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Premessa
Salendo lungo la valle del Sintria, come in qualsiasi altra valle
sufficientemente grande dell'Appennino romagnolo, si assiste ad un
progressivo mutare della flora e della vegetazione (i due termini non sono
affatto sinonimi, anche se spesso vengono adoperati come tali), secondo un
ben noto gradiente, risultante sia dal crescere dell'altitudine, sia -
soprattutto - dal fatto che il substrato geologico e quindi pedologico
(l'insieme dei suoli), non è unico, né omogeneo; nello spazio di pochi
chilometri, lungo il basso e medio corso di questa vallata - dall'altezza
di Villa Vezzano fin poco oltre Zattaglia -si toccano tre diversissime
formazioni geologiche, ognuna delle quali ha una copertura vegetale
caratteristica, con proprie specificità. Si passa infatti dalle argille
plioceniche, ai gessi, alle arenarie. E anche al semplice viaggiatore non
può sfuggire la differenza (le differenze, poiché si tratta di
una miriade di elementi, che messi assieme danno luogo a quell'entità
estremamente complessa che chiamiamo paesaggio) fra i tre. E' vero che
qualcosa del genere succede - lo abbiamo già precisato - in qualsiasi
valle dell'Appennino romagnolo e anzi, in misura maggiore o minore, in
qualsiasi valle tout court, poiché in qualsiasi estensione di
terreno abbastanza grande cambiano i parametri ambientali (se non cambia
il substrato geologico cambiano comunque i versanti, le esposizioni,
l'altitudine, i microclimi, ecc.) e tuttavia in Val Sintria, orgogli di
campanile a parte, c'è qualcosa di ulteriormente diverso. Non di più,
non di meglio, non di più importante, ma di diverso. Sulla Val Sintria si
affaccia il nucleo centrale, il tratto più selvaggio, più montano - e in
definitiva, perché no, più bello - della Vena del Gesso, che è già di
per sé peculiare, inconfondibile, diversa. Un unicum, come ebbero
a definirla i primi naturalisti - segnatamente i botanici - che la
studiarono. Gli affioramenti di gesso, si sa, presentano caratteri
identificativi molto marcati, conseguenti
anzitutto alle proprietà della roccia, solubile (e ciò fa sì che esista
un immenso mondo sotterraneo, creato dalle acque circolanti sotto la
superficie e parzialmente - molto parzialmente - conosciuto dall'uomo con
le circa 200 cavità naturali attualmente note), fratturata ed erodibile
ma in misura minore rispetto alle circostanti formazioni argillose e
marnose (e ciò fa sì che la Vena emerga, prepotentemente, nell'attuale
rilievo). In una parola sola, la morfologia della
Vena, risultante dai suoi quasi 6 milioni di anni di vita, è estremamente
complessa e articolata, in grado di ospitare una serie di microambienti
diversissimi tra loro, dai dirupi soleggiati e mediterranei del versante
sud, ai declivi dolci e boscosi di quello nord, fino alla cresta
frastagliata ed aerea che separa gli uni dagli altri. In mezzo, poi, ci
sono doline, forre, affioramenti di roccia nuda e arida, ma anche
avvallamenti ombreggiatissimi dove si creano, all'inverso, microclimi
fresco-umidi. Al di là della mirabile, stupefacente varietà che
caratterizza tutti i sistemi naturali (quella biodiversità che non è solo uno slogan o un
concetto oggi più o meno di moda) e al di là del finalmente acquisito
concetto che l'uomo, il maggior semplificatore mai comparso sul pianeta,
non può continuare nella sua opera distruttrice, ci preme qui
sottolineare come la Vena del Gesso si configuri, per una serie di
motivazioni naturali, come il luogo paesaggisticamente più eterogeneo,
ricco, complesso dell'intero territorio provinciale e tra i più
eterogenei, per certi aspetti, anche in ambito regionale. Questo si vede,
si tocca con mano, anche e soprattutto considerando gli aspetti
"botanici". E sono queste, in definitiva, le ragioni della
mostra e del catalogo.
Inquadramento geografico e paesaggistico
Il torrente Sintria non ha una sorgente ben definita, ma nasce da una
chiostra (o "corona", se vogliamo usare un termine più poetico
ma un tempo in uso presso i montanari locali) di montagne situate ad
est di Palazzuolo (1) e prive di toponimi ufficiali, cioè
recepiti sulle carte geografiche a partire da quella l.G.M., con
l'eccezione di Monte Gamberaldi (828 m) che in effetti è il rilievo più
importante della zona anche se non risulta allineato con l'asse del
torrente collocandosi a sud di quest'ultimo; dal M.Gamberaldi, la cresta
che abbraccia la testata della Val Sintria "viaggia" a lungo ad
una quota di poco superiore agli 800 m, fino al M.Toncone (813 m),
decisamente a nord.
