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IL COMPLESSO CARSICO DI CA’ SIEPE: QUATTRO CHILOMETRI DI GALLERIE SOTTO LA VENA DEL GESSO 

DIARIO DELLE SCOPERTE 

di Massimo Liverani 

1990: INIZIA LA GRANDE ESPLORAZIONE DI CA’ SIEPE 

E’ nel fine settimana prima del Natale del 1990 che, con due giorni di lavoro, spronati dagli indizi che emergevano, finalmente ci apriamo un varco in cui si avverte subito una forte corrente d’aria (chiaro segnale di circolazione tra più ingressi) e, superati alcuni passaggi tra grossi blocchi di gesso, sbuchiamo in una galleria che ci porta ad un ambiente nel cui pavimento si aprono vari pozzi.

La sottostante Sala del Pandoro, così chiamata per un caratteristico blocco di roccia, da accesso ad uno stretto pozzo di 10 metri e al seguente Vicolo Inferno, un cunicolo dove dobbiamo allargare alcune strettoie in curva che ci obbligano a strisciare nell’acqua per una ventina di metri fino ad un bel pozzo levigato di 11 metri. Nuovi cunicoli e un pozzo portano ad affacciarsi sul Pozzo a Rasoio dalle caratteristiche lame di roccia sporgenti. Il sottostante Passaggio della Scaletta e un breve meandro ci portano a sbucare sulla volta di una galleria inclinata, impostata in un giunto di strato tra due banchi di gesso. Dopo alcuni passaggi in arrampicata ed un ultimo pozzetto di 5 metri, incontriamo un torrente proveniente da destra, percorribile solo per una ventina di metri fino ad un abbassamento della volta (laminatoio) che poi sifona. Da queste zone, ancora inaccessibili, proviene gran parte dell’acqua di tutto il complesso.

E’ però a sinistra, superato un basso passaggio, che la grotta ci riserva la grande sorpresa e, con quello che battezziamo il Collettore, sbuchiamo in una galleria che già nella prima esplorazione percorriamo per quasi 400 metri verso monte e 200 verso valle in un alternarsi di galleria, cunicoli e arrivi di rami laterali. Avanziamo fino a due strettoie; questo tratto della grotta ha una pendenza molto piccola e taglia gli strati da valle verso monte.

Ormai non abbiamo più dubbi, questa cavità ci impegnerà a lungo nella esplorazione e nello studio. Per evitare che persone inesperte si avventurino nella grotta (lasciata attrezzata con le corde fisse necessarie per l’esplorazione) e per mantenerne l’integrità decidiamo di posizionare, al vecchio fondo, un cancello che ne permetta l’accesso solo a persone esperte nelle tecniche di progressione e rispettose dell’equilibrio dell’ecosistema ipogeo. Decidiamo di rivedere anche il sovrastante Abisso Lusa dove il superamento del fondo semi allagato (neanche a dirlo scavando nei detriti) ci porta, con una serie di gallerie, cunicoli e strettoie, fino ad una sala a 163 metri di profondità. Qui un nuovo sifone ci arresta ma i rilievi delle due grotte parlano chiaro e ci indicano che i due torrenti si avvicinano.

