CHEILANTHES

VIAGGIO BOTANICO IN VAL SINTRIA

a cura di Sandro Bassi
Gruppo Speleologico Faentino - Pangea - Museo Civico di Scienze Naturali di Faenza

   
   
Lavoro stampato in occasione della Mostra "CHEILANTHES: viaggio botanico in val Sintria" allestita a cura del Centro Sociale "M. Guaducci " - Comune di Brisighella e dal Museo Civico di Scienze Naturali del Comune di Faenza, presso la sede del Centro Sociale (via Provinciale - Zattaglia di Brisighella): 3 aprile - 9 maggio 2004. Testo: Sandro Bassi

Tutte le fotografie a colori sono di Stefano Bassi, ad eccezione di quelle a pagina 4, 24, 25, che sono di Fabio Liverani.

stampa: Carta Bianca editore

La mostra e la presente pubblicazione sono state rese possibili da: Regione Emilia-Romagna - Provincia di Ravenna - Comunità Montana dell'Appennino Faentino - Comune di Brisighella Comune di Riolo Terme - Comune di Casola Valsenio

      
In copertina: Immagine di Cheilanthes szovitzii ( = persica ) tratta da European Ferns di James Britten (Londra, 1882)
   
  
Prefazione

Una volta scrissi che basta rovesciare una pietra dietro casa per scoprire un mondo sconosciuto e, aiutati dalla conoscenza, fare un lontanissimo viaggio con la fantasia. Con questo intendevo biasimare chi, spendendo molti denari, dedica il tempo delle sue vacanze in viaggi lontani e luoghi esotici senza avere interessi culturali ma esclusivamente di mode per dire: "Quest'anno vado nei Caraibi", oppure: "Sono di ritorno dalle Maldive". Sì, succede che non conosciamo la natura, i paesaggi, le opere d'arte, la storia di luoghi vicini, che poi nella nostra Italia sono unici e straordinari, per andare lontano alla ricerca del nulla.

Questo mi è venuto spontaneo nello sfogliare e leggere le bozze della pubblicazione che avete tra le mani; ma anche mi sono vivamente ricordato di quando, qualche anno fa, degli amici mi portarono a Brisighella dove incontrai altri amici e con loro passai giorni memorabili; e come ogni mio sguardo al paesaggio, alle opere degli uomini, le spiegazioni esaltassero il mio stupore e l'interesse, a volte anche la commozione.

Come gli oggetti raccolti nel Museo della vita contadina, o la Pieve in Ottavo ( o pieve del Tho ), o il paesaggio dei "gessi", o le memorabili tavolate dove con l'amicizia e i canti risplendevano gli insuperati prodotti della terra romagnola.

Ora, dopo aver letto le pagine che seguono, ho voluto puntualizzare sulla carta geografica la Valle del Sintria, seguire il suo corso, immaginare i luoghi, esplorarli con l'aiuto del testo e con la fantasia; fare un viaggio tra memorie preistoriche e storiche, leggende, vegetazioni indigene e forestiere che aiutano a capire la presenza umana nel corso del tempo in un luogo così singolare.

Gli Autori hanno capovolto una grande pietra per farmi scoprire quello che non conoscevo e che forse è novità anche per i nativi.

Mario Rigoni Stern

  
   
Premessa

Salendo lungo la valle del Sintria, come in qualsiasi altra valle sufficientemente grande dell'Appennino romagnolo, si assiste ad un progressivo mutare della flora e della vegetazione (i due termini non sono affatto sinonimi, anche se spesso vengono adoperati come tali), secondo un ben noto gradiente, risultante sia dal crescere dell'altitudine, sia - soprattutto - dal fatto che il substrato geologico e quindi pedologico (l'insieme dei suoli), non è unico, né omogeneo; nello spazio di pochi chilometri, lungo il basso e medio corso di questa vallata - dall'altezza di Villa Vezzano fin poco oltre Zattaglia -si toccano tre diversissime formazioni geologiche, ognuna delle quali ha una copertura vegetale caratteristica, con proprie specificità. Si passa infatti dalle argille plioceniche, ai gessi, alle arenarie. E anche al semplice viaggiatore non può sfuggire la differenza (le differenze, poiché si tratta di una miriade di elementi, che messi assieme danno luogo a quell'entità estremamente complessa che chiamiamo paesaggio) fra i tre. E' vero che qualcosa del genere succede - lo abbiamo già precisato - in qualsiasi valle dell'Appennino romagnolo e anzi, in misura maggiore o minore, in qualsiasi valle tout court, poiché in qualsiasi estensione di terreno abbastanza grande cambiano i parametri ambientali (se non cambia il substrato geologico cambiano comunque i versanti, le esposizioni, l'altitudine, i microclimi, ecc.) e tuttavia in Val Sintria, orgogli di campanile a parte, c'è qualcosa di ulteriormente diverso. Non di più, non di meglio, non di più importante, ma di diverso. Sulla Val Sintria si affaccia il nucleo centrale, il tratto più selvaggio, più montano - e in definitiva, perché no, più bello - della Vena del Gesso, che è già di per sé peculiare, inconfondibile, diversa. Un unicum, come ebbero a definirla i primi naturalisti - segnatamente i botanici - che la studiarono. Gli affioramenti di gesso, si sa, presentano caratteri identificativi molto marcati, conseguenti anzitutto alle proprietà della roccia, solubile (e ciò fa sì che esista un immenso mondo sotterraneo, creato dalle acque circolanti sotto la superficie e parzialmente - molto parzialmente - conosciuto dall'uomo con le circa 200 cavità naturali attualmente note), fratturata ed erodibile ma in misura minore rispetto alle circostanti formazioni argillose e marnose (e ciò fa sì che la Vena emerga, prepotentemente, nell'attuale rilievo). In una parola sola, la morfologia della Vena, risultante dai suoi quasi 6 milioni di anni di vita, è estremamente complessa e articolata, in grado di ospitare una serie di microambienti diversissimi tra loro, dai dirupi soleggiati e mediterranei del versante sud, ai declivi dolci e boscosi di quello nord, fino alla cresta frastagliata ed aerea che separa gli uni dagli altri. In mezzo, poi, ci sono doline, forre, affioramenti di roccia nuda e arida, ma anche avvallamenti ombreggiatissimi dove si creano, all'inverso, microclimi fresco-umidi. Al di là della mirabile, stupefacente varietà che caratterizza tutti i sistemi naturali (quella biodiversità che non è solo uno slogan o un concetto oggi più o meno di moda) e al di là del finalmente acquisito concetto che l'uomo, il maggior semplificatore mai comparso sul pianeta, non può continuare nella sua opera distruttrice, ci preme qui sottolineare come la Vena del Gesso si configuri, per una serie di motivazioni naturali, come il luogo paesaggisticamente più eterogeneo, ricco, complesso dell'intero territorio provinciale e tra i più eterogenei, per certi aspetti, anche in ambito regionale. Questo si vede, si tocca con mano, anche e soprattutto considerando gli aspetti "botanici". E sono queste, in definitiva, le ragioni della mostra e del catalogo.