Di fatto, il torrente si forma per la
confluenza di vari fossi, non perenni, che si riuniscono a ventaglio ai
piedi di tale cresta. Dopodiché il Sintria (localmente "la
Sintria" poiché dialettalmente in Romagna i fiumi sono creature
femminili) «scende rapido incuneandosi fra profondi dirupi boscosi» (PELUCONI,
1983). La copertura vegetale, in tutta l'alta val Sintria, deriva da
vecchi cedui misti di latifoglie (roverella, carpino nero, orniello, cui
si aggiungono in minor misura cerro, castagno, acero opalo, acero
campestre, sorbo domestico e ciavardello), da castagneti, spesso ancora
tenuti a frutto, e da ex coltivi, rimboschiti artificialmente a partire
dagli anni '50, perlopiù con conifere esotiche (e con una latifoglia
introdotta a scopo sperimentale, rivelatasi piuttosto deludente: l'ontano
napoletano), o ricopertisi in maniera spontanea con le normali successioni
vegetali, a partire da quelle pioniere a ginepro, prugnolo, biancospino,
ecc. (vedi foto).
«Stretta e folta di boschi» vien
definita, l'alta val Sintria, anche dalla "guida rossa" del
Touring nella sua quarta edizione (T.C.I., 1957); per la boscosità si
trattava di una situazione relativa, non superiore a quella delle vallate
limitrofe ma già allora, nel '57, incrementata dai primi rimboschimenti.
Questi, se da un lato hanno contribuito alla soluzione di problemi
idrogeologici o, all'epoca, occupazionali (di cui non si può disconoscere
l'importanza economica, politica e sociale), hanno peraltro ancor oggi un
valore naturalistico scarso. Pregio non molto elevato, sempre da un punto
di vista naturalistico, hanno di fatto tutti i boschi dell'alta e media
valle: non per una presunta loro scadente qualità, che pure in alcuni
settori è facilmente riscontrabile, quanto per l'evidente loro
appartenenza a tipologie forestali comunissime. Cercando di intendersi
meglio su questo concetto che rischia di esser equivocato, andrà chiarito
che il bosco naturale è di per sé prezioso, utilissimo e degnissimo di
attenzione per una serie di ben noti motivi ecologici che daremo per
scontati; tuttavia nell'intera alta e media val Sintria non si riscontra
l'esistenza di formazioni vegetali peculiari e più che il bosco di
consuete latifoglie miste appaiono interessanti alcune formazioni
arbustive termofile (amanti del caldo) su affioramenti di arenarie e
marne, con presenze non comuni in àmbito regionale quali citiso scuro (Lembotropis
nigricans), steelina (Staehelina dubia), ginepro rosso (Juniperus
oxycedrus).
Un vero "salto" si verifica
invece immediatamente a valle di Zattaglia con l'imponente baluardo della
Vena del Gesso, che qui presenta anche la sua elevazione più pronunciata
(Monte Mauro, 515 m; non a caso il toponimo deriva da un errore di
traduzione del dialettale Mavòr che starebbe per «maggiore»).
Per il suo patrimonio floristico-vegetazionale, assai superiore a quelli
delle formazioni contigue quanto a varietà e complessità, la Vena del
Gesso assume un valore che va ben oltre i confini locali e che cercheremo
di illustrare in queste pagine.
Più a valle, fino all'altezza della sua
confluenza nel Senio, posta a circa 55 m di altitudine fra le frazioni
Villa S.Giorgio in Vezzano e Cuffiano, il Sintria attraversa la fascia
delle argille plioceniche, con gli inconfondibili calanchi (vedi foto).
Qui la copertura vegetale è discontinua e, almeno a prima vista, assai
stentata, alternando vaste zone nude ad altre debolmente colonizzate da
una vegetazione erbacea o, al più, arbustiva. Si tratta in realtà del
risultato di vicende naturali connesse, come sempre succede, con una
secolare storia di presenza umana. Sul calanco vero e proprio, in ogni
caso, la copertura vegetale non può che essere quantitativamente
modestissima per via dei noti fattori limitanti pedologici e
microclimatici. L'aridità, i fenomeni di ruscellamento violento
dell'acqua sulle argille, gli smottamenti, la presenza di sali,
l'inospitalità del suolo - friabile d'estate, asfittico d'inverno,
instabile sempre - fanno di questo un ambiente "estremo". E' pur
vero che vi si trovano piante nient'affatto comuni, con adattamenti molto
raffinati dovuti alla dura selezione dell'ambiente stesso. Sarà appena il
caso di ricordare, oltre a graminacee di ambiente steppico e continentale,
oppure, all'opposto, costiero (comun denominatore è sempre il sale),
quell'endemismo - cioé quell'entità esclusiva di un territorio ben
delimitato, in questo caso le argille dell'Appennino
tosco-emiliano-romagnolo - che è Artemisia cretacea (vedi foto).
La Vena del Gesso
La Vena del Gesso costituisce un'autentica
microregione, con caratteri naturali inconfondibili e, in molti casi,
unici nell'ambito provinciale; il primo elemento distintivo è costituito
dal substrato geologico, che possiede un chimismo particolare e condiziona
le morfologie creando quei paesaggi che chiamiamo carsici e che hanno
sempre, a loro volta, condizionato sia i popolamenti animali e vegetali
che l'insediamento umano (VIANELLI, 1989).
