AA. VV. - IPOGEA, numero unico del Gruppo Speleologico Faentino, 1999
  

GROTTA ROSA SAVIOTTI, GROTTA GIOVANNI LEONCAVALLO, IL PUNTO SULLA SITUAZIONE

Roberto Evilio

Grotta Rosa Saviotti

La Grotta Rosa Saviotti (ER-RA106) è una delle "veterane" fra le cavità della Vena del Gesso: fu esplorata dal pioniere della speleologia romagnola, il triestino G.B.Morníg, nel lontano 1934, che la volle dedicare alla figlia di uno dei suoi collaboratori locali.

Per decenni è rimasta la grotticella per eccellenza dove portare amici e amichette; semplice, larga, lunga il giusto per una scampagnata per farsi venire appetito. E per decenni è rimasta a sonnecchiare tranquilla; si arrivava nel laminatolo terminale, si sentiva la forte corrente d'aria, si diceva che sicuramente continuava, si teorizzava, ma non si faceva nulla (anche perché il lavoro non appariva dei più corti). Nel corso della stesura del nuovo rilievo della cavità (1992) sul fondo la corrente d'aria era fortissima e arrivammo a sentire persino il rumore di un corso d'acqua: forse era ora di darsi una mossa, ci dicemmo.

Poiché i tempi dei faentini sono lunghi, dopo un anno ci ritroviamo al solito posto armati di becche e secchi, ma dopo tre tentativi ci bruciamo e, complice l'allagamento del cunicolo, desistiamo lasciando la "Rosa" nel suo letargo invernale. Caso volle che dopo qualche mese (maggio '94) da un ottimo Corso di Speleologia venissero fuori tanti "duri" e tanta carne da macello: quello che mancava!!! Il Makita, nelle mani dei nuovi adepti, fa miracoli e dopo due sole uscite il cunicolo viene forzato e ... sorpresa ... non c'è il tanto sospirato torrente, ma un pozzetto con un alto meandro che parte bello bello.

5 giugno 1994

Per andare a vedere oltre il pozzetto questa volta siamo in tanti, ma buoni; i nuovi "duri" Mauro, Renato, Písti, Andrea e Marcello ci sono tutti, speriamo che portino bene. Messa la scaletta, lasciamo a loro l'onore di godersi la meritata esplorazione; spariscono subito all'inseguimento del meandro, ma dopo una cinquantina di metri una provvidenziale, fangosa risalita li ferma.

Ci si ritrova in cima a questa a gongolare su un macígnone sospeso: abbiamo l'imbarazzo della scelta fra due gallerie che occhieggiano a destra e sinistra. Solo mentre Marco inizia ad armare il traverso verso valle, scopriamo che manca Marcello, che poco dopo ci raggiunge completamente fradicio: nella foga dell'esplorazione, anziché seguire l'altissimo meandro si è infognato in un fetido e umido budello (la "Zuppa"), ma di fronte ad una strettoia semiallagata ha pensato che davanti a lui non c'era nessuno e che forse aveva sbagliato strada. Saggio!!

Marco, intanto, incitato dall'orda impaziente, riesce nella area traversata, butta l'occhio oltre la curva, vede il nero e ci chiama a raccolta, fremente. Anche stavolta sono i nuovi "duri" a fare da apripista, ma, saggiamente, si centellinano la nuova galleria che piano piano diventa meandro, comodo, sabbioso, con qualche nero arrivo dall'alto. Di corrente d'aria, qui, neanche l'ombra; l'abbiamo lasciata sul "Traverso", forse veniva dall'altra galleria, ma anche questa ci sembra molto buona. Un primo tappo è causato da un restringimento della sezione del meandro con qualche sasso e tanto fango in mezzo: una normalissima strettoia ha fermato gli "zombies", che se ne stanno con le mani in mano. Qualche colpo ben assestato di mazzetta fa ruzzolare i sassi nel meandro e siamo ancora in esplorazione.

Il meandro, sfondo e molto sabbioso, dopo qualche saltino si innalza decisamente in un alto camino e, subito dietro l'angolo, appare una bellissima sala completamente ricoperta da colate di concrezioni. E qui troviamo la prima acqua. Dopo aver zigzagato un po', il meandro si approfondisce nuovamente: meglio scendere subito finché gli appigli lo permettono. Passiamo una frana e ci ritroviamo in una sala illuminata dagli altri che hanno tirato dritto nel meandro: lassù loro sono fermi, noi invece abbiamo una condottina, strettina e pure molto bagnata. Un po' io, un po' Mauro ed infine Marcello limiamo gli spigoli e siamo di là, in un nuovo meandro alto, bello, sabbioso e col torrente. Non sappiamo dove stiamo andando, ma di certo questo è un bel tassello nel sottosuolo dei Gessi di Brisighella.

