Achille Lega, Fortilizi in val di Lamone, Faenza 1886
    

IL CASTELLO DI MONTE MAGGIORE

  
Poiché viviamo in tempi di speciale amore a porre in luce le patrie istorie, che danno a conoscere quali furono le vicende, i costumi, le glorie degli avi nostri, affinchè presi dall'amore delle loro virtù ed ammaestrati dalle loro sciagure ritempriamo gli animi nostri; mi è piaciuto di narrare le memorie de' principali Castelli di questa nostra Valle, i cui abitanti il Machiavelli nelle storie Fiorentine chiama Fedeli e Bellicosi 1).
Quantunque però io conosca che per farsi leggere occorrerebbero argomenti più piacevoli e stile più colto; pure per la ragione esposta porto speranza che mi sarà fatta grazia di benigno compatimento. Ora adunque terrò parola sul Castello di Monte Maggiore.
Il territorio nostro e della valle del Lamone non è compreso solo ne' contini della Valle anzidetta, ma contiene di più altre due Valli contigue, e cioè quella del Marzeno a mano sinistra, e la Valle della Sintria a destra: e nel primo quarto di questo secolo conteneva anche parte della Valle del Senio toltaci de Casola Valsenio 2). Tanta giurisdizione faceva forte e ricca la Valle nostra; della quale, per chi vuole passare di Romagna in Toscana, non vi ha strada più breve, nè più agevole e bella. Da ciò ne venne che, facendovi passo tanti eserciti. erano in questa Valle e nelle contermini tanti Castelli, quante si può dire eran le cime de' monti.
Mirabil vista che, come dissi nella tuia Gita per la Valle nostra, le davan per questo ri-
rispetto nome di Vallis Baroniae 3). Ma di questi castelli non resta in piedi oggi che la Rocca nostra, che con vero piacere si ammira dai viandanti e viva in essi tramanda ( anco per lo scorgersi poso lungi l'isolato scoglio su cui si ergeva l'antica torre di Maghinardo l’ immagine antica la natura, la forza della Tetra nostra e di questa Valle, che producendo comunemente uomini dati alle armi, ebbe il vanto di vedere ai Fanti della Veneta Repubblica dato il nome di Brassichelli 4).
Questa nostra bella Rocca, ornai tra le poche che sono in Italia, non sia mai che Chi presiede al Governo della Valle la ponga in oblio, e non si studi, quanto è suo potere e dovere, che non patisca detrimento; giacchè chi dimenticasse le glorie degli Avi sarebbe degno di vivere non in un secolo di progresso, sibbene di barbarie. E Voi, o Brisighellesi, abbiate sacre quelle mura, perocchè l'onore de' valligiani salvarono, allorché essendo questi colle genti del Coleone stati battuti sotto Rontana dal Conte Federico d'Urbino, inutilmente questo ardito Capitano tentò occuparle; e poi sono esse bagnate dal sangue di oltre duemila dei nostri, che fedeli ai Veneziani valorosamente pugnando, non le cedettero se non quando furono ridotte un mucchio di rovine per l ' incendio della polveriera. Ma veniamo a quello che è l'argomento di questo nostro opuscolo 5).
Ancora, sebbene rovinosa, si vede, come ho avuto occasione di rammentare scrivendo di altri Castelli, la fortezza di Monte Maggiore, posta in Val di Sintria sopra un asprissimo scoglio di gesso che si eleva sul mare 512 metri, e quasi pare ancora che levandosi al cielo, colla vetta de' suoi ruderi dica: il tempo mi ha vinto, ma non ha potuto distruggermi. Oltre natura che con ispeciale posizione alla sua forza avea provveduto, l'arte vi aveva aggiunto ogni possibile munizione di torri legate con ponte levatoio, e cinte da grossi gironi di mura per renderla fortissimo e terribile propugnatolo. L'accesso ad essa era cavato tra scogli strettissimo, e sotto grotte e burroni a picco, che formavano tale precipizio da mettere solo a guardarlo spavento. Con fumate, e segnali con cesti si davano i Castellani delle Rocche attorno, e specialmente con Rontana gli avvisi: ed ognuno vigilava alla difesa propria, e de' collegati; e chi avesse mancato al puntuale servigio e alla data fede era tratto prigione in fondo ad un buio maschio, o scontava la pena sul cavalletto; o giù a rotoli gittato ne' pozzi a rasoio, ove cioè erano lame che mettevano in brani le carni, tra orribili pene andava a finire la vita.