Per quanto riguarda flora e vegetazione,
cui il nostro discorso dovrà necessariamente limitarsi, è noto come i
rilievi gessosi, in virtù della loro morfologia accidentata e del
comportamento rispetto all'acqua, diano origine ad un'altissima diversità
ambientale e ad un'altrettanto elevata diversità floristica. Accanto a
stazioni aride e soleggiate, riconducibili a quel carsismo classico «da
rocce nude» (che è quello dell'immaginario collettivo e letterario,
anche se dal punto di vista dello studio ambientale non è affatto
l'unico), si trovano infatti stazioni fresche e umide, basti pensare a
quelle sul fondo delle doline. Tra questi due estremi, che tuttavia
spazialmente possono anche essere a stretto contatto, si trova una vasta
gamma di situazioni intermedie: il risultato è rifugio e possibilità di
vita per specie vegetali con le più diverse esigenze ecologiche. In più,
sui gessi troviamo habitat rupestri assai estesi e articolati, che
costituiscono siti di conservazione per numerose specie la cui presenza
superstite è da mettere in rapporto con fasi climatiche ormai trascorse e
con un'incapacità di queste specie ad essere competitive in situazioni
meno estreme (ALESSANDRINI & BETTINI, 1982).
Per spiegare questo concetto, torneremo per
un attimo indietro, cercando di ripercorrere la storia dell'esplorazione
botanica dei gessi che conta oltre un secolo e mezzo di vita, dai
precursori fino ad oggi. Utilizzeremo questa per un approccio,
inevitabilmente semplificato e colloquiale (augurabilmente non a scapito
della correttezza scientifica ma a vantaggio della leggibilità) per chi
si avvicina per la prima volta a questo mondo, in definitiva come fecero i
pionieri erborizzatori di centocinquant'anni fa.
L'esplorazione botanica della Vena del
Gesso
Attirati dalla particolarità della
copertura vegetale dei gessi - che, ribadiamolo, nonostante sia «sporadica
e spesso poco lussureggiante (..) mostra tuttavia un complesso floristico
che la rende attraente, specie se la si confronta con quella piuttosto
povera e monotona che riveste l'Appennino a monte, fino all'altitudine di
800-900 metri, dove incomincia la faggeta» (ZANGHERI, 1959) - i
botanici "storici" vennero sui gessi fin dai primi decenni dell'
800.
Il primo, in ordine cronologico, che
dobbiamo citare, è Giacomo Tassinari, farmacista di Castelbolognese,
scopritore, nel 1833, della felce Cheilanthes persica in un luogo
volutamente non meglio precisato che con il vago «monte Mauro». Subito
dopo va menzionato il faentino Lodovico Caldesi, che più e più volte «erborizzò»
a Monte Mauro, Monte della Volpe e presso la Grotta del Re Tiberio, ma
anche a Rontana, sempre sui gessi, oltre che in parecchie località dello
"spungone", affioramento calcarenitico che rappresenta una sorta
di continuazione, in senso morfologico e paesaggistico, dei gessi, verso
est, e che con i gessi presenta molte affinità floro-faunistiche (BENTINI
PIASTRA & SAMI, 2003).
Come data cruciale va ricordata quella del
18 ottobre 1876 quando Caldesi, assieme a Giuseppe De Notaris (milanese di
nascita ma genovese di adozione), che era stato suo maestro e poi sempre
amico, trova «presso le rupi di Monte Mauro» quel Thymus
striatus che a tutt'oggi rientra fra i "relitti climatici",
di epoche passate ben più calde, pre-glaciali (in pratica del Terziario)
riconosciute e analizzate da ZANGIHERI (1959, cit.). Successivamente,
vanno citati Pasquale Baccarini e Renato Pampanini, attivi tra fine '800 e
i primi decenni del '900 e autori di diverse raccolte, soprattutto a
carico delle due preziose e rare felici, la già citata Cheilanthes
persica e quella Scolopendrium hemionitis nota solo per
l'ingresso del Re Tiberio ed oggi estinta. Alcune segnalazioni per la
flora dei gessi ci vengono anche da Domenico Bertoni Campidori, che fra il
1912 e il 1932 dà alle stampe alcuni scritti di argomento
botanico-naturalistico su vari settori del territorio faentino. I dati di
Bertoni Campidori vanno tuttavia presi con riserva, sia per la vaghezza
dei riferimenti topografici, sia per le ricorrenti imprecisioni, dovute a
determinazioni errate - è il caso di Osmunda regalis, rarissima
felce da lui citata per la Tana del Re Tiberio, forse su banale confusione
con qualche Polypodium - o alla ripresa non controllata di notizie
di Caldesi (come nel caso delle clamorose segnalazioni per lo "spungone"
di M.Torre e M.Castellaccio o per quelle troppo generiche sulla Val
Sintria, riportate da Zangheri ma regolarmente commentate con un laconico «ma
dove?»). Un'escursione memorabile, anche se estemporanea, fu quella
nel 1957 di Daria Bertolani Marchetta, naturalista modenese che trovò Cheilantes
persica in un canalone non distante dalla Grotta del Re Tiberio, il
che ingenerò una serie di ipotesi sulla presunta estinzione della felce,
ipotesi a tutt'oggi controverse (vedi capitolo seguente). Poi viene, nel
1959, il lavoro del forlivese Pietro Zangheri, che costituisce una
summa di oltre trent'anni - erano iniziate nel '26 - di ricerche. La
novità di Zangheri, rispetto ai pur illustri predecessori, è che per la
prima volta i dati vengono analizzati in un contesto biogeografico che
serve a Zangheri per collocare la flora dei gessi nel suo giusto posto. In
altre parole, al necessario lavoro compilativo in cui riporta, in rigoroso
ordine, le segnalazioni (proprie ed altrui) di tutte le esplorazioni
botaniche fino ad allora compiute sui gessi, Zangheri confronta i dati, li
commenta e giunge a conclusioni che superano, e di molto, l'importanza del
puro elenco floristico.
