| Luciano Bentini - Speleologia Emiliana - Rivista della Federazione Speleologica Regionale dell'Emilia Romagna - Numero speciale: La Vena del Gesso Romagnola, caratteri e vicende di un parco mai nato - N. 4, Anno XIX, IV serie - Bologna - Settembre 1993 |
|
L'ATTIVITA' ESTRATTIVA
Ma il problema più grave è quello rappresentato dall'attività estrattiva. Poichè pur pronunciandosi a favore del mantenimento, come polo unico di produzione di minerale di gesso, della Cava ANIC di Borgo Rivola, il Gruppo di Progettazione del Parco non era stato investito della questione, è necessario far riferimento a quello che è stato, ed è tuttora, il comportamento ambiguo della Regione e dei Comuni da essa delegati a deliberare in proposito . Nei comprensori faentino e imolese l'estrazione dei gesso per edilizia risale a molti secoli addietro, come dimostrano gli edifici che sorgono intorno alla "Vena", ma poichè i quantitativi estratti erano esigui, fino al secondo dopoguerra l'attività di cava si è svolta artigianalmente, in pratica senza perturbazioni ambientali (le vecchie piccole cave abbandonate si riescono infatti a malapena a individuare nel paesaggio circostante). Ma negli ultimi decenni v'è stata una vera e propria rivoluzione nello sfruttamento ad opera di complessi industriali che hanno iniziato una sistematica distruzione di ambienti unici, come i colli presso il Santuario del Monticino di Brisighella (Cava "Gessi dei Lago d'Iseo" SpA), della gola di Tramosasso presso Tossignano (Cava SPES) e soprattutto dei Monte Tondo presso Borgo Rivola (Cava ANIC), in conseguenza dell'ampliarsi della gamma di applicazioni del minerale estratto: dai cementi agli usi agricoli ai prefabbricati ecc. Le statistiche ufficiali parlano chiaro: nell'arco di un ventennio (1951-1971) la quantità di gesso estratto nella provincia di Bologna (prima della chiusura delle cave) era aumentata di venti volte, risultando cioè di 2 milioni di tonnellate; nella provincia di Ravenna, dopo l'apertura della Cava ANIC, si era centuplicata, essendo stati estratti ben 14 milioni di tonnellate di gesso nella Vena romagnola (Varani 1974). In Romagna per il passato si hanno notizie di piccole cave nelle medesime località di Tossignano, Borgo Rivola e soprattutto Brisighella. Nella Cronaca dei Calegari (1504), a proposito di quest'ultima si legge che vi erano "montagne di gesso, che cotto e pesto serve mirabilmente per fabbricare case [ ... ]; et travagliandovi molta povera gente ne l'esercitio di cuocerlo al forno et ridurlo in polvere, ne tengono fornita non sola la valle, ma Faenza et Ravenna con altri luoghi circonvicini, con molto utile per chi lo porta a vendere". Nella seconda metà dei secolo scorso a Brisighella si contavano otto fornaci capaci di ridurre in polvere circa 300 q. di gesso al giorno; era tuttavia un lavoro duro, condotto a livello artigianale da "poveraglia" dei luogo, che cuoceva il gesso con fascine e lo riduceva in polvere con bastoni e mazze di legno. In seguito la macinatura si effettuò con mole di pietra fatte girare da muli, cavalli o asini; e più tardi con mulini azionati da motori a scoppio o a mezzo di energia elettrica. In età prebellica nei pressi dell'abitato erano ancora attive numerose piccole cave che minacciavano la stabilità dei tre caratteristici monumenti che conferiscono al paesaggio un aspetto originale e suggestivo, che i molti cavatori rosicchiavano giorno per giorno. Le giuste proteste e discussioni si trascinarono per anni ma, infine, per suggerimento del Corpo delle Miniere, il Prefetto della Provincia di Ravenna emano dei decreti che impedirono la prosecuzione dei pericolosi lavori. In particolare per la Torre dell'Orologio, che era la più