Ora essendo mio intendimento tenere discorso della nostra Torre e della Rocca, il mio parlare sarà sulla loro origine, e sulle principali loro memorie, toccando anco del Castello di Baccagnano per quanto se ne conosce.
La Torre di Maghinardo e la Rocca erano i due punti principali che quasi poggiando ai fianchi della Terra nostra, questa rendevano potente e forte movendo da questi fortilizi, e circondandola a guisa di Castello, robuste mura, mentre poi strade coperte, che in parte ancor si vedono, conducevano ai bastioni oggi S. Francesco, S. Croce e Rosario, ed alle porte Bon-Fante, Fiorentina e Gabalo, che aggiunta posteriormente con Torrioni e difese, guardava la via Faentina, e ponevano il presidio in grado di correre sicuro alla difesa dei punti minacciati al mezzodì. Una piccola porta poi, detta postierla , dava giudiziosamente I' accesso al versante di settentrione, alla così detta Valle del Gesso, e per essa, e per la porta posta a piedi del vecchio maschio della Rocca, le milizie aveano la sortita per la difesa di quel lato appoggiate pure alla Rocca, ed alla Torre. Dalla Rocca vi erano poi uscite segrete , ed una era sulla via che conduceva alla fortezza di Rontana, lungi circa due chilometri. Una fossa a cui non era aspro I' accesso, intorno alle mura era scavata, e sin dove potevano salire le acque della Doccia era allagata 4); e fino a che non vennero poste in uso le grosse artiglierie, la Terra nostra, che di uomini bellicosi non avea difetto 5), e dava egregi Capitani, e grossi contingenti alle schiere di ventura, splende nella storia gloriosa per virtù militari tra i popoli d' Italia. Nè mi sia detto, che mi fa velo I' amor della Patria, perchè Giovan Villani, Nicolò, Machiavelli, e Sismondo Sismondi sono storici alla cui autorità ognuno s'inchina.
E perché poi il lettore, oltre a quanto ho detto nella mia gita per la Valle nostra, possa vedere come fosse la nostra Terra, ho unito a questo mio scritto l'antica pianta, dalla quale rileverà che natura ed arte vi aveano concorso per renderla fortissimo propugnacolo a propria difesa e della sua Valle.
La distruzione come ho detto del potente Castello di Baccagnano fu cagione sorgesse Brisighella. Come si appellasse in antico non si conosce: si trova che avea nome Brassichella. Così chi la fondasse è ignoto; e se, più che a Belmonte Signore Delle Caminate, si attribuisce a Maghinardo da Susinana , lo si deve forse all' essere questi stato grande Capitano e Signore di molti vassalli e Castella , e lui la storia ricorda con certezza, come quegli che' dal luogo ove é la Terra nostra riuscì ad abbattere l' anzidetto Castello di Baccagnano con assalti combinati ai rintocchi di una campana posta sul ricordato scoglio. Eh ! sia lode ai Padri nostri che su quello conservarono una Torre con la campana che oggi pure chiama a palagio i Magistrati, quasi a dir loro che le virtù e le imprese degli Avi abbiano sempre innanzi pel bene ed onore della patria.
La Torre avea un Castellano con provvigione di venti Fiorini al mese, ed otto fanti alle vedette. La Rocca pure era guardata da altro Castellano con fiorini trenta a mensile stipendio e dodici uomini di scolta: il presidio poi era forte d' uomini, e cavalli secondo i bisogni. Da qual lato i cavalli entrassero nella fortezza, oggi non si rileva, ma è a ritenersi che avessero I' accesso dalla Valle del Gesso, perchè il burrone che oggi abbiamo da quella parte certo non esisteva, ed eravi una via che metteva alla Rocca, essendo che l' uso barbaro di cavar ivi gesso è opera di poco oltre un secolo; ed in questa mia opinione mi conferma il fatto di Manfrone che in appresso sarò a narrare 6). La sua bandiera era verde e bianca con in mezzo un Ariete in campo azzurro, quale simbolo di uno strumento in antico potente in guerra. 7)
II nostro, Brisighellese Ser Andrea Callegari, della nobile Famiglia de' Calegari di Firenze, il sagace Segretario di Sisto V, lo scrittore in gran parte delle Istorie di Carlo Sigonio, I' amico del gran Re di Polonia Stefano Battoreo 8), al vivo dipinge in una sua lettera da me data alle stampe, il paese nostro, dicendo, che le case de' nostri Avi siccome nidi di uccelli, che si parano sotto i tetti contro le intemperie, erano, come lo sono anco in parte oggi, attaccate al masso di gesso, sotto la protezione di quei due forti propugnatoli. Laonde consultato dal Governatore se si dovesse sortire da quella cerchiata sfera, rispose Che là rimanessero: ebben disse , perchè là si imparava ad essere difesi, ed a difendersi. Patriotica risposta, che cogli agi d' oggi messa a partito, non so se avrebbe trovato favore come l' ebbe allora: ma allora la patria era innanzi a tutto , ed i Padri nostri il mostrarono come pel meglio che io mi sappia farò palese 9).