Inquadramento geografico e paesaggistico

Il torrente Sintria non ha una sorgente ben definita, ma nasce da una chiostra (o "corona", se vogliamo usare un termine più poetico ma un tempo in uso presso i montanari locali) di montagne situate ad est di Palazzuolo (1) e prive di toponimi ufficiali, cioè recepiti sulle carte geografiche a partire da quella l.G.M., con l'eccezione di Monte Gamberaldi (828 m) che in effetti è il rilievo più importante della zona anche se non risulta allineato con l'asse del torrente collocandosi a sud di quest'ultimo; dal M.Gamberaldi, la cresta che abbraccia la testata della Val Sintria "viaggia" a lungo ad una quota di poco superiore agli 800 m, fino al M.Toncone (813 m), decisamente a nord.

Di fatto, il torrente si forma per la confluenza di vari fossi, non perenni, che si riuniscono a ventaglio ai piedi di tale cresta. Dopodiché il Sintria (localmente "la Sintria" poiché dialettalmente in Romagna i fiumi sono creature femminili) «scende rapido incuneandosi fra profondi dirupi boscosi» (PELUCONI, 1983). La copertura vegetale, in tutta l'alta val Sintria, deriva da vecchi cedui misti di latifoglie (roverella, carpino nero, orniello, cui si aggiungono in minor misura cerro, castagno, acero opalo, acero campestre, sorbo domestico e ciavardello), da castagneti, spesso ancora tenuti a frutto, e da ex coltivi, rimboschiti artificialmente a partire dagli anni '50, perlopiù con conifere esotiche (e con una latifoglia introdotta a scopo sperimentale, rivelatasi piuttosto deludente: l'ontano napoletano), o ricopertisi in maniera spontanea con le normali successioni vegetali, a partire da quelle pioniere a ginepro, prugnolo, biancospino, ecc. (vedi foto).

«Stretta e folta di boschi» vien definita, l'alta val Sintria, anche dalla "guida rossa" del Touring nella sua quarta edizione (T.C.I., 1957); per la boscosità si trattava di una situazione relativa, non superiore a quella delle vallate limitrofe ma già allora, nel '57, incrementata dai primi rimboschimenti. Questi, se da un lato hanno contribuito alla soluzione di problemi idrogeologici o, all'epoca, occupazionali (di cui non si può disconoscere l'importanza economica, politica e sociale), hanno peraltro ancor oggi un valore naturalistico scarso. Pregio non molto elevato, sempre da un punto di vista naturalistico, hanno di fatto tutti i boschi dell'alta e media valle: non per una presunta loro scadente qualità, che pure in alcuni settori è facilmente riscontrabile, quanto per l'evidente loro appartenenza a tipologie forestali comunissime. Cercando di intendersi meglio su questo concetto che rischia di esser equivocato, andrà chiarito che il bosco naturale è di per sé prezioso, utilissimo e degnissimo di attenzione per una serie di ben noti motivi ecologici che daremo per scontati; tuttavia nell'intera alta e media val Sintria non si riscontra l'esistenza di formazioni vegetali peculiari e più che il bosco di consuete latifoglie miste appaiono interessanti alcune formazioni arbustive termofile (amanti del caldo) su affioramenti di arenarie e marne, con presenze non comuni in àmbito regionale quali citiso scuro (Lembotropis nigricans), steelina (Staehelina dubia), ginepro rosso (Juniperus oxycedrus).

Un vero "salto" si verifica invece immediatamente a valle di Zattaglia con l'imponente baluardo della Vena del Gesso, che qui presenta anche la sua elevazione più pronunciata (Monte Mauro, 515 m; non a caso il toponimo deriva da un errore di traduzione del dialettale Mavòr che starebbe per «maggiore»). Per il suo patrimonio floristico-vegetazionale, assai superiore a quelli delle formazioni contigue quanto a varietà e complessità, la Vena del Gesso assume un valore che va ben oltre i confini locali e che cercheremo di illustrare in queste pagine.

Più a valle, fino all'altezza della sua confluenza nel Senio, posta a circa 55 m di altitudine fra le frazioni Villa S.Giorgio in Vezzano e Cuffiano, il Sintria attraversa la fascia delle argille plioceniche, con gli inconfondibili calanchi (vedi foto). Qui la copertura vegetale è discontinua e, almeno a prima vista, assai stentata, alternando vaste zone nude ad altre debolmente colonizzate da una vegetazione erbacea o, al più, arbustiva. Si tratta in realtà del risultato di vicende naturali connesse, come sempre succede, con una secolare storia di presenza umana. Sul calanco vero e proprio, in ogni caso, la copertura vegetale non può che essere quantitativamente modestissima per via dei noti fattori limitanti pedologici e microclimatici. L'aridità, i fenomeni di ruscellamento violento dell'acqua sulle argille, gli smottamenti, la presenza di sali, l'inospitalità del suolo - friabile d'estate, asfittico d'inverno, instabile sempre - fanno di questo un ambiente "estremo". E' pur vero che vi si trovano piante nient'affatto comuni, con adattamenti molto raffinati dovuti alla dura selezione dell'ambiente stesso. Sarà appena il caso di ricordare, oltre a graminacee di ambiente steppico e continentale, oppure, all'opposto, costiero (comun denominatore è sempre il sale), quell'endemismo - cioé quell'entità esclusiva di un territorio ben delimitato, in questo caso le argille dell'Appennino tosco-emiliano-romagnolo - che è Artemisia cretacea (vedi foto).

La Vena del Gesso

La Vena del Gesso costituisce un'autentica microregione, con caratteri naturali inconfondibili e, in molti casi, unici nell'ambito provinciale; il primo elemento distintivo è costituito dal substrato geologico, che possiede un chimismo particolare e condiziona le morfologie creando quei paesaggi che chiamiamo carsici e che hanno sempre, a loro volta, condizionato sia i popolamenti animali e vegetali che l'insediamento umano (VIANELLI, 1989).

Per quanto riguarda flora e vegetazione, cui il nostro discorso dovrà necessariamente limitarsi, è noto come i rilievi gessosi, in virtù della loro morfologia accidentata e del comportamento rispetto all'acqua, diano origine ad un'altissima diversità ambientale e ad un'altrettanto elevata diversità floristica. Accanto a stazioni aride e soleggiate, riconducibili a quel carsismo classico «da rocce nude» (che è quello dell'immaginario collettivo e letterario, anche se dal punto di vista dello studio ambientale non è affatto l'unico), si trovano infatti stazioni fresche e umide, basti pensare a quelle sul fondo delle doline. Tra questi due estremi, che tuttavia spazialmente possono anche essere a stretto contatto, si trova una vasta gamma di situazioni intermedie: il risultato è rifugio e possibilità di vita per specie vegetali con le più diverse esigenze ecologiche. In più, sui gessi troviamo habitat rupestri assai estesi e articolati, che costituiscono siti di conservazione per numerose specie la cui presenza superstite è da mettere in rapporto con fasi climatiche ormai trascorse e con un'incapacità di queste specie ad essere competitive in situazioni meno estreme (ALESSANDRINI & BETTINI, 1982).