Questi erano i famosi trabocchetti delle nostre Rocche.
Anche il Castellano di Monte Maggiore avea la sua, piccola corte, la sua guardia, e la sua bandiera rossa con in mezzo una spada infilata in tre corone; ed era nominato a tempo dal suo Signore, quando non era investito di giurisdizione propria. La giurisdizione era divisa pure in distretti, a capo de' quali stavano i più potenti Castelli. I Castellani conducevano la vita tra le armi, e primo tra i loro piaceri era la caccia. Non vi era tra essi chi non avesse un branco di segugi e ben ammaestrati falconi, che tra le appese armature innanzi alla sala del convito si teneano su pertichette legati in mezzo a variopinti lacci scorsoi, e cuffie di cuoio ad elmo. Di queste armature resta ancora bella mostra a Fognano nella casa dei nobili Cavina.
Castellane impavide pur li abitavano; e ciò che a quella di Monte Battaglia incontrò, lo prova; chè , sorpreso il Castello mentre essa cenava col marito e coi figli, dispietata di essi, corse al ponte levatoio, ed alzatolo sì rinchiuse nel maschio, e volse le spingarde contro i nemici.
Li Trovatore non mancava ; ed entro a quelle mura fu sentito anco narrare de' Manfredi una leggenda, che ho letto in una Cronaca e vo' narrare, affinchè in questa memoria si apprenda I' onorata origine che in questi Castelli si dava a quella stirpe che fu di essi bene spesso Signora 6).
Non dirò come accadesse che un Pio Manfredi fosse gran Barone alla Corte dell' Impe-ratore Costanzo, e come fosse preso d' amore grande per la figliuola di lui Euride, e come di nascosto potesse menarla moglie; ciò che la cronaca tace. Solo rammenterò come essendo rimasta incinta, temendo l'ira del padre fu necessità che gli amanti fuggissero in Italia, ed in Napoli dato fondo al danaro ed alle gioie, si ridussero a condurre vita ben miserevole. Quando, venuto in Italia Costanzo, fu d'uopo che gli sposi partissero di detta città per timore di essere scoperti, ed in Lombardia ricoveratisi si mescolarono per campare la vita coi pastori di quelle contrade. Ma Pio era avvenente, pieno d'ingegno e d'ardire, e sapendo maneggiare le armi ben presto divenne loro capo. E fu fortuna; chè Costanzo, rotta la guerra all' usurpatore del suo regno Massenzio, richiese anco la città di Modena di un numero di soldati. I Modenesi o per discordie tra loro, o perchè non avessero un uomo capace di guidarli , chiamarono Manfredi, il cui nome era venuto in notizia e fama pur presso di loro; e datogli il comando di trenta cavalli , il mandarono all'Imperatore, nelle cui schiere con tanta gloria si condusse, che l'Imperatore avutolo e a sè gli disse, di chiedergli qualche grazia. E mostrando non voler fare dimanda alle replicate premure, finalmente chiese che perdonasse a Manfredi, e ad Euride e a' suoi figli, se fossero ancor vivi. L’ Imperatore a sì inaspettata richiesta forte si commosse; e pur ritenendo ché mancati fossero, non esitò a condiscenderlo. Allora scopertosi e gittatoglisi a piedi, ne ebbe perdono e tante ricchezze, che i Manfredi divennero poi una delle più potenti famiglie di Romagna.
Toccato del luogo del Castello di Monte Maggiore e dell'indole di quei tempi, dirò che esso era chiamato circa il 950 Oppidum Tiberiacum dalla Pieve che era lì presso, appellata Santa Maria in Tiberiaco, e forse perchè, come altri Castelli, anco questo in origine apparteneva alla Chiesa propria.
Vicino a questo Castello si vede la Tana del Re Tiberio, a cui la fama nel corso del secoli, per essere poco lungi dalla Pieve, pose questo strano nome sotto il cui prestigio oggi è tanto cerca e visitata. Ma infine essa non è che una vasta grotta ne' tempi addietro riattata dai mandriani a ricovero loro e de' loro bestiami, come dopo fu anco di malfattori.