Non sarà inutile sottolineare come, quasi
per paradosso, Zangheri così "demolisca" quel concetto di
unicità della flora dei gessi che era stato vagheggiato fin dagli ultimi
decenni dell'Ottocento (2); il botanico forlivese supera
definitivamente le ipotesi di una flora esclusiva dei gessi poiché
confronta quella dei gessi romagnoli con quelle delle rupi calcaree
romagnole (di "spungone" e di altri affioramenti carbonatici,
anche di origine alloctona, della zona più orientale, fino alla val
Marecchia) e arriva alla conclusione che fra esse non sussistono
differenze significative. Inoltre Zangheri dimostra la non esistenza di
specie esclusive dei gessi (quello di Cheilanthes persica è un
caso particolare, dovuto a ragioni di relittualità climatica e non
connesse con la natura del substrato tant'è che altrove, in Albania ad
esempio, Ch.persica vegeta su gesso ma anche su "normale"
calcare) e pure la non esistenza di specie particolarmente più
abbondanti; anche le rare o rarissime (ad es. Pistacia terebinthus,
Heliantemum Jonium, Staphilea pinnata, Cistus incanus) si trovano
parimenti su altri terreni, calcarei e non. Il gesso, quindi, non è
abbastanza selettivo da avere un flora propria, ma solo genericamente
calcifila e xerofila (ALESSANDRINI & BETTINI, cit.) cioé amante del
caldo e tollerante l'aridità. Tuttavia, poiché le onestissime
conclusioni di Zangheri rischiano di esser fraintese in senso riduttivo,
sarà bene aggiungere che pur se non esiste una flora gipsofila, esiste
comunque una vegetazione tipica dei gessi, specialmente negli habitat
rupestri. Qui si assiste alla comparsa di aggruppamenti di piante con i
tipici adattamenti all'aridità (tessuti grassi; superfici fogliari
ridotte o sclerotizzate; presenza di peli e rivestimenti vari per limitare
la traspirazione; annualità del ciclo per affidare ai soli semi il
superamento della stagione avversa, che risulta quella estiva; tendenza
alla riproduzione vegetativa e non sessuata al fine di mantenere
inalterati alcuni adattamenti senza rischio di mutazioni ereditarie).
Tali aggruppamenti si caratterizzano in
senso tendenzialmente mediterraneo. Questa "mediterraneità"
della copertura vegetale dei gessi, ben rappresentata dai lecci che si
osservano abbarbicati sulle falesie in esposizione sud (vedi foto), ma
sottolineata anche da altre specie (3), meno appariscenti ma nel complesso
anche più significative, ha sempre costituito "un problema" per
i botanici, che hanno cercato di stabilirne i limiti ed il valore.
Anche in questo caso il contributo di
Zangheri è stato chiarificatore, pur lasciando numerosi interrogativi, da
lui stesso fatti presenti; dopo di lui, il concetto di mediterraneità è
stato oggetto di altri studi [tra gli altri si veda PIGNATTI, 1979 (4)] .
Resta evidente che la Romagna si pone come cerniera, zona di
transizione problematica fra il mondo mediterraneo e quello continentale o
centro-europeo; il primo emerge in settori localizzati, delimitati
soprattutto dall'affiorare di corpi geologici omogenei e conservanti
microclimi miti, come, appunto, i gessi. Un gradiente inverso di
mediterraneità, con "caduta floristica" da est verso ovest, in
accordo con l'allontanarsi dell'influenza marina (5) , è stato
utilmente evidenziato da ALESSANDRINI & BETTINI (1982, cit.). Con
espressione più poetica ma altrettanto convincente, Carlo Ferrari,
botanico bolognese, ha definito la Vena del Gesso romagnola come «uno
degli spruzzi della grande onda mediterranea». Infine, data la
ristrettezza dello spazio e il rischio di scontentare qualcuno, delle
ricerche successive a Zangheri si fa qui un unico riferimento, che in
teoria dovrebbe compendiarle tutte: il lavoro di ALESSANDRINI &
BONAFEDE (1996), risultato corale di molti anni di esplorazioni capillari
su tutto il territorio dell'EmiliaRomagna. La Vena del Gesso ovviamente vi
rientra, eccome, anche se con le sole specie contemplate dalla legge
regionale n.2/77 sulla flora spontanea protetta. Concepito come un
censimento (per specie e non per territori), il volume riporta una mole di
dati aggiornati ma anche facilmente comparabili poiché è cartografata,
di ogni specie, la situazione distributiva passata ed attuale.