Per spiegare questo concetto, torneremo per un attimo indietro, cercando di ripercorrere la storia dell'esplorazione botanica dei gessi che conta oltre un secolo e mezzo di vita, dai precursori fino ad oggi. Utilizzeremo questa per un approccio, inevitabilmente semplificato e colloquiale (augurabilmente non a scapito della correttezza scientifica ma a vantaggio della leggibilità) per chi si avvicina per la prima volta a questo mondo, in definitiva come fecero i pionieri erborizzatori di centocinquant'anni fa.

L'esplorazione botanica della Vena del Gesso

Attirati dalla particolarità della copertura vegetale dei gessi - che, ribadiamolo, nonostante sia «sporadica e spesso poco lussureggiante (..) mostra tuttavia un complesso floristico che la rende attraente, specie se la si confronta con quella piuttosto povera e monotona che riveste l'Appennino a monte, fino all'altitudine di 800-900 metri, dove incomincia la faggeta» (ZANGHERI, 1959) - i botanici "storici" vennero sui gessi fin dai primi decenni dell' 800.

Il primo, in ordine cronologico, che dobbiamo citare, è Giacomo Tassinari, farmacista di Castelbolognese, scopritore, nel 1833, della felce Cheilanthes persica in un luogo volutamente non meglio precisato che con il vago «monte Mauro». Subito dopo va menzionato il faentino Lodovico Caldesi, che più e più volte «erborizzò» a Monte Mauro, Monte della Volpe e presso la Grotta del Re Tiberio, ma anche a Rontana, sempre sui gessi, oltre che in parecchie località dello "spungone", affioramento calcarenitico che rappresenta una sorta di continuazione, in senso morfologico e paesaggistico, dei gessi, verso est, e che con i gessi presenta molte affinità floro-faunistiche (BENTINI PIASTRA & SAMI, 2003).

Come data cruciale va ricordata quella del 18 ottobre 1876 quando Caldesi, assieme a Giuseppe De Notaris (milanese di nascita ma genovese di adozione), che era stato suo maestro e poi sempre amico, trova «presso le rupi di Monte Mauro» quel Thymus striatus che a tutt'oggi rientra fra i "relitti climatici", di epoche passate ben più calde, pre-glaciali (in pratica del Terziario) riconosciute e analizzate da ZANGIHERI (1959, cit.). Successivamente, vanno citati Pasquale Baccarini e Renato Pampanini, attivi tra fine '800 e i primi decenni del '900 e autori di diverse raccolte, soprattutto a carico delle due preziose e rare felici, la già citata Cheilanthes persica e quella Scolopendrium hemionitis nota solo per l'ingresso del Re Tiberio ed oggi estinta. Alcune segnalazioni per la flora dei gessi ci vengono anche da Domenico Bertoni Campidori, che fra il 1912 e il 1932 dà alle stampe alcuni scritti di argomento botanico-naturalistico su vari settori del territorio faentino. I dati di Bertoni Campidori vanno tuttavia presi con riserva, sia per la vaghezza dei riferimenti topografici, sia per le ricorrenti imprecisioni, dovute a determinazioni errate - è il caso di Osmunda regalis, rarissima felce da lui citata per la Tana del Re Tiberio, forse su banale confusione con qualche Polypodium - o alla ripresa non controllata di notizie di Caldesi (come nel caso delle clamorose segnalazioni per lo "spungone" di M.Torre e M.Castellaccio o per quelle troppo generiche sulla Val Sintria, riportate da Zangheri ma regolarmente commentate con un laconico «ma dove?»). Un'escursione memorabile, anche se estemporanea, fu quella nel 1957 di Daria Bertolani Marchetta, naturalista modenese che trovò Cheilantes persica in un canalone non distante dalla Grotta del Re Tiberio, il che ingenerò una serie di ipotesi sulla presunta estinzione della felce, ipotesi a tutt'oggi controverse (vedi capitolo seguente). Poi viene, nel 1959, il lavoro del forlivese Pietro Zangheri, che costituisce una summa di oltre trent'anni - erano iniziate nel '26 - di ricerche. La novità di Zangheri, rispetto ai pur illustri predecessori, è che per la prima volta i dati vengono analizzati in un contesto biogeografico che serve a Zangheri per collocare la flora dei gessi nel suo giusto posto. In altre parole, al necessario lavoro compilativo in cui riporta, in rigoroso ordine, le segnalazioni (proprie ed altrui) di tutte le esplorazioni botaniche fino ad allora compiute sui gessi, Zangheri confronta i dati, li commenta e giunge a conclusioni che superano, e di molto, l'importanza del puro elenco floristico.

Non sarà inutile sottolineare come, quasi per paradosso, Zangheri così "demolisca" quel concetto di unicità della flora dei gessi che era stato vagheggiato fin dagli ultimi decenni dell'Ottocento (2); il botanico forlivese supera definitivamente le ipotesi di una flora esclusiva dei gessi poiché confronta quella dei gessi romagnoli con quelle delle rupi calcaree romagnole (di "spungone" e di altri affioramenti carbonatici, anche di origine alloctona, della zona più orientale, fino alla val Marecchia) e arriva alla conclusione che fra esse non sussistono differenze significative. Inoltre Zangheri dimostra la non esistenza di specie esclusive dei gessi (quello di Cheilanthes persica è un caso particolare, dovuto a ragioni di relittualità climatica e non connesse con la natura del substrato tant'è che altrove, in Albania ad esempio, Ch.persica vegeta su gesso ma anche su "normale" calcare) e pure la non esistenza di specie particolarmente più abbondanti; anche le rare o rarissime (ad es. Pistacia terebinthus, Heliantemum Jonium, Staphilea pinnata, Cistus incanus) si trovano parimenti su altri terreni, calcarei e non. Il gesso, quindi, non è abbastanza selettivo da avere un flora propria, ma solo genericamente calcifila e xerofila (ALESSANDRINI & BETTINI, cit.) cioé amante del caldo e tollerante l'aridità. Tuttavia, poiché le onestissime conclusioni di Zangheri rischiano di esser fraintese in senso riduttivo, sarà bene aggiungere che pur se non esiste una flora gipsofila, esiste comunque una vegetazione tipica dei gessi, specialmente negli habitat rupestri. Qui si assiste alla comparsa di aggruppamenti di piante con i tipici adattamenti all'aridità (tessuti grassi; superfici fogliari ridotte o sclerotizzate; presenza di peli e rivestimenti vari per limitare la traspirazione; annualità del ciclo per affidare ai soli semi il superamento della stagione avversa, che risulta quella estiva; tendenza alla riproduzione vegetativa e non sessuata al fine di mantenere inalterati alcuni adattamenti senza rischio di mutazioni ereditarie).

Tali aggruppamenti si caratterizzano in senso tendenzialmente mediterraneo. Questa "mediterraneità" della copertura vegetale dei gessi, ben rappresentata dai lecci che si osservano abbarbicati sulle falesie in esposizione sud (vedi foto), ma sottolineata anche da altre specie (3), meno appariscenti ma nel complesso anche più significative, ha sempre costituito "un problema" per i botanici, che hanno cercato di stabilirne i limiti ed il valore.