É istinto de' popoli, che si trovano in balìa di se stessi cercare di adunarsi in consorzio., ed avere chi li guidi; e così gli abitanti di Baccagnano dispersi colla prima distruzione del loro Castello, avvenuta per opera de' Faentini nel 1192, si raccolsero sulla sinistra sponda del fiume detto allora Anemone 10), e di là guardando le rovine ancor fumanti delle loro case, col pianto pensarono che non veniva loro fatto di tornare nella passata possanza, e ognor più quindi si sentirono in animo un naturale eccitamento di riacquistarla, e di sollevarsi di quella loro misera posizione. Aveva a quel di gran nome nelle Romagne Belmonte, signore delle Caminate, siccome forte e prode guerriero, e ad esso, mandata un' ambasceria, si dettero. Ciò avvenne nel 1223, e da quell' epoca il nostre Ser Francesco Saletti ne' suoi Commentari, e gli storici di Rimini ricordano che Belmonte visse e mori nel Castello di Brisighella nel 1228. Come poi questo Castello fosse fortificato, la storia a nei non ne ha tramandata memoria. E’ però un fatto che forte a sufficenza non si doveva ritenere, perchè il Castello di Baccagnano risorse indi a non molto potente.
Maghinardo Pagano da Susinana Capitano di Faenza, che mal soffriva che i Manfredi cacciati della Città potessero nella Valle ed in Baccagnano avere rifugio, contro questo Castello si mosse, e, preso che l’ ebbe , pose a guardia un presidio nella Torre inalzata sul ricordato scoglio di gesso che si estolle sopra la nostra Piazza, ed al suolo lo eguagliò 11). Per questa distruzione a noi pervenne questo detto - Male al Gesso, e peggio a Baccagnano -, che da me si spiega, che Maghinardo lasciò per quell' impresa negli animi la convinzione; che agli abitanti del Gesso, se a lui non fossero rimasti devoti, sarebbe avvenuto sventura, e coloro che avessero tentato riedificare Baccagnano, col Castello sarebbero periti. E tal fine purtroppo ebbero, gli audaci esuli che per la terza volta osarono rialzarlo , imperocchè il terribile Pagano, che morto volle esser sepolto vestito da Domenicano, nel 1290 rivoltogli contro le armi, al suolo lo ridusse, e non rimasero di questo che poche vestigia ne' fondamenti, e chi de' suoi abitanti non perdè la vita, andò ramingo' 12). La nostra Torre dopo avere servito ai divisamenti dell' astutissimo Capitano, passò nel dominio di coloro che ebbero il governamento della Valle, e fin d'allora cominciò a far parte de' fortilizi eretti a difesa della crescente Terra. I segni che restano ancora della sua prima costruzione e delle aggiunte fatte, sembrano degni di essere ammirati, perchè sebbene oggi ridotti a poca cosa come in appresso , pure ci danno indizio qual fosse l' arte di quei remoti tempi in simili costruzioni, e come la scelta de' luoghi fosse fatta con grande accorgimento. 13)
Dall' anzidetta epoca non trovo fino al 1368 memorie che risguardino la Torre, e I' antica Torretta che ancor si vede sul lato di ponente della nostra Rocca: Però il modo come è costrutta quest'ultima mi fa supporre, che già esistesse una Rocca a difesa della Terra .e mi conferma in questa opinione quanto dice il Saletti, che nel 1310 Francesco Manfredi da Faenza, che era il Signore di Baccagnano, ottenne dal Papa di potere edificare di nuovo le Rocche di Brisighella e Baccagnano, essendo il Pagano morto nel suo Castello di Bencloro nella Valle nostra 14); e perchè in appresso Giovanni di Ricciardo Manfredi stretto a segreto trattato con Barnabò Visconti, ed occultamente ordita una trama contro il Legato Cardinal Grisant Lemonicense, questi lo sconfisse, ed occupò la Valle del Lamone e tutti: Castelli che appartenevano ai Manfredi salvo Brisighella, ove il Manfredi li rinchiusosi potè venire a trattato coi Legato Pontificio. Questo fatto ognor più prova, che se Giovanni di Ricciardo potè trovare schermo alla sua persona in Brisighella, e stringere onorevole convenzione, non vi sarebbe punto riuscito se la Terra non fosse stata fornita, oltre che della Torre di altre opere di difesa. Lo storico Metelli pure narra che nel 1376 Astorgio Manfredi figlio di Giovanni di Ricciardo, entrato nella Valle nostra prese il Castello di Brisighella, e che dimorandovi gli uomini di Castel Laderchio a lui giurarono fede. Anche ser Andrea Calegari ben chiaro a noi lo tramanda nella sua Cronaca, ove dice che i Veneziani nel 1503 spianarono una Rocca Vecchia che era nel medesimo luogo ove è quella che essi edificarono, e che noi tuttora vediamo.
