Luciano Bentini - Speleologia Emiliana - Rivista della Federazione Speleologica Regionale dell'Emilia Romagna - Numero speciale: La Vena del Gesso Romagnola, caratteri e vicende di un parco mai nato - N. 4, Anno XIX, IV serie - Bologna - Settembre 1993
  
  
NOTE DI GEOLOGIA, PALEONTOLOGIA E MINERALOGIA

A partire dal 1985 un fortuito rinvenimento di Tonino Benericetti alla Cava Monticino di Brisighella ha portato alla luce uno straordinario deposito di fossili di età messiniana finale (circa 5,5-5 milioni di anni), con specie faunistiche scomparse da tempo dai nostri ambienti: antilopi, rinoceronti, cavalli, formichiere, scimmia, iene, oltre ad un numero elevatissimo di piccoli roditori ed insettivori. E' un importantissimo ritrovamento di faune continentali risalenti a questo tormentato periodo geologico, che storicamente segue quelli di Gravitelli (ME) e "Baccinello" (GR); per quanto riguarda queste due ultime faune, è da precisare che la prima andò distrutta nel terremoto di Messina, la seconda è attualmente divisa tra Italia e Svizzera.

Oltre alla preziosa documentazione su un popolamento animale del passato, in questo ritrovamento c'è anche un po' di "speleologia" : i resti ossei infatti sono stati trovati in paleo-inghiottitoi, nei quali furono convogliati dalle antiche acque dilavanti.

Dentro la Cava Monticino gli strati gessosi formano una piega anticlinalica asimmetrica con vergenza N-E; questa zona è separata dal pacco di banchi gessosi verticalizzati dell'adiacente Colle della Rocca da una faglia normale longitudinale, ribassante a S-W, lungo la quale è impostato il carsismo dell'inghiottitoio Tana della Volpe (Marabini & Vai, 1988). Nella zona S-E della cava compare una complessa struttura pseudo-diapirica, più o meno caoticizzata, prodotta dalle peliti pre-evaporitiche delle "Marne di letto".

La testimonianza più vistosa della fase tettonica intra-messiniana è costituita dalla netta discordanza angolare che separa i sedimenti evaporitici fagliati e piegati (con inclinazione degli strati variabile tra i 45° ed i 60° NE) dai terreni post-evaporitici della copertura (Formazione a Colombacci e Formazione Argille azzurre) ad assetto monoclinalico immergente verso NE con inclinazione attorno ai 20-30° (Costa et al, 1985).

Durante tale fase deformativa - datata tra 6 e 5 milioni di anni ? - gli strati gessosi, depostisi in facies evaporitica di mare basso e/o laguna iper-salata e "velocemente" diagenizzatisi, vennero sollevati e rimasero in un ambiente sub-aereo per alcune centinaia di migliaia di anni prima di venire nuovamente "inghiottiti" dal mare pliocenico, che li seppellì sotto una potente coltre di fanghi marini, oggi le argille dei calanchi. Indizi significativi di tale breve periodo di "emersione" miocenica non mancano. Ad esempio il tetto eroso della Formazione Gessoso solfifera, messo in evidenza dai lavori di cava, si presenta interessato da fenomeni di carsismo superficiale quali ondulazioni (da metriche a decametriche), con ampie paleo-superfici più o meno "mammellonari" levigate dall'erosione meteorica e variamente intersecate da fessure di origine tettonico-carsica (Sami, 1992).

Tali fessure con andamento sub-verticale e con larghezza variabile dal metro ai pochi centimetri, risultano impostate lungo un sistema di fratture (prevalentemente diaclasi) poi modellate dal paleocarsismo (sono stati individuati esempi di scallops e resti di pendenti) in un momento immediatamente successivo alla fase deformativa intra-messiniana.

Un altro elemento che prova indubitabilmente tale episodio continentale di paleocarsismo, e quindi di emersione, è la presenza di numerosi resti fossili di vertebrati terrestri nei riempimenti argilloso-conglomeratici (litotipi della Formazione a Colombacci) di parecchie di tali fessure.

Nella Cava Monticino a tutt'oggi (1993) i siti fossiliferi studiati sono 29. Gran parte di questi siti sono costituiti da riempimenti di fessura, anche se non mancano alcuni esempi di accumulo fossilifero lentiforme sempre dentro i depositi della Formazione a Colombacci, ma al di sopra della superficie di erosione dei gessi. 1 resti ossei, sempre più o meno frammentati, hanno permesso di individuare la presenza di una quarantina di specie di mammiferi (di cui 5 nuove per la Scienza) e di almeno una dozzina di specie di Rettili e Anfibi.

