CARSISMO E SPELEOLOGIA

   
Gruppo Speleologico Faentino - Speleo GAM Mezzano
LE GROTTE DELLA VENA DEL GESSO ROMAGNOLA
I Gessi di Rontana e Castelnuovo
  
   

LA FREQUENTAZIONE IN ETA' PRE-PROTOSTORICA

Nell'area di Rontana e Castelnuovo non si conoscono, almeno fino ad oggi, siti archeologici di consistenza ed importanza paragonabili a quelli ben noti della Grotta del Re Tiberio, della Grotta dei Banditi e della Tanaccia di Brisighella; addirittura fino a pochi anni fa non era venuto in luce alcun reperto né nelle numerose cavità naturali né all'esterno.
Soltanto nel 1985 e, a distanza di dieci anni, nel 1994, in seguito alle profonde arature effettuate nel fondo Piantè sono venuti in superficie pochi rozzi manufatti litici, raccolti dal Gruppo Speleologico Faentino. La roccia che costituisce il supporto di tali manufatti è in un solo esemplare una selce bluastra del tipo di quella che è stata campionata, sotto forma di piccole liste fuori contesto, presso il margine sud occidentale e sul fondo del "Catino di Pilato" (M. Rontana). Gli altri reperti sono stati ricavati invece da una varietà di "calcari a Lucina" riferibile, secondo Stefano Marabini, ad un livello interposto tra ammassi lenticolari di quest'ultimo ed i "calcari di base", di colore grigio e caratterizzato da una fitta laminazione; un blocco di calcare organogeno con questa peculiarità è stato visto dallo stesso Marabini a Monte Mauro, affiorante tra le scaglie della triplicazione in una località allineata all'incirca con l'area di Ca' Piantè. E' stata dunque impiegata la materia prima reperibile localmente che, sebbene di qualità scadente, risultava comunque idonea per la sua componente silicea a fabbricare strumenti mediante scheggiatura. D'altra parte nella Vena del Gesso è stata largamente utilizzata dalle genti pre-protostoriche anche la selce biancastra affiorante ai Crivellari che, spesso cariata e di grana grossolana, è di qualità ancora peggiore.

I manufatti litici ricavati in selce bluastra (n.2) e da una varietà di "calcare a lucina" (nn. 1, 3, 4) rinvenuti nel fondo Piantè nel luglio 1985 (n.2), nel settembre 1985 (n.4) e nell'ottobre 1994 (nn.1 e 3).

I reperti in esame, sebbene patinati e in un caso con presenza di concrezioni, non sono fluitati, ma presentano anzi margini taglienti. La rozza tecnica di scheggiatura mi aveva indotto in un primo tempo a riferirli ad un'industria paleolitica arcaica, senza riscontri né con quella a bifacciali e strumenti di tecnica clactoniana e protolevallois (la fase più antica del ciclo Acheuleano, attribuita a differenti fasi nell'ambito del Pleistocene medio), né con quella di tecnica levallois con bifacciali delle fasi più recenti del Pleistocene medio, tanto frequenti lungo il pedeappennino emiliano-romagnolo.
Recentemente però (1996) Marco Pacciarelli ha espresso forti dubbi circa una così remota antichità dei manufatti di Ca' Piantè, ipotizzando che potrebbero invece essere riferibili addirittura all'antica età del Bronzo, poiché la tecnica di scheggiatura, con il sempre più largo impiego dei metalli, in diversi casi ha evidenziato una drastica involuzione. In effetti il Bronzo antico è il periodo in cui le grotte della Vena del Gesso e la sua linea di cresta ebbero la massima frequentazione da parte dell'uomo protostorico. In epoca ancor più recente sono stati rinvenuti anche in grotta materiali archeologici, sempre nell'area di Ca' Piantè. Nel maggio 1997 lo Speleo GAM ha esplorato una cavità appena riapertasi per cause naturali nella parete che sovrasta l'inghiottitoio di Ca' Piantè (Grotta a Nord Est di Ca' Piantè) cui si accede  calandosi  dall'alto mediante uno  stretto  ingresso  di