Anche in questo caso il contributo di Zangheri è stato chiarificatore, pur lasciando numerosi interrogativi, da lui stesso fatti presenti; dopo di lui, il concetto di mediterraneità è stato oggetto di altri studi [tra gli altri si veda PIGNATTI, 1979 (4)] . Resta evidente che la Romagna si pone come cerniera, zona di transizione problematica fra il mondo mediterraneo e quello continentale o centro-europeo; il primo emerge in settori localizzati, delimitati soprattutto dall'affiorare di corpi geologici omogenei e conservanti microclimi miti, come, appunto, i gessi. Un gradiente inverso di mediterraneità, con "caduta floristica" da est verso ovest, in accordo con l'allontanarsi dell'influenza marina (5) , è stato utilmente evidenziato da ALESSANDRINI & BETTINI (1982, cit.). Con espressione più poetica ma altrettanto convincente, Carlo Ferrari, botanico bolognese, ha definito la Vena del Gesso romagnola come «uno degli spruzzi della grande onda mediterranea». Infine, data la ristrettezza dello spazio e il rischio di scontentare qualcuno, delle ricerche successive a Zangheri si fa qui un unico riferimento, che in teoria dovrebbe compendiarle tutte: il lavoro di ALESSANDRINI & BONAFEDE (1996), risultato corale di molti anni di esplorazioni capillari su tutto il territorio dell'EmiliaRomagna. La Vena del Gesso ovviamente vi rientra, eccome, anche se con le sole specie contemplate dalla legge regionale n.2/77 sulla flora spontanea protetta. Concepito come un censimento (per specie e non per territori), il volume riporta una mole di dati aggiornati ma anche facilmente comparabili poiché è cartografata, di ogni specie, la situazione distributiva passata ed attuale.

«La più elegante di quante ne nascono nell'Italia»: Cheilanthes persica, felce ritrovata

La storia di questa piccola e stranissima felce orientale che la natura ha catapultato in Italia solo sui gessi tra Senio e Sintria, è avvincente come un giallo. Fu rinvenuta per la prima volta in Italia nel 1833 presso Monte Mauro dal ventunenne Giacomo Tassinari, (1812-1900), farmacista di Castelbolognese neo-laureato. Tassinari non poteva conoscere correttamente questa pianta che, fatalità, veniva descritta per la prima volta proprio in quel 1833 ma da un'altra parte del mondo e su esemplari di provenienza asiatica. Intuendo comunque che doveva essere una pianta non comune, Tassinari ne inviò diversi campioni essiccati al proprio professore universitario, il bolognese Antonio Bertoloni. Ciò avvenne in più riprese, fra il 1833 ed il 1857 (Rossi & BONAFEDE, 1995). Bertoloni, ritenendo erroneamente trattarsi di una specie nuova, la descrisse nel 1856 come Acrostichum microphillum, cioè «dalle piccole foglie»; lui stesso definì questa felce «la più elegante di quante ne nascono nell'Italia». Due anni dopo Bertoloni pubblicò, molto genericamente, la località di provenienza: «dal distretto di Imola, in Monte Mauro o Maggiore». Tassinari, chissà perché, raccolse altri esemplari in quantità colossale - solo nel suo erbario è stata accertata la presenza di almeno 72 campioni - e sappiamo che ne spedì alcuni anche al Caldesi, che inserì il dato nel suo Tentamen (1880) con il telegrafico «l'ebbi da Monte Mauro da Tassinari».

Saltiamo al 1905 quando Pasquale Baccarini (che l'aveva già trovata nel 1881) e Renato Pampanini comunicano l'avvenuto ritrovamento «in fessure delle rupi di gesso sul lato settentrionale di Monte Mauro (detto dai locali Maggiore), nel luogo detto Monte della Volpe (sito italiano unico!) ad un'altitudine di 150 metri». I due botanici, anche qui chissà perché, si fanno l'idea che quello fosse il sito "storico" di Tassinari, che avrebbe avuto remore a precisare l'esatta località di raccolta trincerandosi in un generico «presso Monte Mauro». Raccolgono, al solito, molti esemplari e li spediscono a vari erbari italiani ed europei (Rossi & BONAFEDE, cit., ne hanno appurato la presenza in ben sedici diversi istituti). Sempre da qui, probabilmente, provengono i campioni dell'erbario C.Casali di Reggio Emilia: il relativo cartellino indica «Casale sul Senio», riferito evidentemente al capoluogo comunale più vicino che è Casola Valsenio e la loro data di raccolta, sempre secondo Rossi & BONAFEDE (1995, cit.) dovrebbe collocarsi fra il 1882 ed il 1900; Casali aveva però sicuramente anche erborizzato nell'ingresso della Tana del Re Tiberio, come si evince da un campione di Scolopendrium hemionitis che, come noto, solo lì vegetava (6)

E passiamo al 1957 con il ritrovamento, da parte della modenese Daria Bertolani Marchetti, di un esemplare «nei dintorni della Tana del Re Tiberio». Ripercorrendone la storia, la Bertolani Marchetti ipotizza che questo «sia l'ultimo esemplare dell'unica stazione italiana» della felce. E significativamente intitola il suo lavoro «Una felce in via di estinzione in Italia». Sette anni dopo Zangheri denuncia amaramente, in un articolo rimasto celebre (ZANGHERI, 1964 a), l'avvenuta «perdita per la flora italiana». Il pessimismo di Zangheri, per quanto eccessivo, è giustificabile alla luce di diversi fattori: la stazione di Pampanini, poco sopra il letto del Senio («sui massi mai raggiunti dalle piene») è stata distrutta dall'insediamento della cava Anic; i "voti" espressi al termine del Congresso Nazionale per la Protezione della Natura tenutosi a Bologna nel '59 «affinché d'ora innanzi le esigenze dell'agricoltura e dell'industria non ignorino il rispetto della Natura», sono rimasti «del tutto lettera morta»; dall'ingresso della Tana è ormai scomparsa Scolopendrium hemionitis, l'altra gemma botanica della Vena, felce mediterranea che aveva qui la sua unica stazione italiana sul versante adriatico.

E veniamo al giorno d'oggi. Dopo le notizie - fortunatamente erronee - della presunta estinzione della felce, sulla parola di Zangheri e come tali accettate anche da PIGNATTI (1982), la stessa viene ritrovata, contemporaneamente in più siti, ma sempre nei pressi di Monte Mauro, da CORBETTA & ZANOTTI CENSONI (1980) e da Rossi (1981).