E dunque così reso certo che Brisighella fino dalla sua origine fu luogo fortificato, e che oltre la Torre ebbe in appresso altre opere a propria difesa 15).
Da Astorgio Manfredi il Castello di Brisighella per trattato con Paolo Orsini passò alla Chiesa, la quale per servigi ricevuti tornò a dargliene il. possesso, ma congiuratole contro, in Bologna miseramente fu decapitato.
Ma se le sventure fecero più cauta la stirpe de' Manfredi, non per questo pero l'ambizione di salire ad alto seggio li fece tralasciare ogni via per giugnervi, e la fortuna fu loro propizia, imperocchè i Valligiani, riconoscenti a questa schiatta : proclamarono loro Signore Giovanni Galeazzo Manfredi, e nei fortilizi posero presidio a suo nome, e tutta la Valle venne cosi alle mani di Lui. Dal Castello di Brisighella fu quindi ordita l' occupazione della Signoria di Faenza, è a trecento Valligiani si deve singolarmente se poi Giovanni di Messer Ricciardo Manfredi nel 1349 vi riuscì cacciandone il Visconte che vi stava per la Chiesa Romana ; e così se la notte del 18 Giugno 1410 audacemente combattendo entro le mura della Città coi partigiani di Manfredi Giovanni, Galeazzo a capo della Signoria posero. Valore e fedeltà congiunti formano l' eroismo, l' onore de' popoli, e questa divisa l' ebbero sempre i Valligiani del Lamone , e le parole di Adriano VI nella famosa lettera. in cui accordava alla Valle nostra tanti privilegi, così dicono - Constans et fadelis devota et egregia in armis strenuitas, nos inducunt etc. 16).
Ma queste rare virtù non furono senza premio fin d'allora, che Giovanni Galeazzo la Terra nostra elevata a Capo della Valle, la fornì di Statuti, ed il suo Castello fortificò. Onde ne segue che non è sempre miseria servire; come non è vero che I' uomo sciolto d' ogni obbligo possa ciò che egli vuole, perchè senza leggi e freno è come nocchiero che privo del timone al porto non approda mancandogli il mezzo a far rotta. E i Valligiani nostri ben avendo a mente quanto ciò sia vero per la vita de' popoli, nella pace, che godettero' per qualche tempo, la loro picciola Terra estesero, e cinsero di nuova muraglia, e con retto reggimento fieri di essere esciti dalla dominazione della città, volsero concordi gli animi a conservare la loro libertà, ed a rendersi forti contro qualunque venisse ad offenderlí. E con questi intendimenti, il nome loro ebbe fama in Italia per la disfatta che inflissero ad Oddo da Montone, e prosperità nell' intera Valle, e ricchezze nella Terra. Ove le arti specialmente della lana, de' cuoi, e della seta fiorirono 17), e forti non ebbero, nelle guerre che allora travagliarono la Romagna, e la vicina Toscana, a patire detrimento, di maniera che la campana che è nella Chiesa di San Francesco, e porta quest' Iscrizione - MCCCCLVIII Mentem Sanctam spontaneam Honorem Deo Patriae Liberationem, - fu in quel dì fatta fondere.
Ma nel reggere la Terra nostra erano ai due Priori sostituiti dodici Governatori ; e circa il 1459, vennero pensando che non sempre, per quanto accorgimento e prudenza si abbia nel governare si riesce a rimanere illesi ne' sconvolgimenti e discordie che turbano i popoli e che in quel dì specialmente essendo facil cosa per cagione di dominio essere travolti in gravi avvenimenti, e che senza essere preparati a difesa non verrebbe loro fatto per parole di stornarli, ordinavano che la Torre fosse ristaurata, e fornita intorno di muraglia con feritoie, e che avesse i suoi magazzini per sostenere un assedio, e due di queste grotte cavate nel masso del gesso ancora restano. Così con dar opera a fortificazioni, cogli eccitamenti ad addestrarsi alle armi, e col raccogliersi la gioventù nelle Domeniche in simili maneggi, crescevano i Padri nostri coraggiosi, e forti, ed intorno a quei dì nasceva poi quel Dionisio di Naldo, che diveniva condottiere delle Veneziane e ristoratore insieme delle Italiche Fanterie 18). Astorgio Manfredi, Signore di Faenza, sentendo esso pure romoreggiare grave turbine per l'Italia, e temendo che avesse a scaricarsi sulla \"alle nostra, (vive essendo le ire de' fuorusciti Toscani contro i Medici, che al principato della vicina Firenze erano saliti) tutte le Rocche della Valle fornì di Castellani, ed a reggere la Terra nostra pose abile persona, col titolo di Visconte. I Governatori però non si tennero soltanto paghi di questi provvedimenti, ma come agli Attii di Ser Francesco Maccòlini in quest' Archivio de' Notai, munirono l'entrata della Terra con un Torrione, che io mi penso fosse quello che giovinetto ho visto abbattere, a' cui piedi era Porta Fiorentina, e sopra, ove io sono stato a scuola , una gran camera, nella quale si vedevano i merli chiusi, e le ferrate ove si poneva il capo di coloro che per delitti l' aveano avuto tronco. E che fosse questo me lo conferma il pensare che i Torrioni, che ho ricordato, furono opera de' Veneziani, e Porta Gabolo fu dopo dai Governatori fatta innalzare; il mettere capo ad esso la Via coperta che scendeva dalla Rocca, e per un voltone le mura che nella, via della fossa ancora in alcuni avanzi esistono , e che protratte in appresso e fortificate coll' aggiunta di Porta Gabolo per quella viuzza, chiusa a' dì nostri tra le case Liverzani e Metelli , si congiungevano colla Torre.
