CARSISMO E SPELEOLOGIA

   
Gruppo Speleologico Faentino - Speleo GAM Mezzano
LE GROTTE DELLA VENA DEL GESSO ROMAGNOLA
I Gessi di Rontana e Castelnuovo
  
   

Il problema della datazione dei riempimenti: un’ipotesi da verificare

A valle della confluenza della “Via Ignota” nella “Via Normale” dell’Abisso Fantini, nel tratto sub-orizzontale della grotta percorsa dal ruscello, addossati alle pareti si sono conservati lembi relitti di un potente riempimento di sedimenti che vanno dalle ghiaie basali alle argille sommitali, riempimento che perviene fino al soffitto conformandosi alla sua morfologia. Esso presenta una peculiarità riscontrata precedentemente in almeno una cavità dei gessi bolognesi, la Grotta M.Gortani, oggetto di studi approfonditi da parte di Bertolani & Rossi (1972;1984), ove il riempimento è costituito da fasi alluvionali con la medesima successione che si ripete almeno due o tre volte sulla verticale; nel caso dell’Abisso Fantini le fasi alluvionali sono due, nettamente separate fra loro dalla deposizione di un crostone stalagmitico. In sezione si nota con evidenza che i clasti di entrambi i cicli hanno la stessa gradazione e cioè, dal basso all’alto, ghiaie, sabbie, argille e/o limi (A.Caneda, comunicazione personale). Alla fase di concrezionamento – che richiede condizioni ambientali particolari e cioè un clima più caldo e più umido di quello durante il quale si verificarono le alluvioni – sembra potersi correlare la formazione della lama alabastrina del P.17 e della grande stalattite della galleria sub-orizzontale percorsa dal ruscello. Lembi relitti di un riempimento alluvionale si notano anche lungo le pareti della serie di pozzi a cascata della “Via Normale”, particolarmente evidenti nel P.17; eppure nel cunicolo che porta alla sommità della “Via Ignota” permangono resti di un conglomerato costituito di grossi ciottoli, alcuni dei quali incrostati da una patina di colore nerastro dovuta probabilmente ad ossidi e sali di ferro e manganese. Inoltre il soffitto del cunicolo è modellato dai caratteristici canali di volta, effetto dell’erosione antigravitativa (Pasini, 1967 a; 1967 b; 1965). Dall’insieme di queste osservazioni si desume non solo che l’Abisso Fantini venne interamente colmato, fino alla sommità, da materiale detritico fluitato da acque meteoriche aventi una considerevole portata ed energia, ma anche che il fenomeno dell’occlusione si è verificato più di una volta. In ogni caso è da tempo noto che il fenomeno del riempimento e del successivo svuotamento, parziale o totale, è comune a tutte le cavità naturali nei gessi messiniani della nostra regione e che l’origine dei sedimenti è locale: nel settore romagnolo ghiaie e sabbie provengono in misura preponderante dai banchi arenacei dell’omonima Formazione, argille e limi – fittamente stratificati e talora posti in evidenza da livelli ferruginosi secondari – dall’inghiottimento di sedimenti mio - pliocemici di copertura dei gessi, oggi in gran parte smantellati, e in misura minore dall’ablazione degli interstrati argilloso - marnosi messiniani. Per l’Abisso Garibaldi in particolare, si segnalano inoltre i grossi blocchi di “calcari a Lucina” che localmente affiorano fino al bordo meridionale del “ Catino di Pilato” (vedasi infra). Il fenomeno del sovralluvionamento e della successiva riescavazione sembra aver interessato tutte o quasi le grotte sia continentali che littoranee italiane (Segre, 1948), e particolarmente le cavità di attraversamento dell’Appenino centro - meridionale (Laureti, 1968). Sauter (1948) estende a tutto il bacino del Mediterraneo occidentale la formazione sincronica di successioni sedimentarie in parecchie grotte littorali dell’Africa del Nord e di quelle che, in Europa, corrisponderebbero all’ultima glaciazione würmiana. Per l’intensità e l’estensione di tale fenomeno anche Bertolani & Rossi (cit.) escludono che l’occlusione delle grotte dei gessi messiniani dell’Emilia - Romagna costituisca un fatto occasionale (riscontrato solo in alcuni casi particolari). Ma il problema di quando si siano verificati gli alluvionamenti resta tuttora aperto, non essendovi elementi sufficienti per correlare le fasi di riempimento e di erosione con periodi climatici noti e con variazioni erosive esterne. Potrebbe trattarsi di fenomeni regionali legati alla subsidenza o ad un periodo interglaciale o immediatamente postglaciale di innalzamento del livello marino. Il fatto che nei depositi ciottolosi interni della Grotta M.Gortani vi sia una parte proveniente dai terrazzi calabriani indica che il fenomeno è avvenuto dopo tale periodo, mentre il limite superiore può essere rappresentato dai rinvenimenti paleontologici e paletnologici. Per il limite inferiore, manca a tutt’oggi una datazione assoluta delle grotte dei gessi messiniani, possibile solo con misurazioni radiometriche che sono ancora allo stadio iniziale (P.Forti, comunicazione personale). Quanto al limite superiore, in questi ultimi anni nei depositi alluvionali di alcune grotte della Vena del Gesso sono stati rinvenuti resti di animali estinti da tempo, probabilmente coevi ai sedimenti che li inglobano e che pertanto renderebbero possibile datarli: si tratta di un canino, di due incisivi e di una falange di Ursus spelaeus, che si estinse con la fine dell’ultima glaciazione intorno a 15 mila anni orsono, resti provenienti dall’affluente di sinistra idrografica della Grotta Risorgente del Rio Cavinale (vedasi infra). Inoltre nei nuovi rami della Grotta Rosa Saviotti (Gessi di Brisighella) scoperti nel maggio 1995 dal G.S.Faentino, è stato raccolto un osso fossile di Bison priscus, che comparve circa 200.000 anni fa nel corso della penultima glaciazione (Riss) e si estinse nel Würm, circa 12.000 anni da oggi, soprattutto a causa degli sconvolgimenti ambientali determinati dai cambiamenti climatici (Sami et al, 1997). Un altro reperto apparentemente molto simile ma forse appartenente a Bos primigenius (la determinazione non è ancora certa) è stato raccolto fra i ciottoli nel greto