Successivamente a Cà Siepe, nella sala verso il fondo, seguendo le correnti d’aria, troviamo un cunicolo fossile di una sessantina di metri, battezzato la Via del Penitente che, dopo averci richiesto molto lavoro per allargare alcune strettoie, ci porta su un altro torrente. Verso monte, un susseguirsi di cunicoli, gallerie e ambienti di frana portano ad una nuova strettoia interrata da cui proviene l’acqua; la direzione è quella dell’Abisso Lusa mentre verso valle, ben presto, l’acqua si perde in bassi laminatoi. Sempre seguendo la corrente d’aria, disostruiamo un nuovo passaggio che, con una bassa galleria, porta ad un primo pozzo di una decina di metri al fondo del quale scorre un torrente il cui corso non è percorribile. Continuando arriviamo a Cassandra Crossing, un incredibile ponte sospeso di ciottoli e fango, debolmente cementati da concrezioni nella parte superiore su cui, ovviamente, non si può camminare. Questo è ciò che resta del riempimento (materiali terrosi e ghiaie trasportati dall’acqua) che aveva occluso la grotta dopo la sua formazione e che è poi stato, almeno in parte, nuovamente dilavato. Scendiamo, in basso, sul torrente, ma ben presto dobbiamo nuovamente salire su quello che è il livello fossile. Dopo aver allargato uno stretto passaggio, un nuovo pozzo, in discesa, ci riporta sul torrente ma un sifone ci costringe di nuovo a salire lungo un grande meandro che sbuca in un’ampia sala di forma quasi sferica, battezzata Moulinex. Più avanti, il livello fossile continua ma solo l’aria passa nel basso laminatoio; sembra ormai indubbio che questa parte di grotta vada verso la Risorgente del Rio Gambellaro.  

1991: ESPLORAZIONI SUBACQUEE DELLA RISORGENTE DEL RIO GAMBELLARO 

Verso valle, dopo molte giornate di lavoro per allargare quella che chiamiamo la Via degli Sminatori, un lungo e disagevole cunicolo ci porta ad un nuovo pozzo che scende sul torrente che, a sua volta, sifona dopo poche decine di metri. In alto una serie di stretti e altri meandri portano ad un bivio. Le prosecuzioni alte e il micidiale meandrino laterale, trovate seguendo la corrente d’aria, ci stanno ancora impegnando, a dieci anni di distanza. Decidiamo, a questo punto, di iniziare l’attività speleo-subacqua, in collaborazione con gli amici dell’Imola Sub, nel tentativo di proseguire le esplorazioni dal basso, cioè dal sifone del Rio Gambellaro, già superato, come abbiamo visto, quasi quaranta anni prima.

Con una prima uscita, dopo alcune ore di scavo subacqueo per allargare il passaggio che si è interrato, superiamo il primo sifone di pochi metri sbucando in un cunicolo e nella seguente galleria che, dopo una trentina di metri, termina nel secondo sifone. Con un altro paio di “uscite” rileviamo e fotografiamo il tratto tra i due sifoni e tentiamo invano l’immersione nel secondo che, dopo un tratto molto stretto, si riduce al punto da non permettere più il passaggio del subacqueo ma solo di un braccio.

1991: IL RAMO DEL GRANDE MEANDRO 

Nel frattempo percorriamo anche numerosi rami laterali di Cà Siepe che ancora oggi presentano zone in cui dobbiamo completare le esplorazioni. Il Ramo del Grande Meandro parte dal Collettore a monte e, con alcuni stretti passaggi ed una galleria in salita, arriva alla base di un grosso pozzo che taglia un enorme meandro. Ci arrampichiamo sulla parete del pozzo e ben presto scendiamo, con una serie di salti e ci ricongiungiamo con la galleria di interstrato del ramo di accesso proveniente dall’Inghiottitoio di Cà Siepe. Attraversato il pozzo, dal lato opposto, si sviluppa il Grande Meandro, che si presenta piuttosto stretto nella parte inferiore (dove è percorribile solo in alcuni tratti) ed è alto dai dieci ai venti metri e possiamo percorrerlo nella parte superiore, aiutati, per un tratto di una sessantina di metri, da una corda posta di traverso. La zona di accesso dal Collettore e gran parte del meandro sono cosparse da bellissime cristallizzazioni di gesso. Al temine scendiamo, con un pozzo, prima in una sala poi in ambienti troppo stretti. Salendo in alto, lungo il meandro, si imbocca invece una galleria lungo la quale, sulla destra, parte uno stupendo pozzo di 30 metri, completamente concrezionato nei primi 20, che scende nuovamente nella sala. Un breve meandrino nella zona del pozzo iniziale ci porta invece ad una grande galleria dove stiamo cercando di superare alcuni passaggi in frana percorsi, per ora, solo dall’aria. Continuando invece nella galleria già superata, in corrispondenza di una bella colata calcarea, partono una serie di passaggi e pozzetti che salgono e scendono in ambienti a volte ampi dove si trova anche un piccolo laghetto oltre il quale percorriamo grandi ambienti meandriformi occlusi presto dai detriti.

