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APPUNTI PER L’INTERVENTO ALLA CONFERENZA DI PRESENTAZIONE DELLO STUDIO ARPA RELATIVO ALLA CAVA. (GENNAIO 2002) Massimo Ercolani, Piero Lucci, Baldo Sansavini Due
premesse prima di entrare nel merito delle nostre valutazioni relative
alla studio ARPA. 1° Premessa: Considerazioni in merito all’attività svolta dalla Pubblica Amministrazione. Rispetto al passato abbiamo constatato una maggiore attenzione da parte della PA ai problemi ambientali determinati dall’attività estrattiva; in particolare condividiamo la scelta di avere commissionato uno specifico studio all’ARPA; resta purtroppo non condivisibile il risultato dello studio stesso e la conseguente decisione assunta dai Comuni interessati e dalla Provincia. L’Amministrazione Pubblica dovrebbe invece intraprendere decisamente una politica di assetto del territorio basata su criteri ecologici. 2° premessa: Considerazioni relative all’attività estrattiva. Con
la decisione di istituire un “polo unico” regionale d’attività
estrattiva nei gessi si definì a suo tempo un punto di equilibrio tra
le esigenze economiche e ambientali, privilegiando di gran lunga le
prime. Tale “polo” fu individuato nei Gessi di Monte Tondo: la
durata dell’attività estrattiva, la quantità di prodotto coltivato,
le modalità operative rispondenti a sole esigenze economiche, hanno
fatto sì che il livello di sopportazione fisico dell’ambiente sia
stato ampiamente superato, avviando un processo di degrado gravissimo e
superiore ad ogni previsione. In questa fase per ragioni economiche e
sociali l’attività estrattiva deve continuare, ma ciò deve avvenire
in maniera subordinata alla salvaguardia di quanto resta
dell’originario ambiente naturale, archeologico ed architettonico
indirizzando l’attività nei punti di minore impatto ambientale. Entrando
nel merito dello studio, vogliamo segnalare i limiti che noi (e non solo
noi) abbiamo individuato e che ci portano a non accettare il contenuto
dello stesso. I PAE, sulla base di un documento originale di convenzione che pare introvabile (?), mettono a disposizione della cava 8.000.000 m cubi di gesso di cui 4.800.000 nell’area del comune di Riolo Terme e 3.200.000 a Casola Valsenio. Il PIAE per il decennio fino al 2002 concedeva 1.740.000 m cubi. Questi livelli di concessione devono essere assolutamente ridimensionati a seguito alla scoperta di sistemi carsici prima ignoti, all’incompatibilità con qualsiasi piano di tutela ambientale, alla presenza di nuove norme che nel frattempo per effetto di una maggiore sensibilità ambientale sono state definite. Purtroppo lo studio non va in questa direzione anzi, non fornisce i dati sufficienti per risalire alle quantità estratte in tanti anni di coltivazione (pag. 11 e 12 successive tavole) e nemmeno fornisce dati esaurienti che consentano di comprendere come ARPA sia arrivata alle cifre finali riportate. Dalla stessa “Relazione generale” emerge che non sono stati forniti dati sufficienti per definire le quantità estraibili nei vari scenari ipotizzati (pag. 133-145) Quindi
siamo in presenza non di un rigoroso dato scientifico ma ben sì
di un “atto di fede”.
Chiediamo che vengano forniti tutti i dati che hanno portato alle
conclusioni ed il documento iniziale con il quale venivano concessi gli
otto milioni di metri cubi. Per quanto riguarda la cartografia prodotta, le tavole 2,3,4,5,6 e 16 riportano correttamente la linea di protezione ambientale cosi detta “linea Vai”. Mentre nelle tavole 13,14, e 15 (cioè le più importanti in quanto rappresentano gli scenari finali) la stessa linea appare nel suo punto più a Nord traslata in direzione Est di 23 metri (vedi tavole 13,14 e 15) dal momento che proprio in questo punto la “linea Vai” coincide con la linea di delimitazione dello scenario n. 4, appare evidente un gravissimo errore di posizionamento, questo regalerebbe alla cava una notevole quantità di gesso e comporterebbe la distruzione di alcuni rami dell’Abisso Cinquanta. Va poi notato che è stata sbagliata la scalatura della Grotta Alta che Soffia (catasto regionale ER RA 827) indicata nello studio come “Vento che soffia”. In
merito allo studio geologico, sono stati acquisiti gli elaborati
geologici per i piani di coltivazione ANIC BPB in maniera acritica e non
sono stati rielaborati rendendoli utili per l’analisi di merito. (ad
esempio non è stata riportata una sola sezione geologica originale
tracciata perpendicolarmente alla stratificazione). La carta geologica
allegata (tav. 7) è approssimativa e prevalentemente coinvolge aree non