minacciata, con decreto prefettizio dei luglio 1926 si vietavano gli scavi entro un raggio di 100 m dalla stessa. Scomparse così le varie piccole cave, ne rimasero soltanto due: la prima, situata a circa 1 km da Brisighella in località Monti, è esercitata, come già detto, dalla "Gessi del Lago d'Iseo", che l'acquistò nel 1939 rilevandola da una precedente ditta, e nel dopoguerra ne aumentò la produzione e costruì un nuovo stabilimento (il Molinone). Attualmente è la sola cava in esercizio ed i lavori procedono esclusivamente a cielo aperto. La seconda, attualmente chiusa, è situata a km 2,5 dal centro abitato in località fondo Marana e per molto tempo fu gestita dalla ditta F.lli Malpezzi, ma intorno alla fine degli anni '60 fu rilevata anch'essa della "Gessi", che ne ampliò l'estrazione abbattendo il minerale sia a giorno che in sotterraneo (Scicli 1972) e al termine dei lavori di coltivazione abbandonò l'area in precarie e pericolose condizioni di instabilità, come dimostrano gli ampi crolli verificatisi sia all'interno delle gallerie che negli affioramenti gessosi sovrastanti le stesse. A Borgo Tossignano nella zona di Tramosasso la cottura del gesso avveniva già nel medioevo e proseguì nel corso dei secoli (tanto che nelle carte dei '700 essa è indicata come località Calcinaie), ma con arcaici sistemi artigianali e quindi non intaccando minimamente il paesaggio: inoltre del gesso si faceva uso quasi esclusivamente locale, senza alimentare un commercio rilevante: già a Fontanelice, appena 3 km a monte, per costruire non si usava più il gesso, bensì sasso di fiume squadrato e laterizi. A partire dal 1921 la Società Gessi Emiliani affrontò con larghezza di mezzi il problema della produzione di gessi speciali, costruendo grandi fabbricati, un forno rotante, una teleferica attraversante il Santerno per trasportare il gesso dalla località Paradisa sulla sinistra del fiume allo stabilimento di Borgo Tossignano; ma questa attività venne a cessare definitivamente a causa delle distruzioni subite per eventi bellici. Dal 1969 una nuova cava fu aperta dalla Società Prodotti Edilizi Speciali (SPES) che nel 1971 portò a termine la costruzione di uno stabilimento in località Tramosasso, a circa 1 km a E di Borgo Tossignano (Scicli 1972, cit.). Lo sfruttamento dei giacimento fu impostato sia a giorno che in sotterraneo: a cielo aperto la coltivazione, che da anni è sospesa, si sviluppava a gradoni, collegati col piazzale di cava con strade carrozzabili; in sotterraneo veniva condotta col metodo a camere e pilastri, interessava i tre banchi di base e si sviluppava su due livelli collegati tra loro da rampe (Federico & Paretini 1980). A Borgo Rivola l'ANIC sfrutta il giacimento di Monte Tondo dal 1958. Si tratta di una delle maggiori cave di gesso in Europa, se non della prima in assoluto: copre infatti una superficie di 131 ettari, di cui 55 nel Comune di Riolo T. e 76 in quello di Casola Valsenio; fino al 1982 sono state estratte oltre 17 milioni di tonnellate di gesso, con punte massime di 8900.000 tonn. annue alla fine degli anni '60, mentre i dati relativi al 1982 si riferiscono a "sole" 322.836,76 tonn. La caduta del quantitativo estratto dipese direttamente dalla diminuzione della produzione di solfato di ammonio (concimi per agricoltura) in fase di estinzione a causa dei costi di produzione troppo elevati; per mantenere l'estrazione entro ambiti economicamente convenienti, dal 1978 parte della produzione, via via in quantitativi sempre maggiori, venne destinata ai cementifici come vendita a terzi. In concomitanza con gli insediamenti di industrie di premiscelati (VIC) e cartongesso (Soc. Gessi Valsenio) realizzati a Borgo Rivola, le previsoni