| Biodiversità alla scoperta degli insetti su e giù per la Vena del Gesso Romagnola di Ettore Contarini (Società Studi Naturalistici della Romagna), 2005 |
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e) doline, inghiottitoi, grotte e
risorgenti.
Anche in questo caso ci troviamo di fronte a una complessa situazione di microambienti, frescoumidi però stavolta, molto differenziati spesso tra loro per parametri ambientali che variano da posto a posto. Ma come "ambienti estremi" risultano caratterizzati da alcune tipologie standard nell'insediamento degli invertebrati. Per gli insetti, ad esempio, all'ingresso delle grotte suborizzontali o alle loro risorgenti idriche, dove l'alito freddo estivo delle cavità retrostanti forma un piccolo habitat di pochi metri quadrati simile climaticamente a quello di una faggeta appenninica a oltre mille metri di altitudine, si insediano colonie relitte di localizzatissimi coleòtteri del suolo (geòfili) che risultano tipici proprio delle nostre alte montagne tosco-romagnolo-emiliane. Sono piccole popolazioni rimaste isolate dall'attuale area di diffusione che ci raccontano come in epoche postglaciali a clima più freddo (periodi boreale, subboreale, atlantico, ecc., circa 10.000 - 5.000 anni fa) queste specie dovevano essere verosimilmente molto diffuse fin giù in area collinare e anche nella pianura romagnola. Poi, superata la crisi climatica glaciale, nell'Olocène le temperature si sono alzate sempre di più costringendo questi coleòtteri, da milioni di anni adattati a temperature medie annuali non superiori ai + 6 / + 7° c. (come quelle attuali dell'alto Appennino settentrionale), a ritirarsi sempre più su e a quote basse a sopravvivere solamente dove un soffio fresco e umido ne permetteva la vita: in qualche piccolo angolo, come presso le grotte; qualche metro fuori, non di più, e qualche metro dentro, già in penombra. Ma non oltre, verso l'interno della cavità; e non perché là vi siano temperature troppo basse, che in effetti lo sono di poco, ma per la mancanza di cibo poiché si tratta di specie sì predatrici ma non "specializzate" al punto da entrare nella grotta vera e propria come vedremo oltre. Così, per i caràbidi poter osservare sotto alle pietre all'ingresso delle grotte di Monte Mauro o di Monte della Volpe, o alla risorgente di Rio Basimo o sotto Castelnuovo, o ancora nella valle chiusa di Rio Stella, delle nèbria altoappenniniche come quella di Jockisch (Nebria jockischi) o come quella, endemica delle alte montagne tosco-emilianoromagnole e Appennino centrale, dal ventre fulvo (Nebria fulviventris), non appare a livello scientifico-naturalistico cosa da poco ... Anche perché, come già si è accennato, ognuno di questi piccoli esseri viventi ci racconta, in particolar modo se poi viene rinvenuto in luoghi non canonici, tante cose sulla storia del nostro territorio. Ancora tra i caràbidi, nelle piccole specie, in questo caso a costumi strettamente ipogei, non bisogna dimenticare la rara reichèia di Mingazzini (Typhloreicheia mingazzinii), endemismo dell'Appennino centro-settentrionale. In altre famiglie di coleòtteri, come gli stafilìnidi, all'imboccatura delle grotte ritroviamo entità di spiccato interesse come il latròbio di Mingazzini (Lathrobium maginii sottospecie mingazzinii), endemismo della Vena del Gesso, o la vulda italiana (Vulda italica). Ma vi sono insetti che si spingono ben oltre l'ingresso delle grotte. Sono specie ancor più specializzate, spesso al punto di aver regredito la vista fino alla totale cecità come certi coleòtteri della famiglia caràbidi, che conducono vita troglòfila o troglòbia (ossia che amano la grotta oppure che vivono esclusivamente in questi ambienti sotterranei). Nel primo gruppo si possono inserire alcuni coleòtteri della famiglia catòpidi, come il nàrgo (Nargus badius), la colèva di Sturm (Choleva sturmi), la colèva a dorso convesso (Choleva convexipennis). Nel gruppo degli elementi specializzati possiamo citare, come essere emblematico di vita completamente vissuta nelle profondità delle montagne, un ortòttero, in pratica una "cavalletta", dalle lunghe zampe: la dolicopòda di Letizia (Dolichopoda laetitiae). Si tratta di uno straordinario essere di 2-3 centimetri di lunghezza, che si muove lentamente "a tentoni" lungo le pareti bagnate dallo stillicidio dell'acqua di grotta, anche a centinaia di metri di profondità dentro la Vena del Gesso (vedi foto di copertina). Ma se oggi è la sotto è una scelta antica di questo stesso ortòttero. E neanche lui sapeva, allorchè cominciò a trovar rifugio nel buio delle cavità naturali sotto la verosimile pressione ambientale di eventi climatici molto sfavorevoli, come sarebbe andata a finire! Domanda pertinente: perché questa "cavalletta" si è rifugiata, un giorno lontano, in grotta, prima in modo occasionale e temporaneo eppoi alla fine con un adattamento totale all'ambiente sotterraneo, e altre specie no? Vattelapesca! Forse fuori, sulle erbe al sole, c'era troppa competizione con altri fitòfagi più invadenti e tenaci.... Oppure, più verosimilmente, era "di salute più cagionevole" e il freddo delle glaciazioni non gli si confaceva! |
Speleo GAM Mezzano (RA)