CARSISMO E SPELEOLOGIA

   
Gruppo Speleologico Faentino - Speleo GAM Mezzano
LE GROTTE DELLA VENA DEL GESSO ROMAGNOLA
I Gessi di Rontana e Castelnuovo
  
   

NOTE SU PARTICOLARITA' FLORISTICHE E FAUNISTICHE

Gli speleologi non sono necessariamente degli eruditi in scienze naturali, tuttavia la loro passione li porta a diretto contatto con un ambiente peculiare e affascinante anche per la sua straordinaria integrità (di norma; poi sappiamo che purtroppo esistono le eccezioni). Integrità che può estendersi anche all'esterno: molto spesso le aree carsiche presentano un'antropizzazione modesta, soprattutto per via delle morfologie impervie e, quasi di regola, gli ingressi di grotta si configurano come microambienti interessantissimi per gli aspetti floristici, vegetazionali e faunistici. L'ultima di queste due considerazioni, generali e generiche, vale a tutti gli effetti per il territorio preso in esame in questa monografia e vale a maggior ragione se si riflette sulla prima, che invece è vera solo in parte: l'area carsica di Rontana e Castelnuovo, anche se oggi quasi disabitata e apparentemente di aspetto naturale, è antropizzata eccome. O meglio, porta i segni, anche se non più evidentissimi, di un'intensa antropizzazione. Fino ad un passato non molto remoto - e intendiamo almeno fino a tre, quattro decenni orsono - ha subìto tutte le modificazioni connesse con le normali attività umane del luogo: soprattutto agricoltura. Solo l'abbandono degli ultimi decenni ha prodotto una sorta di rinaturalizzazione (si perdoni l'orrendo termine), e in questo senso vanno considerati, ad esempio, gli arbusteti o le boscaglie derivati dagli ex coltivi, oppure ancora (caso particolare, ma facilmente riscontrabile al Parco Carnè) i prati visibili oggi in fondo alle doline più pianeggianti, dove un tempo si coltivavano cereali o foraggere. Ancora più illuminante l'esempio dei rimboschimenti, dove l'uomo è intervenuto in prima persona, ricreando sì un ambiente "naturale", un bosco, ma con caratteri assai diversi da quelli originari; basti pensare al colle di Rontana dove la copertura forestale primitiva doveva essere quella tipica dei querceti misti di questa quota e di questa latitudine (quindi con roverella, accompagnata da carpino nero e orniello e anche da altre latifoglie allo stato sporadico: acero campestre, sorbi, ciliegio selvatico, ecc.), poi totalmente eliminata per far posto a coltivi e pascoli - lo testimoniano le foto degli anni venti, che ci mostrano pendici del tutto "pelate" - e infine sostituita con quella attuale, a base di pini neri, cipressi e qualche cedro, tutte comunque conifere esotiche. 
In tale situazione - che in realtà, per una zona relativamente grande come questa, è un mosaico molto eterogeneo di più situazioni - è ovvio che di naturale in senso stretto sia rimasto poco. Tra questo poco, però, grazie al cielo, ci sono parecchi ingressi di grotta, fortunosamente salvatisi da dissodamenti, "bonifiche", ostruzioni con detriti o altre migliorìe del genere.
Le seguenti note, lungi dal voler esaurire l'argomento, vogliono semplicemente illustrare i più significativi degli aspetti naturalistici percepibili dallo speleologo. Sappiamo che per andare in grotta non serve conoscere la botanica né la zoologia, ma una cavità naturale non è come una cantina o una miniera, è comunque parte di un ambiente vivo, che inizia con la dolina e anzi con tutto il bacino afferente, e che è viva lei stessa. Accantonando la pretesa di voler illustrare tutto (si uscirebbe dagli scopi del presente lavoro e si finirebbe col non sottolineare nulla), ci si limiterà ad alcuni esempi e ad alcuni aspetti, non in ordine di importanza ma andando in senso geografico, da est verso ovest.