foggia circolare; malgrado il suo limitato sviluppo essa si è rivelata molto importante perché in un vano alla profondità di 10 metri sono stati raccolti in superficie alcuni frammenti di vasellame ceramico ancora in situ ed altri sono stati rinvenuti nel sottostante riempimento praticando un piccolo saggio di scavo.
Tali frammenti, mediante confronto tipologico, sono solo genericamente attribuibili ad età pre-protostorica, trattandosi di rozza ceramica di impasto per lo più di color rossastro in superficie e grigiastro in frattura, ma anche, in alcuni casi, di impasto più grossolano di colore bruno in superficie e nero in frattura. Sebbene di dimensioni anche considerevoli, non consentono però di risalire alla forma completa di alcun vaso, poiché prevalgono reperti riferibili a parti mediane di pareti ( in un solo caso sembra potersi riconoscere un accenno di bordo, ed in un altro, di colore rossastro, l'attacco di un'ansa o di una presa) e vi è totale assenza di qualsiasi elemento decorativo.
Il rinvenimento successivo (11/4/98) ancora da parte del G.A.M., di un frammento ceramico all'esterno e nelle immediate vicinanze dei Pozzi a E di Ca' Piantè (ER RA 396) e di altri a 3-4 metri di profondità fra i sedimenti del riempimento della cavità assorbente, non fornisce alcun elemento utile per l'attribuzione ad un preciso orizzonte culturale e cronologico. Anche in questo caso si tratta di frammenti simili per impasto a quelli raccolti nella Grotta a Nord Est di Ca' Piantè, senza ornamentazioni e che non consentono di ricostruire alcuna forma, e per di più non in posto, ma fluitati dalle acque dall'esterno.
Il ritrovamento consente però di riconoscere che nell'area di Ca' Piantè la frequentazione umana in età protostorica non era rivolta solo ad ambienti ipogei, ma anche all'esterno, ad ulteriore conferma che la Vena del Gesso rappresentava una via di collegamento privilegiata tra le vallate dei corsi d'acqua della Romagna occidentale.
Avendo a disposizione solo pochi cocci e tenendo conto della modalità di recupero, in assenza di dati stratigrafici sicuri, è certamente un'operazione rischiosa attribuirli all'età del Bronzo o del Ferro, mancando oltre tutto un confronto tipologico ; e ancor più ragionare su modalità di frequentazione delle grotte della Vena del Gesso recentemente esplorate e formulare ipotesi sull'uso differenziato di questi siti.
Ritengo comunque di poter azzardare una frequentazione della prima grotticella e delle sue adiacenze alla seconda età del Ferro sulla scorta dei reperti di due altre cavità naturali della Vena del Gesso ubicate nel rilievo di Monte Mauro, nelle quali il Gruppo Speleologico Faentino ha rinvenuto in superficie due vasetti fittili che sono tipologicamente riferibili a quella fase.
Il primo è una scodella-coperchio recuperata nel 1992 nell'Abisso Ricciardi, che presenta le seguenti caratteristiche: vasca tronco-conica; orlo leggermente assottigliato, arrotondato; basso piede tronco-conico di fattura irregolare; impasto grossolano; superficie grezza; colore rossastro con sfumature nere in superficie, nerastro in frattura. Il diametro della vasca è compreso tra cm 12,7 e 12,2, quello del piede è di cm 5,7 e l'altezza è di cm 7 (Bentini, 1993).
Il secondo è un'olletta-bicchiere a corpo ovoide, con piccole prese a sporgenza sotto l'orlo, inedito, raccolto nel dicembre 1996 da Ivano Fabbri sul fondo di una grotticella a pozzo sotto la Rocca di Monte Mauro in occasione del recupero delle carcasse di un cinghiale e di un istrice cadutivi accidentalmente. Il reperto era inglobato nel terriccio dello strato superficiale nel quale si notavano grumi di gesso disidratato dal fuoco e reso pastoso dall'acqua di percolazione ed era immerso in tale sostanza che riempiva anche il suo interno fino all'orlo, mentre il suo fondo era annerito dal fuoco.
L'olletta ha le seguenti caratteristiche: ceramica di impasto di color bruno-rossastro; corpo ovoide-troncoconico; labbro leggermente rientrante; orlo arrotondato; fondo piatto; sette prese a bugna impostate sotto l'orlo (su otto originarie); alt. cm 5; diam. cm 6,2 (max.). La tipologia è simile a quella di alcuni vasetti simbolici miniaturizzati, una delle forme più diffuse tra quelli rinvenuti in gran numero (circa 800) nella Grotta del Re Tiberio (Classe IV, tipi 1 e 2, secondo Bertani, 1996, p. 443), ma le dimensioni sono notevolmente maggiori, tanto da poterlo considerare un unicum, anche per il suo numero di bugne che conferiscono al reperto una sorta di decorazione a raggiera.
