| Luciano Bentini - Speleologia Emiliana - Rivista della Federazione Speleologica Regionale dell'Emilia Romagna - Numero speciale: La Vena del Gesso Romagnola, caratteri e vicende di un parco mai nato - N. 4, Anno XIX, IV serie - Bologna - Settembre 1993 |
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L'ITER DEL PROGETTO DEL PARCO L'idea della costituzione in parco naturale della Vena del Gesso risale alla seconda metà degli anni '60 quando, con l'ampliarsi delle escavazioni, i disastri effettuati nei Gessi bolognesi cominciavano a presentare preoccupanti analogie anche in Romagna. Entrambi gli affioramenti della Regione compaiono come "biotopi vegetazionali" nella Carta della Conservazione Naturalistica dell'Emilia-Romagna (1970); come "bene geologico" sono stati proposti da Ricci Lucchi e Vai (1973); come ambienti da includere in futuri parchi o riserve naturali da Gambi (1969) e da Cencini (1972). Nei Gessi bolognesi la Regione deliberò infine di bloccare l'attività estrattiva; ma non si può fare a meno di rilevare che tale decisione giunse tardivamente, quando la situazione era troppo gravemente compromessa, e che ebbe l'effetto di trasferire nei Gessi romagnoli una più massiccia e rapinosa escavazione. Quanto alla Vena del Gesso romagnola, richieste di vincolo risalenti agli anni '60 delle Associazioni culturali e naturalistiche sollecitarono gli organi della Provincia di Ravenna a prendere provvedimenti in difesa di un bene ambientale seriamente minacciato dalla devastante attività estrattiva in corso da parte dell'ANIC a Borgo Rivola. Una prima iniziativa fu promossa dalla locale Camera di Commercio, con la costituzione di una Commissione di Studio che nel 1967 elaborò un progetto sull'argomento. Nel 1972 l'Unione Regionale delle Bonifiche pubblico una proposta di parco da realizzare in vista di tutelare aree ambientali di sicuro interesse culturale, fra cui il "Parco della Vena del Gesso" di ha 10.200, per la peculiarità della dorsale compresa tra i bacini del Lamone e del Santerno; sono inoltre da ricordare il progetto della Società Botanica Italiana di un Parco di Monte Mauro e Vena del Gesso di ha 512 e la segnalazione da parte del C.N.R. delle zone di Monte della Volpe e di Monte Mauro come area da proteggere per gli abbondanti fenomeni carsici. Nel frattempo il materiale prodotto a cura della Commissione nominata dalla Camera di Commercio di Ravenna venne allegato ad apposita domanda inoltrata al Ministero della Pubblica Istruzione che, in data 30 luglio 1974, emanò un decreto ("Dichiarazione di notevole interesse pubblico di una zona interessante i comuni di Riolo Terme, Casola Valsenio e Brisighella") con il quale quasi tutto l'affioramento gessoso compreso tra la frazione Crivellari ed il T. Sintria veniva posta tra i beni ambientali sotto tutela, restando esclusa solo l'area di cava di Borgo Rivola dove era già in avanzato stadio di escavazione il minerale. Tale decreto venne ribadito successivamente con analogo provvedimento dal Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali in data 12 dicembre 1975 ("Conferma dei vincolo panoramico sulla zona Monte Mauro - Monte Tondo - Monte della Volpe (Vena del Gesso) nei comuni di Riolo Terme, Casola Valsenio e Brisighella"), decreto che si riferiva espressamente all'importanza panoramica dell'area non solo dal punto di vista paesistico e naturalistico, ma anche speleologico. Altri vincoli paesistici istituiti in base alla L. 1497 dei 1939 sono i seguenti: - "Zona panoramica di Brisighella centro e tre colli" in comune di Brisighella, di ha 80 (D.M.23-10-1968); - "Zona di Rontana" di ha 165 in comune di Brisighella (D.M. 20-9-1974) e "Ampliamento vincolo Rontana Parco Carnè" di ha 105 (D.M. 12-9-1975). Esiste inoltre vincolo idrogeologico su parte dell'area. Ma i soli vincoli panoramici, se non aggiuntivi ad un vincolo ambientale vero e proprio, possono venire facilmente aggirati ed elusi: è il caso del Monticino di Brisighella e di Monte Tondo ove operano le due cave di gesso più volte ricordate, e delle quali si parlerà più dettagliatamente in seguito, proprio nell'ambito di aree protette dai suddetti vincoli. Soltanto con la Legge Regionale 24-1-1977 n.2 ("Provvedimenti per la salvaguardia della flora regionale") venne a crearsi un supporto legislativo per concretizzare la richiesta di costituzione del Parco Naturale Regionale della Vena del Gesso. Con nota 6744 dei 14-3-1979 la Regione invitava le Province a raccogliere e trasmettere le proposte di parco da istituire, nei rispettivi ambiti territoriali, con i finanziamenti previsti in attuazione del piano poliennale. La Comunità Montana ed il Comprensorio faentino prospettarono l'esigenza di salvaguardare la Vena dei Gesso ed altrettanto fecero i corrispondenti Enti imolesi per la parte di territorio che loro competeva; le Province di Ravenna e di Bologna fecero proprie tali proposte e le inoltrarono, unitamente alla richiesta di finanziamento, alla Regione. Quest'ultima, con nota 33027 del 30-11-1979, rivolse agli Enti interessati l'invito di unificare le due proposte, esaudito il quale stanziò 140 milioni per studi, ricerche ecc. volti alla realizzazione dei Parco, con provvedimento dei Consiglio Regionale n 2810 dei 22-4-1980. Tale provvedimento, però, aveva modificato il dispositivo della delibera di Giunta n. 983 del 18-3-1980 disponendo che "nella realizzazione del Parco della Vena dei Gesso dell'Appennino Romagnolo ... vengano ritenute