| Le campane del Monticino, Settembre 1975, n. 4 | |||||||
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VECCHIE CAVE DI GESSO |
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Carlo Cavina |
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L'espandersi della borgata restò quindi
connesso con l'impiego di questo materiale edilizio, facilmente
acquisibile e reperibile sul luogo. Si scavò fra i primi due colli, cioè
in quell'impluvio chiamato « la valle » che divide nettamente, oggi, la
Torre dalla Rocca ma che, in origine, aveva una profondità molto più
contenuta. Altrettanto si fece nella parte orientale del macigno della
Torre, verso Gabalo; poi fra la Rocca ed il Monticino, sino a giungere
alle cave vere e proprie, utilizzate tuttora. Per alcuni secoli, quindi, i gessaioli
brisighellesi asportarono la pietra nei pressi immediati dell'abitato, con
un lavoro assai modesto ma che, a lungo andare, rischiava di compromettere
la stabilità delle nude fiancate che ne derivavano. Esempi eloquenti in
tal senso permangono a tergo del palazzo Metelli e, ancor più, sotto la
Rocca, ove enormi blocchi, pur se ammantati ormai di edere, vitalbe e
rovi, stanno a ricordare la paurosa frana che pose decisamente fine alle
estrazioni. Lungi comunque dal voler citare, per le
singole cave, riferimenti precisi circa i periodi di utilizzo, la cui
collocazione nel tempo decorso richiederebbe ricerche storiche molto
approfondite e, forse, non sempre positive, ci limiteremo qui ad una breve
rievocazione di quanto è avvenuto, in questo particolare settore
dell'attività produttiva locale, nell'ultimo cinquantennio, cioè dal «
terzo centenario del Monticino » in poi. Cessata definitivamente l'estrazione nella
zona di Gabalo, cioè nella cava di « Maraschét », nonché alla base
della Rocca, ove a « Chile d'Spavént » era succeduto Quintino Bassi,
rimasero ancora attive per un certo tempo le cave Carroli, o di « Varinél
», a levante del Monticino e quelle Malpezzi, o di « Minghì de Gévle
» (1), a monte della Rocca. Qui, gli impianti di cottura e lavorazione
continuarono poi la produzione con materia prima tratta dalle cave della
Marana fino a pochi anni or sono, esattamente all'agosto 1969. In queste piccole cave si procedeva alla
cottura della pietra con forni a legna (2) ed il gesso veniva trasportato
nelle località di destinazione con carri e barocci. Cavalli e carrettieri
erano quindi protagonisti importanti nell'approvvigionamento delle materie
prime, cioè della pietra e delle fascine, nonché nella spedizione del
prodotto finito. Le soste di rito ad Errano, alla Cartiera, in altre
osterie disseminate a giusti intervalli lungo le strade polverose del
tempo, contribuivano ad alleviare la fatica di questi tipici lavoratori
che, con tanto di fusciacca rossa alla cintola, avevano una propria nota
di folklore e, veri artisti nell'abituale rotear della frusta, furono gli
autentici capi-stipite degli attuali « s'ciucarén ». I gestori delle
cave, però, dovevano provvedere con cavalli propri al trasporto dei
sacchi al fondo valle, perché i carri provenienti dalle varie località
della bassa Romagna, pur se ottimi per le strade di pianura, non avevano
un sistema di frenaggio idoneo a fronteggiare le pendenze collinari. Il
trasbordo avveniva normalmente nel piazzale della stazione, fatta
eccezione per le cave della Valle, il cui prodotto era portato « a spalla
» fino in Via Naldi, od in Piazza Maggiore (3). Attività di schietta impronta artigianale,
quindi, in ogni suo aspetto. Per trovare una prima parvenza di
industrializzazione occorre passare al fianco occidentale del Monticino ed
avvicinarci maggiormente ai giorni nostri. Subito oltre il colle, vi erano
le cave di « Silvio ed Maraschét », da cui il gesso scendeva a mezzo di
una funicolare sino al forno ubicato presso la curva della Ca' Rossa,
nell'edificio chiamato « Molinetto », in contrapposizione forse a quello
posto oltre l'ospedale, di ben più vaste dimensioni, detto tuttora «
Molinone ». Sui binari della funicolare, in confine fra Montecavallo ed i
Monti, scorreva un supporto a travatura metallica costruito con
l'angolatura necessaria per mantenere il vagoncino in posizione
orizzontale nell'intero tragitto, sino alla bocca della fornace
sottostante (4). Più oltre, infine, si trovava la vena
maggiormente utilizzata, cioè « la cava » per eccellenza, da cui
proveniva appunto la pietra per il Molinone. Qui era in funzione una lunga
teleferica a due carrelli che, sfruttando il peso del carico per la
discesa, si alternavano in un metodico via-vai, regolati dalla esperta
mano di Francesco Sportelli, il vivo e vegeto « Frazchì », manovratore
alla stazione di partenza. Allorché il vagoncino della decauville,
giungendo dal punto di estrazione, aveva rovesciato il carico nel carrello
aereo, con un rotolar di blocchi su di una rudimentale tramoggia, Frazchì
allentava il freno del volano che iniziava lentamente a girare, dando
corda ai carrelli. Sotto il peso del carico, la fune portante si arcuava
leggermente in ogni campata, mentre quella trainante, più flessibile e
