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CARSISMO E SPELEOLOGIA |
| Gruppo Speleologico Faentino - Speleo GAM Mezzano |
| LE GROTTE DELLA VENA DEL GESSO ROMAGNOLA |
| I Gessi di Rontana e Castelnuovo |
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ABISSO PRIMO
PERONI (Buco Grande) ER RA 627 Rilievo: pianta sezione sezioni trasversali Scheda catastale
Accesso Dalla
provinciale Monticino-Limisano si imbocca la strada per Castelnuovo e,
giunti alla sterrata che conduce alla chiesetta omonima, si scende
costeggiando il lato sinistro della grande dolina sul cui fondo si apre la
grotta. Esplorazioni Giovanni
Bertini Mornig: 1934. Gruppo
Speleologico Faentino: 1985; 1998 - 1999. Rilievi Giovanni
Bertini Mornig: 1934. Gruppo
Speleologico Faentino: 1985; 1998 - 1999. Descrizione Cavità
molto bella sotto tutti i punti di vista, è stata dedicata a Primo
Peroni, uno dei fondatori del Gruppo Speleologico Faentino e pioniere
dell’escursionismo nell’Appennino romagnolo, scomparso nel 1978:
assieme al non lontano Abisso Mornig costituisce il tassello fondamentale
nel mosaico del bacino del Rio Cavinale. La presenza di una spettacolare
verticale unica di 38 m, di una galleria percorsa dal torrente e di sale
di notevoli dimensioni nella parte fossile, fanno del Peroni una grotta
dagli ambienti diversificati e assai remunerativa per ripetizioni anche a
scopo didattico, oltre che costituire un compendio di morfologie carsiche
da manuale. Dal punto di vista esplorativo la grotta è ben lontana
dall’aver svelato tutto e poco noti risultano inoltre gli aspetti
geologici e speleogenetici oltre che (ma questa è praticamente la regola
per tutto il sottosuolo della Vena) quelli faunistici: infatti a parte
poche osservazioni frammentarie e relative a troglofili e troglosseni
(vedasi infra) ,buio totale v’è invece
sui troglobi. Solo
la grande dolina di accesso è nota da sempre: anche
Mornig ci aveva messo il naso nel ‘34, battezzando Buco Grande di
Castelnuovo l’inghiottitoio intasato che si trova al suo fondo. Per la
storia esplorativa dell’abisso bisognerà attendere altri 51 anni e la
relativa disostruzione a suon di Makita, ma soprattutto di mazzetta e di
tanti secchi di detriti rimossi. Schematicamente
la grotta si può dividere nelle tre parti sopra elencate: pozzo iniziale,
galleria attiva e rami fossili. Il
pozzo è accessibile tramite una strettoia significativamente denominata
“buca da lettere “, un tempo molto selettiva (recenti allargamenti ne
hanno di molto diminuito la severità), che fa seguito ad un cunicolo, in
ripida discesa, interamente liberato dai detriti con la lunga opera di
scavo del G.S. Faentino nell’estate 1985. Dopo i primi metri di esigue
dimensioni ci si ferma su lame gessose (frazionamento) dopodiché il pozzo
si allarga, spettacolarmente, a campana, interrotto solo da una cengetta
terrosa a circa mezza altezza. La sezione basale del pozzo ha un’area di
varie decine di metri quadrati, che contrasta nettamente con lo stretto
pertugio superiore. Tale morfologia “a campana “è tipica dei
cosiddetti “pozzi a cascata “, scavati dall’acqua che precipitava da
un livello superiore (fondo dolina) ad uno inferiore, costituito dal corso
d’acqua ipogeo del complesso carsico Fantini - Mornig – Peroni –
Cavinale. L’atterraggio è nel letto del rio (punto 5 ril.) , che si
inoltra verso valle con una bella galleria percorribile senza difficoltà
fino alla strettoia terminale, sifonante in caso di piena e adorna di
curiosi concrezionamenti policromi (punto 28 ril.). L’avanzamento è
precluso dalle dimensioni della strettoia ; peraltro dopo pochissimi metri
si sbucherebbe nella Grotta Risorgente del Rio Cavinale come dimostrato
nella giunzione "a vista" del 6 luglio 1986. Un vero
collegamento, fisico e materiale, è da escludersi perché richiederebbe
la completa demolizione dei concrezionamenti; tra l’altro esso non
consentirebbe comunque la traversata fra le due grotte per via della
presenza perenne di acqua. Da
notare circa a metà percorso della galleria gli ambienti ascendenti sulla
sinistra idrografica, costituiti da un maestoso salone inclinato, con
chine detritiche alla cui sommità parte il ramo "Cazzarola",
risalito in libera nel primo tratto e poi con staffe per oltre 20 metri
negli anni ’86 e ’87; sale con andamento elicoidale e con meravigliose
forme di erosione e corrosione sulle pareti fino ad un "cul de sac"
sommitale (punto C 6 ril.). Verso
monte, invece, la galleria, dopo essersi allargata nel "campo