Ai tempi della Lega Lombarda si trova che nel Castello di Monte Maggiore teneva presidio la fazione che per Federico Il parteggiava, dicendo gli storici Faentini che era di Tedeschi 7). Ma sia lode ai Faentini che sprezzando le difficolta dell'impresa e combattendo valorosamente, seppero cacciare di quel nido l' aquila straniera. Fosse poi timore di non potersi reggere nel dominio di quella rocca, o volontà di torla per sempre alla fazione ghibellina, o di incutere spavento, la diedero alle fiamme, che viste da tutta Romagna e facendo pensare ai mutamenti della fortuna, recarono stupore ne' Guelfi, ed accesero maggior fuoco ne' Ghibellini; i quali poi nel 1238 la parte Guelfa coi Manfredi posero al bando della Città.
Siccome l'espugnazione de' Castelli era a quei giorni resa difficile più dalla postura dei medesimi, che dalla potenza de' mezzi; e siccome quello di Monte Maggiore era da quella reso quasi inespugnabile, nessuna meraviglia se lo troviamo indi a pochissimo risorto: e sebbene per opera di chi la storia non registri, è d'uopo dedurre che lo fosse per parte dei Ghibellini. Imperocchè Maghinardo Pagano da Susinana, d'animo e d'opere primo tra Ghibellini, occupato il Castello di Rontana e postavi una stazione di milizie affine di tenere a freno la Valle nostra, ben s'accorse che avea il fianco destro, per chi move da Faenza, scoperto, e decise di fare l'occupazione di Monte Maggiore 8).
E perchè era uomo nell'arte del governo primo de' tempi suoi , ed a nessuno secondo nell'armi, ben vedendo che nelle imprese ove il valore personale poco o nulla approda, è savio quel capitano che alla meta giugne senza sparger inutile sangue, nella sua mente concepì scaltro disegno che ne lo condusse al possesso. Nel silenzio di una oscura notte, levate d' improvviso le sue più ardite milizie, camminò alla volta di Monte Maggiore; e a piedi del' monte lasciati i cavalli, in silenzio le fe' salire su per quegli aspri calli. Pervenuto in su la cresta, subitamente le lanciò alla scalata, in guisa che, prima che le scolte gridassero, allarme, esso coi suoi era confuso tra quelle. Intanto fra il bujo, l'agitazione e lo strepito delle armi, le grida che tutti mettevano destatosi il Castellano, non gli giovò mercè chiamare, che già il Castello era nelle mani di Maghinardo; e alla vista del vessillo della città coll'arme de' Pagani da quella superba vetta dato ai venti , tutta Romagna impaurì.
La potenza del Pagano crebbe poi tanto in appresso, che le sue figliuole ai primi signori di quell'età ei dette in moglie: e a Francesca, passata a nozze con Francesco Orsini di Roma, alla morte di Maghinardo pervenne tra altri castelli anche Monte Maggiore; ma coll'obbligo a quella famiglia di tener vita in Faenza e nella nostra Valla che tanto essa Pagano avea amato. Se non che gli Orsini non seppero mantenere alto il nome di sì potente stirpe, da cui avevano redato; onde troviamo poco dopo nel potere de' Conti di Cunio questo Castello, e caduti gli Orsini in basso stato.
I Manfredi mal vedevano che i più forti Castelli fossero nelle mani di altri Signori, perchè il nome solo non basta per salire a seggio: e quindi Francesco, che di essere Capitano di Faenza non era pago e tutto si consumava di esserne Signore, cercò rendersi forte nell'acquisto di qualche castello, e con danaro si ebbe dal Conte Raniero di Cunio Monte Maggiore.
La forza dà la forza, e Francesco Manfredi anco con questo mezzo procuratasela, non tardò a divenire padrone della Città; e a mantenerla pose i suoi figliuoli Castellani a Monte Maggiore, siccome rifugio fortissimo anche in caso di avversa fortuna.
Fu poi in questo Castello alla presenza di Barnabò Visconti e del Conte Francesco Signore di Dovadola, che i Commissari della Repubblica Fiorentina scesero alla pace con Giovanni di Alberghettino Manfredi. Ma oh!! quanto sono oggi mutate quelle mura che valsero a troncare una discordia che, gli storici dicono, spense gravi sciagure.
E che si tenesse questa fortezza in gran conto, le cronache bolognesi chiaro a noi lo tramandarono; perchè quando Urbano VI lasciò Monte Maggiore ad Astorgio Manfredi; e quando Giovanni Galeazzo Visconti lo mantenne pure ne' Manfredi, ai Bolognesi la cosa dolse all' anima.