E vani non furono questi provvedimenti, imperocchè Bartolomeo Coleone, gran Capitano, con un esercito di circa quindicimila uomini venne a porsi a campo tra Forlì e Ravenna, ed il Conte Federico d'Urbino, Capitano di non minore fama, con eguali forze si pose a cavaliere della Valle nostra, tra Pergola e Castel -Raniero. Astorgio Manfredi che la niente non avea pari al Montefeltro ad aspra battaglia condusse le sue genti, e quelle de' collegati ed i nostri presso Rontana come diró parlando di questo Castello. Ma là sconfitto, la nostra Valle fu tutta posta a fuoco ed a sacco, e le vincitrici schiere del Montefeltro non avendo più freno, ingorde di più grosso bottino si gettarono all' assedio di Brisighella. Credeva Federico di entrare nella Terra contando sul terrore incusso con sì tremenda disfatta e sul lutto di si gravi perdite; ma tante sventure invece accesero gli animi alla vendetta ed alla riparazione dell'onore, essendo pur vero che l'indignazione ne' popoli forti cresce in ragione del dolore patito. In mezzo al suono lugubre della campana della Torre, al rimbombo delle spingarde e degli archibusi, i governatori con tutta in volto I' impresa, fedeli alla patria, innalzarono il vessillo nero sulla cima del torrito scoglio di Maghinardo , e con tutti gli uomini abili dato di piglio alle armi, furono in sulle mura. Raccontano gli storici, che i nostri alla vista dei prigionieri e delle centinaia di carra di bottino che innanzi loro discendevano per la Valle, s'accesero talmente che, divenuti furenti, per quelle strade coperte, che oggi si motteggiano da chi ignaro della storia viene a vedere il paese nostro, si moltiplicavano sui punti minacciati, e ributtando coloro che ebri e crudeli poco anzi le donne del loro contado. avevano violate e le case de' loro fratelli svaligiate costrinero i vincitori a levare l'assedio. Se Federico salì in gran fama, per aver vinta e domata la Valle del Lamone, la Terra nostra per la difesa fatta crebbe pur essa di riputazione 19).
E siccome il farsi rispettare deriva dal credito di considerazione, e questo dalla possanza pecuniaria e militare , così i nostri valligiani finchè furono stretti in amor fratellevole i loro diritti seppero non solo mantenere, ma ne trassero tanto partito, che nel regime della Valle la Città perdè d'autorità. Allorché però tra loro si, divisero, e si straziarono per intestine discordie non più compirono atti di valore e di onore, tua solo dettero lagrimevole spettacolo di uccisioni e rappresaglie. É pur vero che lo spirito di partito si trasforma in rabbia indomabile, che lasciando nel suo passaggio le tracce di una penosa agitazione, conduce a decadimento ed a rovina i popoli, che occasioni e uomini speciali ponno poi solo risollevare: e così avvenne ai nostri.
L'anno 1494 si avanzava nel suo corso, e la guerra pur essa. Ogni tiranno di Romagna vi si apparecchiava; e Dionisio e Vincenzo di Pirotto di Naldo furono essi che intorno a questo tempo dettero, dirò colla parola stessa del nostro storico Metelli, origine nella nostra ' valle alla formaz ione di quelle compagnie militari, che poscia sotto nome di Brisighelli addivenute memorande, acquistarono col loro valore alla patria nonchè all'intera Romagna fama non peritura.
Questa invitta schiatta dei Naldi datasi alle armi infuse nella Valle una vita nuova, e temperatisi i Valligiani dagli odi, e dalle ire fratricide, concordi tornarono forti del valore di ciascuno, e lo mostrarono allorchie l' audacissimo Guasparri da San Severino denominato Fracasso indusse i Capitani che erano al servigio della Repubblica Fiorentina, questa consenziente, a venire alle armi con Brisighella. Baldi costoro mossero contro di essa e la strinsero con ben tre mila fanti e circa seicento lance; ma la nostra Rocca vecchia colle spingarde fulminando gli assalitori, e disperatamente battendosi alle mura i Terrazzani ogni assalto ributtarono. Di contro alla Terra sul Monte Bicocca , il Conte di Gajazzo si era posto colle sue genti per esplorare, e dirigere l'impresa; ma vedendo che la pugna si era impegnata con ardire e resistenza inaspettata, ed avvisandosi che fatto non gli verrebbe di portarla a buon fine, dissuase il Fracasso di più oltre tentarla.