del corso d’acqua che percorre la galleria terminale della Grotta G.Leoncavallo, anch’essa nei Gessi di Brisighella, scoperta ed esplorata all’inizio del 1995 dal G.S.Faentino. Qualora si trattasse effettivamente del bue selvatico primitivo (Uro), l’età dei riempimenti, o quantomeno di quelli più recenti, sarebbe da riferirsi più probabilmente all’Olocene che al Pleistocene, poiché il grosso ruminante, la cui scomparsa fu causata sia dalla progressiva distruzione dell’ habitat sia dalla caccia diretta, in Scandinavia è sopravvissuto fino all’epoca dei Vichinghi e in Europa centrale fin quasi ai giorni nostri. Ulteriori problemi suscita poi il ritrovamento nella Grotta Rosa Saviotti di un canino d’orso che a tutt’oggi non è stato possibile determinare con sicurezza se appartenga ad Ursus spelaeus o ad Ursus arctos. Sebbene queste righe non abbiano la presunzione di dare una risposta adeguata al quesito della datazione dei riempimenti, ritengo comunque opportuno fornire lo spunto per future indagini volte ad approfondire l'argomento, suggerendo di prendere in considerazione anche i più recenti sovralluvionamenti di età protostorica degli alvei fluviali, che probabilmente hanno interessato anche quelli dei corsi d’acqua ipogei. Gli studi svolti negli ultimi decenni hanno infatti consentito di definire in dettaglio più fasi di deterioramento climatico caratterizzate da temperature fresche e precipitazioni copiose, con conseguenti dissesti idrogeologici, che si sono alternati a periodi di “optimum climatico” nell’Olocene. Come ripetutamente messo in rilievo da Veggiani (1972, 1987), dopo l’ “Optimum Climatico” che ebbe la sua massima stabilità tra il 5.000 e il 3.000 a.C., nel corso del quale si svilupparono le culture neolitiche, nel Subboreale (2.500 – 800 a.C.) iniziò il declino del clima con regresso termico accompagnato da fasi asciutte e umide tra loro alternantisi. Una crisi climatica che, forse anche per la concomitanza di eventi sismici, sembra essere stata la causa dei grandi crolli avvenuti in alcune grotte dei gessi emiliano – romagnoli frequentate in età protostorica, come la Tanaccia di Brisighella e la Grotta dei Banditi si verificò alla fine dell’antica età del Bronzo, intorno al 1.700 a.C. A tale crisi potrebbe imputarsi ad esempio la presenza di frammenti di ceramica protostorica (riferibile probabilmente all’antica età del Bronzo) raccolti negli anni Settanta alla sommità del riempimento dell’Inghiottitoio presso Ca’ Poggio e di altri rinvenuti recentemente (1994) inglobati nei sedimenti che intasano una sala della vicina e comunicante Grotta E.Lanzoni nei Gessi tra Senio e Santerno. Nel Subboreale è stato riconosciuto, tra il 1.400 e il 1.300 a.C., un secondo periodo di deterioramento climatico che, a causa dei conseguenti dissesti idrogeologici, sembra essere stato la causa dell’improvvisa crisi degli insediamenti padani della tarda età del Bronzo intorno al 1.200 a.C. Dopo il miglioramento climatico che si svolse tra li 1.100 e il 900 a.C. consentendo una rioccupazione del suolo da parte delle genti protovillanoviane, ad iniziare dal 900 a.C. si ebbe una nuova recrudescenza che si protrasse fino all’inizio della seconda età del Ferro (VI – IV sec. a.C.) e che provocò ancora una volta notevoli dissesti idrogeologici con conseguenti sovralluvionamenti, le cui prove emergono chiaramente dall’esame stratigrafico dei siti del Bronzo finale, come ad es. la necropoli di Frattesina di Fratta – Polesine. Da un’infinità di studi e ricerche stanno poi emergendo sempre più numerose le prove che anche nei tempi storici vi sono state fluttuazioni climatiche molto estese: a tali variazioni vi è stata ancora una volta, durante le fasi di piovosità, una risposta dei fiumi consistente in rovinosi sovralluvionamenti. Nella zona appenninica e nella pianura padana i segni dei dissesti idrogeologici altomedievali indotti dal deterioramento climatico del 400 – 750 d.C., contrassegnato nella sua fase culminante dal cosiddetto “Diluvio di Paolo Diacono” del 589, si trovano infatti in modo particolare lungo i solchi vallivi dove esistono i terrazzi fluviali. E’ emerso che strade e ponti romani sono stati ricoperti da potenti depositi alluvionali abbandonati da acque che avevano invaso anche superfici in precedenza permanentemente occupate dall’uomo. Per la Romagna in particolare, Veggiani (1977; 1986) ha documentato una ingente serie di casi che si riferiscono agli insediamenti romani di Rimini, Cesena, Forlimpopoli, Forlì, Faenza e Imola. A titolo esemplificativo ricordo i resti del ponte romano di S. Carlo, di fronte alla rupe di Roversano, affiorati a seguito dell’apertura di una cava di ghiaia nel greto del fiume Savio;più a oriente, nella valle del Ronco, in un’altra cava di ghiaia aperta a Selbagnone, a sud-ovest di Forlimpopoli, sono apparsi i resti di un secondo ponte romano ricoperti da oltre sette metri di ghiaia. Nella stessa città di Forlimpopoli gli alluvionamenti di epoca altomedievale prodotti dal torrente Ausa ricoprono il tracciato della Via Emilia con spessori variabili da tre a quattro metri. Aggiungo che a Zello, presso Imola, in un terrazzo sovralluvionato del fiume Santerno a valle della Via Emilia, una cava di ghiaia aperta nella prima metà degli anni Settanta ha portato in luce numerosi tronchi d’albero in fase incipiente di fossilizzazione, alcuni dei quali, secondo le testimonianze dei cavatori, raggiungevano l’altezza di circa quaranta metri. La campionatura eseguita nel 1975 su mio interessamento da docenti dell’Università di Bologna, ha portato all’identificazione dei seguenti generi, nessuno dei quali appartenenti al Quaternario antico: Quercus (5 campioni), Ulmus (1 campione), Populus (3 campioni) (L. Forlani, comunicazione personale). Una conferma indiretta dell’età relativamente recente dei tronchi di Zello viene data dalla presenza nelle ghiaie del terrazzo fluviale sovralluvionato, il cui spessore si aggira sui 6-7 metri, di frammenti fluitati di cotto tardoromano.                            