Per trattato poi con Paolo Orsini, comandante delle milizie pontificie, i Manfredi cedettero Monte Maggiore. Ma il Cardinale Cossa, Legato Pontificio, per la cessione fattane a Lodovico da Zagonara, si ebbe dal Conte Alberico da Barbiano gravi molestie, ed alle armi venuti, Astorgio e Giovanni Galeazzo Manfredi per servigi prestati in quella guerra ricuperarono Monte Maggiore. Ma misero Astorgio! che rottosi poi il velame del suo falso amore alla causa pontificia, sotto la mannaja dovette poco appresso lasciare il capo!
Come turbine che schianta ed abbatte al cangiare delle stagioni le più robusta piante, tal era la sorte della travagliata Romagna in quel secolo. Cadono i Manfredi; e veggiamo che Filippo Maria Visconti, occupata la Romagna, volle che il Castellano di Monte Maggiore giurasse fede al nuovo padrone. Ritorna Galeotto Manfredi ad afferrare la Signoria de' suoi avi, e Monte Maggiore ha un Castellano nel suo nome; e così tra i cittadini le ire invece di spegnersi ognor più si riaccendevano; ed in mezzo a questi tramutamenti, discordie e vendette sono purtroppo i soli frutti che danno i governi che non hanno stabilità. Basti il dire che venne ucciso uno della famiglia de' Rondinini in Faenza ed il popolo sollevatosi fece prigionieri alcuni de' Ceroni autori del misfatto. I Ceroni allora discesero d'improvviso nella Città, e sulla sera menarono per ostaggi a Monte Maggiore, ove uno de' loro era Castellano, alcuni patrizi Faentini; e così padroni di quell'aspra fortezza, dettarono impuniti le condizioni, che liberi i loro, salvi sarebbero i Faentini.
Con questi cangiamenti e continui soprusi, coi popoli così senza freno, nere nubi si addensavano su questi nostri paesi; ed i Signori di Romagna bene scorgevano che i loro domini erano esposti a tristi eventi.
Nel 1491 Caterina Sforza, quasi prevedesse che giorni gravi anco per Lei si avanzavano, donna sagace e forte com' era, con virile animo li attese; e Monte Maggiore pure fece ben fortificare. Ma era segnato che con essa la dominazione dei Riarii dovea aver fine.
Gloriosa però la rese il nostro Dionisio di Naldo colla difesa fatta della Rocca d' Imola ; e se un traditore a Cesare Borgia non avesse additato un lato ove con fortuna si poteva battere in breccia, certamente, se non fortunato, più lungo sarebbe stato e più sangue avrebbe costato quel miserabile assedio 9).
E qui mi sia concesso dire, che il nostro Antonio Metelli nella Storia della valle d'Amone, notando come in questa difesa il grande storico fiorentino Francesco Guicciardini tace della parte gloriosa avuta dal fortissimo comandante, e come in alcune altre circostanze oscura od offende la verità, quando parla del medesimo o di altri di quella insigne schiatta di guerrieri; mi era nato dubbio se I' amor della patria avesse potuto far velo al giudizio del nostro terso e dotto storico. Ma ora deliziandomi in leggere un' Opera. intitolata: Nicolò Machiavelli e i suoi tempi del Professor Pasquale Villari 10), e gli appunti Bibliografici su questo lavoro dell' egregio A. Rolando; e ritornando al giudizio emesso dallo storico Brisighellese, mi confermo che non seppe il Guicciardini anco coi Naldi temperarsi nell' odio concetto contro di essi per private contestazioni avute quando in qualità di Presidente reggeva la Romagna. E credo perciò ad onore del Metelli qui riportare un sunto, ed è…. “ Anche come patriotta il Guicciardini è inferiore al Machiavelli. Egli conosceva certamente, al pari di questo, quali fossero i vizi degli Italiani del suo tempo, e le ragioni della debolezza loro e della rovina dell' Italia. Ma nella sua storia d'Italia non si preoccupa punto di metterli in rilievo: soltanto la mancanza di virtù militare nota molte volte, e con termini vivacissimi. Colui che a abbia meditato sulla Storia di quel tempo, prova ogni tratto, leggendo la storia del Guicciardini, un vivo desiderio che un tal uomo, un tale scrittore , abbia a dare spiegazioni intorno alle cause di tanti disastri: ma il suo desiderio resta, per tutta l'opera, insoddisfatto. Ecco uno Scrittore che non è patriotta! non è calmo; è indifferente” .