Dopo una cinquantina di metri un bell'arrivo sulla destra ci fa ben sperare, ma dopo altri 20 metri la volta ed il pavimento si uniscono in una pozza d'acqua: fine della corsa. Nove maschere di fango si guardano un po' contrariate, ma per oggi ne abbiamo fatta abbastanza, sarà per la prossima volta. Per smaltire la fila con Marco dò un'occhiata all'affluente: dopo qualche metro le prime pozze d'acqua, poi qualche strettoia, poi la sezione si stringe, poi l'acqua aumenta, poi ci ritroviamo a mollo sdraiati con la sola testa fuori. Più avanti la situazione non sembra migliorare, anzi, e così pensando che abbiamo tanti bei posti da andare ad esplorare, che abbiamo tanta buona roba da andare a mangiare, che ne abbiamo le palle piene di tutta questa acqua fredda, decidiamo di seguire gli altri.

Dopo questa punta travolgente si riaccendono gli animi dei teorici del Gruppo e, per dare loro in pasto un po' di materiale, dopo un paio di giorni siamo dentro per rilevare. Sandro, con una delle sue classiche arrampicate al limite, raggiunge, dal macígnone sospeso, la galleria a monte e arriva sull'orlo di un pozzo molto simile al terminale dell'Abisso Acquavíva. La punta successiva non fa altro che convalidare l'ipotesi cascando in pieno nell'Acquaviva: giunzione è fatta!

Le uscite di rilievo si susseguono ed ogni volta vengono scoperte nuove diramazioni, nuovi arrivi, nuovi meandri come il "Postribolo", fangosissima serie di camini; come le "Alte Vie", dove resti di cocci fanno ritenere l'esterno vicino; come la "Via dei Santi Bevitori". Per ultimo viene tenuto il posto più inospitale ma anche più significativo, perché in esso confluiscono i torrenti della parte iniziale della "Rosa", dell"'Acquaviva" e di una ulteriore polla nel meandro: la "Zuppa". Dopo una cinquantina di metri quest'umidissimo budello si abbassa ulteriormente lasciando come unica via di scampo il bagno completo con poca aria: l'"'Aquafresh". Un paio di metri e siamo fuori dall'acqua, ma non dallo stretto. Il "Pan Bagnato" continua per oltre 70 metri mantenendo dimensioni più accettabili, fino a quando, con una brusca svolta a sinistra, l'acqua s'infila in una strettoia non simpatica; oltre si allarga e resta di là, anche perché supponiamo che sia la stessa acqua che troviamo in fondo alla "Rosa". Peccato.

Grotta Giovanni Leoncavallo (B.2) ER-RA 757

Con l'esplorazione della "Rosa Saviotti" si aprono nuovi orizzonti di ricerca nei Gessi di Brisighella: la curiosità ci spinge prima a ficcare il naso dentro il Buco del Noce, ma senza risultato, poi a guardare tutta la serie di buchetti e sprofondi che si aprono a valle del complesso Acquaviva - Rosa.

Mentre una squadra s'incarognisce nel tappo del B.1, un'altra capita in un bel dolinotto in mezzo ad un campo, al limite settentrionale dell'affioramento gessoso; di buono c'è che tira aria calda. Con la Cri e Renato seguo il filo d'aria, ma la stretta condottina che nasce dalla disostruzione ci dice che il punto buono è proprio dove abbiamo buttato tutta la terra.

Qualche domenica dopo la solita squadra di testardi è lì a spostare secchi e secchi di terra e nonostante incomba su di noi la sfigata sibillina asserzione di Caneda "Per me lì non c'è niente", la grotta si apre con un invitante pozzetto. A me l'onore del pozzo, a Marco quello della strettoia successiva, a lui lo scivoloso saltino seguente, a me quello di sbucare nella tanto sognata galleria: dire che siamo increduli è poco. Non ci crediamo neanche quando la grande condotta diventa un bigolo impestato, bagnato e fangoso,. il "Laminatoio"; infatti basta alzare gli occhi e 5 m più su occhieggia la nera, larga, naturale prosecuzione.