sottile, continuava a scorrere fra i due volani, ondeggiando ampiamente da
palo a palo. Osservando l'intera manovra dalla stazione di partenza, si
poteva quindi seguire il progressivo allontanarsi del carrello in discesa,
accortamente frenato al sorpassar dei pali, finché, divenuto ormai un
puntino lontano, rovesciava il suo carico di gesso nel piazzale della
fornace. Contemporaneamente, giungeva alle cave il suo gemello inclinato
sul fianco, pronto alla nuova stretta dell'asta di ribaltamento. Sempre
affabile e paterno, Frazchì consentiva a noi ragazzi, durante le nostre
scorribande, di sostare un poco vicino a lui in osservazione attenta di
queste sue manovre e dell'andarivieni dei carrelli. Unica condizione era
quella di non toccare il mucchietto di sassolini che andava formando alla
base del volano. Un carrello avviato, un sassolino in più: a sera poteva
quindi avere l'esatto numero delle corse effettuate (una vera calcolatrice
elettronica del tempo, insomma!). I pali erano costituiti da tralicci in
legno, mantenuti con pennellature di catrame. Le funi d'acciaio, invece,
venivano ingrassate accuratamente, ma a lunghi intervalli. Il veder due
uomini seduti lassù, sopra un asse sospeso nel vuoto fra due funi,
suscitava in noi un'ammirazione autentica per cotanto ardire. Ma,
nonostante queste cure, a volte una fune portante cedeva ed il carrello
precipitava a terra, in rovinosa caduta. Nelle cave il lavoro era duro. Occorreva
perforare la pietra con trivelle a mano, per immettervi la carica
esplosiva. Poi, al suonar di una tromba, gli operai si portavano in
posizione riparata e le mine scoppiavano. Soltanto in tempi recenti si
incominciò ad udire sulle pareti gessose il crepitare delle perforatrici
meccaniche. Sul finire degli anni Venti, per la verità,
si era avuta nello stabilimento (passato dall'avv. Francesco Bracchini
alla S.I.R.) una nota di modernità: l'installazione di una sirena per i
turni di lavoro. Così, il finire delle lunghe notti invernali veniva
annunciato nella valle da quel sibilo acuto, che degradava poi lentamente
nel nulla. Anche per noi ragazzi del vicinato era tempo di lasciare le
coltri e di prepararci alla scuola. Lungo il percorso incontravamo poi «
Navo » Poggi il capo-fabbrica, Barbieri il meccanico, il « ministro »
Paolo Torchi, operai in bicicletta ed il « 18 BL » di « S'ciaféla ». Care, vecchie cave brisighellesi, che per
tanti anni forniste ottimo gesso e scagliola pregiata nella giusta misura,
senza che si avesse una percezione visiva del lento procedere, tanto da
apparir sempre uguali. Era, la vostra, una singolare nota di attrazione
per i forestieri che venivano lassù, riportando a casa lucenti pezzi di
cristallo, quale ricordo della gita in collina. Ma, anche per noi
conterranei, la passeggiata alle cave costituiva sempre un diversivo
piacevole, soprattutto nelle prime giornate di primavera e nella serena
malinconia dell'autunno. Le donne vi andavano « a radicchi », i ragazzi
a far corse avventurose, gli innamorati in cerca di angoli romantici e
riposti, fra alaterne e ginestre. Pulitissimi sentieri si intrecciavano
intorno a voi, permettendo di salire fra costoni e strettoie, in un
susseguirsi di scorci suggestivi, per sostare poi nell' ammirazione
estasiata di un paesaggio quanto mai pittoresco. Un paesaggio con una
fisionomia propria, inconfondibile, aspra ed armonica nello stesso tempo,
immune ancora da devastazioni umane, che rivive, ormai, soltanto nei
nostri ricordi ... (1) Il figlio Francesco ci ha cortesemente
chiarito l'origine dell'insolito appellativo attribuito a suo padre.
Rimasto orfano in tenera età, Domenico Malpezzi era stato allevato da uno
zio che, per la sua robustezza eccezionale, era appunto soprannominato «
e gévle ». Durante i lavori di ricostruzione della Torre dell'Orologio,
ad esempio, egli si avvaleva di questa forza straordinaria per portare in
vetta al colle, ad ogni viaggio, un numero di mattoni addirittura doppio
rispetto a quello degli altri operai. (2) Per alimentare i forni, venivano
utilizzate le ramaglie tratte dalla potatura degli olivi. Soltanto ad
avvenuto esaurimento di queste scorte locali, si ricorreva all'acquisto
delle fascine di carpino e quercia della zona appenninica. I residui della
combustione, cioè la classica « carbonella », erano poi ricercatissimi
per l'accensione dei fornelli domestici e degli « scaldini » in terra
cotta, nel lungo periodo invernale. (3) Si dovette per altro procedere nello
stesso modo anche con l'impiego dei primi autocarri, che non erano in
grado di risalire la collina. Soltanto l'avvento dei motori diesel consentì
di superare questo oneroso inconveniente, permettendo ai primi «
autotreni » di prelevare direttamente dai vari forni carichi di oltre
cento quintali (una vera meraviglia del tempo!). (4) Provvedeva poi allo scarico Giovanni Moretti, il buon « Lìlli », che, per un imprevisto sbilancio del carrello, finì una volta con gesso e vagoncino entro il forno stesso, per fortuna ormai colmo di blocchi, uscendone miracolosamente indenne, eccezion fatta per qualche lieve pestatura. |
Speleo GAM Mezzano (RA)