1992: IL COLLEGAMENTO TRA CA’ SIEPE E ABISSO LUSA 

A questo punto effettuiamo una prova di colorazione dell’acqua dell’Abisso Lusa con la fluorescina (un tracciante chimico assolutamente innocuo) posizionando i fluorocaptori (costituiti da carbone attivo che assorbe la fluorescina anche in dosi minime) nei vari arrivi laterali delle acque di Cà Siepe e nei due torrenti della Risorgente del Rio Gambellaro. I captatori, una volta recuperati e analizzati, danno un esito nettissimo, liberando la fluorescina assorbita. Il “Lusa” porta l’acqua nel sistemo carsico di Cà Siepe, precisamente nel torrente oltre la Via del Penitente, acqua che sgorga infine nel ramo di sinistra del Rio Gambellaro, ovvero dal sifone. Per poter lavorare in questa zona della grotta, non facile da raggiungere, attrezziamo anche un bivacco interno costruendo una capanna di teli di plastica con materassini di poliuretano, sacchi a pelo e viveri per poter pernottare e rendere quindi più confortevoli le lunghe permanenze. Con alcune durissime uscite di scavo, sdraiati nel fango e nell’acqua che scorre seguita da una gelida corrente d’aria, riusciamo a congiungere Cà Siepe col “Lusa” ; per la prima volta una grotta della Regione tocca i 200 metri di profondità !

A valle del punto di congiunzione tra le due grotte, superato un tratto di strettoie, (la Via degli Sminatori), arriviamo al fondo attuale scendendo nuovamente sul torrente dove la galleria termina in un sifone. La prosecuzione che ancora ci impegna è costituita da stretti meandri in cui l’aria prosegue verso un altro ingresso, attualmente sconosciuto. 

1995: IL RAMO DELLE RISALITE 

Partendo sempre dal Collettore a monte, con una serie di pozzi, dopo un breve cunicolo in cui si striscia, il Ramo delle Risalite si allarga e comincia  a salire con pozzi alti fino a 20 metri, percorribili solo in arrampicata artificiale (aperta con trapano e staffe) fino ad un grande meandro che termina con un pozzo di una ventina di metri che, a sua volta, scende su un ringiovanimento che con stretti ambienti  serpeggia ricongiungendosi sopra al primo salto. Per ringiovanimento si intendono gli ambienti, normalmente più stretti, formati in un secondo tempo, sempre dall’azione di dissoluzione dell’acqua quando abbandona i vecchi livelli superiori trasformandoli in zone dette fossili. Salendo invece la continuazione dell’ultimo pozzo arriviamo in una sala alla base di un nuovo, enorme, pozzo (ancora da risalire) e ad una serie di passaggi in frana da verificare. Tutto questo ramo, con una lunghezza di circa 400 metri e un dislivello positivo di 90, è percorso da una decisa corrente d’aria. 

1995: IL RAMO DEL POZZONE 

In questo ramo, dopo aver strisciato nuovamente dal Collettore in un cunicolo fangoso e superato una strettoia allargata artificialmente, raggiungiamo presto il fondo di un enorme pozzone, in gran parte concrezionato. Dopo una risalita verticale di circa trenta metri un altro pozzo, di una quindicina di metri, da accesso ad un ramo meandriforme lungo il quale stiamo scavando alcuni passaggi che sembrano puntare decisamente verso la dolina chiusa vicina alle case di Cà Poggio.  