Per l'esplorazione la squadra è ben nutrita come al solito: Sandro, Marco, Renato, Mauro, Claudio, Cri, Lorenzo, Caneda ed io. Dentro, la scena è quella già vista alla Rosa: Marco chioda, risale fino alla finestra, guarda di là, sogghigna, mette la scala e ci chiama perché saliamo fino a lui. Silenziosamente e con rispetto, quasi per non rovinare l'incantesimo, ci godiamo la bella galleria sabbiosa, quasi rettilinea. Una cascatella dal soffitto ci sveglia e sembra richiamarci alla realtà; ora si entra in una zona di saltini e di frane, di interstrato e fango.

C'infognano in improbabili risalite, in alto, mentre in basso un torrentello si lascia seguire fino alla "Mandibola" (lama di gesso avente questa forma) per poi stringere inesorabilmente. Qui un fangoso cunicolo in salita ci porta in una saletta dove ad un momento di scoramento segue ancora grand'euforia: Sandro ha individuato una finestra raggiungibile in libera; un' altra galleria poi un "Toboga" perfettamente circolare ci portano su un torrente; che sia la volta buona? Scendiamo e capiamo che i giochi non sono ancora finiti, anzi!! Gongolanti per il nostro culo di esploratori, decidiamo di seguire l'a monte del torrente che, dopo qualche decina di metri di meandro, sfocia in una sala con grande riempimento di sabbia; oltre inizia un basso cunicolo che diventa ben presto impossibile. Peccato, perché forse eravamo in vista del fondo della "Rosa", ma forse così è pretendere troppo.

Non ci resta ora che sfogliare l'ultimo petalo di questo delizioso fiore di grotta: il torrente a valle. Dalla base del pozzetto strisciamo in una bassa condotta, cercando di stare fuori dall'acqua, poi il soffitto si alza ed incrociamo un arrivo (il torrente della "Mandibola"), ed infine la galleria si allarga: mai dopo l'F10 l'esplorazione è stata tanto facile ed entusiasmante. Il pavimento è per buona parte costituito da una crosta di concrezione che, unito alle notevoli erosioni delle pareti, rende il tutto molto bello. Dopo un centinaio di metri la galleria si alza decisamente, entriamo in un ambiente molto largo, mentre l'acqua si insinua in una stretta e umida condottina. Risaliamo in cima alla galleria e troviamo un meandro che chiude poco dopo contro un muro di sabbia. Stentiamo a crederci, ma questa situazione l'abbiamo già vista nella parte terminale della Grotta di Alien, che a questo punto supponiamo essere di là dello sbarramento. 

Anche per oggi i giochi sono conclusi, non resta che lavorare con cordella, bussola ed ecclimetro per capire dove abbiamo girovagato questa volta. Il rilievo interno ed una poligonale esterna che abbraccia tutti gli ingressi delle grotte in zona ci mostra che l' a monte del "Leoncavallo" non è lontano dal terminale della "Rosa", ma ci fa vedere anche che il fondo del "Leoncavallo" è a un passo da quello di "Alien". Egiocoforza scavare nella sabbia e dopo un paio di uscite il nostro Pucci Mauro ha l'onore di abbattere l'ultimo diaframma e di creare il "Leoncalien": giunzione è fatta.

Il punto sulla situazione

Potremmo iniziare con la classica frase dei nostri vecchi :"In quel posto non c'è più niente da scoprire!!!" per dimostrare che non è mai detta l'ultima parola. Quella dei Gessi di Brisighella è la prima zona carsica che si incontra salendo dalla grande Pianura ed è anche stata la prima zona strabattuta fin dal 1934: per questo sembrava non avesse più nulla da dire. O forse questa era la convinzione che ci si era fatti proprio perché era una zona troppo a portata di mano, troppo vista, troppo perlustrata, troppo di tutto.

Bisogna ammettere che ci vuole del culo per imbroccare due scoperte del genere in breve tempo, ma la costanza viene premiata. Con tali scoperte un nuovo complesso è venuto alla luce proprio dove sembrava che a farla da padrone fosse l'arcinoto Tanaccia - Biagi - Brussi - Ca'Varnello - Torrente Antico.

È emerso che nel raggio di 700 m ci sono due bacini sotterranei a sè stanti: uno (Tanaccia & C.) con direzione SW - NE e l'altro (Rosa & C.) con direzione SE - NW, quest'ultimo drenante nella sorgente sulfurea da cui ha origine il Rio delle Zolfatare. La colorazione effettuata nella Grotta Rosa alla partenza della "Zuppa e pan bagnato" ha permesso di verificare che l'acqua attraversa poi il Leoncavallo dal "Ramo a monte" fino ad Alien e qui sparisce in una fangosa e stretta condotta per riaffiorare appunto dalla sorgente sulfurea.

