AA. VV. - IPOGEA, numero unico del Gruppo Speleologico Faentino 1988/1993 - Faenza - 1993
  

L'INGHIOTTITOIO DI GESSO

Stefano Bassi

Una fila di grossi scogli gessosi, come dentoni fossili su gengive di argilla, sale da Borgo Tossignano verso Monte Penzola. E' il margine occidentale, ormai esiguo e discontinuo, della Vena del Gesso romagnola. Lassù, dietro al Monte laPieve (508 m), galleggia l'estremo lembo gessoso, compresso tra la Marnoso-Arenacea e le argille (sia scagliose che plioceniche). In corrispondenza dello spartiacque Sillaro-Santerno una ondulata concavità poggia, a mo' di terrazza aperta verso Nord, su di una modesta rupe sviluppata tutta in larghezza e in gran parte nascosta dal bosco. Se non fosse per il nome della località (Gesso, con tanto di cartello) si farebbe un po' fatica a trovare questo lembo sperduto, la cui morfologia ricorda le forme tondeggianti e discontinue dei Gessi bolognesi, piuttosto che le falesie aspre ed ininterrotte della Vena.

Qualche datata e frammentaria notizia salta fuori da polverose relazioni: buchetti e una grotta risorgente, proprio alla base della rupe sotto la stalla sociale. Posto nuovo, premesse accettabili. Decidiamo dunque per quella domenica, 27 marzo'88, di "andare a Gesso tanto per cambiare".

La prima impressione è veramente deludente. I pochi ettari di Gesso riportati sulla carta geologica giacciono quasi interamente sotto una verde distesa di campi e pascoli. Percorrendo la rupe ad iniziare da Ovest, scendendo proprio dalla Chiesa, vediamo finalmente qualche metro di roccia tutta insieme. Come ambiente non è male: il bosco che la riveste presenta aspetti interessanti, ma di grotte neanche l'ombra. E' un gesso compatto, dall'aspetto saccaroide e a cristalli finissimi, a tratti ricco di scanalature come nel calcare più duro. Qualche spaccatura attira la nostra attenzione, ma niente appare degno di nota se non il vistoso crepaccio presso Casa Gesso di Sotto, probabilmente di origine tettonica e comunque intasato di terra e rifiuti. Sotto la stalla sociale, la rupe si riduce ad un accumulo informe di sassi tenuto insieme da un paio di metri di rovo. Un ruscelletto filtra alla base: se la risorgente era qui, evidentemente è franato tutto.

Risalendo verso Casa Pogianeto al bordo del grande campo, si costeggia una specie di canale, stretto e a tratti profondo. Gli ottimisti parlano di "paleocorso", tanto più che esso trae origine poco più a monte da un paio di sprofondi che gli stessi ottimisti si ostinano a chiamare "doline". Quella a monte in particolare sarebbe l'unica vera dolina di tutta la zona, se non che è letteralmente riempita di rifiuti di ogni genere, compresa una lavatrice sfondata che funge da punto di inghiottimento. Lo sprofondo più a valle lascia intravvedere alla base di un sottoroccia un pertugio che scende ripido racchiuso tra un soffitto di roccia sana e tonnellate di riempimento franoso. La fessura verticale che chiude tre metri più sotto richiede la domenica successiva un paio d'ore di mazzetta, sufficienti per demolire il fragile rivestimento gessoso. Ben presto il minuscolo budello inclinato precipita in un pozzetto al di là di una fessura verticale fatta a gomito. Le mensoline di gesso secondario cadono nel buio come vetri rotti e dopo un po' di sforzi prima una gamba poi il resto del corpo a torsione rimangono sospesi su un salto di quattro levigatissimi metri. Per quanto ridotto, è davvero un pozzetto tanto bello quanto insolito con le sue forme fortemente erose su gesso microcristallino. Aria fredda soffia da una strettoia sulla sinistra al di là della quale un ripido canale prima in frana, poi a meandro su di un letto di ghiaia rossa, si apre in una vasta galleria dal l'andamento orizzontale. Qualche decina di metri e la grotta finisce come il fondo di un sacco con belle colate alabastrine policrome che rivestono ogni cosa. Ma come? Quella che a noi sembrava la "galleria del treno" finisce così, in un niente rivestito di cristalli asciutti? L'alveo di ghiaia senza un filo d'acqua sembra indicare che la cavità è talmente fossile da essere rimasta occlusa dalle concrezioni.