Quest'ultimo ipotizza che le stazioni siano grosso modo le stesse "storiche" di Tassinari, il quale - oggi ci è chiaro - frequentava Monte Mauro propriamente detto: lo comprova uno scritto anonimo - ma attribuibile, secondo Rossi & BONAFEDE, cit., proprio al Tassinari - del 1875 e riferito ad una gita scolastica con molteplici obiettivi [rilevamento topografico della cima, archeologico dei ruderi del castello - ed un disegno di proprietà del pronipote di Tassinari (archivio A.Frontali, Faenza) costituirebbe la "prova del nove" - e botanico dei vari elementi floristici presenti in zona, tra i quali fu raccolta anche Ch. persica (BENTINI, in stampa)]. Ma quel che è più importante sono le ricerche successive: Rossi e BONAFEDE (1995, cit.) perlustrano l'intero massiccio di Monte Mauro ed individuano altre stazioni oltre a quelle "riemerse" nei primi anni '80. A seguito di una campagna biennale nel '91-'93 le stazioni note assommano complessivamente a 17, concentrate nel massiccio gessoso che va dal Sintria al Senio, quindi da M.Incisa a M.Tondo, e che culmina con M.Mauro M.della Volpe. Gli esemplari singoli così risultano diverse centinaia, ma ciò non infirma il concetto di rarità per la specie, che appare comunque confinata in un'area ristretta [altre ricerche in luoghi apparentemente analoghi della Vena, condotte dagli stessi autori e dal Gruppo Speleologico Faentino in oltre un 'decennio (archivio G.S.Fa. e varie com. pers.)], hanno finora avuto esito negativo.

E veniamo a quelle che dovevano esser le premesse. Cos' ha di così importante questa pianta, al punto da aver scatenato raccolte collezionistiche distruttive (sia pure a scopo scientifico) per oltre 170 anni? Cheilantes persica, la felcetta persiana, è un elemento asiatico che presenta un unico sito italiano nettamente disgiunto dal restante areale. Quest'ultimo va dal Kashmir fino alla penisola balcanica, passando per Afghanistan, Iran, Iraq, Anatolia, Crimea, Grecia e isole relative - Egee e Creta - fino all'Albania e alla Dalmazia. La stazione italiana (se vogliamo considerarla unica, essendo localizzata in un'area estremamente ristretta, misurabile in circa 6 km quadrati), assume un particolarissimo valore biogeografico, perché la felce qui raggiunge il suo limite assoluto occidentale, più che mai dopo la smentita delle vecchie segnalazioni di Kuhn per l'Algeria. Come ipotizzato nel 1906 da Baccarini (in ZANGHERI, 1959) - in contrasto, anche pubblico, con l'amico e compagno di raccolte Pampanini il quale credeva ad un trasporto delle spore fin dalla Dalmazia ad opera del vento - ipotesi successivamente perfezionata nel 1957 da BERTOLANI MARCHETTI («esistono argomenti in favore di una presenza di più antica data (...) rifacendosi alle condizioni geologiche e climatiche prequaternarie si potrebbe affermare che, come è accaduto per altre entità, la località italiana di Ch.persica costituisce uno degli ultimi frammenti occidentali di un areale teriziario più vasto») e definitivamente convalidata da ZANCHERI (1959, cit.), questa piccola felce è un relitto climatico pre-glaciale, sopravvissuto dal Terziario solo qui, a Monte Mauro. E bisogna concludere con le parole di PICHI SERMOLLI (1986): «nelle stazioni del preappennino romagnolo Ch.persica si comporta come pianta gipsicola legata a stazioni rocciose, in particolare là dove la roccia è in fase di disfacimento. Ritengo che l'adattamento al substrato gessoso e lo scarso ricoprimento vegetale di queste stazioni, dove la concorrenza tra le piante è molto ridotta, siano le ragioni principali della sua sopravvivenza in Italia fino ai nostri giorni».

Altre specie non comuni

Un settore sul quale Zangheri non poté indagare più di tanto, al pari di quello costituito dalle rupi («le pareti gessose (..) potrebbero ancora riservare qualche sorpresa a chi fosse fisicamente in grado di esplorarle con diligenza»), è quello degli ambienti più inaccessibili dei versanti nord: forre, doline, ingressi di grotta, anfratti incassati ed ombreggiati. Qui sono state, più o meno recentemente, trovate specie amanti di microclimi freschi e umidi, rare in assoluto o la cui presenza risulterebbe "normale" nell'Appennino a quote ben superiori, addirittura nella fascia del faggio. A parte la bellissima lingua cervina (Scolopendrium vulgare, oggi Phvllitis scolopendrium), già indicata da CALDESI (1880) per Rontana e da BERTONI CAMPIDORI (1922) per Brisighella e M.Mauro, ma oggi nota, da varie fonti, per numerosi ingressi di grotta in versante nord o comunque fresco, vanno segnalati analoghi dati, qui spulciati da ricerche dell'autore, da St.BASSI (1994 e varie com.pers.), da ALESSANDRINI & BONAFEDE (1996) e da BONAFEDE et al. (2001). In estrema sintesi si tratta di: Arabis alpina. Citata da ZANGHERI (1959) per Monte Mauro («presso la Tana del Re Tiberio ove anche Caldesi la raccolse») e da BERTONI CAMPIDORI con il generico «val Sintria», è stata rinvenuta su rocce in sottobosco presso Ca' Carné e presso la Risorgente del Rio Cavinale; 

Galanthus nivalis * (bucaneve). Non citato in ZANGHERI (1959), vegeta in almeno due siti, entrambi alle pendici di M.Mauro: una dolina presso Ca' Castellina e nella forra del Rio Basino;

Staphilea pinnata* (borsolo). Indicato solo da Pampanini (in ZANGHERI, 1959) per San Marino (ove è ancora presente, nella forra di Gorgascura), è stato trovato nei siti in assoluto più freddi: forra del Rio Basino, Risorgente del Rio Cavinale, due doline a M.Mauro ed altre due nel Parco Carné. Specie di notevole rarità, conta in Emilia Romagna una quindicina di stazioni, mentre sei di quelle storiche sono scomparse.

Erythronium dens canis* (giglio dente di cane). Citato da ZANGHERI (1959) solo per Predappio («e forse in qualche altro luogo, ma scarsissimo»), è invece risultato presente in sottobosco fresco presso l'Abisso Carné.

Iris graminea. Specie forse più diffusa di quanto attualmente risulti: a parte il breve periodo di fioritura tende a passare inosservata; le foglie assomigliano a quelle di comuni graminacee. Segnalata da ZANGHERI (1959) per le parti fresche e umide dei boschi a M.Mauro, è stata recentemente trovata al M.della Volpe e al Parco Carné.

Scilla bifolia*. Specie di sottoboschi montani, è presente solo nella forra del Rio Basino, unica stazione accertata finora in provincia di Ravenna. La congenere e ancor più rara Scilla autunnalis, di esigenze ecologiche opposte (è specie mediterranea, abitatrice di prati aridi o garighe), è stata invece trovata sulle rupi di M.Mauro-M.Incisa.

Serapias vomeracea*. Bella orchidea mediterranea, trovata per la prima volta sulla Vena del Gesso nel giugno 1989 in due soli siti, entrambi nei pressi della valle cieca della Tana della Volpe, sopra Brisighella. L'ambiente di ritrovamento, soggetto a frequenti manomissioni da parte dell'uomo (prati aridi su suolo argilloso, non distanti dalla strada) pone problemi per la sua sopravvivenza locale.

Spiranthes spiralis*. Orchidea non vistosa, a fioritura irregolare e tardiva (settembre e anche ottobre!), la cui distribuzione in Emilia-Romagna è, anche per questo, sottostimata. In ALESSANDRINI & BONAFEDE (1995, cit.) risultava «presumibilmente estinta a nord della Via Emilia» ed assente dalla collina ravennate, ove peraltro non era mai stata segnalata. Ricerche successive hanno accertato l'esistenza di nuove stazioni, fra cui quelle del Parco Carné di Brisighella.