«La più elegante di quante ne nascono
nell'Italia»: Cheilanthes persica, felce ritrovata
La storia di questa piccola e stranissima
felce orientale che la natura ha catapultato in Italia solo sui gessi tra
Senio e Sintria, è avvincente come un giallo. Fu rinvenuta per la prima
volta in Italia nel 1833 presso Monte Mauro dal ventunenne Giacomo
Tassinari, (1812-1900), farmacista di Castelbolognese neo-laureato.
Tassinari non poteva conoscere correttamente questa pianta che, fatalità,
veniva descritta per la prima volta proprio in quel 1833 ma da un'altra
parte del mondo e su esemplari di provenienza asiatica. Intuendo comunque
che doveva essere una pianta non comune, Tassinari ne inviò diversi
campioni essiccati al proprio professore universitario, il bolognese
Antonio Bertoloni. Ciò avvenne in più riprese, fra il 1833 ed il 1857
(Rossi & BONAFEDE, 1995). Bertoloni, ritenendo erroneamente trattarsi
di una specie nuova, la descrisse nel 1856 come Acrostichum
microphillum, cioè «dalle piccole foglie»; lui stesso definì
questa felce «la più elegante di quante ne nascono nell'Italia». Due
anni dopo Bertoloni pubblicò, molto genericamente, la località di
provenienza: «dal distretto di Imola, in Monte Mauro o Maggiore». Tassinari,
chissà perché, raccolse altri esemplari in quantità colossale - solo
nel suo erbario è stata accertata la presenza di almeno 72
campioni - e sappiamo che ne spedì alcuni anche al Caldesi, che inserì
il dato nel suo Tentamen (1880) con il telegrafico «l'ebbi
da Monte Mauro da Tassinari».
Saltiamo al 1905 quando Pasquale Baccarini
(che l'aveva già trovata nel 1881) e Renato Pampanini comunicano
l'avvenuto ritrovamento «in fessure delle rupi di gesso sul
lato settentrionale di Monte Mauro (detto dai locali Maggiore), nel
luogo detto Monte della Volpe (sito italiano unico!) ad un'altitudine di
150 metri». I due botanici, anche qui chissà perché, si fanno
l'idea che quello fosse il sito "storico" di Tassinari, che
avrebbe avuto remore a precisare l'esatta località di raccolta
trincerandosi in un generico «presso Monte Mauro». Raccolgono, al
solito, molti esemplari e li spediscono a vari erbari italiani ed europei
(Rossi & BONAFEDE, cit., ne hanno appurato la presenza in ben sedici
diversi istituti). Sempre da qui, probabilmente, provengono i
campioni dell'erbario C.Casali di Reggio Emilia: il relativo cartellino
indica «Casale sul Senio», riferito evidentemente al capoluogo
comunale più vicino che è Casola Valsenio e la loro data di raccolta,
sempre secondo Rossi & BONAFEDE (1995, cit.) dovrebbe collocarsi fra
il 1882 ed il 1900; Casali aveva però sicuramente anche erborizzato
nell'ingresso della Tana del Re Tiberio, come si evince da un campione di
Scolopendrium hemionitis che, come noto, solo lì vegetava (6)
E passiamo al 1957 con il ritrovamento, da
parte della modenese Daria Bertolani Marchetti, di un esemplare «nei
dintorni della Tana del Re Tiberio». Ripercorrendone la storia, la
Bertolani Marchetti ipotizza che questo «sia l'ultimo esemplare
dell'unica stazione italiana» della felce. E significativamente
intitola il suo lavoro «Una felce in via di estinzione in Italia». Sette
anni dopo Zangheri denuncia amaramente, in un articolo rimasto celebre (ZANGHERI,
1964 a), l'avvenuta «perdita per la flora italiana». Il
pessimismo di Zangheri, per quanto eccessivo, è giustificabile alla luce
di diversi fattori: la stazione di Pampanini, poco sopra il letto del
Senio («sui massi mai raggiunti dalle piene») è stata distrutta
dall'insediamento della cava Anic; i "voti" espressi al
termine del Congresso Nazionale per la Protezione della Natura tenutosi a
Bologna nel '59 «affinché d'ora innanzi le esigenze dell'agricoltura
e dell'industria non ignorino il rispetto della Natura», sono rimasti
«del tutto lettera morta»; dall'ingresso della Tana è ormai
scomparsa Scolopendrium hemionitis, l'altra gemma botanica della
Vena, felce mediterranea che aveva qui la sua unica stazione italiana sul
versante adriatico.
E veniamo al giorno d'oggi. Dopo le notizie
- fortunatamente erronee - della presunta estinzione della felce, sulla
parola di Zangheri e come tali accettate anche da PIGNATTI (1982), la
stessa viene ritrovata, contemporaneamente in più siti, ma sempre nei
pressi di Monte Mauro, da CORBETTA & ZANOTTI CENSONI (1980) e da Rossi
(1981).