Così ravvivati nel coraggio i nostri, indi a pochissimo batterono Annibale Bentivogli che dalla Toscana entrato nella Valle, a Bologna culle sue genti voleva andare; e tu, Paolo Vitelli, che gli desti il passo poco tardasti a scontarne il fallo, poichè la Repubblica Fiorentina col tuo capo tronco suggellò la pace 20).
Sulla Torre nostra si vede ancora la minere Campana che in quell' epoca di trionfi venne fusa ad onore di Astorgio III Manfredi.
Intanto Dionisio di Naldo, come egli era tutto pien di rigor militare e di fedeltà verso coloro a cui avea dato il braccio, caduti i Riari, e passato a servizio del Duca Valentino, era ne' consigli di Cesare molto ascoltato. Non credo che il Naldi fosse tra coloro che ritenevano il Borgia uomo da rannodare le sparse membra di questa nostra Italia; nè credo che non ne conoscesse la rea e sozza natura; ma se quando tutti nelle sventure l'abbandonarono, esso tipo di maschia fedeltà romagnola gli rimase devoto, lo si deve al principio per esso sacro, che dato giuramento, per avversi eventi incorrotto si deve mantenere.
La storia, se dopo Alberico da Barbiano, ed Attendolo Sforza pone tra i grandi Capitani Romagnoli il nostro Brisighellese Dionisío di Naldo, ben giudica; perchè se la Repubblica di Venezia che nel capo, ed a prigione dannò vari suoi capitani, il nostro Naldi invece onorò fin dopo morte, a ciò si deve, che l'onore d' Italia esso fe' salvo nella memorabile, sebben infausta, battaglia di Ghiara d'Adda combattendo con quel valore e fedeltà che formano la gloria di un capitano, qualunque sia l'esito della pugna.
All’ opera quindi del Naldi, che era grande nella sua patria, dovè il Borgia se di furto potè introdurre in Brisighelia Vitelozzo Vitelli con buon nerbo de' suoi; e se occupatala, Dionisio pur esso entrò nella medesima Astorgio Manfredi accorso al tumulto, alle grida e all'azzuffarsi delle sue genti coi nemici, a stento, per una via segreta datosi alla fuga, potè riparare a Fognano. Le soldatesche del Valentino guidate da Dionisio salirono alla Torre, e circuitala, con replicati assalti I' espugnarono ; e vedendo il Castellano della Rocca che non gli verrebbe fatto per resistenza ulteriore tenerla, anch'esso calò a patti 21).
Ma come la fortuna aveva portato a rapida grandezza i Borgia, cos', da inaspettata morte spento il Pontefice lor padre, essa abbandonò pure il Valentino. Restò nel cuore de' nostri per lungo tempo terribile la memoria del turbine e fulmine che cadde sulla nostra Rocca nella fatal notte che passò di vita il detto Alessandro VI; e in Ser Antonio di Cangelo Rondinini io ne ho letto nell' Archivio nostro de' Notai appunto questo fatto. La miseranda fine di Cesare valse poi ad avvalorare l' opinione di coloro che da quel casuale avvenimento ne volevano indurre sinistro presagio.
I Veneziani ed i Fiorentini a questi repentini eventi scesero a disputarsi il potere nella misera Romagna; ma i Veneziani più arditi e forti ne trassero miglior partito, cogliendo quest' occasione per allargarne il possesso. La Veneta Repubblica che nel 1494 22), mentre i Medici erano in esiglio, nella Valle nostra aveva già avuto dominio, e per la sua potenza era tra i Valligiani in gran pregio tanto più che molti de' nostri stavano sempre ai suoi servigi; Dionisio di Naldo si era inteso con quella Signoria; il dì primo Novembre 1503 entrò in Brisighella tra le grida di gioia come Provveditore e Capitano Nicolò Balbo Patrizio Veneto, mentre il vessillo di San Marco per opera del Naldi, in tutta Romagna fu visto dominare sulle vette delle nostre fortezze, e vano tornò alla nostra Rocca l'avere resistito per più giorni; chè anch' essa dovette venire a patti coi Veneziani.
Questa fu l'epoca più gloriosa della nostra storia, perchè la Veneta Repubblica accolse e fregiò di onori speciali in Venezia gli Ambasciatori ed oratori della Valle, nella persona di Vincenzo di Naldo, di Giulio Scorziati, di Tommaso Carroli, di Golfo da Cavina, di Giovanni de' Ginani, e di Giovanni Fenzoni; e per le mani del Doge Leonardo Loredano consegnò loro quelli Statuti che la Valle rendevano Signora sotto la data 12 Gennaio 1504, e che in copia si conservano nel nostro libro Rosso 22).