Amelanchier ovalis (Pero corvino). Come la precedente, è specie mediterraneo-montana di notevole interesse per la sua presenza limitata, in Emilia Romagna, a stazioni rupestri. Citata per M.Mauro e Rivola («sulle rupi e nei boschetti») da ZANGHERI (1959) e da precedenti autori (ad es. Bertoloni, che l'ebbe da Tassinari), è probabilmente scomparsa da Rivola, mentre è stata più volte ritrovata su creste ventose e aride o su rupi rivolte a nord ma non in sottobosco (ad es. sopra la forra del Rio Basino, nella rupe sotto la chiesa di Castelnuovo e nei canaloni a nord della vetta di M.Mauro).

Fraxinus excelsior (Frassino maggiore), Tilia x vulgaris (tiglio ibrido selvatico). Presenze molto strane, a questa quota, trattandosi di specie che di norma in Romagna si trovano sporadiche nella fascia del faggio; entrambe sono state rinvenute al Parco Carné in doline molto fresche e umide, in esposizione nord. Per quanto il loro status appaia del tutto naturale, non si può escludere una loro introduzione remota da parte dell'uomo. Discorso analogo si può fare per l'olmo montano (Ulmus glabra) presente fino a poco tempo fa presso la Grotta Risorgente di Ca' Carnè. ZANGHERI (1959) segnala il ben noto cespuglio di Tilia cordata che vegetava presso l'imbocco della Tana del Re Tiberio precisando che «è troppo poco per citare la specie nell'elenco» e in altra parte dello stesso lavoro, a proposito dello stesso esemplare, avanza il dubbio che possa trattarsi di un avventizio.

Polygonatum odoratum (Sigillo di Salomone). Non segnalato da Zangheri, né dagli autori precedenti, risulta invece vegetare in alcuni siti molto freschi (forra del Rio Basino e una dolina nel parco Carné) e al bordo di boschi di roverella (Rontana). Nel primo caso si accompagna ad altre specie microterme infrequenti a quota così bassa: Oxalis acetosella, Sanicula europaea, Corydalis cava, Lamiastrum galeobdolon, Geranium nodosum. Si noti che nel vicino forlivese questa specie risulta oggi rarissima, essendo stata reperita solo in due stazioni forestali relitte, a bassa quota ma su particolare terreno fresco (SEMPRINI e MILANDRI, 2001).

Acer monspessulanum (Acero minore). Specie mediterranea, citata da ZANGHERI (1959) solo per i calcari di San Marino, è risultata presente in una rupe esposta a nord presso Ca' Carné e nella forra del Rio Basino.

Typha minima. Pianta di palude e quindi inaspettata in area carsica; tuttavia una stazione, assolutamente singolare e formatasi alla base di una pendice franosa con argille, è nota da almeno un quindicennio. Si tratta di una sorta di acquitrino non perenne, «sospeso» su una lente di argille fra i gessi di Brisighella e quelli di Rontana-Castelnuovo. La specie, un tempo considerata rarissima in tutto il territorio regionale (cfr. PIROLA et al., 1975, che segnalano appena 13 stazioni e quasi tutte a nord della Via Emilia), si è rivelata in realtà relativamente presente, in località piuttosto a monte (SEMPRINI & MILANDRI, 2001), dove è minore l'impatto antropico sulle acque, mentre sembra effettivamente in regresso nei siti "storici" di pianura.

Polystichum aculeatum, Polystichum lonchitis, Dryopteris filix mas. Sono tre felci di ambiente fresco, le prime due schiettamente montane, confinate sulla Vena in siti localizzatissimi, stazioni uniche in provincia di Ravenna (un ingresso a pozzo di grotta, una dolina incassata e ombreggiatissima ed una risorgente sotto rupe esposta a nord) di cui qui si tralascia l'esatta indicazione per motivi protezionistici. La terza non è rarissima (ad alta quota diventa addirittura comune), ma conta sulla Vena, finora, un unico sito (in provincia di Ravenna solo altri due) su legno marcio in fondo ad una dolina. Per tutte e tre si ipotizza trattarsi di relittualità climatiche.

Asplenium ruta-muraria (Ruta di muro). Felce a distribuzione circum-boreale, rara in Romagna dove contava diverse stazioni sulla Vena del Gesso, molte delle quali oggi non riconfermate. (ZANGHERI, 1959, la definisce «comune in vari luoghi non però ovunque: Rivola, M.della Volpe, M.Mauro»). E' stata osservata su rupi in versante nord al Parco Carné e nella forra del Rio Basino, stazioni che attualmente risultano le uniche in provincia di Ravenna (la citatissima e notissima stazione del Mausoleo di Teodorico, già nota a FIORI, 1943, che confermò antiche osservazioni, è stata dissennatamente distrutta dai recenti restauri).

Cystopterisfragilis. Felce distribuita in Emilia Romagna perlopiù nella fascia montana, anche oltre il limite degli alberi, fino a 2000 metri. In collina è rarissima e quasi tutte le stazioni di bassa quota, dal reggiano al ravennate, non sono state recentemente riconfermate. La storica ed unica stazione ravennate si trovava a Monte Mauro, ove l'aveva raccolta il solito Tassinari, citato da vari autori successivi (in ZANGHERI, 1959). Oggi non è possibile appurarne l'esatta ubicazione e tuttavia è probabile che fino a pochi anni fa qualche esemplare si trovasse all'imboccatura di un crepaccio carsico da cui usciva perennemente aria umida, nei pressi del Buco I di Monte Mauro. Se questa era la stazione di Tassinari va considerata estinta. Più recentemente (maggio 2002) la specie è stata trovata in altra parte della Vena, tra Lamone e Sintria, con tre esemplari all'ingresso di una grotta di cui si tace nome ed ubicazione.

*: specie protetta in Emilia Romagna ai sensi della legge regionale n.2/1977

  
  
NOTE
(1) Con minor esattezza cartografica ma con riferimento topografico più immediato e pratico si può dire «tra Palazzuolo e Marradi» anche per inquadrare subito la collocazione del Sintria fra le parallele valli del Senio e del Lamone.
  
(2) Non tanto da parte dei botanici finora citati e non tanto nei riguardi dei gessi romagnoli, quanto piuttosto per quelli emiliani, ad opera di un reggiano, il Macchiati. che si era ostinato a voler individuare un flora gipsofila, cioé esclusiva dei gessi perché strettamente legata alloro chimismo, in analogia a quanto accade, ad esempio, per i serpentini, rocce vulcaniche talmente ricche di fattori limitanti la vita (metalli pesanti ed una quantità di Magnesio talmente alta da risultare tossica) da risultare, loro sì, estremamente selettive e quindi in grado di ospitare solo specie dotate degli opportuni adattamenti evolutivi. I fatti successivi, soprattutto per l'opera ordinatrice finale di Zangheri, hanno dato torto al Macchiati che però mantiene il merito di avere elaborato, sia pure in maniera errata (per eccesso), quei concetti di peculiarità e di diversità che, come vedremo, per i gessi esistono ugualmente.
  