riguardanti il ritmo di estrazione erano di 400.000 tonn. all'anno, quantitativo dimezzato rispetto agli anni del boom. La coltivazione della cava è impostata a giorno e, dal 1966, anche in sotterraneo. La coltivazione a giorno è attuata coi metodo dei gradoni che, compresi tra q. 220 e q. 425 s.l.m., interessano la zona tra Monte Tondo e gli impianti; quella in sotterraneo è del tipo a camere e pilastri su quattro livelli compresi tra le quote 140 e 220 s.l.m. ed i più sviluppati sono quelli delle quote 200 e 220. Attualmente le gallerie scavate, della sezione di 9 x 14 m, hanno uno sviluppo che si aggira sui 12.000 m. Nell'intento di regolamentare l'attività estrattiva per far cessare la selvaggia rapina dei territorio ormai dilagante, venne emanata la Legge Regionale 26 gennaio 1976, n. 8 ("Norme provvisorie per l'esercizio delle funzioni regionali in materia di cave e torbiere"), in gran parte modificata dalle successive LL.RR. 26 gennaio 1977, n. 4 ("Norme modificative, integrative ed interpretative della L.R. 26-11976, n. 8") e 2 maggio 1978, n. 13 ("Nuove norme sulle funzioni regionali in materia di cave e torbiere"). In vista della predisposizione dei previsti "Piani di escavazione" comunali e comprensoriali, si rese necessario procedere ad un'indagine delle risorse esistenti nel territorio fra le quali erano di primaria importanza i giacimenti di gesso. Detti piani, da preparare con il concorso di tutte le componenti sociali interessate, dovevano tener conto di due contrastanti esigenze: - l'attività estrattiva, con tutti i risvolti economici e dell'occupazione; - la conservazione dei beni naturali ambientali. Ma le leggi regionali, pur introducendo importanti principi innovativi in materia, soprattutto la cessazione dei poter scavare "sempre o ovunque" sottoponendo le attività estrattive ad un regime di concessione con norme paragonabili ai piani regolatori urbanistici, non ha fatto altro che sostituire alla rapina dei territorio una rapina legalizzata, non essendovi la volontà politica di applicare tali leggi. Gli strumenti di pressione offerti ai protezionisti (tra l'altro istituzionalmente esclusi da ogni commissione, anche solo consultiva) dalla vigente legislazione sono infatti assai ridotti, come dimostrano i seguenti esempi. Il primo è relativo alla consuetudine della delega e della subdelega dei poteri "scomodi" ad enti e istituzioni che non sono in grado di gestirli o che non hanno alcuna intenzione di farlo: è la via che la Regione Emilia-Romagna ha seguito passando ai Comuni, con la L.R. n. 26 dell'l-8-1978, art. 10, le competenze in materia ambientale ereditate dallo Stato con il D.P.R. n. 616 del 24-7-1977 e definito dalla L. 29-6-1939 sulle bellezze naturali, relativa ai vincoli paesistici, e dalla cosiddetta Legge Forestale (R.D.L. 30-12-1923, n. 3267) che riguarda i vincoli idrogeologici. In questo modo si è vanificato lo strumento dei vincoli, già originariamente insufficiente, in quanto i Comuni hanno ampiamente dimostrato di non aver alcun interesse ad intervenire né in senso repressivo né tanto meno per istituire nuovi vincoli o per ribadire quelli esistenti: è il caso delle cave dei Monticino e di Monte Tondo che, come già più volte rilevato, operano in aree paesisticamente protette senza che nei loro confronti venga effettuato alcun serio controllo. Un secondo modello di politica legislativa perseguita dagli amministratori regionali è quello di creare strutture surplus a carattere consultivo aventi l'unico scopo di allungare i tempi e di contribuire ad aumentare la confusione amministrativa anche in materia di utilizzo delle risorse e di tutela ambientale. E' il caso dei Comprensori: i Piani Comprensoriali di