1995: CALIVANA, IL TERZO INGRESSO 

Sicuramente degna di nota è la forzatura del Collettore a Monte con lo scavo del Passaggio del Calcestruzzo (un micidiale cunicolo con curva a gomito stretto, bagnatissimo, con un misto di fango e ghiaia da cui prende il nome) oltre il quale duecento metri di grotta, generalmente ampia, ci portano quasi all’esterno, sotto all’inghiottitoio della Calivana, più volte oggetto di scavi prima degli speleologi forlivesi e poi nostri. Un’altra serie di uscite, coi tentativi prima di disostruzione dal basso del Pozzo del Kamikaze poi di un meandro laterale, ci porta finalmente a riaprire (anche grazie all’uso di fumogeni e dei segnalatori Arva per individuare i punti in cui scavare anche all’esterno) l’entrata a monte di tutto il sistema che viene successivamente richiusa con un cancello per i motivi già citati. Lungo tutto il collettore e in alcuni rami laterali troviamo dei resti di materiali di fabbricazione umana, soprattutto laterizi e frammenti ossei animali, spesso in pessime condizioni essendo stati fluitati dall’acqua, che stiamo ancora studiando. 

1999: IL RAMO DEL P 40 

Il Ramo del P 40, ultimo nato, parte sempre dal Collettore a Monte e sale, con un bel pozzo, arrampicabile solo artificialmente, di ben 40 metri (il maggiore tratto verticale dell’intera grotta) seguito da meandri e piccole gallerie. Sotto questo tratto, un incredibile pozzo a campana di una ventina di metri, seguito da un meandro, riprende a scendere poi seguono alcune strettoie, ancora da superare. Proseguendo incontriamo invece dei nuovi pozzi da risalire, intervallati da strettoie e da gallerie che, dopo oltre 100 metri di dislivello positivo, terminano alla base di una frana. Dal rilievo questa risulta essere la base occlusa del pozzo a ovest di Cà Siepe, una grotta formata da un unico pozzo di 18 metri. Molti altri sono i rami minori o i pozzi laterali in cui abbiamo lavorato o in cui lo stiamo facendo. 

IL COLLEGAMENTO CA’ POGGIO-LANZONI-CAMELOT ED ALTRI LAVORI IN ZONA 

L’Inghiottitoio di Cà Poggio, la prima grotta scoperta nella zona e frequentatissima, ci vede dapprima impegnati con risalite sopra il terzo pozzo che riusciamo a congiungere con la sovrastante Grotta Lanzoni poi con un tentativo di scavo sul fondo, ancora da ultimare. In questo punto effettuiamo anche un’altra colorazione con la fluorescina che ci dimostra l’appartenenza di queste due grotte al nostro complesso poiché l’acqua che vi scorre, contrariamente a quanto rilevato negli anni Settanta, alimenta il torrente che fuoriesce dal sifone del Gambellaro. Tra le nuove cavità, la più interessante è sicuramente Camelot, una cavità profonda 70 metri che una volta doveva essere un inghiottitoio. Qui stiamo tentando di superare il fondo, sperando in una prosecuzione verso Cà Siepe, distante circa un chilometro.

CONCLUSIONI SULLO STATO ATTUALE DELLE CONOSCENZE di Loris Garelli 

L’enigma idrogeologico del Monte del Casino è sostanzialmente svelato: il complesso carsico è composto da sette grotte delle quali tre sono collegate fisicamente tra loro mentre le altre quattro lo sono senza transitabilità. Le prime tre sono:

-       l’Inghiottitoio a Ovest di Cà Siepe (ER RA 365) che è quella con maggiore sviluppo, 3000 metri (ma esplorazioni e rilievo topografico non sono ancora terminati). Di questa fanno parte l’ingresso A (vedi rilievo)  considerato il principale di tutto il complesso, in quanto è il punto da cui sono cominciate le esplorazioni, situato in una dolina appunto a ovest di Cà Siepe e l’ingresso B, situato nella dolina di Cà Caldana (erroneamente segnata Calivana nella cartografia tecnica regionale). Quest’ultimo, da quando è stato disostruito, è quello maggiormente usato poiché più facilmente raggiungibile. Il massimo dislivello di cavità è 164 metri.