Quest'ultimo ipotizza che le stazioni siano
grosso modo le stesse "storiche" di Tassinari, il quale - oggi
ci è chiaro - frequentava Monte Mauro propriamente detto: lo comprova uno
scritto anonimo - ma attribuibile, secondo Rossi & BONAFEDE, cit.,
proprio al Tassinari - del 1875 e riferito ad una gita scolastica con
molteplici obiettivi [rilevamento topografico della cima, archeologico dei
ruderi del castello - ed un disegno di proprietà del pronipote di
Tassinari (archivio A.Frontali, Faenza) costituirebbe la "prova del
nove" - e botanico dei vari elementi floristici presenti in zona, tra
i quali fu raccolta anche Ch. persica (BENTINI, in stampa)]. Ma quel che
è più importante sono le ricerche successive: Rossi e BONAFEDE (1995,
cit.) perlustrano l'intero massiccio di Monte Mauro ed individuano altre
stazioni oltre a quelle "riemerse" nei primi anni '80. A seguito
di una campagna biennale nel '91-'93 le stazioni note assommano
complessivamente a 17, concentrate nel massiccio gessoso che va dal
Sintria al Senio, quindi da M.Incisa a M.Tondo, e che culmina con M.Mauro
M.della Volpe. Gli esemplari singoli così risultano diverse
centinaia, ma ciò non infirma il concetto di rarità per la specie, che
appare comunque confinata in un'area ristretta [altre ricerche in luoghi
apparentemente analoghi della Vena, condotte dagli stessi autori e dal
Gruppo Speleologico Faentino in oltre un 'decennio (archivio G.S.Fa. e
varie com. pers.)], hanno finora avuto esito negativo.
E veniamo a quelle che dovevano esser le
premesse. Cos' ha di così importante questa pianta, al punto da aver
scatenato raccolte collezionistiche distruttive (sia pure a scopo
scientifico) per oltre 170 anni? Cheilantes persica, la felcetta
persiana, è un elemento asiatico che presenta un unico sito italiano
nettamente disgiunto dal restante areale. Quest'ultimo va dal Kashmir fino
alla penisola balcanica, passando per Afghanistan, Iran, Iraq, Anatolia,
Crimea, Grecia e isole relative - Egee e Creta - fino all'Albania e alla
Dalmazia. La stazione italiana (se vogliamo considerarla unica, essendo
localizzata in un'area estremamente ristretta, misurabile in circa 6 km
quadrati), assume un particolarissimo valore biogeografico, perché la
felce qui raggiunge il suo limite assoluto occidentale, più che mai dopo
la smentita delle vecchie segnalazioni di Kuhn per l'Algeria. Come
ipotizzato nel 1906 da Baccarini (in ZANGHERI, 1959) - in contrasto, anche
pubblico, con l'amico e compagno di raccolte Pampanini il quale credeva ad
un trasporto delle spore fin dalla Dalmazia ad opera del vento - ipotesi
successivamente perfezionata nel 1957 da BERTOLANI MARCHETTI («esistono
argomenti in favore di una presenza di più antica data (...) rifacendosi
alle condizioni geologiche e climatiche prequaternarie si potrebbe
affermare che, come è accaduto per altre entità, la località
italiana di Ch.persica costituisce uno degli ultimi frammenti
occidentali di un areale teriziario più vasto») e definitivamente
convalidata da ZANCHERI (1959, cit.), questa piccola felce è un relitto
climatico pre-glaciale, sopravvissuto dal Terziario solo qui, a Monte
Mauro. E bisogna concludere con le parole di PICHI SERMOLLI (1986): «nelle
stazioni del preappennino romagnolo Ch.persica si comporta
come pianta gipsicola legata a stazioni rocciose, in particolare là dove
la roccia è in fase di disfacimento. Ritengo che l'adattamento al
substrato gessoso e lo scarso ricoprimento vegetale di queste stazioni,
dove la concorrenza tra le piante è molto ridotta, siano le ragioni
principali della sua sopravvivenza in Italia fino ai nostri giorni».
Altre specie non comuni
Un settore sul quale Zangheri non poté
indagare più di tanto, al pari di quello costituito dalle rupi («le
pareti gessose (..) potrebbero ancora riservare qualche sorpresa a chi
fosse fisicamente in grado di esplorarle con diligenza»), è quello
degli ambienti più inaccessibili dei versanti nord: forre, doline,
ingressi di grotta, anfratti incassati ed ombreggiati. Qui sono state,
più o meno recentemente, trovate specie amanti di microclimi freschi e
umidi, rare in assoluto o la cui presenza risulterebbe "normale"
nell'Appennino a quote ben superiori, addirittura nella fascia del faggio.
A parte la bellissima lingua cervina (Scolopendrium vulgare, oggi Phvllitis
scolopendrium), già indicata da CALDESI (1880) per Rontana e da
BERTONI CAMPIDORI (1922) per Brisighella e M.Mauro, ma oggi nota, da varie
fonti, per numerosi ingressi di grotta in versante nord o comunque fresco,
vanno segnalati analoghi dati, qui spulciati da ricerche dell'autore, da
St.BASSI (1994 e varie com.pers.), da ALESSANDRINI & BONAFEDE (1996) e
da BONAFEDE et al. (2001). In estrema sintesi si tratta di: Arabis
alpina. Citata da ZANGHERI (1959) per Monte Mauro («presso la Tana
del Re Tiberio ove anche Caldesi la raccolse») e da BERTONI CAMPIDORI
con il generico «val Sintria», è stata rinvenuta su rocce in
sottobosco presso Ca' Carné e presso la Risorgente del Rio Cavinale;
Galanthus nivalis * (bucaneve).
