Speleologia Emiliana N° 12/13 - Anno XXVII - XXVIII -  IV serie - 2001/2002, rivista della Federazione Speleologica Regionale dell'Emilia Romagna.

    

Complesso Rio Stella - Rio Basino: una storica traversata ancora possibile 

Roberto Corsi (Gruppo Speleologico Ferrarese) 

Questo scritto non può avere scopi pienamente esaustivi nel trattare un complesso carsico di così vasta importanza ed estensione. La particolare rilevanza idrogeologica, morfologica, e non ultimo anche storica, meriterebbe una analisi indubbiamente più documentata, che speriamo di riservare ad un prossimo futuro. Tuttavia crediamo possa essere apprezzata la tempestività di informazione su di un argomento - possibilità o meno di attraversare ancora oggi il complesso - che ha appassionato molti speleologi per parecchie decine di anni. 

La Vena del Gesso Romagnola è di interesse fondamentale per quanto riguarda il carsismo della nostra regione. Nonostante la superficie dell'affioramento sia solamente di una decina di chilometri quadrati, lo sviluppo in senso lineare si estende per oltre 25 chilometri, rendendola una delle zone carsiche gessose più importanti del nostro Paese. Nel suo interno gli speleologi, a partire dagli anni '30, hanno esplorato e topografato circa duecento cavità, che complessivamente superano i 35 chilometri di sviluppo.

Gli affioramenti si sviluppano principalmente sull'asse est ovest, aspri e ripidi nel versante meridionale e più dolci nel versante nord, spezzati da cinque ampie vallate che li intersecano ortogonalmente.

Anche il complesso carsico Inghiottitoio del Rio Stella (ER/RA 385) - Grotta Sorgente del Rio Basino (ER/RA 372) incide l'affioramento secondo la direttrice principale sud - nord: infatti le sue acque scompaiono nel sottosuolo nel punto più basso dell'ampia valle cieca del Rio Stella, per poi riemergere a giorno nel versante nord, dopo un percorso ipogeo stimabile, secondo i vecchi rilievi di Giovanni Leoncavallo, in circa un chilometro e mezzo, con un dislivello di quasi un centinaio di metri.

L'avanzata fase di senescenza della grotta ha, fin dagli inizi, reso problematica la sua percorribilità: frequenti crolli e frane infatti interrompono la tipica morfologia del corso del torrente ipogeo. L'accesso a monte, il Rio Stella, non era più stato fatto oggetto di interesse da parte degli speleologi dalla fine degli anni ottanta, quando il Gruppo Speleologico Ferrarese ne aveva ultimato la rivisitazione dei primi 300 metri. L'accesso a valle, pur essendo una bella e facile grotta per circa 400/500 metri, è reso difficoltoso da un lungo e basso laminatoio, la cui altezza si aggira solamente in una trentina di centimetri, quasi sempre percorso da un torrentello.

Molti speleologi attivi nella zona hanno tentato la traversata in questi ultimi decenni; noi qui di seguito raccontiamo il nostro tentativo, che purtroppo non si sa se definirlo riuscito o meno. Sicuramente riuscita è stata tuttavia l'attivazione di un nuovo interesse per una zona che crediamo meritevole.

Dopo un paio di uscite senza frutto tese all'individuazione dell'ingresso dell'Inghiottitoio del Rio Stella, decidiamo, forse troppo frettolosamente, di attaccare il complesso partendo da valle. Il primo tentativo viene effettuato il 13/5/2001; l'obiettivo primario era limitato al solo passaggio del laminatoio, non escludendo ovviamente una prima occhiata agli ambienti successivi. Dopo aver indossato in grotta le nostre mute, proviamo ad impostare il non banale passaggio. Purtroppo eravamo consci del periodo molto piovoso, fattore che da solo bastava a suggerire estrema cautela. Lo scorrimento idrico era infatti molto marcato, occupando in larghezza tutto lo spazio disponibile, e innalzando in modo piuttosto critico il livello.