I vasetti con bugne vengono considerati una delle classi di più antica diffusione, richiamandosi al modello dell'olletta-bicchiere (poculum) umbro di ascendenza adriatica con quattro presette impostate diametralmente sotto l'orlo, vero e proprio "fossile-guida" tanto diffuso negli insediamenti e nelle necropoli riferibili alla facies umbro-romagnola di VI-V secolo a.C.
Presso l'olletta della grotticella di Monte Mauro v'erano alcuni frammenti ceramici di impasto, simili a quelli rinvenuti nelle due cavità naturali di Ca' Piantè, che pur non permettendo neanch'essi la restituzione di alcuna forma, a causa della stretta associazione e per le evidenti tracce di fuoco sembra si possano riferire allo stesso orizzonte culturale e cronologico.
La grotticella sotto la Rocca di Monte Mauro dovrebbe pertanto essere stata frequentata intenzionalmente nella seconda età del Ferro. Ma il quadro si complica per la presenza anche di frammenti di ceramica più tarda, probabilmente romana, e di un boccale invetriato del XIV secolo, che potrebbero però esservi caduti dall'esterno, trasportativi dalle acque meteoriche. Inoltre è probabile che la stratigrafia sia stata sconvolta dagli animali intrappolati che hanno raspato il terreno nel disperato tentativo di trovare una via d'uscita.
Emerge comunque fin d'ora un dato assai interessante: fino a pochi anni fa era opinione largamente condivisa da archeologi e speleologi che ben poche fossero le cavità naturali della Vena del Gesso con caratteristiche tali da favorirne l'utilizzazione da parte delle genti pre-protostoriche e cioè solo quelle con ampie imboccature e ad andamento sub-orizzontale di cui offrono gli esempi più significativi la Tanaccia di Brisighella e la Grotta del Re Tiberio.
Ora invece si può affermare che quelle genti, almeno nella seconda età del Ferro, si spinsero anche in cavità di difficile accesso, anche con ingressi a pozzo ed avvolte nella più completa oscurità, per compiervi riti la cui natura ci sfugge, ma che sono comunque da mettersi in relazione con le testimonianze archeologiche del VI-V sec. a. C. lasciate da genti centro-italiche il cui flusso migratorio, investendo la Romagna, dette un impulso decisivo e radicale al popolamento documentato lungo le valli dell'Appennino tra Marecchia e Santerno e nell'antistante pianura fino al mare (von Eles Masi, 1981; Soprintendenza Archeologica dell'Emilia e Romagna, 1985).
Ormai pressoché tutti gli studiosi concordano nell'attribuire gli insediamenti romagnoli a popolazioni "umbre" affini a quelle che abitavano l'Italia medio-adriatica; tale facies culturale assume un aspetto sufficientemente omogeneo per essere considerata una cultura a sé stante, che contaddistingue popolazioni diverse da quelle di Felsina, Marzabotto e Spina, in possesso di una civiltà contemporanea e sotto alcuni aspetti vicina, ma distinta, da quella etrusca, differenziandosene per il rituale funerario (uso di deporre le tombe a circolo, ricorrente presso i Sabelli, gli Osci e i Sabini, attestata nel Faentino a S. Martino in Gattara) e per la presenza di armi nelle tombe maschili (Colonna, 1974), per gli oggetti di ornamento e per le tipologie ceramiche identici a quelli delle popolazioni coeve delle Marche e di parte dell'Abruzzo, protagoniste della Cultura Medioadriatica così come definite da Cianfarani (1970, 1976) e della Cultura Picena, fase IV A e IV B, così come descritta dalla Lollini (1976).
Agli "Umbri" si devono le testimonianze archeologiche del VI - IV sec. a. C. delle grotte del Re Tiberio e dei Banditi. La prima dal VI sec. a. C. divenne infatti sede di un santuario legato alla presenza di acque salutari, al quale gli "Umbri" e forse visitatori etruschi portarono in dono agli dei i caratteristici vasetti votivi, vasellame di pregio, statuette di bronzo e altre offerte, probabilmente conservate in comuni contenitori ceramici. La seconda, nella quale i ritrovamenti di questo periodo sono stati effettuati nella parte più interna, in corrispondenza degli strati più superficiali, fu frequentata anch'essa, per svolgervi i loro riti, dagli stessi "Umbri" (Bentini, 1978 e in stampa), che si addentrarono pure nelle grotte di Monte Mauro e di Ca' Piantè recentemente scoperte ed esplorate.
Sebbene siano state denominate "preistoriche", le Grotte I e II a N di Castelnuovo sono state invece adattate ed utilizzate probabilmente soltanto a partire dal Medioevo e pertanto per i dati ad esse relativi si rinvia alle rispettive schede.