Non citato in ZANGHERI (1959), vegeta in almeno due siti, entrambi alle
pendici di M.Mauro: una dolina presso Ca' Castellina e nella forra del Rio
Basino;
Staphilea pinnata* (borsolo).
Indicato solo da Pampanini (in ZANGHERI, 1959) per San Marino (ove è
ancora presente, nella forra di Gorgascura), è stato trovato nei siti in
assoluto più freddi: forra del Rio Basino, Risorgente del Rio Cavinale,
due doline a M.Mauro ed altre due nel Parco Carné. Specie di notevole
rarità, conta in Emilia Romagna una quindicina di stazioni, mentre sei di
quelle storiche sono scomparse.
Erythronium dens canis* (giglio
dente di cane). Citato da ZANGHERI (1959) solo per Predappio («e forse
in qualche altro luogo, ma scarsissimo»), è invece risultato
presente in sottobosco fresco presso l'Abisso Carné.
Iris graminea. Specie
forse più diffusa di quanto attualmente risulti: a parte il breve periodo
di fioritura tende a passare inosservata; le foglie assomigliano a quelle
di comuni graminacee. Segnalata da ZANGHERI (1959) per le parti fresche e
umide dei boschi a M.Mauro, è stata recentemente trovata al M.della Volpe
e al Parco Carné.
Scilla bifolia*. Specie
di sottoboschi montani, è presente solo nella forra del Rio Basino, unica
stazione accertata finora in provincia di Ravenna. La congenere e ancor
più rara Scilla autunnalis, di esigenze ecologiche opposte (è
specie mediterranea, abitatrice di prati aridi o garighe), è stata invece
trovata sulle rupi di M.Mauro-M.Incisa.
Serapias vomeracea*. Bella
orchidea mediterranea, trovata per la prima volta sulla Vena del Gesso nel
giugno 1989 in due soli siti, entrambi nei pressi della valle cieca della
Tana della Volpe, sopra Brisighella. L'ambiente di ritrovamento, soggetto
a frequenti manomissioni da parte dell'uomo (prati aridi su suolo
argilloso, non distanti dalla strada) pone problemi per la sua
sopravvivenza locale.
Spiranthes spiralis*. Orchidea
non vistosa, a fioritura irregolare e tardiva (settembre e anche
ottobre!), la cui distribuzione in Emilia-Romagna è, anche per questo,
sottostimata. In ALESSANDRINI & BONAFEDE (1995, cit.) risultava «presumibilmente
estinta a nord della Via Emilia» ed assente dalla collina ravennate,
ove peraltro non era mai stata segnalata. Ricerche successive hanno
accertato l'esistenza di nuove stazioni, fra cui quelle del Parco Carné
di Brisighella.
Amelanchier ovalis (Pero
corvino). Come la precedente, è specie mediterraneo-montana di notevole
interesse per la sua presenza limitata, in Emilia Romagna, a stazioni
rupestri. Citata per M.Mauro e Rivola («sulle rupi e nei boschetti») da
ZANGHERI (1959) e da precedenti autori (ad es. Bertoloni, che l'ebbe da
Tassinari), è probabilmente scomparsa da Rivola, mentre è stata più
volte ritrovata su creste ventose e aride o su rupi rivolte a nord ma non
in sottobosco (ad es. sopra la forra del Rio Basino, nella rupe sotto la
chiesa di Castelnuovo e nei canaloni a nord della vetta di M.Mauro).
Fraxinus excelsior (Frassino
maggiore), Tilia x vulgaris (tiglio ibrido selvatico). Presenze
molto strane, a questa quota, trattandosi di specie che di norma in
Romagna si trovano sporadiche nella fascia del faggio; entrambe sono state
rinvenute al Parco Carné in doline molto fresche e umide, in esposizione
nord. Per quanto il loro status appaia del tutto naturale, non si
può escludere una loro introduzione remota da parte dell'uomo. Discorso
analogo si può fare per l'olmo montano (Ulmus glabra) presente
fino a poco tempo fa presso la Grotta Risorgente di Ca' Carnè. ZANGHERI
(1959) segnala il ben noto cespuglio di Tilia cordata che vegetava
presso l'imbocco della Tana del Re Tiberio precisando che «è troppo
poco per citare la specie nell'elenco» e in altra parte dello stesso
lavoro, a proposito dello stesso esemplare, avanza il dubbio che possa
trattarsi di un avventizio.
Polygonatum odoratum (Sigillo
di Salomone). Non segnalato da Zangheri, né dagli autori precedenti,
risulta invece vegetare in alcuni siti molto freschi (forra del Rio Basino
e una dolina nel parco Carné) e al bordo di boschi di roverella (Rontana).
Nel primo caso si accompagna ad altre specie microterme infrequenti a
quota così bassa: Oxalis
acetosella, Sanicula europaea, Corydalis
cava, Lamiastrum galeobdolon, Geranium nodosum. Si
noti che nel vicino forlivese questa specie risulta oggi rarissima,
essendo stata reperita solo in due stazioni forestali relitte, a bassa
quota ma su particolare terreno fresco
(SEMPRINI e MILANDRI, 2001).