Ma alla tiara era stato elevato Giuliano della Rovere, il quale, essendo tenuto dalla Veneta Repubblica di spirito vago d' imprese, fece sì che senza indugio ordinasse che i suoi possessi in Romagna fossero non solo fortemente guardati, ma che le fortezze tutte fossero poste in sul piede di guerra. E qui lascierò parlare il nostro illustre storico Metelli per quanto fu fatto intorno alle fortificazioni di Brisighella, perchè più brevemente non saprei.
« Fu tirata con molto studio e prestezza una muraglia interrotta da Torrioni intorno la Terra, poi disfatta la Vecchia Rocca, che sorgeva sul poggio e dicontro alla Torre del Gesso, perchè con poca arte lavorata, e poco capace di difensori, e lasciata in piedi la torretta che guarda sopra il luogo che appellasi la Valle, vi innalzarono sull' opposto fianco una grossa torre rotonda, e merlata in cima, che signoreggiasse d’ ogni intorno, conservando come prima in mezzo a quelle l' entrata ad un largo recinto, che da una parte conteneva un loggiato, e che era difeso da cortine con baluardi in sugli angoli, e chiuso in fondo da una muraglia, che entro il suo seno nascondeva cupi spechi, o case matte, con altre opere intorno tutte condotte con grande maestria e con fini accorgimenti militari secondo l'uso di que' tempi, in cui la difesa prevaleva ancora all' offesa, benché già fosse presso ad esser vinta da questa.
E purtroppo così avvenne, improcchè nel 1509 furente Giulio Il che la Repubblica di Venezia non, avesse voluto lasciare alcuni de' suoi possessi in Romagna, coi quali troppo vantaggiosa gli altri governi ti potenza, ordinò a Francesco Alitosi Cardinale di Pavia e L-gato, et a Francesco Maria Della Rovere Duca d' Urbino, suo Capitano Generale dell' Eserito, di moverne All' occupazione. Tenuto conciglio di guerra tra i Capitani Riccardo Alidosi, Brunoro Zampesco, Giovan Paolo Baglione, Lodovico de' Conti Pico della Mirandola, e Giovanni Sassatelli deliberarono di lasciare da banda Faenza, e di volgersi innanzi all’ espugnazione di Brisighella, perchè la presa di questa, lasciando libere le spalle, avrebbe poi agevolata quella di Faenza; e contro la nostra Terra mosse quindi tutto l'esercito Pontificio forte di ottomila fanti , di quattrocento uomini d'arme e di quattrocento cavalli leggieri, oltre le compagnie di cavalli che aveano i nominati capitani, ed altri tremila fanti parte guidati da Ramazzotto da Scaricalasino, e parte Spagnoli dagli stessi loro Capi.
Stava in Brisighella Bernardo Veneziano con ottocento fanti, Vincenzo Naldi con forte nerbo di Valligiani accorsi al pericolo della patria; tutta gente che avendo visto più volte sui campi di battaglia la morte, non paventava per quanta sproporzione vedesse tra le sue forze e le nemiche. La Porta Buon Fante, come quella prossima alla Rocca, fu data in custodia a Benedetto di Marte Conestabile Veneziano, e Jacopo di Giovanni Loredano assunse il comando della Rocca siccome Castellano, ed Andrea Basi io Provveditore coi magistrati quello del paese e della Torre. Le altre porte furono asserragliate.
Così preparati e concitati negli animi, attesero l'attacco. La lotta presto si accese accanita di fronte alla Terra, senza che il nemico potesse penetrare; ma il continuo tonare delle artiglierie, e le chiamate di ajuto, che con segnali dalla Torre i nostri facevano, persuasero Giovan Paolo Manfrone, Governatore Generale della Veneta Repubblica in Faenza, che la Terra avea bisogno di soccorso; ma non seppe o non poté mandarlo pari alla necessità, giacchè inviato Girolamo Tortoro da Granarolo con soli trecento Fanti, fu battuto poco lungi da Brisighella ; ed allora arditamente accorso anch' Egli con ottocento uomini potè entrare nella Terra. A quella vista si levò un urlo di gioia, e gli assediati rincorati a più disperata resistenza tutti si lanciarono. Ma il Duca d'Urbino da Castel Bolognese, presa la via de' monti venne ad investire la Terra anche dalla parte opposta, e precisamente dal poggio della Selva; e come turbine che discende improvviso in un giorno di gran tempesta, tali si calarono le truppe del Duca. Manfrone ed il Naldi che erano usciti, e con tutto il presidio furiosamente combattendo credevano per il rinculare del nemico di avere vittoria, tardi si avvidero di essere caduti in agguato. Pochi furono coloro che col ferro alla mano poterono aprirsi la via alla Rocca ed alla Torre, poichè quasi tutti gli altri, col condottiere delle milizie venete sul campo di battaglia gloriosamente lasciarono la vita. Manfrone valorosamente tenendo testa cadde di cavallo, e potè e stento col Naldi riparare nella Rocca per la via che a que' dì metteva nella Valle del Gesso dianzi rammentata. Le