Il laminatoio non offre punti di riferimento chiari; in certi posti si passa, in altri no. La larghezza è tanta, fin troppa, ma l'altezza non è mai tale da poter effettuare un dietrofront, senza cioè arrivare alla fine del laminatoio lungo oltre dieci metri.

Il secondo tentativo è avvenuto il 23/06/2002. Le condizioni idriche sono migliori. L'acqua è quasi sparita dal primo tratto, tanto che ottimisticamente provo a farlo con pile e tuta; dopo pochissimo, completamente zuppo e gelato, capisco che è ora di prendere sul serio quel benedetto laminatoio.

Con la muta indossata, inizio a notare alcuni punti di riferimento sulla volta gessosa, al fine di guidare sia la mia eventuale ritirata, che la via ai miei compagni. Questa volta passiamo tutti. Dopo qualche metro di comodità, ecco la prima frana, composta in prevalenza da blocchi di circa un metro di diametro. Nei pressi, incisa in un riempimento fangoso, troviamo la scritta "G.S.Fe. 5/87": in quel punto, 15 anni orsono, gente del nostro gruppo aveva fatto dietrofront.

Nonostante la marcata corrente d'aria che ci guida, per trovare la via dobbiamo fare numerosi tentativi, resi faticosi dalle calde mute che purtroppo siamo costretti ancora ad indossare.

Appena la via si allarga, finalmente sgombra da frane, ecco un maestoso meandro, molto simile a quelli del tratto "classico" del Rio Basino. Sulla sinistra è impossibile non notare un importante arrivo, crediamo fossile, ma indubbiamente percorso in passato da tale quantità d'acqua da renderne urgente un nostro prossimo interessamento.

Dopo circa 2/300 metri di percorso mai intuitivo ed agevole, le maestosità di questa cavità iniziano a manifestarsi: una sala di crollo stimata in una trentina di metri in lunghezza, per una quindicina in larghezza, ci accoglie per una sosta. Su un sasso troviamo la scritta rossa RSI 89.

Anche qui tutto meriterebbe un attento ricontrollo; sappiamo che cavità come l'F10 ci sovrastano, e che di conseguenza certi particolari meritano attenzione. Prima di fare ritorno proviamo a trovare la via per il Rio Stella senza riuscirci, e questa volta le difficoltà e l'ora tarda ci suggeriscono che è meglio ritornare. Le mute da sub non sono concepite per muoversi all'asciutto, e dopo 7 o 8 ore cominciano a dare veramente fastidio. 

Per la traversata puntiamo tutto sul weekend del 13 e 14/07/2002. Condizioni meteo ottimali, curati preparativi ed una eccessiva baldanza di fondo sono i primi ingredienti. Per l'occasione importante allarghiamo gli inviti all'amico che forse in assoluto riteniamo il più adatto per simili ricerche in simili ambienti, cioè Marco Castiglioni alias Busto. Pur non percependo forse bene quali erano gli intenti (e probabilmente nemmeno i luoghi), crediamo che in lui sia prevalsa solo una sana curiosità. Ottimisticamente lo convinciamo a lasciare la sua auto vicino alla stalla, fuori la valle cieca del Rio Stella, sicuri che ci sarebbe stata utile una volta traversati e sbucati dall'inghiottitoio.

Ci accompagnano al Basino nel tratto precedente il laminatoio anche alcuni soci del G.S.Fe., in primis incaricati ufficialmente al recupero mute (tanto uscivamo dal Rio Stella), poi più prudentemente decidiamo di lasciarle eventualmente a disposizione di chi non avrà "traversato".

Entriamo verso le quindici di sabato, raggiungiamo rapidamente il laminatoio. Salutiamo i compagni che rimarranno a fare foto nel Basino "classico", e passiamo senza problemi; subito l'unico orologio (uno al quarzo da £17.000) si allaga e i numeri risultano illeggibili. Da quel momento purtroppo il tempo sarà scandito solo dalla media delle scarburate, e questo vago regolarsi renderà ancora più straniante l'impresa. Ci togliamo le mute, ed indossiamo i normali indumenti da grotta, impeccabilmente asciutti.