Coordinamento delle Attività Estrattive (PCCAE), che hanno richiesto in alcuni casi anche due anni di elaborazione, non sono stati neppure presi in considerazione in sede regionale. Si è preferito infatti esaminare ed approvare a tavolino i singoli PAE (Piani delle Attività Estrattive) presentati dai Comuni come varianti ai Piani Regolatori Generali; ed una volta che i PAE sono stati approvati, i piani di coltivazione e i piani di restituzione, per altro obbligatori per l'apertura di nuove cave e lo sfruttamento di quelle già esistenti, ricadono sotto la giurisdizione effettiva degli stessi Comuni. In conclusione, la Regione ha trasferito ai Comuni poteri decisionali che trascendono di gran lunga le loro conoscenze e capacità di valutare con prospettive di lungo periodo; i Comuni nel cui territorio è in atto un'attività estrattiva si sono infatti preoccupati unicamente dei problemi più immediati, giustificando l'autorizzazione - tacita od esplicita - a commettere qualunque scempio con l'esigenza della tutela dell'occupazione, subendo il ricatto dei cavatori che minacciano di por fine da un giorno all'altro all'attività estrattiva licenziando tutti i dipendenti. Non è mai stato fatto, da parte degli amministratori locali, un serio bilancio costi/benefici, mettendo in conto il valore irripetibile di quello che si distrugge, i danni all'agricoltura, quelli dovuti alla circolazione dei mezzi pesanti, le variazioni microclimatiche ecc. Si è invece sostenuto in innumerevoli occasioni, come ad es. nel Convegno tenutosi a Casola Valsenio il 18 ottobre 1978 per stabilire le possibilità di impiego della "risorsa" gesso, che l'escavazione è compatibile con la tutela dell'ambiente, che la natura si può migliorare, a dimostrazione di come sia radicata la mentalità che le risorse del territorio possono impunemente e indefinitamente essere saccheggiate, come se si trattasse di tagliare un bosco ceduo che tanto, presto o tardi, si ricostituirà. E soprattutto, come già s'è anticipato, c'è sempre di mezzo l'equivoco dell'occupazione, sebbene ormai da diversi anni vi siano state prese di posizione, da parte di autorevoli personalità, per smantellare questo tabù: ad es., già nel 1977 Antonio Cederna sosteneva che "quello che abbiamo ottenuto in molti casi è stato invece un tipo di industrializzazione a basso tasso di manodopera ma ad altissima percentuale di inquinamento" (Dallaglio 1977). Con particolare riferimento a Monte Tondo, Varani (1974, cit., p. 347), commentando due foto scattate prima e dopo l'apertura della Cava ANIC, faceva rilevare come i segni della presenza e quelli dell'attività dell'uomo si siano fatti sempre più incisivi fino a raggiungere, a volte, lo scempio, essendo venuto a mancare quel rispetto di cui oggi, da varie parti, si sente il bisogno. Soltanto chi disconosce all'ambiente dei gessi ogni altro interesse che non sia strettamente utilitaristico può mostrare un profondo disprezzo per il "cosiddetto paesaggio" (il riferimento è a Scicli, cit., pp. 650-651) e negarne il valore culturale. A proposito dei "Gessi" di Brisighella, Contarini (1980, cit., p. 49) notava con amarezza come i pochi operai impiegati nell'estrazione e lavorazione dei gesso, sistemabili a livello comprensoriale in altre attività, abbiano fatto vincere la battaglia alle ruspe, sebbene in un primo momento (gennaio 1978) la Magistratura avesse sequestrato per un'inchiesta la cava imputata di deturpazione ambientale . Più recentemente il pretore G. Amendola (1984), sempre a proposito dell'occupazione operaia, affermava che "bisogna cercare di essere chiari quando si parla di occupazione e di ambiente, perché dal 1968 in poi ci siamo parlati addosso affermando che in