pertinenti. Rispetto alla idrologia del territori, sono stai eseguiti dei carotaggi non pertinenti e le conclusioni sono assolutamente irrealistiche, (ad esempio una risalita della piezometrica di circa 80 metri in 2 chilometri, fig. 11-6, non è credibile. E’ quindi possibile andare oltre la profondità degli attuali 180 metri riducendo così l’impatto ambientale anche se ciò comporta maggiori oneri economici per la BPB. Di fatto il prof. Forti dice testualmente: lo
schema idrogeologico presentato è assolutamente irrealistico: nei gessi
non è credibile una risalita della piezometrica di oltre 80 metri in
meno di 2 chilometri (fig. 11-6); le acque che sono intrappolate nei
banchi inferiori di gesso sono “acque ferme” accumulate nelle
fratture all’interno di questi banchi con nessun rilievo per la
circolazione idrica globale. Le anomalie nel contenuto salino delle
acque profonde rilevate alla base dei due sondaggi analizzati sono
facilmente spiegabili proprio in questo contesto; in ogni caso la
quantità totale di acqua raccolta nell’impluvio raggiunge già
attualmente i due principali recapiti ad Ovest (sistema Re Tiberio e
Cava) e a Nord (risorgente di ca’ Boschetti). Pertanto una
coltivazione più profonda di 180 m non avrà alcuna influenza sui
volumi totali di acqua che rimarranno assolutamente costanti; l’unico
rischio è quello di intercettare parte delle acque dei sistemi carsici
e convogliarle altrove: per evitare questo inconveniente è sufficiente
mantenersi durante la coltivazione sia a cielo aperto che in sotterraneo
a distanza di sicurezza dalle direttrici principali di flusso
sotterraneo. Conclude Forti: sono assolutamente convinto che non vi sarà
alcun problema a scendere anche abbastanza (anche 30-40 metri) al di
sotto della quota 180, mantenendo in ogni caso un franco di 30-40 metri
al disopra dei recapiti (oggi attorno ai 100 metri). Dalla relazione emerge un ipotetico collegamento tra acque termali e formazione gessoso solfifera messiniana (pag. 102 e 103) in particolare per quanto riguarda la “sorgente BRETA”. Proprio
per la delicatezza di questo supposto equilibrio non era forse più
opportuno approfondire l’eventuale livello di inquinamento prodotto
dall’attività di cava? Analisi che non è stata assolutamente fatta,
nonostante sia stata da noi caldeggiata. Sul versante normativo, lo studio è carente, non si spiega come le direttive stabilite dagli strumenti di pianificazione devono essere applicate nell’ambito della cava. Nessuna ricerca è stata compiuta sulla possibilità di recepire dei fondi per compensare un mancato reddito alla cava in caso di ridimensionamento delle quantità e spazi di coltivazione concessi. Ribadiamo quindi la necessità di adoperarsi in tale direzione. La direttiva 92/43 CEE recepita con decreto del Presidente della Repubblica n. 357/97 riconosce le grotte non ancora sfruttate a livello turistico come: “tipo habitat naturali di interesse comunitario la cui conservazione richiede la designazione di aree speciali di conservazione”. Del resto una grotta non si può riprodurre quindi la sua distruzione è una perdita netta. Vi
chiediamo quindi se sia compatibile la distruzione di una grotta o parte
di essa? E se sia possibile intercettare corsi di acqua sotterranei?
Domande che se necessario porremo anche agli organi competenti quali
Unione Europea, Ministero Ambiente ecc... In
conclusione, per queste ragioni, come già detto, riteniamo non
accettabile il contenuto dello studio e di conseguenza le conclusioni a
cui è giunta frettolosamente la Conferenza dei soggetti contraenti
l’accordo tra regione Emilia Romagna, provincia di Ravenna, comune di
Riolo Terme e Casola Valsenio, cioè lo senario quattro ipotizzato dalla
studio stesso. Ribadiamo
quindi la necessità di fare ogni sforzo per non ampliare l’area di
coltivazione limitando l’intervento al
recupero di gesso negli attuali ambiti, senza sfondamenti. Si
tratta di sacrificare all’ambiente, la facilità, la comodità di
coltivazione ed una porzione di quantità un sacrificio del tutto
possibile sia per il valore dell’ambiente in sé che per l’effettiva
possibilità di avere una sufficiente quantità di gesso tale da
consentire il proseguo dell’attività per molti anni. Si
possono ragionevolmente concedere alla cava 4.000.000 m cubi (se si
pensa possibile coltivare 250.000 m cubi per anno l’attività
durerebbe ancora per 16 anni). Di questi 2.500.000 a cielo aperto
(durata dei lavori 10 anni) ed il rimanente in galleria
e sotto l’attuale discarica del piazzale. Inoltre
andrebbe incentivata la ricerca di produzione alternativa del gesso già
in avanzato stato. |
Speleo GAM Mezzano (RA)