(3) Con una serie di considerazioni complesse e che risentono anche dei diversi criteri applicabili, Zangheri arriva a calcolare l'indice di mediterraneismo espresso in percentuale di specie mediterranee nel complesso dello flora, esso risulta circa 40, superiore a quello degli altri settori floristici di più bassa quota (/'autore precisa «senza escludere il litorale») che si aggira attorno a 30 (cfr: Pinete di Ravenna = 33%, oppure, per un confronto di vasto respiro, la Romagna nel suo complesso = 27 - 28%). Noi qui ci limiteremo a segnalare alcune specie legnose fortemente indicatrici, che fanno da spia e che non passano inosservate. ad esempio l'alaterno (Rhamnus alaternus), ben presente sui tre colli di Brisighella e sulla dorsale di Baiavolpe, anche se la sua diffusione decrescente man mano che ci si allontana dall'abitato fa pensare ad un'artica introduzione antropica: poi la vistosa e sempreverde fìllirea (Phillirea latifolia) di cui esistono pochi, ma vecchi e ''monumentali " individui sempre su rupi scoscese (ad es. Castelnuovo, dolina della Grotta sotto Ca' Castellira, cresta nei pressi di Sasso Letroso, ecc.) e infine il bellissimo terebinto (Pistacia terebinthus, vedi foto), che in Romagna al di fuori dei gessi si trova solo sui calcari attorno alla val Marecchia, mancando anche sullo ''spungone ".
  
(4) Si noti però che anche questo contributo non risolve la questione. nel proporre il crinale appenninico come limite fra zona mediterranea e zona centroeuropea, Pignatti scrive che «il confine fra le due zone è abbastanza netto lungo lo spartiacque ligure ed emiliano, diviene invece sfumato sul versante adriatico dove si può indicare, in maniera del tutto convenzionale, la valle del Marecchia fino a Rimini, tuttavia vero mediterraneismo si ha solamente al Conero (...)». Ma nell'ipotesi di accorpare l'intero sistema appenninico settentrionale nell'una o nell'altra zona, l'autore, in maniera fascinosamente contraddittoria, aggiunge che in tal caso esso «andrebbe attribuito alla zona mediterranea, il cui limite settentrionale andrebbe pertanto avanzato sino alla via Emilia».
  
(5) In questo raffronto gli autori prendono in considerazione ben 14 specie, 11 delle quali presenti sui gessi romagnoli. Si tratta di Quercus ilex, Osyris alba, Rosa sempervirens, Pistacia terebinthus, Rhamnus alaternus, Cistus incanus e C.salvifolius, Erica arborea, Phillirea latifolia, Teucrium polium, Aegilops geniculata. La dodicesima è il corbezzolo (Arbutus unedo), segnalato con certezza, in regione, solo per San Marino dove sembra oggi scomparso, la tredicesima è Orchis papilionacea, anticamente presente sui gessi bolognesi ed ivi estinta (in seguito è stata trovata nel piacentino, nel bolognese e nel forlivese: uniche tre stazioni note oggi per l'intera regione) e infine l'ultima è Neotinea intacta, citata da CALDESI (1880) per il «castagneto di Monte della Bicocca» (in destra Lamone, dove il gesso lascia il posto a marne e arenarie) e da BERTONI CAMPIDORI (1912) per i pascoli di M.Castellaccio e M. Torre ("spungone'), ma da allora mai più ritrovata; con la scomparsa delle uniche altre stazioni note, nel basso bolognese, la specie sembrava estinta dall'intero territorio regionale fino al fortunoso recente reperimento di una micro-stazione nel forlivese.
  
(6) Le cause della scomparsa di S.hemionitis sono controverse. Di sicuro le copiose raccolte dei botanici, anche qui da Tassinari in poi, non hanno giovato alla sua conservazione. È noto come la raccolta diretta difficilmente possa azzerare una stazione, ma questo sito davvero minimo rappresentava un caso di estrema vulnerabilità. Per altro BONAFEDE et al. (2001) chiamano in causa la cessazione dello stillicidio e quindi la modifica dei parametri microclimatici del cavernone e a ciò potrebbe non esser estranea la cava che in più occasioni ha provveduto anche a scaricarvi dall'alto detriti di risulta, pure con reperti archeologici (BENTINI, 1972; BASSI, 1993).
  
  
Bibliografia essenziale*

*La letteratura naturalistica, scientifica o divulgativa, sulla Vena dl Gesso, costituisce ormai un settore sterminato, che assomma diverse centinaia di titoli. Anche limitandosi al patrimonio vegetale ci si trova di fronte ad un elenco di lavori piuttosto lungo, non tanto per gli studi monografici (tutto sommato pochi) quanto per quelli multidisciplinari che comunque possono contenere dati floristici utilissimi. Segnalazioni importanti si trovano inoltre sii pubblicazioni non espressamente dedicate alla Vena, ma di carattere più generale: provinciale, regionale o addirittura nazionale. Ovvio che considerando la valle del Sintria nel suo complesso, con le arenarie a morte ed i calanchi a valle, si aggiungerebbero ulteriori titoli.

Dati i limiti di spazio si è preferito qui ripiegare sui soli lavori citati nel testo, oppure ritenuti fondamentali per l'argomento.

ALESSANDRINI A., BONAFEDE F., 1996: Atlante della Flora protetta della Regione Emilia Romagna, Reg. E/R, Assess. Territorio, Programmazione e Ambiente, Bologna.

ALESSANDRINI A., BETTINI I., 1982: La vegetazione e i suoi clementi,/loristici mediterranei. In IST. BENI CULT. REG. E/R: Gli affioramenti gessosi dell'Emilia-Romagna: proposte di tutela, «Documenti», 17, Bologna: 39-46.

BAGNARESI U., RICCI LUCCHI F., VAI G.B. (a cura di), 1994: La Vena del Gesso, Regione E/R, Assess. Programmazione Pianificazione e Ambiente, Bologna.

BASSI S., 1993: La rupe perduta e la felce ritrovata, "Ipogea", Boll. Gruppo Spel. Faentino 1998-1993, Faenza: 78-80.

BASSI S., BENTINI L., CASADIO C. (a cura di), 1989: La Vena del Gesso roniagnola, Guideverdi Maggioli, Rep. San Marino.

BASSI S., BASSI St., 1991: Indagine sulla distribuzione del torsolo (Staphilea pinnata L..) in Romagna, "Naturalia Faventina", Boll. Mus. Civ. Se. Nat. Faenza, 1: 29-35.

BASSI S., BASSI St., 1995: A Monte Mauro un'altra stazione di Borsolo (Staphilea pinnata L.), "Naturalia faventina", Boll. Mus. Civ. Sc. Nat. Faenza, 2: 94-95.

BASSI St. , 1994: Flora e grotte. Appunti di Speleobotanica, "Bollettino Cai, Faenza", 1: 14-15.

BENTINI L., 1972: Le ultime scoperte paletnologiche nella Grotta del Re Tiberio (36 E/RA), «Atti VII Convegno Spel. EmiliaRomagna e Simp. Studi Grotta del Farneto», Como: 190-205.