effetti la tutela dell'ambiente era compatibile col massimo sviluppo dell'occupazione. Questo non è vero". Ma da tali interventi non è sortito alcun effetto, come d'altronde non hanno provocato alcuna reazione le numerose mozioni trasmesse alla Giunta Regionale, tra cui quella dei partecipanti al XIV Congresso Nazionale di Speleologia (Bologna, 2-5 settembre 1982) e quella approvata dai partecipanti al Congresso Centenario della Società Geologica Italiana in Bologna (23/26-9-1982) su iniziativa dei Consiglio Regionale di Italia Nostra: mozioni in cui si chiedeva alla Regione Emilia-Romagna di considerare il problema delle cave in una visione programmatoria e non improvvisata e localistica con attenta valutazione in termini di impatto ambientale e di analisi costi/benefici; di salvaguardare i vincoli idrogeologici già esistenti e le esigenze di protezione dei beni naturali e culturali sempre sacrificate per prime; di sospendere immediatamente ogni ampliamento o apertura di cave di gesso a cielo aperto o in galleria nella Vena del Gesso romagnola e di pronunciarsi chiaramente, dopo un troppo lungo incomprensibile silenzio, sulla pretesa compatibilità tra attività estrattiva e Parco. Si è giunti pertanto a questa sconsolante e assurda situazione: malgrado l'orientamento consolidato della Commissione Regionale Cave di concentrare tutta l'escavazione di gesso a E di Bologna nel solo polo estrattivo di Borgo Rivola, anche perché l'ambiente è ormai degradato a tal punto da essere difficilmente recuperabile, mentre a breve termine avrebbero dovuto chiudere le cave di Brisighella e di Tossignano, la Regione, continuando la tecnica dei compromesso incoerente, ha lasciato che di fatto restino in attività o addirittura incrementino la loro produzione tutte quelle esistenti. In particolare, a Borgo Rivola, malgrado la Commissione Tecnica nominata dalla Giunta Regionale per lo studio qualitativo e quantitativo e le previsioni di impiego del tout-venant della cava fosse pervenuta, nella primavera 1984, alle conclusioni che per essa non si giustificavano nuovi ampliamenti, esistendo nel perimetro attuale una potenzialità di estrazione che, sulla base della stima annua di consumo massimo (cioè 300.000 m3 all'anno nell'ipotesi di cava funzionante come unico polo), ne avrebbe consentito una prosecuzione stimata in oltre 30 anni, l'ANIC, sulla base di una controperizia di cui non si conoscono le motivazioni, ha continuato a premere sui Comuni di Casola e Riolo per essere autorizzata a procedere lungo la linea di cresta per altri 150-200 m. Tale richiesta, avversata dalle Associazioni naturalistiche in quanto il suo accoglimento segnerebbe la fine dei Parco, era stata respinta anche dalla Commissione Comprensoriale Cave faentina, allargata a tutte le forze interessate (tra cui una volta tanto anche i protezionisti), in seguito ad una sopralluogo effettuato il 18-9-1981 quando come limite invalicabile era stato fissato quello abusivamente raggiunto sia a cielo aperto che in sotterraneo, coincidente con la cosiddetta "sella di Monte Tondo". Inoltre, nella primavera 1983, le Associazioni faentine, in un documento comune, avevano dichiarato inaccettabile l'ennesima richiesta di avanzamento oltre tale limite fatta dall'ANIC, motivata dal fatto che, in caso contrario, si sarebbe corso il rischio di distruggere la Grotta dei Re Tiberio imponendo la coltivazione dei gesso, se limitata al fronte di cava già esistente, il suo graduale arretramento. Le Associazioni naturalistiche si pronunciarono nel senso che la celebre grotta non poteva essere considerata una sorta di "merce" di scambio per ottenere il loro consenso o quanto meno il silenzio, concludendo in modo