La flora

Sul vero e proprio colle di Rontana meritano di essere visti anzitutto gli ingressi dell'Abisso Fantini e del Buco della Croce. Il primo è un caso tipico: dolina ampia, con fondo piatto, un tempo coltivata previo dissodamento avvenuto chissà quando (in origine c'era di sicuro il bosco, ma un terreno del genere, fertile e ben coltivabile, deve esser stato "roncato" già secoli orsono) e che ha fortunatamente risparmiato il pozzo di ingresso per via della sua posizione marginale, delle sue dimensioni non piccole e della sua ancora attiva capacità di inghiottimento. Il fondo dolina, oggi lasciato a prato, si sta lentamente ricoprendo di arbusti pionieri (prugnoli, biancospini, ginestrelle, ginepri, ecc.; da notare il non comunissimo ligustro), mentre le pendici circostanti ospitano rimboschimenti di conifere. Le pareti del pozzo non presentano peculiarità botaniche, a parte qualche stentata felce e la normale "zonazione" vegetazionale in funzione della luce: scendendo scompaiono le piante superiori e progressivamente restano solo muschi, epatiche e infine alghe. 
Tali caratteri sono però meglio riscontrabili al non lontano Buco della Croce. Pur senza presenze botaniche di rilievo si osservano qui belle felci: la cedracca (Ceterach officinarum) e il falso capelvenere (Asplenium tricomanes), non rare e non esclusive di questo ambiente, ma pur sempre indicatrici di stazioni rupestri con microclima fresco-umido. Situazioni analoghe si riscontrano nei vicini "Buchi" di Monte Rontana che però, per varie ragioni, meriterebbero esplorazioni botaniche più accurate.
Un salto di qualità si verifica all'interno del Parco Carnè. Qui, in almeno due doline, compare la splendida lingua cervina (Phillitis scolopendrium), su cui val la pena spendere due parole. E' una appariscente felce, inconfondibile per le foglie lucide e nastriformi, protetta dalla legge regionale n.2/77 per la sua rarità. Di fatto P. scolopendrium può esser anche localmente abbondante, ma le sue esigenze di microclima fresco-umido fanno sì che la distribuzione nel territorio regionale sia comunque puntiforme e la confinano in pochi settori della collina, sempre in situazioni topografiche peculiari (forre incassate ed esposte a nord, doline, ingressi di grotta), oppure in sottoboschi - integri però - di faggeta dell'Alto Appennino.
Ancora per il Carnè: le note erosioni a candela sui banconi di gesso sopra la vecchia strada a est della casa, oltre che un rilevante fenomeno di carsismo superficiale, costituiscono una preziosa stazione rupestre - e con microclima particolarmente fresco, vista l'esposizione nord e la fitta copertura arborea - di rifugio per almeno tre specie non comuni: Arabis alpina, una crucifera a fiori bianchi normalmente reperibile in ambienti montani, e due felci: Asplenium ruta muraria e la già citata Phillitis scolopendrium. Poco più sopra, ai bordi della dolina di crollo senza nome (più o meno nota come "dolina del gufo") vegeta il raro ed appariscente Iris graminea assieme ad alcune orchidee (Cephalanthera rubra e Neottia nidus avis le più interessanti), all'elegante e non comune Sigillo di Salomone (Polygonatum officinale) e ad un'altra pianta notevole, protetta dalla legge ma più per la vistosità dei suoi fiori che non per l'effettiva rarità: il giglio rosso (Lilium croceum). Inoltre: la dolina del gufo conserva ancora, miracolosamente, una composizione floristica intatta e fuori-norma: tra le specie arboree vanno segnalate il frassino maggiore (Fraxinus excelsior) e il tiglio selvatico (Tilia x vulgaris). Per il primo non è da escludere l'introduzione, poniamo anche involontaria, da parte dell'uomo, mentre il secondo è certamente spontaneo; entrambi sono rari, più che mai a questa quota. Ancor più raro è il borsolo (Staphilea pinnata; vedi riquadro), un arbusto qui presente con una ridottissima popolazione. Estremamente suggestivo è il sottobosco, con felci, abbondantissimi muschi e tronchi marcescenti che conferiscono al luogo uno strano aspetto "tipo Sassofratino". La dolina è sempre stata chiusa al pubblico, per la morfologia impervia e la non facile accessibilità e ciò l'ha finora salvata perché basterebbe il solo calpestìo a danneggiarla. Gli speleologi, tecnicamente in grado di accedervi senza problemi, debbono astenersene per semplici ragioni di rispetto verso un bene estremamente fragile. 
Proseguendo verso nord-ovest si incontra ora una serie di cavità tutte con ingresso più o meno interessante dal punto di vista naturalistico: tra i più suggestivi citiamo i pozzi a N-E di Ca' Carnè (felci rupicole), il Buco del Tasso (ingresso quasi a voragine, con pozzo illuminato fino alla base e conseguente ben visibile zonizzazione dei vegetali), e l'Abisso "Primo Peroni" che rappresenta un caso didattico: dolina enorme, con bordi ripidi dove è stato mantenuto il bosco (qui nella sua composizione naturale a querce, carpini e ornielli), poi fondo a pendenza più moderata e quindi coltivato e infine un ulteriore avvallamento (la "dolina nella dolina") dove inizia la grotta e dove la pendenza di nuovo ripida, unita agli affioramenti rocciosi, ha sempre scoraggiato il dissodamento.
E veniamo al top, dal punto di vista naturalistico, di questo settore: la rupe sotto Castelnuovo con relativa Risorgente del Rio Cavinale. La descriviamo in poche parole per limiti di spazio, ma meriterebbe assai di più. Per fisionomia, stato di conservazione e pregi floristici trova riscontri in tutta la Vena solo con la gola del Rio Basino. La morfologia impervia l'ha finora preservata da gravi manomissioni e la particolare situazione ambientale (esposizione nord, fitta copertura forestale, presenza di grotte) fa sì che qui si crei un microclima fresco-umido con conseguente presenza di specie non comuni, di norma reperibili a quote ben più alte. Citiamo come indicatrici una graminacea, Melica uniflora, alcune piante di faggeta - Mercurialis perennis, Lamiastrum galeobdolon e Sanicula europaea - poi il borsolo, stavolta abbondantemente presente, e infine le felci: oltre alla sempre bella Lingua cervina è qui visibile la rara Polystichum lonchitis, confinata presso un anfratto a livello della risorgente in un micro-habitat che riproduce le condizioni del suo normale ambiente di vita, che è quello montano. Del resto la presenza di questa felce a quota così bassa chiama in causa l'epoca glaciale e possiamo parlare di relitto climatico collinare: la specie si era diffusa anche a basse quote durante le ultime glaciazioni dopodiché qui è scomparsa a causa del riscaldamento del clima con l'eccezione di pochissime "oasi" conservanti un microclima freddo per via di particolarità topografiche.