Di buona lena si raggiunge la grande sala di crollo, e si investiga ancora il passaggio: grazie a Busto lo troviamo. Ancora ambienti larghi e splendidi, potenti meandri. Non è facile per chi scrive elencare precisamente i luoghi più salienti in termini di successione e di ubicazione; il passo era comprensibilmente inquieto, rapido ed investigativo, e quindi poco attento a certi aspetti. Tuttavia alcune morfologie è impossibile dimenticarle: un lungo e splendido meandro, stile "Buca Romagna", parte non molto dopo la grande sala di crollo. Un bellissimo laghetto (dove abbiamo fatto una foto), con concrezioni e vaschette nel laminatoio a monte, sbucava in fondo ad una considerevole sala. Per accedervi siamo scesi per 6/7 metri di dislivello in una grande frana, composta da larghi blocchi.

Netto il ricordo del primo significativo passaggio in frana: sembrava un ravaneto apuano, e l'aria usciva tutta tra quei blocchi. Con zelo e tanta pazienza Busto ed il sottoscritto hanno vagato tridimensionalmente, orientati da Silvia che faceva da punto di riferimento più o meno fisso, poco più indietro. Lancillotto spesso si occupava di allacciare i due reparti, pur intuendo a sua volta molti passaggi.

Una volta trovata una via percorribile, atterriti dal ritorno, decidiamo di sagolare (in nero!!!) almeno i tratti più contorti.

La seconda grande frana è stata la più difficile da passare; i tentativi si sono protratti per ore, addirittura facevamo una sorta di turno. La decisione del ritorno era nell'aria, ma quando arriva il mio turno, comprensibilmente l'ultimo, mi sorprendo a prendere a pietrate un passaggio papabile ma stretto: qualcosa di insospettato cede, colpendomi una gamba prima, ma facendomi passare poi. Dopo poche altre contorsioni la frana finisce, e nel meandro susseguente incontriamo una sagolina stesa nell'ambiente, crediamo per fare da guida, identica a quelle che si usano nella speleologia subacquea. Questo ritrovamento causa una ventata di eccessivo ottimismo nella squadra, che dimentica il chilometro di accidenti già percorsi, e crede che la sagolina, messa da chissà chi e chissà quando, ci possa guidare senza difficoltà direttamente fuori lo Stella. Dopo non molto si realizza infatti che la velocità di progressione è sempre molto lenta, e che la sagola non aiuta un gran che, essendo irreperibile per la maggior parte dello sviluppo, strappata probabilmente da piene e crolli vari. L'aria che spirava sempre decisa verso il Basino a questo punto inverte la sua direzione, ed innesca lo Stella da ingresso basso. Una evidente vecchia scritta in nerofumo "G.S.E." ci rincuora mentre stiamo svolgendo uno di quei malinconici conciliaboli ben conosciuti a molti speleologi: insistiamo proseguendo oltre, ipotecando però un ritorno - calvario, oppure molliamo tutto? Che ore saranno? Quanto avremo già percorso? L'unanimità decide di tentare la sorte proseguendo oltre. Dopo circa una quindicina di ore (sempre vergognosamente stimate "a carburo") il gruppo cambia tattica: alternativamente un solo disgraziato vaga in avanti, e dopo un po' torna per indicare il tragitto agli altri, che intanto bivaccano e si riposano. Dopo qualche ora di tragitto l'argilla è più presente, troviamo un grosso tronco, resti di sacchetti usati in agricoltura, ragionevolmente non dovrebbe mancare ancora molto. Ancora tratti di sagola concrezionata, ancora più argilla, poi foglie e radici, la galleria sale e abbandona il torrentello: adesso dovremmo proprio esserci. La sagolina prosegue dritta, orrendamente sepolta da una colata di argilla, proprio quando il suo salire risultava più deciso. Perlustriamo un'articolata zona di frana mista a colate, con ampi vani tra i massi: l'aria sembra infilarsi per una fessura quasi verticale, lunga un paio di metri, ma strettina solo verso l'alto. Un sasso stimato in circa una trentina di chilogrammi fa da tappo, in alto; è completamente secco, in netto contrasto con Fumido/bagnato circostante. Busto, aiutato dalle sue dimensioni, arriva a manipolarlo, ma non a spingerlo fuori, in un intuibile piccolo slargo con fondo piatto. Proprio questa caratteristica, insieme alle radici, lumache, zanzare, ci fa comprensibilmente supporre la pochissima distanza dalla superficie. Credo anche di aver visto un bagliore di luce diurna, dopo aver spento l'acetilene. Tentiamo febbrilmente di scovare un passaggio alternativo, ma senza risultati immediatamente utilizzabili; tentare scavi con quelle premesse, per giunta a mano, sarebbe stato assurdo.