provocatorio che la sua eventuale distruzione sarebbe stato un danno minore rispetto a quello della deturpazione di una vasta area ancora integra; mettevano in rilievo comunque la gravissima responsabilità culturale di chi aveva creato le premesse per la distruzione della grotta, malgrado il vincolo esistente, e di chi l'avesse avallata. Anche il progetto di valorizzazione turistica della Grotta del Re Tiberio prospettata dal Comune di Riolo con l'assenso dell'ANIC, nell'incontro dei 25 maggio 1983 veniva dichiarato accettabile solo a condizione che esso non fosse subordinato all'ulteriore escavazione lungo la linea di cresta. Malgrado tali premesse, i Comuni di Riolo e Casola sono sempre stati disponibili ad accettare le richieste di ampliamento della cava; si veda in proposito quanto affermato dall'allora Sindaco di Casola, Sbarzaglia ("Il Senio", n. 14, marzo 1984, p. 3): "Abbiamo già dichiarato la nostra disponibilità di accettare in parte la proposta dell'ANIC .. . La necessità oggettiva [??] di assicurare e garantire il fabbisogno di materia prima dei polo unico per le attività industriali non può essere disattesa. I tecnici incaricati hanno già avuto disposizioni precise in merito. Pertanto questo problema può essere superato con l'approvazione del piano delle attività estrattive da parte dell'Amministrazione Provinciale che ha oggi competenza e delega in materia". Possibilista è sempre stata anche la Provincia di Ravenna, alla quale sono state trasferite (L.R. 27 febbraio 1984, n. 6 - "Norme sul riordino istituzionale") le competenze prima attribuite al soppresso Comprensorio Faentino. Anche in questo caso si rimanda alle dichiarazioni rilasciate dall'ing. Savini, a quell'epoca assessore provinciale all'assetto dei territorio: "L'Amministrazione Provinciale a cui è stata demandata la competenza in materia sta operando per essere in grado di assolvere questo nuovo compito e appena avrà ricevuto i Piani delle attività estrattive dei Comuni provvederà in tempi brevi alla loro valutazione" (ibidern, p. 4). Che da parte della Provincia vengano offerte ben poche garanzie di sensibilità ai problemi dell'ambiente, lo evidenziano i seguenti precedenti: 1) Pur essendo l'Ente dal quale partì il primo progetto di Parco nel lontano 1968, ha contribuito in modo determinante all'affossamento dell'ultimo piano. Si deve infatti alla Provincia la controproposta di istituire un "Parco" limitato a poche emergenze discontinue ed estranee per lo più alla Vena dei Gesso (vedasi il Cardello). 2) V'è stato poi il caso della proposta di "Piano Provinciale per lo smaltimento ed il recupero dei rifiuti solidi urbani e industriali e dei fanghi di risulta da processi produttivi e da depurazione", elaborato nell'agosto 1982 su incarico della Regione ai sensi degli artt 6 e 7 del D.P.R. n. 915 dei 10 settembre 1982. Detto studio, che poneva il problema dello stoccaggio di sostanze tossiche e nocive, di non facile trasformazione allo stato attuale con processi chimico-fisici, ne aveva individuato la possibile ubicazione nelle gallerie della Cava ANIC. Tale soluzione, confortata da studi geologici dei tecnici consultati dalla Provincia ed accettata dall'ANIC, fu resa nota dalla stampa che ne era venuta a conoscenza malgrado la "Proposta di Piano" dovesse circolare solo fra gli addetti ai lavori e creò immediatamente viva preoccupazione nelle popolazioni interessate, in questo caso molto sensibili alla controversia, che si sviluppo proprio mentre in tutta Europa si polemizzava sulla sorte dei 41 fusti contenenti i residui di diossina dell'ICMESA di Seveso. Fu inoltre contestata dalle Associazioni naturalistiche che definirono la "discarica controllata" dei fanghi tossici