base" (luogo di attese per salire il pozzo) forma un lungo salone
meritevole di ulteriori indagini geomorfologiche: crolli più o meno
antichi devono essersi aggiunti a fenomeni di erosione fluviale di cui
restano tracce anche ad una certa altezza. Il vasto ambiente è
ispezionabile anche in alto, tramite passaggi in roccia, cengette e
terrazzi che portano anche di fronte al pozzo. Il salone di crollo ,
diretto SW – NE , attraversa almeno quattro potenti banchi gessosi, cosa
che ha permesso di verificare il ruolo primario che nella sua formazione
hanno avuto le dislocazioni e le famiglie di fratture ad esse legate (
vedasi infra : “ Inquadramento geologico“). Il
torrente, come noto, proviene da un sifone (punto M 9 ril), superato dopo
disostruzione solo recentemente (1998), oltre il quale si sviluppa per oltre 180 m un nuovo ramo
verso l’Abisso Mornig, con andamento SE. L'abbassamento
artificiale delle acque del sifone ha permesso di proseguire in una
condotta di una decina di metri percorribile carponi fino ad un altro
passaggio allagato; anche qui una canalizzazione artificiale ha consentito
il parziale svuotamento del cunicolo. Si oltrepassano i due metri di umida
condotta (Strettoia CicciObeso), dove la forte corrente d'aria fa capire
che il "Mornig" è vicino, e si sbuca in una sala con ampie
vaschette concrezionata sul letto del torrente. Seguono
altre sale anch'esse concrezionate sia su pavimento sia sulle pareti, poi
il ramo cambia aspetto: ora diventano più frequenti le frane e più volte
si è costretti a strisciare sull'acqua. In quest'alternanza di salette,
frane e strettoie si arriva al terminale (?) dove un basso laminatoio per
il momento non permette di arrivare al "Mornig", distante circa
30 m. Dal
"campo base", con una serie di tortuosi passaggi a fianco del
pozzo, si perviene invece ad una specie di condotta con tracce di
paleo-scorrimenti idrici e da qui al primo di una serie di saloni. Una
bella parete a sinistra, rivestita in cristalli di gesso, mostra
caratteristiche scanalature verticali, mentre proseguendo a destra si
perviene agli ambienti di crollo. L’ultimo di questi ospita la curiosa
"dolina interna", scavata in un potente deposito di sabbie,
ghiaie e ciottoli e che inghiotte le acque periodicamente provenienti del
ramo di Ca’ Torre (punto D 0 ril.). Quest’ultimo è un basso cunicolo
a destra della dolina, percorribile per breve tratto strisciando tra i
ciottoli e proveniente dall’Inghiottitoio omonimo, scoperto nel ‘63
dal G.S.Faentino e disceso, allora, fino al terminale di posto alla
profondità di m 16 costituito da un "tappo" di argille e
detriti. Sotto
la "dolina interna" si apre un pozzetto e quindi un ramo che si
inabissa restringendosi progressivamente. Dal bordo della dolina verso
nord-ovest ci si immette invece in un altro ramo attivo discendente (il
"Lipostabil") che dopo due pozzetti termina su un piccolo
sifone, interpretato come livello di base (punto L 11 ril.. Poiché
sia il ramo della dolina interna, sia il “Lipostabil” risultano
allagarsi completamente (lo dimostrano i livelli di piena, recenti,
osservabili in entrambi) ci si è posti il problema di quale sia il loro
bacino imbrifero , che non pare spiegabile con il solo, limitato apporto
di Ca’ Torre. Tra l’altro pare che il secondo (“Lipostabil”) possa
ricevere acqua solo previo totale allagamento del primo, che altrimenti
cattura a monte tutta l’acqua di Ca’ Torre. L’ipotesi insomma ,
suggestiva ma finora non provata , sarebbe che una volta riempitasi la
dolina interna le acque tracimino riversandosi nel “Lipostabil”. A
complicare il tutto esiste un terzo ramo, anch’esso discendente ma del
tutto fossile (tratto P 1 - P 7 ril.), che inizia sempre dalla sala della
dolina interna e si dirige verso sud (opposto quindi al “Lipostabil”)
inoltrandosi sotto i grandi saloni di crollo. Esso appare come un
paleo-corso, con tratti a condotta forzata e pendenti pseudostalattici
indicatori di ambiente completamente riempito di sedimenti alluvionali;
solo in alcuni tratti i fenomeni di crollo hanno alterato l’originaria
morfologia comunque riconoscibile come freatica. L’Abisso
Peroni è certamente tra le grotte romagnole più meritevoli di indagini
speleogenetiche, anche per suffragare le ipotesi fin qui esposte che vanno
intese come del tutto preliminari.
Sandro Bassi Pozzi P
38 da discendere su scala, P 5 (dolina interna), P 5, P 7 ("Lipostabil")
da discendere su scala. 7 9 10 11 13 19 20 23 24 31 36 37 45 65 67 |
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Speleo GAM Mezzano (RA)