La via del ritorno ci è costata molto in termini di energia e soprattutto di apprensione. Non sappiamo quanto tempo ci abbiamo messo, purtroppo abbiamo dovuto ricercare di nuovo molti passaggi. Spesso abbiamo avuto la strana e netta sensazione che la progressione, in quei momenti, fosse guidata da una sorta di istintualità, più agile e meccanica ma meno analitica e riflessiva. Sicuramente più efficace. Alle 14 circa di domenica raggiungiamo l'uscita del Rio Basino, 23 ore dopo che vi siamo entrati.

Qualche tempo dopo ci facciamo guidare da un vecchio socio del nostro gruppo, per trovare seriamente l'entrata esatta del Rio Stella. Troviamo un ingresso con molta aria, che secondo i ricordi potrebbe essere quello giusto; si scende un saltino di 2 o 3 metri, saletta bassa, l'aria che esce decisa da due vie impraticabili, una orizzontale e una verticale. Allargando un po' a mano quella verticale, spostiamo un sasso, che non era un sasso qualsiasi: era proprio "lui", quell'ultimo impedimento che ci aveva precluso la traversata. Dopo mezz'oretta di scavo allarghiamo il passaggio orizzontale, più comodo, e passiamo: ritroviamo la sagolina, riconfermiamo anche la supposizione legata al sasso. Ci mancavano 3 metri di dislivello e saremmo stati fuori. Poco più in giù ritroviamo anche gli angosciosi ricordi della sosta più avanzata.

I propositi ora sono quelli di curare la riedizione della topografia della cavità, assolutamente necessaria, ma certamente molto pesante e impegnativa. Appetibili possono anche risultare i controlli nelle zone più interne della traversata, per trovare nuove vie, ovviamente in salita.

Tuttavia non è difficile, per noi, aver già avuto una bella soddisfazione. Abbiamo ripercorso e reso ancora possibile una traversata che, per bellezza, sviluppo e vastità degli ambienti, ha pochissimi paragoni nei gessi della nostra regione e forse del nostro pianeta.

Bibliografia

AA.VV. 1989 - La Vena del Gesso Romagnola. Maggioli Ed., Rimini.

AA. VV. 1994 - La Vena del Gesso. Regione Emilia Romagna, Bologna.

Forti P., Francavilla F., Prata E., Rabbi E., Griffoni A., 1989 - Evoluzione idrogeologica dei sistemi carsici dell'Emilia-Romagna: 3-Il Complesso Carsico Rio Stella - Rio Basino (Riolo Terme). Atti XV Cong. Naz. Spel., Castellana Grotte, G.D.I., s. 4, v. 15, 349-368.

Bentini L., Bentivoglio A., Veggiani A., 1965 - Il complesso carsico inghiottitoio del Rio Stella (ER 385) - Grotta Sorgente del Rio

Basino (ER 372). Atti VI Conv. Spel. dell'Italia centro-meridionale, Firenze, 94-109.

Frattini M., 1954 - L'esplorazione della Grotta sorgente del Rio Basino (Romagna). Atti VI Cong. Naz. Spel., Trieste, 80-83.

     

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