Luciano Bentini 

Bibliografia 

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Bertolani M., Rossi A., 1984: Grotta Michele Gortani (31 E/BO). In: Guida alle più note cavità dell’Emilia-Romagna, Ipoantropo 5, Reggio Emilia: 39-49.

Laureti L., 1968: Le cavità di attraversamento dell’Appennino centro-meridionale. Actes IV  Congres Intern. Speleol. en Yougoslavie, Postojna-Ljubljana-Dubrovnik 1965, vol. III: 509-524.

Pasini G., 1967a: Osservazioni sui canali di volta delle grotte bolognesi. Le Grotte d’Italia 4,1: 17-74.

Pasini G., 1967b: Nota preliminare sul ruolo speleogenetico dell’erosione antigravitativa. Le  Grotte d’Italia 4,1: 75-88.

Pasini G., 1975: Sull’importanza speleologica dell’erosione antigravitativa. Le Grotte d’Italia 4,4, “Atti del Seminario di Speleogenesi, Villa Monastero-Varenna (Como), 5-8 ott. 1972”: 297- 318.

Sami M., Bassi S., (a cura di), 1997: Sentiero “505” da Faenza al Parco Carnè: camminare nel territorio, leggere l’ambiente, Grafiche Galeati, Imola.

Sauter M.C., 1948: Préhistoire de la Méditerranée. Paléolithique-Mésolithique, Payot, Paris.

Segre A.G. 1948: I fenomeni carsici e la speleologia del Lazio, Roma.

Veggiani A, 1972: Il ramo del Po di Adria nella tarda età del bronzo. Padusa 3-4: 123-136.

Veggiani A, 1979: Prove di un ciclo climatico di piovosità nell’alto Medioevo nel Cesenate, Studi Romagnoli 30: 87-101.

Veggiani A, 1986: Clima, uomo e ambiente in Romagna nel corso dei tempi storici. In: Marabini C. & Della Monica W. (a cura di): Romagna - vicende e protagonisti, 1, Ed. Edison, Bologna: 3-19.

Veggiani A, 1987: Territorio, Ambiente, Clima. Le trasformazioni nei tempi protostorici. Emilia-  Romagna: parte orientale. Studi e Documenti di Archeologia, III, Bologna: 73-80.


 

 

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