-       l’Abisso Antonio Lusa (ER RA 620), ingresso C, 700 metri di sviluppo, è situato nella dolina presso Cà Budrio ed è l’ingresso più alto di tutto il complesso; il dislivello è di 163 metri.

-       il Pozzo a ovest di Cà Siepe (ER RA 130), ingresso D, 26 metri di sviluppo per un dislivello di 20.

In totale queste tre cavità raggiungono 3726 metri di sviluppo per una profondità di 214 che si posiziona interamente lungo l’asse Lusa-Gambellaro; si entra dall’ingresso del Lusa fino al fondo della grotta percorrendo il torrente che prosegue poi in Cà Siepe. Seguendone ulteriormente il corso, in zone a volte attive ed altre fossili, si raggiunge una sala che costituisce il punto più profondo del complesso.

Le grotte della Vena del Gesso sono formate solitamente da un unico ramo principale con poche e brevi ramificazioni laterali. Questo complesso rappresenta un’eccezione poiché ci sono due rami principali: uno è quello già citato sull’asse Lusa-Gambellaro e il secondo è il torrente che parte dalla dolina di Cà Calvana. Le maggiori ramificazioni sono nella zona dove quest’ultimo intercetta il ramo che proviene dalla dolina di Cà Siepe e sono, oltre a questo, il ramo del Grande Meandro, il ramo che conduce al Pozzo ad Ovest di Cà Siepe (o del P 40) e il Ramo delle Risalite. Sommando i dislivelli dei rami principali si raggiunge un totale di 790 metri. All’interno del complesso vi sono oltre 30 pozzi (zone verticali) tra i quali il maggiore è di 40 metri. Tutte le acque delle grotte della zona escono dal sifone ipogeo del Rio Gambellaro. All’interno del complesso vi sono innumerevoli rii perenni che portano, in periodi normali, pochi litri d’acqua al minuto e vanno ad alimentare i due collettori di Cà Calvana e del Lusa. Ci sono anche dei rii stagionali che subiscono l’influenza delle meteorologia esterna, secondo la distanza e gli strati di gesso che li dividono dalla superficie. Nello stesso rio della dolina di Cà Calvana, durante le piogge, si convogliano, direttamente dall’ingresso, le acque che scendono lungo le carrarecce rendendo complicata la progressione degli speleologi in alcuni punti del percorso. Per incontrare il primo affluente perenne si deve raggiungere il ramo che proviene dalla zona della dolina sotto Cà Poggio Benati. Proseguendo si intercettano poi, tra gli altri, i corsi che arrivano dai rami delle Risalite, del P 40 e dei Fiori, per arrivare alla confluenza con l’Inghiottitoio di Cà Siepe. Qui si incontrano le acque che provengono dall’inghiottitoio e quelle di un rio che da sempre ha alimentato curiosità e fantasia degli speleologi ma che non è stato ancora possibile risalire. La portata idrica costante di questo rio, in ogni periodo dell’anno indipendentemente dalla meteorologia esterna, implica che siamo in presenza di un vasto bacino di raccolta sviluppato a molti metri dalla superficie e in direzione delle zone alte del monte. La più plausibile delle cause è l’ipotizzare che parte delle acque provengano da Camelot, una grotta scoperta alcuni anni fa, distante circa un km dal complesso. Proseguendo lungo il rio Calivana si incontrano altri due rii e una cascatella con belle concrezioni nella sala che si trova verso il fondo del ramo. I rami alti sono in gran parte fossili, la galleria che conduce al P 30 è attraversata da un rio che forma una bellissima colata calcarea, un corso d’acqua percorribile alcune decine di metri si trova alla base del pozzo stesso. Due sono i rii che dal vecchio fondo Lusa (-116) danno vita al torrente che, fino alla zona del bivacco, non ha altri grossi apporti d’acqua. In questa zona, a pochi metri l’uno dall’altro, riceve le acque di due affluenti, uno percorribile per pochi metri, l’altro che esce direttamente dalla roccia. L’ultimo affluente perenne si incontra nella sala finale e va a formare una cascata di 9 metri che arriva nell’attuale punto più profondo del complesso carsico. Le altre grotte collegate al complesso (senza transitabilità) sono:

-       il Buco II° di Cà Budrio (ER RA 378), ingresso E nel rilievo, 57 metri di sviluppo e 22 di dislivello, un inghiottitoio fossile che trova nella stessa dolina dell’Abisso A.Lusa.

-       l’Inghiottitoio presso Cà Poggio (ER RA 375), ingresso F, 150 metri di sviluppo e 85 di dislivello, che si trova nella dolina più a nord e più vicina alla risorgente. Tutta questa grotta è percorsa da un piccolo rio che confluisce nel collettore Lusa-Gambellaro in un punto compreso tra il fondo del complesso e il sifone del Gambellaro, nella zona ancora inesplorata. L’errata valutazione degli speleologi faentini, nel 1974, sulla quota del fondo di questa cavità, derivò, probabilmente, da un’errata impostazione delle quote esterne.

-       la Grotta Ennio Lanzoni (ER RA 619), ingresso G, 130 metri di sviluppo e 20 di dislivello, che è fisicamente collegata con la ER RA 375.

-       la Risorgente del Rio Gambellaro  (ER RA 123), ingresso H , 350 metri di sviluppo, 35 di dislivello.  

Concludendo si può dire che, a partire dal 1990, la Ronda Speleologica Imolese del CAI è riuscita ad esplorare una vasta rete idrica all’interno del Monte del Casino e, con le prove colorimetriche, ha individuato i rapporti tra le varie grotte anche dove non è stato possibile transitare fisicamente. Le acque di tutte le maggiori cavità che si sviluppano nella zona delle doline ad est della faglia del Gambellaro confluiscono nel sifone di questa risorgente ma resta da stabilire la provenienza di quelle della sorgente di quota 192.

Questa, fino a qualche anno fa, dava vita ad un rio che dopo pochi metri si inabissava ed andava ad alimentare il secondo ramo della risorgente, ora l’inghiottitoio si è occluso e l’acqua confluisce nel tratto all’aperto del Rio Gambellaro ma all’interno della grotta l’attività idrica non si è praticamente modificata.

L’AVVENTURA DELL’ESPLORAZIONE CONTINUA ! 

Dietro questa esposizione, che a tratti può sembrare un arido elenco di lunghezze e di profondità, c’è la passione di tanti giovani che, nel sottosuolo della Vena del Gesso, strisciando tra macigni in bilico, colate di fango e torrenti che appaiono e scompaiono mantengono viva, a una decina di chilometri dalla Via Emilia, l’avventura dell’esplorazione. In un mondo dove si ritiene che tutto quello che c’era da scoprire sia già stato scoperto ecco, a due passi da casa, uno spazio incredibile per l’avventurarsi nell’ignoto, un’avventura che si trasforma, immediatamente, in studio, ricerca, documentazione, nel filone della più genuina tradizione del Club Alpino Italiano, il cui statuto metteva al primo punto, già un secolo e mezzo fa, la conoscenza e lo studio delle montagne. E’ di questi ultimi giorni (primavera 2001) la scoperta di un nuovo pozzo, liscio come una condotta forzata, che chiude contro una pericolosissima frana….. l’avventura dell’esplorazione continua ! 

     

Speleo GAM Mezzano (RA)