La fauna

Della vera fauna di grotta, per questo settore come in generale per tutta la Vena del Gesso, si sa ancora molto poco. E' un paradosso, visto l'interesse e l'importanza dell'argomento e visto lo stato delle conoscenze per altre aree carsiche italiane, però spiegabile con la cronica, quasi totale mancanza di dati. I dati ovviamente mancano perché finora sono quasi sempre mancate le ricerche, se si eccettuano le pionieristiche osservazioni di Zangheri (1966-70), le raccolte episodiche di qualche speleologo e le indagini di Contarini e Mingazzini (1989) sui coleotteri. Sulla quasi totalità degli altri gruppi animali che hanno o potrebbero avere dei rappresentanti cavernicoli, c'è un grosso punto interrogativo.

Limiteremo quindi il nostro discorso a quanto disponibile in bibliografia e a qualche altra considerazione sui pochi animali che riescono a non passare inosservati anche per lo speleologo più frettoloso. A ben guardare, nessuna o quasi delle specie di cui possiamo parlare appartiene alla categoria dei veri abitatori di grotta, i troglobi. Questi ultimi infatti sono quelli che vivono esclusivamente in grotta, o meglio, in quel mondo sotterraneo di fessure profonde, piccole o grandi, tra cui anche quelle a misura d'uomo e che l'uomo chiama grotte. Al di fuori di questa categoria, la vecchia classificazione biospeleologica individuava i troglofili (letteralmente "amici delle grotte", che frequentano periodicamente il mondo sotterraneo ma non possono viverci sempre) e i troglosseni ("stranieri in grotta": capitano sottoterra per caso o per eventi accidentali). 
Oggi questa classificazione, per quanto ancora utilizzabile (e per comodità finiamo con l'utilizzarla anche noi), mostra degli evidenti limiti di rigidità, visto che non è facile né corretto incasellare gli animali come numeri. Casomai potremmo parlare di animali ipogei (intendendo quelli che stanno obbligatoriamente sottoterra, in un mondo vastissimo di cui una piccola parte è costituita dalle cavità note e percorribili all'uomo) ed epigei. Non risolveremmo comunque il problema delle sfumature tra le due categorie, problema che in passato si è cercato di aggirare inventando il concetto di troglofilia. Di fatto la realtà è più complessa e variabile di qualsiasi definizione. Prendiamo un esempio pertinente al caso nostro: il geotritone (Speleomantes italicus), segnalato per l'Abisso Fantini (Mazzotti e Stagni, 1993; Mazzotti, Caramori e Barbieri, 1999).
Ora, dai faunisti questa specie è sempre stata considerata troglofila o sub-troglofila finché non si è cominciato a cercarla e a trovarla anche al di fuori delle aree carsiche, dove il geotritone vive, eccome: non in grotta ma in habitat ecologicamente simili, che possono andare dagli anfratti umidi, alle fessure presenti in qualsiasi roccia, fino alle microcavità sotto i sassi o addirittura sotto cortecce. Anche per l'Appennino romagnolo è andata più o meno così. Storicamente osservato nelle poche cavità del medio e alto Appennino, tutte in Formazione Marnoso-arenacea, oggi il geotritone è noto per parecchie altre località dello stesso territorio (Mazzotti e Stagni, cit.; Tedaldi, com. pers. e lavoro in stampa) semplicemente perché si è iniziato a cercarlo nei sottoboschi, sotto i sassi, ecc.