Uno sguardo d'intesa con Olivucci e una soglia sabbiosa sotto la colata ben presto cede ad un frenetico scavo, schiudendo una finestrina stretta che dà su di un aereo ballatoio. Tutto ormai precipita nel buio e dal fondo sale il gorgoglio di un corso d'acqua. Il pozzo Bistefani (uno l'ha concepito, l'altro l'ha trovato), viene sceso su scaletta, abbracciando con la braga d'armo l'intero terrazzino sospeso nel vuoto. E' un P. 10 perfettamente cilindrico ed interamente rivestito da fragili scaglie rossastre. Alla base un altissimo meandro sembra voglia condurci fino alla "risorgente scomparsa" attraverso splendide gallerie e invece il torrentello che scorre ai nostri piedi si butta subito in laminatoio. Quindici bagnatissimi metri su ciottoli spaccaginocchia, poi il soffitto si abbassa troppo. Dunque il fiume non si scende. Però la frana dalla quale sgorga, alla base del pozzo, è aggirabile e ci troviamo a risalire il torrentello in ambiente stretto e fangoso. Vaschette colorate ed alcune confluenze movimentano la lunga risalita, fino a raggiungere una zona finalmente un po' più larga, caratterizzata da altri pozzi splendidamente concrezionati "a splash".

Siamo probabilmente sotto il grande campo, nei pressi di quel buco oggi ingombro di macigni che, a detta del contadino, si era inghiottito una vacca.

Le sezioni si stringono ulteriormente e compare sempre più argilla. Il torrente non si risale più di così. Si tratta dunque con tutta probabilità del collettore principale della zona di Gesso, collettore che, dopo aver drenato la conca fino al nodo di confluenza (pozzo Bistefani) con il ramo laterale di accesso, si avvia pigramente in laminatoio alla non lontana (e non più rintracciata) risorgente.

Una breve e precaria risalita lungo uno dei pozzi ascendenti verso il fondo consente di esplorare (e rilevare) una stretta galleria orizzontale. Sarà l'ultimo atto. La grotta si racchiude nuovamente nei suoi segreti prima che riusciamo a rilevarla. Un villico in sella ad un gigantesco trattore scarica nella piccola dolina una enorme quantità di massi gessosi, cancellando l'ingresso. E' probabilmente lo stesso che ci aveva raccontato di sei oche che erano sparite in un buco su in alto, vicino alla chiesa e che erano saltate fuori due giorni dopo dalla risorgente. Pare che il proprietario di sotto pretendesse di tenersele, come un regalo di quel destino che sembrava invece averle condannate ad una brutta fine. E avranno comunque fatto una brutta fine, come sembra inevitabile sorte per le grotte quella di essere utilizzate come discariche o pattumiere. Per poi essere magari subito chiuse se qualcuno le va a disostruire.

Nota

Pubblichiamo qui allegato l'inedito rilievo dell'Inghiottitoio di Gesso (Righi V., Zambrini A., 1974 - Archivio GSF), saltato fuori quasi per caso nella primavera del 1991, tre anni dopo le più recenti esplorazioni alle quali l'articolo si riferisce. Si tratta probabilmente della stessa cavità, tuttavia allora chiusa in fondo alla "galleria del treno". Ai primi esploratori dunque, che sembra peraltro percorressero una via differente fino al P.4, entrando come Zambrini ricorda, dalla dolina a monte, era sfuggita la prosecuzione verticale (P.Bistefani) di accesso al collettore.

  

Fig. 1 Fig. 2
  
Fig. 1 - La "Vena "in sinistra Santerno, presso Borgo Tossignano; poco più ad ovest, all'estremità dell affioramento, si trovala località Gesso (foto Ivano Fabbri).
Fig. 2 - Il rilievo.

     

Speleo GAM Mezzano (RA)