Luciano Bentini 

Bibliografia

Bentini L., 1978: Note preliminari sulla grotta preistorica dei Banditi (384 E/RA) nei gessi di Monte Mauro (Brisighella, Ravenna). Preprints XIII Congr. Naz. Speleologia, Perugia: pp. 9, tavv. 4.
Bentini L., 1993: Un reperto archeologico. Ipogea, Bollettino del Gruppo Speleologico Faentino 1987-1993, Faenza: 22-23.
Bentini L., in stampa: Il periodo di abbandono in età protostorica di alcune cavità naturali nel territorio di Brisighella. I casi della Grotta dei Banditi e della Tanaccia. In: "Brisighella e Val di Lamone - Giornate di Studi Storici", a cura della Società di Studi Romagnoli e del Comune di Brisighella, Brisighella, 1988.
Bertani M.G., 1996: I materiali dell'età del Ferro della grotta del Re Tiberio. In: Catalogo "La collezione Scarabelli - 2 - Preistoria", Casalecchio di Reno: 440 - 470.
Cianfarani V., 1970: Culture adriatiche d'Italia. Antichità tra Piceno e Sannio prima dei Romani, Roma.
Cianfarani V., 1976: Culture arcaiche dell'Italia medio-adriatica. In: Popoli e civiltà dell'Italia antica, V, Roma: 9 - 106.
Colonna G., 1974: Ricerche sugli etruschi e sugli umbri a nord degli Appennini. Studi Etruschi, XLII: 3 - 24.
Lollini D.G., 1976: La civiltà picena. In: Popoli e civiltà dell'Italia antica, V, Roma: 107 - 195.
Soprintendenza Archeologica dell'Emilia e Romagna, 1985: La Romagna tra VI e IV sec. a. C. nel quadro della protostoria dell'Italia centrale, Atti del convegno,Bologna 23 - 24 ottobre 1982, Imola. 
Von Eles Masi P. (a cura di), 1981: Romagna fra VI e IV secolo a. C. La necropoli di Montericco e la protostoria romagnola, Cat. della mostra, Imola.


 

 

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