Per la Vena del Gesso esiste solo la recente segnalazione dell'Abisso Fantini, segnalazione effettuata da speleologi e da considerarsi attendibile perché documentata da fotografie, anche se la singolarità di questo dato, finora isolato e privo di conferme o riscontri per qualsiasi altra cavità dei gessi romagnoli, deve indurre alla prudenza. S. italicus ha una distribuzione regionale tipicamente montana - fino ai 1400 m slm, nel piacentino - e la stazione del Fantini appare una delle più basse e stranamente disgiunta dal restante areale romagnolo (1). Prendendola comunque per buona, potremmo ipotizzare che a questa quota la "troglofilia" di S.italicus sia una condizione pressoché obbligatoria, e solo facoltativa invece, o comunque suscettibile di più eccezioni, sull'alto Appennino. La definizione di "troglofilia" insomma va usata oggi con le dovute cautele, alla stregua di una variabile in funzione di molte caratteristiche ambientali (quota, clima, andamento stagionale, disponibilità d'acqua, di cibo, ecc.) e non alla stregua di parametro assoluto legato alla specie. Limitandoci ai coleotteri, oggetto di una lunga indagine e ribadendo le riserve di cui sopra, riportiamo da Contarini e Mingazzini (cit.) le segnalazioni inerenti a questo settore del territorio, aggiungendo ancora che, sempre per la scarsezza di dati, spesso non è possibile dire se si tratti di peculiarità, o più probabilmente, di elementi quantomeno diffusi in tutta la Vena.
Tra i Carabidi è presente Scotodipnus glaber , molto diffuso e raccolto dai due autori "praticamente in tutte le stazioni boschive esaminate... anche all'ingresso di grotte". Non si precisa in quali grotte e peraltro non si tratta di un vero carabide cavernicolo, ma semplicemente di un elemento endogeo, cieco, molto adattabile ed ubiquitario in ambienti boschivi d'ogni tipo, purché sufficientemente umidi. 
Tra i Catopidi, Nargus badius badius è stato raccolto nel terriccio presso l'ingresso di cavità e grotte nel Parco Carnè. Si tratta di un coleottero a costumi umicolo-detriticoli, già noto per la Romagna per oltre una decina di località, dalla collina all'alto Appennino (Zangheri, cit.). Più specializzato Choleva sturmi, rinvenuto negli abissi Peroni, Fantini e Mornig e nella Risorgente del Rio Cavinale. Tipico elemento subtroglofilo, C.sturmi è stato trovato a distanze variabili, ma sempre modeste (5 - 100 m), dagli ingressi. Gli autori ne hanno riscontrato la presenza anche in tane di mammiferi e in depositi di guano di chirotteri e ne sottolineano quindi l'aspetto foleofilo e guanofilo. Già Zangheri (cit.), comunque, ne citava la presenza alla Tana del Re Tiberio.
Di notevole rilievo è Choleva convexipennis, raccolto nell'Abisso Peroni, nell'Abisso Fantini e nelle grotte (sic) di Rio Cavinale. Endogeo e troglofilo, a volte a costumi subipogei di lettiera e, a quanto pare, endemico delle colline carsiche dell'Appennino romagnolo e bolognese.
Ancora tra i Catopidi va segnalata Parabathyscia fiorii, rinvenuta "in tutta la Vena del Gesso" oltre che in decine di altre località, sempre in habitat fresco-umidi, dai 150 ai 1500 m slm. Si tratta di una specie "a vocazione nettamente endogea, anche se a volte rinvenibile in terriccio abbastanza superficiale. Presente anche nei formicai... è elemento tosco-emiliano-romagnolo, a diffusione appenninica... già noto per la Grotta di Alien e la Tanaccia". 
Genericamente indicati per il fondo di doline e ingressi di grotta sono uno scimenide, Leptomastax hypogaeus e lo stafilinide Vulda (typhlodes) italica; per i microambienti ipogei lo pselafide Paramaurops diecki florentinus. Ancora uno pselafide, Tychobythinus gladiator gladiator, è stato trovato sulla Vena, tra cui "in loc. Castelnuovo e nella grotta Alien", in ingressi di grotte, fondo di doline, siti umosi presso sorgenti: "elemento a costumi prevalentemente ipogei, ma rinvenibile a volte anche sotto grossi massi o pietre infossate, appare spesso presente anche in grotta, non solo in Romagna ma pure nella fascia collinare bolognese e modenese". Infine, genericamente rinvenuto "anche in ingressi di grotta e cavità naturali varie", oltre che in sottoboschi pietrosi umidi a latifoglie nell'Appennino medio e basso, "presso Brisighella (Buco del Noce) e altre località plurime della Vena", è il colidide Anommatus duodecimstriatus.

