| AA. VV. - IPOGEA, numero unico del Gruppo Speleologico Faentino 1988/1993 - Faenza - 1993 |
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IL PARCO CARSICO "TANACCIA" Sandro Bassi La "valorizzazione turistica" di una grotta è, come noto, una scommessa ardua, in cui i rischi - soprattutto per l'integrità dell'ambiente - sono palesi. Non è un caso che la stragrande maggioranza degli speleologi sia assai scettica al riguardo, e - a parte i rigurgiti di asocialità consueti per la categoria - contrasti le iniziative di "frasassizzazione delle grotte" (la definizione non è dello scrivente) con argomenti, il più delle volte, validissimi. Che un ambiente ipogeo non tragga alcun giovamento dalla frequentazione di visitatori (indipendentemente dalla loro correttezza) è tesi, lo si deve ammettere, inconfutabile. Tutte le misure per "ridurre l'impatto" sono dei palliativi: il concetto-base rimane che una grotta sta meglio, molto meglio, senza di noi (speleologi compresi, però a loro favore gioca il semplice fatto che sono pochi, mentre i turisti sono sempre tanti). Unico elemento sull'altro piatto della bilancia è quello della "valenza educativa". Per la divulgazione naturalistica può valere la pena "immolare" (poichè di questo, in definitiva, si tratta) una grotta? Risposte categoriche non avrebbero senso perchè per ogni caso gioca una serie infinita di variabili. Sia come sia, conviene riportare una frase di Mario Bertolani, autorevole rappresentante della Federazione Speleologica Regionale in occasione dell'apertura al turismo (molto discussa) delle grotte di Onferno: "Gli speleologi non possono approvare che una cavità naturale venga svilita e banalizzata e da un certo punto di vista, che è quello del cuore, hanno ragione. Però un sacrificio si può accettare se è utile. E se il rendere una grotta accessibile può far in modo che altri imparino a conoscere e ad amare il mondo sotterraneo, allora accettiamolo pure. D'altronde riguarda un'unica grotta, su un patrimonio regionale di oltre 600 cavità In realtà dagli adulti c'è poco da sperare. Qualche reale possibilità che una grotta possa essere amata esiste giusto nel caso dei bambini (più piccoli sono - entro certi limiti ovviamente - meglio è), che quasi sempre si rivelano più sensibili, più ricettivi, più entusiasti e più bravi di genitori o maestri. Bene. Anche il Gruppo Speleologico Faentino è caduto in questa trappola. Ha creduto nel divulgare, nel rendere democraticamente fruibile almeno una frazione piccolissima di quel grande mondo altrimenti elitario. Ci ha creduto con la Tanaccia, grotta di importanza storica e di passate imprese esplorative. Di una certa innegabile suggestione e soprattutto di facile percorribilità, almeno nella parte iniziale. Si era sempre detto, in sede, che la Tanaccia poteva esser sacrificata, a malincuore, come "trampolino di lancio per il Parco della Vena del Gesso" e come "dimostrazione che esiste un'alternativa economica alle cave". Non è stato così, perchè il parco non si è fatto e contro le cave non sono servite neppure le ordinanze regionali di chiusura immediata, figuriamoci l'apertura di una grotta. Però la Tanaccia è stata aperta al pubblico. Senza luci, senza camminamenti artificiali, senza orrori di chioschi nelle vicinanze, senza pubblicità. Sarà un palliativo, ma onestamente è quanto di meglio perchè la turisticizzazione della grotta sia minima a vantaggio della grottizzazione del turista. Le risposte sono state buonissime: dall'inaugurazione, del 18 aprile'92 fino ad ottobre, oltre 5.000 persone hanno visitato il parco carsico della Tanaccia e 320 si sono messe casco, scarponi, tuta e hanno fatto l'escursione "speleologica", strisciando nel cunicolo basso, ravanando sui macignoni coperti di guano, infangandosi e venendo a contatto con un ambiente insolito e affascinante. Commenti entusiasti, richieste di vedere altre grotte o di iscriversi ad un corso di speleologia. Garanti della buona riuscita dell'esperimento gestionale (perchè tale deve prudentemente ritenersi, almeno per il primo anno) sono l'associazione culturale Pangea, facente capo al Museo Civico di Scienze Naturali di Faenza, il Gruppo Speleo, che ha fornito collaborazione costante (anche per tutti i lavori materiali, dal ripristino del sentiero alla messa a dimora di piante) e, in prima persona, Ivano Fabbri che si è imbarcato in quest'avventura gestendo la capanna-ristoro e accompagnando dentro i visitatori. E' un compromesso, ovvio. Non raccontiamoci che la Tanaccia sta meglio adesso di prima e non illudiamoci di aver scoperto come conciliare valorizzazione turistica e conservazione ambientale (quello lo sanno fare solo i politici). Non abbocchiamo pure alle promesse tipo "Adesso abbiamo aperto la grotta, tra un po' facciamo il parco e chiudiamo la cava": che gli amministratori abbiano il naso lungo e le gambe corte lo si è già abbondantemente dimostrato. Comunque sia, 7 ettari di doline, boschi, prati, inghiottitoi, erosioni paleocarsiche sono oggi protette. Comunque sia, chi viene qua sente parlare della Vena del Gesso, la vede con i suoi occhi e ci entra dentro adattandosi lui alle sue (di lei) caratteristiche, e non pretendendo il contrario. Trova pubblicazioni scientifiche o divulgative e può identificare tutte le specie arboree ed arbustive locali con gli appositi cartellini. E può vedere una grotta che, grazie al cielo, non ha le stalattiti ma neanche il cemento e le luci di Frasassi. Note per il visitatore Il Parco Carsico della Tanaccia è raggiungibile attraverso la strada panoramica che da Brisighella sale verso Riolo Terme, sfiorando la Rocca e il Santuario del Monticino. Dopo il culmine della salita si procede in falsopiano sul versante nord della Vena (Gessi di Brisighella, teatro delle prime scoperte speleologiche in Romagna) per un chilometro circa, fino a parcheggiare in un piccolo spiazzo sulla destra. Da qui parte un sentiero ben segnalato che scende alla capanna-ristoro, base d'appoggio per le visite alla Tanaccia. Per raggiungere quest'ultima si può proseguire sul sentiero che attraversa una zona con boschetti di latifoglie (prima roverelle, carpini e ornielli, poi robinie e sambuchi) alternati a prati. Fenomeni carsici superficiali (erosioni a candela, doline) e sotterranei (Grotta di Alien, Buchi del Torrente Antico e infine la Tanaccia) caratterizzano la zona. Il punto più suggestivo è il cavernone di ingresso della Tanaccia, sito frequentato lungamente in epoca preistorica e che ha restituito numerosi reperti archeologici. Per le visite all'interno della cavità si utilizza però una galleria artificiale che evita il cavernone (vincolato dalla Soprintendenza Archeologica) e la paleo-frana retrostante, immettendosi in un'ampia galleria percorsa da un torrentello e con begli esempi di erosioni e morfologie sotterranee tipiche dei gessi. Ci si può addentrare per circa 400 metri, fino ad un tratto basso che andrebbe superato carponi, oppure proseguire fino a raggiungere le parti alte della cavità, caratterizzate da grandi saloni. In entrambi i casi è obbligatorio essere accompagnati dalla guida, con la quale si concorda il percorso (prenotazioni presso Ivano Fabbri allo 0546/661442).
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Speleo GAM Mezzano (RA)