un'incongruenza con il progetto dei Parco, dagli operatori turistici e da tecnici come il prof. G.B. Vai, docente di Geologia stratigrafica dell'Università di Bologna. Quest'ultimo ("Carlino Romagna", 21-4-1983, p. I) criticò la correttezza tecnica della soluzione proposta sia per la sua incompatibilità con l'attività mineraria in corso, sia perché non esistono condizioni di sicurezza e di controllo assolute in quanto la tessitura macrocristallina dei banchi della Vena dei Gesso romagnola la rendono molto più rigida di altre formazioni gessose o saline del mondo e quindi più permeabile per fratturazione e carsismo. Inoltre i potenti corpi sabbiosi che, dopo qualche decina di metri di argilla, formano la base dell'unità gessosa rappresentano un altro mezzo di potenziale dissipazione e messa in circolo di soluzioni tossiche, come stanno ad indicare i circuiti sotterranei di acque che affiorano in numerose sorgenti solfidriche lungo la fascia parallela alla "Vena", confermando così la difficoltà di isolare impermeabilmente dei prodotti tossici al suo interno. Di fronte alla decisa opposizione al Progetto anche dei Consiglio Comunale di Riolo Terme e della U.S.L. faentina ed in seguito al dibattito svoltosi nel corso dei Convegno organizzato il 18-6-1983 a Riolo Terme dal Lions Club sul rapporto tra turismo e ambiente, preceduto da consultazioni alle quali intervenne l'assessore provinciale alla tutela dell'ambiente e difesa del suolo dr. Ivo Ricci Maccarini, la Provincia di Ravenna dovette riconoscere l'inopportunità di procedere secondo l'orientamento della prima formulazione della proposta del Piano "alla luce di ulteriori elementi conoscitivi acquisti ... e di approfondimenti operati sul piano tecnico della sua realizzazione". Ma non si può fare a meno di rilevare che la cancellazione di tale progetto è avvenuta di fronte ad una levata di scudi dell'opinione pubblica venutane fortunosamente a conoscenza prima che esso divenisse definitivo, nel qual caso si sarebbe trovata - come troppo spesso avviene in queste circostanze -ancora una volta di fronte al fatto compiuto. A Brisighella la situazione rasenta l'assurdo: la cava opera infatti in un'area che, secondo il P.A.E. dei maggio 1977, l'unico approvato dalla Regione (Deliberazione della Giunta Reg.n.2202 in data 26/5/1982), è classificata come abbandonata: gli scavi in tale area, con la previsione di un abbassamento del piano di cava di 15 m, erano contemplati nel Piano Comprensoriale Faentino ma, come è già stato fatto rilevare, esso non è stato mai preso in considerazione dalla Regione. L'attuazione del progetto, nonostante ciò, ha avuto inizio nell'82 e nel marzo dello stesso anno, non trovandosi gesso ma solo argilla, quest'ultima è stata scaricata abusivamente nella valle cieca della Volpe. Lo scempio e la devastazione furono enormi, malgrado l'area fosse sottoposta a vincolo paesistico (il già citato D.M. 23-101968: "Zona panoramica di Brisighella centro e tre colli") . Addirittura l'operazione venne giustificata come "recupero ambientale" sulla base di due delibere dei Consiglio Comunale di Brisighella: la prima, in data 27-10-1980, di approvazione di un documento sulle prospettive di recupero ambientale della cava conformemente alle indicazioni comprensoriali, e di uno stralcio di un progetto dell'ing. L. Samorè relativo all'estrazione di 130.250 tonnellate di gesso fino al 22-5-1985; la seconda, in data 4 aprile 1981 e convenzione-adeguamento del 8/10/1982, di autorizzare provvisoriamente l'attività estrattiva in conformità di un'integrazione della precedente convenzione stipulata con la "Gessi". A tale convenzione fece infatti riferimento il sindaco Galassini in una intervista