Per altri gruppi animali che sicuramente sono presenti nelle grotte di Rontana e Castelnuovo, con rappresentanti forse troglobi (ad esempio i Collemboli, o i Crostacei Anfipodi, con i noti Niphargus - non si sa di quale specie - sorta di gamberetti diafani più o meno diffusi in tutti i corsi d'acqua sotteranei della Vena) o quantomeno troglofili (Molluschi, Chilopodi, Diplopodi, Aracnidi, Tricotteri), mancano finora dati precisi, primi fra tutti quelli di identificazione sistematica.
Infine vanno citati alcuni animali caratteristici e ben noti agli speleologi, anche se non tipici di questa o quella zona ma più o meno presenti in tutta la Vena. Tra gli insetti merita un cenno la Dolichopoda (quasi certamente della specie palpata laetitiae), ortottero diffuso in tutto l'Appennino settentrionale, genericamente ritenuto troglofilo; in effetti presenta spiccati adattamenti alla vita sotterranea - mancanza di ali, microftalmia, depigmentazione, zampe e antenne lunghissime, ecc. - e sulla Vena la si può trovare in quasi tutte le grotte, talvolta anche a notevole profondità (è il caso della galleria terminale dell'Abisso "G. Leoncavallo" dove probabilmente vi arriva trascinata dalle acque). In prossimità degli ingressi sono spesso presenti lepidotteri, svernanti o estivanti - per la loro vistosità si segnalano la bellissima Scoliopterix libatrix, dalle ali arancioni a bordo sfrangiato e la diurna Inachis io (nota come "occhio di pavone") - e numerosi ragni tra cui quelli del genere Meta.
Tra i chirotteri, se ci limitiamo a quanto osservato in questa precisa zona, vanno citati solo i due più tipici rinolofi o ferri di cavallo, cioé il maggiore (Rhinolophus ferrum equinum) e il minore (R.hipposideros). Nelle grotte della Vena si trovano, più rare o comunque più localizzate, almeno altre quattro specie, teoricamente reperibili anche qui ma finora non segnalate.
Concludiamo queste note, inevitabilmente disordinate e incomplete, con un interessante anfibio, il Tritone crestato (Triturus carnifex): a rigore non rientra nella fauna cavernicola, ma l'esempio ci serve per ribadire il concetto quantomai variabile ed "elastico" di troglofilìa; T. carnifex viene quasi di norma rinvenuto nelle grotte di questo settore, sia in inverno che in estate. Risulta il più terricolo fra i tritoni italiani, essendo legato all'acqua solo per il periodo riproduttivo, mentre per il resto frequenta sottoboschi, prati umidi, anfratti; sverna nel suolo sotto pietre, ceppi o detriti. In primavera è qui facilmente visibile in tutte le piccole raccolte d'acqua, anche se artificiali (ad es. laghetti a Rontana o presso Angognano), mentre in estate e in inverno capita quasi regolarmente in grotta, o per eventi accidentali o perché attirato da particolari condizioni utili al riposo estivo o allo svernamento. Discorso non molto diverso si può fare per il ghiro (Myoxus glis) che, perlomeno in questa zona, frequenta le grotte spesso e volentieri, talvolta fino a notevoli distanze dall'ingresso e muovendosi agevolmente in esse, probabilmente grazie a percorsi olfattivi marcati con urine ed escrementi. 
Si tratta di casi particolari, per i quali è forse eccessivo scomodare il termine "troglofilia" ma che non vanno comunque equiparati a quelli di altri anfibi (prendiamo ad esempio Rana dalmatina, o il notissimo rospo comune, Bufo bufo) che in grotta ci finiscono solo per caso, per eventi accidentali o contingenti (per caduta o perché trascinati dall'acqua o semplicemente perché attratti dall'umidità), ma che comunque in grotta non sopravvivono. 
Sandro Bassi