prioritarie le esigenze delle attività estrattive del gesso per le quali la zona è particolarmente vocata, in conformità dei piani comprensoriali e comunali di cui all'art. 3 della L.R. 2 maggio 1978 n. 13". Malgrado il coro di indignate proteste delle Associazioni naturalistiche e protezionistiche e le interpellanze presentate in sede politica non vi fu alcuna rettifica da parte della Regione. Pur con queste premesse contraddittorie la Regione, con delibera n. 2810 del 22-4-1980, assegnò alla Comunità Montana dell'Appennino Faentino la somma di 140 milioni da destinare alle operazioni preliminari per la costituzione dei Parco ed ai primi interventi; sulla base di tale delibera tutti gli Enti locali interessati dettero vita ad un Comitato Promotore dei Parco riconoscendo alla Comunità Montana Faentina il ruolo di ente coordinatore tecnico-amminstrativo per tutto il periodo di impostazione e di definizione del progetto, sulla base di un documento che ne fissava l'impostazione tecnica e le fasi della ricerca scientifica e dei lavoro di sintesi progettuale. Inspiegabili ritardi vi furono però prima che con delibera n. 42 dei 23-9-1981, divenuta esecutiva il 9-11 dello stesso anno, la Comunità Montana Faentina provvedesse alla formazione del Gruppo di Progettazione e alla definizione particolareggiata dei singoli incarichi; quello di coordinatore fu affidato all'arch. Rino Rosini di Bologna. Nella primavera dei 1982 fu reso pubblico e discusso un documento di prima fase ("Linee programmatiche per l'elaborazione del piano territoriale del Parco Regionale della Vena del Gesso"), il cui contenuto fu aspramente avversato dai residenti, sobillati e disinformati con subdola e capillare propaganda da "gruppi di pressione" facilmente identificabili . Nel novembre dell'anno successivo venne presentato l'elaborato finale che, modificando in modo peggiorativo diverse parti della bozza iniziale, non valse a rabbonire le popolazioni locali e suscitò nel contempo immediate critiche da parte delle Associazioni protezionistiche. Sinteticamente, le più importanti di tali critiche si riferivano ad errori e lacune dei "Progetto Rosini", quali ad es. la pericolosa affermazione di pag. 6 della "Relazione di sintesi" per cui "i parchi e le riserve naturali debbano intrecciarsi con l'agricoltura, con le attività di forestazione produttive, con gli insediamenti umani, senza alcuna esclusione aprioristica verso nessuna attività umana, anche di quelle che per tradizione hanno svolto un ruolo maggiormente distruttivo per l'ambiente". Non era condivisibile, infatti, la concezione dell'"equilibrio dell'ambiente come prodotto sociale", perché troppo si prestava a lasciare l'equilibrio suddetto alla mercé di quei gruppi di pressione e di interessi particolaristici ai quali ci si è poco sopra riferiti. La "Relazione di sintesi" denunciava inoltre mancanza di programmazione, essendovi contraddizione tra quanto sostenuto a pag. 6 (di cui non v'era traccia nella bozza preliminare) e quanto detto a pag. 18: "L'alternativa si pone nel nostro caso in modo crudo; o la conservazione finalizzata ad attività scientifiche, didattiche ... oppure l'attività estrattiva", che rispecchia invece quanto era scritto nella suddetta bozza. Altra critica era rivolta al progettato organo di gestione che, conformemente ad un'errata concezione dei decentramento, risultava concepito come essenzialmente politico, all'interno del quale era tra l'altro garantita una posizione assolutamente predominante ai rappresentanti dei Comuni nel cui territorio il Parco avrebbe dovuto costituirsi. L'esperienza purtroppo insegna (e lo vedremo particolarmente a proposito delle attività estrattive) che questi sono troppo spesso più sensibili ad interessi di campanile che non a quelli generali di conservazione di un'emergenza naturalistica che è invece di interesse regionale e nazionale. Risultavano inoltre esclusi dalla gestione effettiva i rappresentanti dei Comitato Scientifico il cui parere, seppure in molti casi obbligatorio, è pur sempre soltanto consultivo, mentre dovrebbe essere vincolante almeno per quanto si riferisce alle ristrette zone di protezione più intensa. L'impostazione del progetto poi contrastava in toto con le leggi nazionali che escludono dai Parchi l'esercizio venatorio in ogni sua forma. Dal punto di vista dell'equilibrio biologico, obiettivo di un parco naturale, il Progetto Rosini era invece un controsenso: infatti, oltre all'istituzione di una zona di caccia vietata di dimensioni troppo ristrette (ha 177), si proponeva per i territori circostanti la creazione di una struttura prettamente venatoria denominata "area protetta di produzione della fauna selvatica", eufemismo per indicare una "zona di ripopolamento e cattura". Sarebbe avvenuto così che proprio attorno all'area di protezione si sarebbe permessa l'introduzione di notevoli quantitativi di selvaggina, tipicamente fagiani, starne, pernici rosse e lepri, cosa che - come già evidenziato precedentemente a proposito della fauna della Vena del Gesso - avrebbe generato una notevole perturbazione nelle comunità biologiche presenti (in alcuni casi vere e proprie rarità in delicato equilibrio con l'ambiente) provocando squilibri a catena con metodi che non sono altro che interventi di sfruttamento artificioso e innaturale, legati unicamente alle richieste dell'ambiente venatorio e diretti a procurare "riequilibri" che tali sono solo per i cacciatori. |
Speleo GAM Mezzano (RA)