Una foiba romagnola ?
Le acque di stillicidio e di percolazione dell'Abisso Carnè vengono smaltite da esigue fenditure impraticabili, intasate da pietrisco e fango, nel punto più profondo e depresso della cavità, alla base del P.16. Qui si è formato anche il cono detritico di cui si è detto, costituito da clasti di gesso di non grandi dimensioni misti a fango.
Uno scavo effettuato il 28 /11/'98 dal G.S.Faentino. per trovare eventuali prosecuzioni ha portato in luce il cranio e le ossa di una mano di un essere umano, alla quota di -176 cm rispetto all'apice del cono detritico.
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Il
cranio di uno dei due scheletri rinvenuti nel 1998 e 1999 inglobati
nel cono detritico alla base dei pozzi dell'Abisso Carnè (foto
Ivano Fabbri, G.S.Faentino). |
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Il 3/12, con i Vigili del Fuoco del Gruppo Tecniche Speciali, incaricati dall'autorità giudiziaria, si è proseguito nell'opera di scavo, che ha portato al recupero di parte dello scheletro ancora in connessione anatomica, con evidenti resti organici, e di una mandibola (quota -120 cm, più in alto rispetto al cranio). Non sono stati trovati nè il bacino, nè gli arti inferiori. Associati v'erano invece resti scheletrici di canidi e di un erbivoro.
La perizia medico-legale eseguita nei giorni successivi ha stabilito che l'età della vittima è inferiore ai 45 anni, malgrado la forte usura e le precarie condizioni della dentizione.
Non è stato invece possibile ipotizzare l'epoca del decesso, in mancanza di elementi utili come lembi di stoffa e di pellame, bottoni ecc.
In vicinanza dei resti scheletrici umani sono stati rinvenuti infatti unicamente - ma non necessariamente riferibili ad essi - un pettine d'osso ed un oggetto di ferro del quale non è stato possibile definire né l'età né la funzione.
Uno scavo svolto successivamente (4 marzo 1999) nel cono detritico dal G.S. Faentino e dai VV.FF. per recuperare eventuali altre ossa umane ed oggetti che potessero fornire qualche indizio utile alle indagini, ha fatto riaffiorare alla stessa profondità (-176 cm) una seconda mandibola, una tibia, un'ulna, un femore ed una vertebra umane, ma nessun oggetto di corredo.
E allora che risposta dare alla domanda che nasce spontanea su quando e come gli sventurati trovarono la morte ?
Come premessa va detto che l'Abisso Carnè, per le caratteristiche morfologiche dell'ingresso - stretta fenditura priva di dolina - è una tipica trappola naturale, nella quale sono precipitati parecchi animali. All'epoca della prima esplorazione (7 ottobre 1956) il terrazzo che raccorda il pozzo iniziale a quello terminale, oltre che di residuati bellici fu trovato ingombro di resti scheletrici di molti animali, alcuni dei quali si erano trascinati nel cunicolo laterale. Altri erano caduti fino in fondo alla grotta, ed anche tra i clasti del cono detritico, assieme ai resti scheletrici umani sono stati estratti quelli di vari canidi, di gatti e di un erbivoro. Perciò anche le vittime potrebbero essere cadute accidentalmente; ma possibile che nessuno si sia accorto della loro scomparsa e che del fatto non sia rimasta alcuna memoria ?
L'ipotesi più attendibile è invece che si tratti dei resti di persone "giustiziate" nell'immediato dopoguerra, quando anche in questa parte di Romagna le vendette politiche e private furono purtroppo numerose. Un elemento a favore della morte violenta viene da quanto si è appreso dopo che era stata effettuata la perizia medico-legale: nel 1996 nell'area di Rontana furono rinvenuti casualmente in superficie, in un avvallamento naturale dei gessi, frammenti di ossa umane. Su segnalazione del volontario della Protezione Civile che aveva fatto la macabra scoperta, i Carabinieri recuperarono altre ossa sicuramente appartenenti a tre individui. In questo caso non sembra esservi dubbio che ci si trovi di fronte ad un episodio di giustizia sommaria e che le vittime dell'eccidio siano state frettolosamente seppellite ricoprendole con un sottile strato di terriccio, dilavato poi quasi completamente in oltre 50 anni dalle acque meteoriche.
Inspiegabilmente di questo ritrovamento non era stata data alcuna notizia e la cosa non si sarebbe risaputa se il ritrovatore non avesse letto sulla stampa locale la notizia del primo scheletro recuperato nell'Abisso Carnè e casualmente non fosse venuto in contatto con alcuni speleologi del G.S. Faentino.
Un' ipotesi alternativa sull'epoca in cui le due persone i cui resti sono stati trovati nell'Abisso Carnè trovarono la morte si può formulare sulla scorta di una tradizione raccolta in loco da vecchi contadini da parte di Mornig, che su "Il Resto del Carlino" del 12 ottobre 1934 (Incognite e misteri del sottosuolo), a proposito del non lontano Buco del Gatto, oggi intitolato allo speleologo triestino, scrisse quanto segue: "Narrano i vecchi contadini d'aver saputo che anni ed anni orsono, quando la Romagna faceva parte degli Stati Pontifici, un uomo abbietto e vile correva le contrade ed i borghi spiando le genti e riferendo alle autorità cose false sulle persone malviste. Ma in una chiara notte lunare il delatore venne ravvisato e spietatamente ucciso da alcuni contadini; per disfarsi del cadavere, essi lo gettarono in un profondo abisso."
Vera o meno che sia la storia, è comunque verosimile che in tempi nemmeno tanto lontani da noi qualche abitante della zona non abbia trovato di meglio che servirsi di inghiottitoi non facilmente individuabili per far scomparire ogni traccia di omicidi legata a faide locali, o che qualche solitario viandante sia stato gettato in un abisso dopo esser stato ucciso e depredato di ogni suo avere. In tempi di miseria nera anche il vestiario e gli oggetti di corredo personale potevano far gola. Potrebbe così trovare spiegazione il fatto che insieme con le ossa dei due sventurati non sia stato trovato alcun resto di abiti, di calzature e cinture di cuoio, bottoni e fibbie metalliche.
Quanto al rinvenimento di scheletri di cani - almeno una ventina - nell'Abisso Carnè, escluso che tutti possano esservi caduti accidentalmente, si può pensare che i contadini della zona si liberassero in questo modo degli animali morti o malati. E' ipotizzabile che in particolare venissero eliminati i cani colpiti o anche soltanto sospetti di idrofobia. In proposito riferisce Leonida Costa ("A morbo rabido libera nos domine", Calendario Riolese 1997) che, almeno fino a quando, nel 1885, Pasteur iniziò a sperimentare il suo siero antirabbico, stragi di cani furono fatte a Riolo; in particolare quando, nel 1854, dopo atroci sofferenze provocate dalla rabbia canina morì Giuseppe Gottarelli, che era stato rinchiuso dai familiari atterriti nella sua camera da letto, la cui porta fu poi fatta barricare dal comandante della locale Gendarmeria nel timore che riuscisse a sfondarla mentre era entrato nella fase più furibonda e parossistica.
Luciano Bentini
Ivano Fabbri