Bibliografia

In materia esiste una letteratura vastissima. Per evidenti ragioni di spazio ci si limita qui alla bibliografia citata e a pochi altri titoli strettamente riguardanti l'argomento, rimandando il lettore ad AA.VV, 1994 e Bentini, 1993 dove troverà bibliografie il più possibile complete. Per alcuni dati faunistici è stato consultato anche lo "schedario delle uscite", nell'archivio del Gruppo Speleologico Faentino.

AA.VV., 1994: La Vena del Gesso. Regione Emilia-Romagna, Bologna.
Bassi S., 1993: Scoiattoli cavernicoli? casomai i ghiri... "Ipogea" 1988-1993, Boll. Gruppo Spel. Faentino, Faenza: 51-52.
Bassi S., Bassi S., 1991: Indagine sulla distribuzione del borsolo (Staphilea pinnata L.) in Romagna. Naturalia Faventina 1, Museo Civ. Scienze Nat., Faenza: 29-35.
Bentini L., 1993: La Vena del Gesso romagnola: caratteri e vicende di un parco mai nato. Speleologia Emiliana, s.4, 19 (4) Bologna: 1-67.
Bentini L., 1993: La Vena del Gesso romagnola: caratteri e vicende di un parco mai nato. "Speleologia Emiliana", n.4, Bologna.
Contarini E., Mingazzini A., 1989 (1992): Contributo alla conoscenza della Coleotterofauna ipogea dell'Appennino romagnolo. Boll. Mus.Civ. St.Nat. Verona 16: 295-328. 
Mazzotti S., Stagni G., 1993: Gli anfibi e i rettili dell'Emilia-Romagna. Quad. Stazione Ecologica Civ. Museo St. Nat. Ferrara, Regione E/R, I.B.C., Ferrara. 
Mazzotti S., Caramori G., Barbieri C., 1999: Atlante degli Anfibi e dei Rettili dell'Emilia-Romagna (Aggiornamento 1993/1997). Regione Emilia Romagna - Museo Civico di Storia Naturale di Ferrara - Societas Herpetologica Italica.
Sami M. (a cura di): Sentiero "505" da Faenza al Parco Carnè: camminare nel territorio, leggere l'ambiente. Ass.cult. Pangea, Mus. Civ. Sc. Nat. Faenza..
Tedaldi G., (in stampa): Distribuzione ed ecologia degli anfibi urodeli nel crinale romagnolo (provincia di Forlì-Cesena) e azioni volte alla tutela delle loro popolazioni. Boll. Museo Sc. Nat. Torino.
Zangheri P., 1966-1970: Repertorio della flora e della fauna, vivente e fossile, della Romagna. Memorie fuori serie, 1, Mus. Civ. St. Nat. Verona. 


 

 

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