vincitrici soldatesche allora si gittarono senza freno nella misera Terra, e contaminate le donne tutta la posero a sacco ed a ruba e gli Svizzeri ebri e feroci a fil di spada passarono chi loro dinanzi si parava. Le grida disperate che tutti mettevano in mezzo a cotanta carnificina, gli atti vandalici commessi alla vista dei difensori della Rocca infiammarono questi per modo, che, sebbene le nemiche artiglierie avessero aperto una larga breccia, decisero di continuare a resistere. La pugna durava da più giorni terribile ; i Capitani Baglione e Pico della Mirandola conducevano i loro all' assalto , e i nostri più furenti li ributtavano. Ma il fiore de' difensori era spento; ferito gravemente il Loredano; le artiglierie rese ormai tutte inservibili; stremi di forze i superstiti, e falliti gli ajuti: onde parve loro giunto il momento che salvo I' onore, si poteva scendere a patti, e quindi si rimisero con alcune condizioni ai vincitori. Se il Duca d'Urbino si mostrò in qualche guisa umano alla vista di sì miserando spettacolo, da far dire agli storicì, che pose freno alle sue genti ; queste però lasciarono tristissima memoria, imperocchè a farle sazie non bastò avere spogliato di ogni effetto la sventurata Terra, chè tale vollero rendere pure tutta la Valle; i cui figli valorosi accorsi a combattere, altra colpa non aveano che di aver dato estrema prova della loro fedeltà verso quel Governo che, collo statuto, loro aveva dato la libertà: e di tanti scritti questo fu I' unico che il Duca d'Urbino volle non fosse dato alle fiamme, quasi a scherno dovesse vivere come unico avanzo di un Governo che più tra noi non doveva essere 23).
Tempi crudeli, perchè le Leggi erano impotenti a frenare i delitti; perchè nella guerra la sola vendetta e la preda spingeva i soldati a pugnare. E purtroppo é doloroso a dire che le sventure di Treviglio, posto a sacco specialmente dai Brisighelli poco appresso, non furono che una terribile rappresaglia contro quei miseri cittadini, perchè collegati coi Francesi e col Pontefice 24).
Siccome i tempi seguitavano ad essere calamitosi, ed i popoli a straziarsi in guerre, i nostri Governatori avvisarono essere prudente ristaurare la Rocca ed una parte delle mura ché cingevano la Terra e la Torre. Ma sebbene nella Valle e nella Terra i Naldi facessero levate di genti, e vivo mantenessero l'ardore alle armi e glorioso sui `campi di Ghiara d'Adda, ove quasi tutti i Brisighelli morirono; e come-chè all’ assalto e presa di Vicenza la fama volasse per tutta Italia e Francia che Dionisio di Naldo si era lanciato alla testa de' suoi nelle acque profonde del fosso che cingeva Vicenza, e con quei pochi che non annegarono aveva con coraggio inaudito preso il Borgo Posterla 25); ed ancorchè Babbone di Naldo raccogliesse, mentre era alla difesa di Padova, la sfida gittata dai Tedeschi agli Italiani, e, a guisa de' prodi di Barletta, si portasse con dieci de' suoi a combatterli 26); pure le sventure sofferte avevano reso meno forte ed ardita la Terra mia. Misera ! che credendo forse avere dalle barbare soldatesche del Duca Carlo di Borbone che erano entrate nella Valle il dì 7 Aprile 1527 coll’ arrendersi, dopo breve resistenza a Porta Gabolo e alla Rocca, meno crudele la sorte, fu invece d'ogni suo avere saccheggiata e data alle fiamme. Si lagrimevole stato presentava a quei tempi l’ Italia fatta preda dello straniero e veramente non donna di province ma bordello 27).
I Padri nostri però seguitarono ancora per qualche tempo valorosamente a segnalarsi nelle armi, come fu specialmente di Giovanni di Naldo, l'invitto guerriero, morto mentre stava scoprendo le Batterie contro Sant'Angelo presso Pavia , che ebbe poi dalla Veneta Repubblica degno sepolcro in Padova 28). Ma in Brisighella la gioventù avendo cominciato a darsi agli studi ed alle arti, vi principiarono a fiorire uomini illustri nelle lettere, come un Sebastiano Regoli che fu lettore di queste nell'Accademia di Bologna 29) nei negozi dello Stato, come il ricordato Monsig. Giovanni Callegari, Andrea Ricuperati governatore di Parma e Piacenza, Cesare Racagni di Roma, Andrea Navarra Podestà di Firenze; e nella Giurisprudenza, siccome Giambattista Fenzoni Senatore di Roma e autore del suo Statuto. E non trovando io intorno ai fortilizi, di che ho tenuto discorso, altra materia degna di menzione, nel porre fine al mio dire, solo rammenterò ai miei Paesani e Valligiani che oggi hanno innanzi a sè dischiusa la via da potere venire in pregio non solo nelle lettere, nelle scienze e nelle arti, ma anco nelle armi, essendo l'Italia finalmente costituita in Nazione. Ma s'abbiano bene in mente che non si sale in fama vivendo sotto coltre.