Ciò esposto, dirò che non potendo più il nostro Naldi prestare il suo braccio ai Riarii, a cui con esempio raro, a pegno della sua fede, perfino la moglie ed i figliuoli avea affidato; per innata passione non potendo più a lungo durare fuori delle armi, anch' esso coi' primi capitani d' Italia prese servigio sotto il Duca Valentino; e indi a pochissimo, essendo uomo di grande seguito in Valle di Lamone, espugnata che ebbe la Torre di Maghinardo, occupò la patria sua e tutti i castelli, salvo Monte Maggiore.
Dentro questo era Castellano Comparino da Cerone , della cui stirpe sopra abbiamo parlato, e come, portava sua natura , tutto si mise a disperata difesa. Il Valentino, anima ben più irrequieta del piccolo Castellano, non potendo all' avviso premere in cuore I' indignazionè che un debole presidio la potenza delle sue armi tenesse in non cale, chiamato a sè Vitellozzo Vitelli, capitano di singolare fortezza e fede, gli ingiunse di andare, occupare e distruggere il Castello. E' pur vero che l' ira acceca; giacchè non era ignoto al Duca che Maghinardo Pagano, comeché grande guerriero, non tentò il castello di Monte Maggiore colle sole armi, ma lo prese giovandosi anco di astuzia. Ed il Vitelli, che esperto era di guerra, pure posta da un lato ogni considerazione, fidente ne' suoi, contro quella fortezza arditamente si mosse. Assalitori e difensori tra quelle viuzze, tra quegli scaglioni a terribile zuffa vennero ; ma le genti del Vitelli non poterono contro il valore e la costanza dei valligiani nostri spuntare; e tinto di sangue quel pietroso monte, a raccolta fu d'uopo che il comandante le chiamasse, tardi imparando, che sempre non è avventurato in guerra chi non è savio. Sebbene sconfortati di quel luogo, il Duca ed il capitano compresero però che l' onta sofferta era necessità torre, e raccolte maggiori forze ed armi, fu cinto il Castello di regolare assedio.
Li forte Castellano non per questo si tenne perduto, ma inteso che tutta la Valle era calata a devozione del Borgia, e che tutti i Castelli erano nelle sue mani, e visto stremarsegli le vettovaglie, e venirgli meno gli aiuti, entró a pensare di non volere però giammai scendere a trattato coll’ iroso Duca; e nel pericolo signoreggiando se medesimo, attese una notte buia, e fatte gridare dalle mure alle scolte le solite grida, dal lato più ripido e per una viuzza a serpe, più atta alle capre che a uomini, che menava al fondo di, un burrone, muto fe' discendere tutto il presidio, e con esso si pose in salvo. Spuntava l' alba; e mentre le genti del Vitelli sognavano nuovi assalti e vittorie, più non veggendo sulle mura nè stendardo, nè difensori, e solo il più cupo silenzio regnare tra esse, temettero d'agguato, e fattesi man mano sotto, rimasero convinte che di loro si erano fatti beffe. Indignate, occuparono il Castello, e postolo a sacco, lo dettero alle fiamme 11).
Romagna attonita vide per I' ultima volta quel fortissimo propugnacolo mancare, volando al cielo le scintille di quell'incendio; e rabbrividì sapendo che l'autore di esso era il suo novello padrone, Cesare Borgia, il feroce Duca di Valenza, e che nelle sue sciagure non le restava che piangere. Invero chi credeva il Borgia apportatore d' indipendenza alla nostra Italia, ben era ignaro che libertà giammai non porta colui che é tiranno.

NOTE.

1) Libro IV e V.
2) Scrive Antonio Metelli nella sua Storia di Brisighella, e della Valle di Amone : La debolezza di Roma, la prepotenza de' Casolani, la perfidia o per lo meno la snaturata negligenza di chi aveva tante volte promesso, faceva diminuire il territorio Brisighellese di un estimo di Se. 20, 000 e di oltre mille persone.
3) Lettera di Andrea Caligari 15 Decembre 1594 a Girolamo Mercuriali.
4) Questo nome ai trova nelle principali storie della Veneta Repubblica.
5) Storia di Brisighella e Vai d' Amone di Antonio Metelli.
6) Francesco Maria Saletti 1640.
7) Giulio Cesare Tonduzzi ed altri istorici.
8) Villani. (storie Fiorentine.
9) Storia della Città d'Imola di Giuseppe. Alberghetti, e delle Repubbliche Italiane del Sismondi, e del Giovio.
10) Firenze, socc. Le-Monnier 1877, 1881, 1892.
11) Antonio Metelli. Storia ecc.

   

Speleo GAM Mezzano (RA)