rilasciata a "Carlino Romagna" il 2-12-1982, mettendo in evidenza che con essa si era riusciti a bloccare quella originaria che prevedeva la coltivazione del gesso su tutta la collina dall'attuale cava Monti fino alla cava Marana, abbandonata da anni, e si consentiva invece lo scavo in atto nel rispetto del P.A.E. approvato dalla Regione. Ma anche ammettendo che tale conformità vi fosse, sul che sussistono forti dubbi, il recupero ambientale previsto dalla convenzione del 1981 è rimasto lettera morta; infatti non si è provveduto né alla regolazione delle acque piovane né al rimboschimento con piante d'alto fusto "da iniziarsi nella stagione invernale 1982-83" e nell'agosto 1984 è stato chiuso per la seconda volta l'unico inghiottitoio ancora praticabile della Tana della Volpe, malgrado i precisi impegni assunti dalla proprietà della cava a mantenere aperto questo accesso. Sempre in territorio di Brisighella la KNAUF Italia s.r.l., emanazione della multinazionale tedesca che, avendo acquistato il fondo Cassano alle pendici orientali di Monte Mauro per aprirvi una cava, dopo il rifiuto del Comune (24-11-1980) di concedere la necessaria autorizzazione, sembrava aver accantonato i suoi propositi, nel 1984 presentò il progetto di scavo di una cantina lunga 30 m e della sezione di m 5,60 in larghezza x m 3 in altezza. Malgrado l'opposizione dei protezionisti (che tra l'altro nel luglio dello stesso anno avevano inviato all'assessore regionale all'ambiente Chicchi un dettagliato documento che, nell'ambito della preoccupante situazione delle cave di gesso, affrontava anche il problema della "cantina", la cui apertura, autorizzata in base alla normativa agricola, avrebbe potuto creare i presupposti per il successivo avvio in grande stile dell'attività estrattiva), il Consiglio Comunale di Brisighella approvò il progetto il 30 luglio 1984 previo parere favorevole del Comprensorio Faentino in data 31-5-1984, il giorno prima dei suo scioglimento. A Borgo Tossignano, la stampa locale riportò la notizia che, in seguito alle piogge dei giugno '84, si erano verificate infiltrazioni di acqua ed aperte crepe in una galleria abbandonata da 5 anni dalla Cava SPES e che pertanto, per precauzione, i lavori erano stati sospesi e tutti i dipendenti erano stati messi in cassa integrazione, dopo che la Polizia Mineraria aveva effettuato i dovuti rilevamenti. Ammesso che il pericolo fosse reale, veniva comunque sfruttata anche questa occasione per tornare alla carica chiedendo di poter scavare a cielo aperto; questo da parte di una cava la cui prosecuzione era stata sempre tassativamente subordinata dalla Commissione Regionale Cave all'esclusiva estrazione in sotterraneo (compromesso massimo accettato solo in considerazione dell'occupazione già esistente), che comunque a breve termine avrebbe dovuto chiudere e che invece aveva montato la popolazione locale contro il Parco, promettendo un nuovo insediamento industriale per la produzione di cartongesso e di premiscelati. Tale realizzazione era però subordinata all'approvazione del programma di sviluppo messo a punto dalla SPES, che prevedeva di portare l'estrazione dalle circa 80.000 tonnellate annue concesse (in realtà l'escavazione era dell'ordine della metà) a circa 400.000 (lo stesso quantitativo previsto dall'ANIC per la sua cava) e soprattutto, come già detto, a cielo aperto con un fronte di ben 600 m aggiuntivi, il che avrebbe avuto esiti assolutamente inaccettabili dal punto di vista paesistico. A proposito dei cartongesso, vale la pena di ricordare che anche la KNAUF aveva promesso di costruire una fabbrica per produrlo se avesse avuto l'autorizzazione ad aprire la cava a Monte Mauro. |
Speleo GAM Mezzano (RA)