Acer monspessulanum (Acero
minore). Specie mediterranea, citata da ZANGHERI (1959) solo per i calcari
di San Marino, è risultata presente in una rupe esposta a nord presso Ca'
Carné e nella forra del Rio Basino.
Typha minima. Pianta
di palude e quindi inaspettata in area carsica; tuttavia una stazione,
assolutamente singolare e formatasi alla base di una pendice franosa con
argille, è nota da almeno un quindicennio. Si tratta di una sorta di
acquitrino non perenne, «sospeso» su una lente di argille fra i gessi di
Brisighella e quelli di Rontana-Castelnuovo. La specie, un tempo
considerata rarissima in tutto il territorio regionale (cfr. PIROLA et
al., 1975, che segnalano appena 13 stazioni e quasi tutte a nord della
Via Emilia), si è rivelata in realtà relativamente presente, in
località piuttosto a monte (SEMPRINI & MILANDRI, 2001), dove è
minore l'impatto antropico sulle acque, mentre sembra effettivamente in
regresso nei siti "storici" di pianura.
Polystichum aculeatum, Polystichum
lonchitis, Dryopteris filix mas. Sono
tre felci di ambiente fresco, le prime due schiettamente montane,
confinate sulla Vena in siti localizzatissimi, stazioni uniche in
provincia di Ravenna (un ingresso a pozzo di grotta, una dolina incassata
e ombreggiatissima ed una risorgente sotto rupe esposta a nord) di cui qui
si tralascia l'esatta indicazione per motivi protezionistici. La terza non
è rarissima (ad alta quota diventa addirittura comune), ma conta sulla
Vena, finora, un unico sito (in provincia di Ravenna solo altri due) su
legno marcio in fondo ad una dolina. Per tutte e tre si ipotizza trattarsi
di relittualità climatiche.
Asplenium ruta-muraria (Ruta
di muro). Felce a distribuzione circum-boreale, rara in Romagna dove
contava diverse stazioni sulla Vena del Gesso, molte delle quali oggi non
riconfermate. (ZANGHERI, 1959, la definisce «comune in vari luoghi non
però ovunque: Rivola, M.della Volpe, M.Mauro»). E' stata osservata
su rupi in versante nord al Parco Carné e nella forra del Rio Basino,
stazioni che attualmente risultano le uniche in provincia di Ravenna (la
citatissima e notissima stazione del Mausoleo di Teodorico, già nota a
FIORI, 1943, che confermò antiche osservazioni, è stata dissennatamente
distrutta dai recenti restauri).
Cystopterisfragilis. Felce
distribuita in Emilia Romagna perlopiù nella fascia montana, anche oltre
il limite degli alberi, fino a 2000 metri. In collina è rarissima e quasi
tutte le stazioni di bassa quota, dal reggiano al ravennate, non sono
state recentemente riconfermate. La storica ed unica stazione ravennate si
trovava a Monte Mauro, ove l'aveva raccolta il solito Tassinari, citato da
vari autori successivi (in ZANGHERI, 1959). Oggi non è possibile
appurarne l'esatta ubicazione e tuttavia è probabile che fino a pochi
anni fa qualche esemplare si trovasse all'imboccatura di un crepaccio
carsico da cui usciva perennemente aria umida, nei pressi del Buco I di
Monte Mauro. Se questa era la stazione di Tassinari va considerata
estinta. Più recentemente (maggio 2002) la specie è stata trovata in
altra parte della Vena, tra Lamone e Sintria, con tre esemplari
all'ingresso di una grotta di cui si tace nome ed ubicazione.
*: specie protetta in Emilia Romagna ai sensi della
legge regionale n.2/1977
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Bibliografia essenziale*
*La letteratura naturalistica, scientifica
o divulgativa, sulla Vena dl Gesso, costituisce ormai un settore
sterminato, che assomma diverse centinaia di titoli. Anche limitandosi al
patrimonio vegetale ci si trova di fronte ad un elenco di lavori piuttosto
lungo, non tanto per gli studi monografici (tutto sommato pochi) quanto
per quelli multidisciplinari che comunque possono contenere dati floristici
utilissimi. Segnalazioni importanti si trovano inoltre sii pubblicazioni
non espressamente dedicate alla Vena, ma di carattere più generale:
provinciale, regionale o addirittura nazionale. Ovvio che considerando la
valle del Sintria nel suo complesso, con le arenarie a morte ed i calanchi
a valle, si aggiungerebbero ulteriori titoli.
Dati i limiti di spazio si è preferito qui
ripiegare sui soli lavori citati nel testo, oppure ritenuti fondamentali
per l'argomento.
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Museo Civico di Storia Naturale di Verona, I-V.
Ringraziamenti
Per vari contributi vanno ringraziati
Stefano Bassi, il Gruppo Speleologico Faentino e Luciano Bentini. Con il
primo sono state compiute moltissime delle escursioni che hanno portato
alla raccolta dei dati qui esposti; inoltre egli ha fornito tabelle
inedite e gran parte del materiale fotografico illustrativo. Il secondo va
citato per la disponibilità alla consultazione della propria biblioteca,
estremamente fornita. Al terzo l'autore esprime un debito di riconoscenza
per i numerosi suggerimenti e per la lettura critica del presente lavoro.
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