangerà tutta la spalla nord-ovest di Monte Tondo riducendo la spendida rupe ad un torsolo di mela. E Pietro Zangheri nel 1964 denuncerà amaramente la totale scomparsa di questa specie dalla flora italiana. Resta su questa successione di eventi qualche interrogativo. Zangheri fece le sue considerazioni dopo una visita alla grotta e forse si era limitato a controllare l'ingresso, dove peraltro non è certo fosse mai stata presente Ch. persica (la stazione di Bertolani-Marchetti si trovava - e si è ritrovata tuttora -aduna distanza di qualche decina di metri) e dove piuttosto Zangheri aveva riscontrato la quasi completa scomparsa (per lavori di sterro ma anche - erano altri tempi - per la raccolta ad opera di botanici e collezionisti) di un'altra pregevolissima felce, Scolopendrium hemionitis, questa mai più ritrovata. Si sa per certo che l'ingresso vero e proprio della Tana è stato alterato per l'accumulo di detriti scaricati dall'alto e per la loro successiva rimozione, con conseguenti danni alla flora parietale e distruzione di quella al suolo. E' dubbio comunque se Ch. persica vi sia mai stata, mentre è documentato il caso di S.hemionitis di cui Zangheri fotografò gli ultimissimi esemplari. Tornando alla situazione attuale, con lettera del 22.10.1992 Graziano Rossi ha fatto presente alla direzione della cava e alle autorità competenti in materia l'avvenuto ritrovamento e chiesto ufficialmente «che l'attività estrattiva continui a risparmiare la zona in cui la felce attualmente vegeta». «Sarebbe senz'altro utile - precisa Rossi - che l'area fosse adeguatamente perimetrata sul campo e che la proprietà e la ditta esecutrice degli scavi prendessero formale impegno a salvaguardare il sito. Ciò andrebbe inserito a livello di Piano dell'attività estrattiva». I preliminari segnali positivi espressi in tal senso da Anic e Nuova Siet sono ora, con il cambio di proprietà, venuti a cadere. Certo, aggiungiamo noi, per i futuri cavatori un impegno di questo genere sarebbe davvero il minimo: interesserebbe un'area già soggetta a vincolo archeologico per via della Tana e quindi darebbe alla ditta l'occasione per fare un bel gesto a poco prezzo. Ovvio, è meglio di nulla, però in ogni caso il mondo speleologico e naturalistico non potrà e non dovrà dimenticare la distruzione di Monte Tondo, della cresta verso Monte della Volpe e delle falesie sottostanti, le gallerie di grotta sfondate, i reperti archeologici ruspati, la scomparsa irreparabile, insomma, di uno degli ambienti più preziosi e importanti dell'intero Appennino regionale. E men che meno potrà rinunciare a contestare i progetti di nuova espansione verso i Crivellari e ancora verso Monte della Volpe, anche con il "contentino", graziosamente concesso, del mozzicone con la Tana del Re Tiberio e le sue felci.
(1) In verità la questione è ancora controversa. Il primo rinvenimento perla Vena (e per l'Italia) risale al 1833 e si deve ad un farmacista di Imola, Giacomo Tassinari, che non volle mai rivelare l'esatta località dove la felce cresceva se non con la dizione generica di "Monte Mauro". Quasi cinquant'anni dopo, nel 1881, due botanici fiorentini la trovano nella "Stretta di Rivola", alla base del Monte Tondo, contrafforte occidentale del Monte della Volpe e suppongono sia questa la stazione di Tassinari (Monte Mauro dista da qui poco più di 3 Km in linea d'aria e in effetti le due località vengono talvolta confuse ancor oggi: si veda ad esempio la Guida aimisteri e segreti dell'Emilia Romagna, Sugared., s.d., pag.487). Successivamente questa ipotesi viene avvalorata anche da altri Autori, tra cui Pietro Zangheri. Presso la Tana del Re Tiberio la felce verrà scoperta solo nel 1957, ma questo sito rientra sempre nel gruppo M.della Volpe-M.Tondo, che quindi va considerato stazione "storica" per eccellenza. BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE BERTOLANI MARCHETTI D., 1957, Una felce in via di estinzione in Italia: Cheilanthes persica (Bory) Metts ex Kuhn: Nuovo Giornale Botanico Italiano, n.s.,vol.LXIV,4:758-759. CORBETTA F., ZANOTTI CENSONI A.L., 1981, La riscoperta di Cheilanthes persica sulla Vena del Gesso, a Monte Mauro: Natura e Montagna, 1: 83-88: PICHI SERMOLLI R.E.G., 1986, Cheilanthes persica (Bory) Mett. ex Kuhn. In Iconografia Palynologica Pteridophytorum ltaliae: Webbia,40 (1): 56-58. ROSSI G., 1981, Dove ho ritrovato Cheilanthes persica: Natura e Montagna, 1: 89-92: ZANGHERI P., 1964, Una perdita per la flora italiana (L'estinzione della felce Cheilanthes persica Mett ap. Kuhn): Natura e Montagna, 2: 77-82. |
| Fig. 1 - Scolopendrium hemionitis, felce estinta sulla Vena del Gesso (da "Guida alla flora spontanea protetta", Regione Emilia-Romagna, 1982). |
| Fig. 2 - Cheilanthes persica (foto Ivano Fabbri). |
Speleo GAM Mezzano (RA)