NOTE.
1) Censimento 31 Decembre 1881. Nell'Industria del gesso sono occupate oltre cento persone.
2) Cronaca di Ser Andrea Callegari.
3) Questo Santuario fu eretto nel 1662.
4) Nello scavare i fondamenti della Casa Bracchini dal lato della Piazzetta si trovarono gli scoli dell'acqua, e fu d'uopo assicurare i fondamenti con palizzate. All'attigua strada ancora resta il nome di Via della Fossa. Nel
1885 nel ristaurare In Fonte della Doccia fu scoperto l'antico condotto.
5) Vedi mia nota al Castello di Castiglione.
6) Metelli Storia di Brisighella etc.
In questi di poco lungi dalla Rocca si scoprirono avanzi di colonne di Gesso di circa sessanta centimetri di diametro, e pare fossero di appoggio ad una via segreta.
7) Stemma esistente nel Municipio.
8) Curiosità Letterarie - Gaetano Romagnoli Bologna - 1883
9) Ciò si legge in una bellissima Lettera ad Annibale Grillo. Tipografia Conti 1884.
10) Ser Andrea Callegari.
11) Istorie di Cesare Tonduzzi.
11 e 12) Ser Andrea Callegari.
13) Il Castello di Benolaro era a S. Adriano: ora appena i segni si conoscono. Fu sepolto in S. Domenico in Imola.
14 e 15) Ser Saletti.
16) Ser Callegari - Metelli - Mia relazione 2 Giugno sui nostri prodotti industriali ed agrari =Pietro Conti Tipografo,1861.
Ecco le parole del Verdetto all'Esposizione Italiana in Firenze 1861, ottenuto dallo scrittore di Oneste memorie, che continua la Ditta Commerciale sotto il nome dell'onorato sno Genitore - Per i suoi saggi di scia greggi& gialla di squisito lavoro: per doppi egregiamente filati , per i suoi meriti come il Riformatore della filatura del bozzolo nella propria Provincia - Vedi i miei libretti. Coltivazione del Baco da seta del Giappone, 2. Edizione Tipografia Conti Faenza 1866, e del Bombice Yama-mai Del Giappone
1867. Espongo tutto questo per mostrare che l'arte di trarre I& seta greggia si é mantenuto fino a noi con onore Ma purtroppo volgono giorni ance per questa infelici. In Brisighella tra tulle le Filande sono oc. cupole oltre duecento persone.
18) Storia di Bernardino Baldi.
19) Metelli.
20 e 21) Ser Callegari ed altri storici.
22) Archivio della Comunità.
23) Questo glorioso fatto si legge in tutte le Storie di quel secolo, e ne' Diarii di Pier Contarini. Ritengo che la Torretta che guarda la Valle del Gesso fosse più alta, e merlata anch'essa, e mi induco a crederlo perché da quel lato specialmente la Rocca fu battuta, e smantellata. Questa guarda più a Settentrione, che a Ponente, come io ho detto.
24) Lodovico Antonio Muratori. Annali d'Italia ecc.
25) Storia Veneziana - M. Pietro Bembo.
26) Cesare Tonduzzl, Storia di Faenza: Girolamo Rossi, Storie di Ravenna, e Guicciardini.
27). Opre di Machiavelii; Annali del Muratori.
28) Storie d'Italia di Francesco Guicciardini: fu sepolto in Padova nella Chiesa del Carmine. La sua Statua, che ho visto, è opera di buon scultore
29) ) sepolto in Bologna nella Chiesa di San Giovanni in Monte : una bella iscrizione rammenta la sua eccellenza nelle belle lettere, e le sue singolari virtù.
La pianta di Brisighella fu gentilmente disegnata dall' egregio Ing. Fortunato Camerani.
Ai chiarissimi Prof. Jacopo D' Andrea, e Comm. Barozzi
Direttore del Museo Civico di Venezia devo il disegno della storica Medaglia coniata dalla Veneta Repubblica ad onore di Jacopo Loredao. È uno stupendo getto ritocco a Bulino - Vedi Ci - cognara. Fu pubblicata dal Kier in Venezia nel 1852. L'iscrizione tradotta cosi dice: presso Brisighella abbracciandosi la mano per la patria. imitò l'autore della stia stirpe, Muzio Sevola, da cui i Loredano ritenevano discendere.
-Il Municipio mi ha fornito il disegno della Rocca fatto dal Sig. Riccardo Caffarelli nell'occasione che si é posto mano ai ristauri della medesima. ed io in cambio mi pregio di presentargli il getto in gesso di questa medaglia, fornitomi dal gentile amico D'Andrea, come memoria che onora Venezia, e
questa nostra patria
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