Che questa fosse il punto di arrivo della Tanaccia era stato supposto da tempo (Mornig, 1957 [ed. 1995]; Gruppo Speleologico "Città di Faenza", 1958); ma l'unica prova colorimetrica, per quanto ci consta, era stata fatta intorno alla metà degli anni Sessanta impiegando anilina con esito incerto: risultò infatti indiziata come risorgente, ma senza alcuna certezza, la polla che sgorga 30 m più a monte di quella sufurea. Sembrò convalidare tale ipotesi il fatto che quest'ultima è perenne mentre il torrente ipogeo resta in secca durante l'estate.

Allo stato attuale si ritiene ancora assai probabile che le acque della Tanaccia sgorghino dalla sorgente a monte; nondimeno, alla luce dell'individuazione dei due bacini ipogei, si provvederà ad effettuare quanto prima colorazioni di controllo.

Se la nostra ipotesi fosse fondata saremmo di fronte al caso singolare di due distinti bacini imbriferi non solo ubicati a breve distanza fra loro, ma che danno origine a due complessi che nel loro ultimo tratto si sviluppano quasi convergendo ma senza confluire in un unico collettore e sfociano all'esterno tramite risorgenti vicinissime e pressocché alla stessa quota.

Manca all'appello l'acqua del Buco del Noce, che si apre a poca distanza dal Leoncavallo, ma i tentativi di forzamento della Ronda Spleleologica Imolese non sembrano aver dato risultati. Mornig (1995, cit.) afferma che essa fuoriusciva da una sorgente isolata poco più a valle; un'ipotesi alternativa è che possa invece confluire nel complesso della Rosa nel tratto inesplorato del "Pan bagnato", ma è tutto da vedere.

Per quanto riguarda l'Abisso Casella, abbiamo cercato un suo eventuale arrivo nel tratto della Rosa che va dal forzamento alla "Fangaia", ma senza trovare nulla: i tentativi fatti dal Gruppo di Cento di disostruire il fondo dell'Abisso non hanno portato a nulla di nuovo.

Potremmo dire che il puzzle è stato in gran parte ricomposto: vista in pianta, la zona ha ora i suoi bei labirinti sotterranei, ma non diciamo che sia finita; si aspetta solo che la fantasia e l'iniziativa di qualche testardo speleo porti alla luce i pezzi mancanti che a noi sono sfuggiti. 

Bibliografia

Gruppo Speleologico "Città di Faenza", 1958: Complesso carsico grotte Biagi (116 E. R.) - Brussi (380 E.R.) - Tanaccia (114 E.R.) - Torrente Antico (115 E.R.) - Grotta di attraversamento dalla valle del Rio del Bo' (Bacino del Senio) alla valle del Rio delle Zolfatare, Faenza.

Mornig G., 1957 (ed. 1995): Grotte di Romagna. Memorie di Speleologia Emiliana 1, Bologna.

 

Fig. 1 Fig. 2 Fig. 3 Fig. 4

Fig. 5 Fig. 6 Fig. 7   Fig. 8
 
Fig. 9 Fig. 10 Fig. 11    
   
Fig. 1 - Meandro nella Grotta Rosa Saviotti - Foto Ivano Fabbri
Fig. 2 - Vaschetta con splendido tappeto di pisoliti - Foto Ivano Fabbri
Fig. 3 - Grotta Giovarmi Leoncavallo: deposito di sabbia - Foto Ivano Fabbri
Fig. 4 - Ex "condotta forzata" con pavimento concrezionato Foto Ivano Fabbri
Fig. 5 - Erosioni a candela in un pozzo della Grotta Giovanni Leoncavallo - Foto Ivano Fabbri
Fig. 6 - Carta spleleologica dei "Gessi di Brisighella" (Ovest)
Fig. 7 - L'area oggetto degli studi: al centro, evidenziata dal cerchietto, la Capanna speleologica del parco carsico "Grotta Tanaccia" - Foto Ivano Fabbri)
Fig. 8 - Pianta Grotta Rosa Saviotti
Fig. 9 - Sezione Grotta Rosa Saviotti
Fig. 10 - Pianta Grotta Leoncavallo
Fig. 11 - Sezione Grotta Leoncavallo

     

Speleo GAM Mezzano (RA)