BENTINI L., 1984: La Vena del Gesso romagnola. Quale futuro per uno dei più rari ambienti dell'Appennino e del Mediterraneo?, "Il nostro ambiente e la cultura", 5, Faenza: 7-37.

BENTINI L., 1993: La Vena del Gesso romagnola. Caratteri e vicende di un parco mai nato. "Speleologia Emiliana", 4, Bologna. Num. speciale edito in occasione di Speleo Nebbia '93 presso Casola Valsenio.

BENTINI L., in stampa: La "Pianta delle Rovine dell 'antico forte di Monte Mauro ", inedita mappa topografica di Giacomo Tassinari.

BENTINI L., PIASTRA S., SAMI M. (a cura di), 2003: Lo "spungone tra Marzeno e Sanroggia. Geologia, Natura e Storia. Tip. Carta Bianca, Faenza.

BERTOLANI MARCHETTI D., 1957: Una felce in via d'estinzione in Italia: Cheilanthes persica (Boro) Met1. ex Kulnr, "Nuovo Giorn. Bot. It.", 5, 65, (4): 758-759.

BERTOLONI A., 1857: Miscellanea botanica, XVIII "Mem. Accad. Sci. Ist. Bologna", 8: 225-245.

BERTONI CAMPIDORI D., 1912: La flora di Monte Castellaccio e di Monte Torre. Territorio di Faenza, (estr. con num. propria dal "Bollettino della Società Botanica Italiana", adun. nella sede di Firenze del 13 aprile 1912): 1-8.

BERTONI CAMPIDORI D. 1922: Piante medicinali del Circondario di Faenza, "La Romagna agricola, industriale e commerciale", 16.

BONAFEDE F., MARCHETTI D., TODESCHINI R., VIGNODELLI M., 2001: Atlante delle Pteridofite nella Regione Emilia Romagna, Reg. E/R, Assess. Agricoltura, Ambiente e Sviluppo sostenibile, Bologna.

BUGANE' G., VIANELLO G., (a cura di) 2003: Le valli del Santerno e del Senio. Segni della natura, disegni dell'uomo. Tip. Fons Elix, Fontanelice.

CALDESI L., 1879-1880: Florae Favenlinae Tentamen. "Nuovo Giornale Botanico Italiano", XI e XII; ristampato in GENTILINI A.R. (a cura di), 1985: Bibliotheca botanica di Lodovico Caldesi - L'erbario e i libri. (Catalogo della mostra in Palazzo Milzetti a Faenza), Santerno ed., Imola: 227-277.

CORBETTA F., ZANOTTI CENSONI A.L., 1981: La riscoperta di Cheilanthes persica sulla Vena del Gesso, a Monte Mauro, "Natura e Montagna", 28 (17): 83-88.

FERRARI C. (a cura di), 1980: Flora e vegetazione dell'EmiliaRomagna, Regione E/R Assess. Ambiente, Bologna.

FERRARI C., GEREMIA A., TOMASELLI M., 1987: Guida botanica dell'Appennino romagnolo, Guideverdi Maggioli, Rep. San Marino.

FIORI A., 1943: Flora Italica Cryptogama. Pars V: Pteridophita, Soc. Bot. Ital., Firenze.

PELLICONI L., 1983: La foresta del Rio Sintria. Natura e Storia, Wwf, Imola.

PICHI SERMOLLI R.E.G., 1986: Cheilanthes persica (ad vocem). In Iconografia Palynologica Pteridophytorum Italiae, Webbia, 40 (1): 56-58.

PIGNATTI, 1979: I piani di vegetazione in Italia, "Giorn. Bot. Ital"., 113: 411-428.

PIGNATTI S., 1982: Flora d'Italia, I-III, Bologna.

PIROLA A., FERRARI C., UBALDI D., BONI L., 1975: Protezione della flora spontanea in Emilia-Romagna, Reg. E/R, Assess. Agricoltura e Foreste, Bologna.

ROSSI G., 1981: Dove ho ritrovato Cheilanthes persica, "Natura e Montagna", 1: 89-92.

ROSSI G., BONAFEDE F., 1995: Nuovi dati sulla distribuzione ed ecologia di Cheilanthes persica (Bory) Mett. ex Kuhn nel Preappennino romagnolo (Italia Settentrionale), "Arch. Geobot.", 1 (2): 177-184.

SEMPRINI F, MILANDRI M., 2001: Distribuzione di 100 specie vegetali rare nella provincia di Forlì-Cesena, "Quaderno di Studi e Notizie di Storia Naturale della Romagna", 15: 1-126.

T.C.I.,1957: Emilia e Romagna, Milano.

ZANGHERI P., 1959: Romagna,fitogeografica (4). Flora e vegetazione della fascia gessoso-calcarea del basso Appennino romagnolo, "Webbia", 16: 1-353 (ristampato anastaticamente in volume, Sala Bolognese, 1976).

ZANGHERI P. 1964 a: Una perdita per la flora italiana (l'estinzione della felce Cheilanthes persica Mett. ap. Kuhn), "Natura e Montagna", 4 (2): 77-82.

ZANGHERI P. 1964 b: Alcuni aspetti e cose notevoli nell'ambiente naturale di Val Senio, "Quaderni degli Studi Romagnoli", 1: 4964.

ZANGHERI P., 1966-1970: Repertorio della Flora e della Fauna della Romagna, "Memorie fuori serie", 1, Museo Civico di Storia Naturale di Verona, I-V.

Ringraziamenti

Per vari contributi vanno ringraziati Stefano Bassi, il Gruppo Speleologico Faentino e Luciano Bentini. Con il primo sono state compiute moltissime delle escursioni che hanno portato alla raccolta dei dati qui esposti; inoltre egli ha fornito tabelle inedite e gran parte del materiale fotografico illustrativo. Il secondo va citato per la disponibilità alla consultazione della propria biblioteca, estremamente fornita. Al terzo l'autore esprime un debito di riconoscenza per i numerosi suggerimenti e per la lettura critica del presente lavoro.

  
Allestimento mostra: Franca Pozzi, Gian Paolo Costa.

Alla realizzazione della mostra e dei relativi sussidi didattico-informativi hanno collaborato:

Biblioteca Comunale "Manfrediana" di Faenza, Giardino delle Erbe Officinali di Casola Valsenio. Scuola di Pratica Agricola "F. C. Caldesi " (Percolino), Museo Internazionale delle Ceramiche (Faenza), Associazione Culturale "PANGEA " (Faenza).

Paolo Liverani. Luigi Melloni. Ivano Avoni, Marco Sami, Wilma Casadio Lama, Arrigo Salvaterra (Casa della "Friuli " Zattaglia), Cesare Reggiani, Gian Carlo Visani.

Erboristeria Giorgio Visani (Riolo Terme), Vivaio Dalmonte Guido e Vittorio, Rione Rosso Faenza, Gruppo Sportivo Valsintria, Serre Aldo & Claudio (Zattaglia), Ballarini s.n.c. (Torriana).

       

Speleo GAM Mezzano (RA)