L'estrema importanza scientifica di tale giacimento risiede sia nella rarità di queste faune fossili mioceniche (almeno in Italia), sia nella presenza contemporanea, di solito scarsamente riscontrabile, di micro e macro-mammiferi (erbivori, carnivori ecc.). Alcuni siti presentano quantità talmente elevate di resti di piccoli mammiferi (soprattutto di roditori, ma pure di insettivori e chirotteri) da far pensare, come possibile meccanismo di concentrazione, all'attività predatoria di uccelli rapaci (accumulo di borre) (De Giuli et al, 1988; Sami, 1992).

I resti dei grossi mammiferi sono costituiti da ossa disarticolate e per lo più frammentate; alcune di queste mostrano tracce evidenti di usura da trasporto, dovuta all'azione delle acque dilavanti che hanno contribuito ad accumularle nelle fessure.

Le modeste dimensioni di molte fessure sono senza dubbio responsabili dello scarso numero di resti appartenenti ad animali di grossa taglia come elefanti, rinoceronti, ecc., tuttavia è pure molto probabile che alcune fessure, avendo restituito resti in parziale connessione anatomica e un numero relativamente alto di carnivori, possano aver funzionato anche come "trappole" naturali.

Malgrado la scarsità di resti animali di grossa taglia l'associazione faunistica di questo giacimento è abbastanza rappresentativa delle ricche comunità a mammiferi viventi nel Miocene superiore europeo. In particolare essa sembra individuare una nuova provincia paleo-biogeografica, con caratteri intermedi tra quella ibero-occitana e quella greca, anche se con maggiore affinità con quest'ultima (De Giuli, 1989).

Lo ienide Plioviverrops, il bovide Samotragus ed il ghiride Myomimus mostrano infatti precisi rapporti con le faune di tipo orientale (Balcani-Asia minore) di tale periodo. D'altra parte la segnalazione dei muride Stephanomys è considerata la più "orientale" per tale genere, ribadendo così la fisionomia intermedia ma caratteristica di tale paleo-bioprovincia italiana.

Benché la lacunosità della documentazione fossile e la presenza di specie ora estinte renda assai problematica una ricostruzione paleoambientale, è tuttavia possibile delineare alcune considerazioni a carattere generale. Basandosi infatti sui generi ecologicamente più significativi, si può ragionevolmente ipotizzare, per la fauna di Brisighella, un clima abbastanza caldo o temperato-caldo, tendenzialmente arido.

Numerosi sono infatti i taxa adatti a climi più caldi di quello attualmente presente in zona.

Partendo dai mammiferi, tra i chirotteri i due Ipposideridi (Hipposideros e Asellia) ed il Megadermatide appartengono a generi ora presenti esclusivamente in zone tropicali o subtropicali. Il tubulidentato Orycteropus, un "formichiere" africano, vive attualmente nelle zone semidesertiche a Sud del Sahara; pure il rinoceronte Dicerorhinus, il mustelide Mellivora e la scimmia Mesopithecus sono buoni indicatori di habitat con clima piuttosto caldo. Gli ienidi Plioviverrops e Thalassictis e l'antilope caprina Samotragus, pur meno significativi, possono rientrare nel trend climatico delineato.

Tra i rettili il varanide ed il serpente ericino appartengono a gruppi amanti di temperature elevate mentre la forma dominante, l'anguide Ophisaurus, pur non necessitando di clima caldo, è un buon indicatore di ambiente arido. Lo studio dei pollini fossili conferma la presenza di un clima piuttosto caldo anche se mitigato da condizioni oceaniche (Bertolani Marchetti & Marzi, 1988).

Per concludere, il "fondale" che ha accompagnato la fauna di Brisighella 5 milioni di anni fa potrebbe essere stato quello di un ambiente tipo savana arborata, con zone più aperte dove potevano pascolare i vari erbivori (antilopi, rinoceronti, proboscidati, equidi, ecc.) dominata da asperità gessose emerse con microclima più arido e zone umide e più ricche di vegetazione nei pressi dei corsi d'acqua.

Questo antico "angolo di Africa" venne successivamente invaso dai depositi lagunari salmastri della Formazione a Colombacci e infine sepolto sotto le argille marine della grande trasgressione pliocenica; grazie a questi eventi, i resti degli antichi abitatori si sono conservati fino ai nostri giorni (Sami, 1993).

Importanti novità si registrano anche in campo mineralogico: nel corso delle esplorazioni che si sono svolte in una cavità recentemente individuata dal G. S. Faentino a Monte della Volpe (Grotta "Carlo Azzali") sono state osservate - esclusivamente in una saletta verso il fondo - cristallizzazioni dendritiche di quarzo sviluppatesi sopra macrocristalli di gesso in dissoluzione, che a prima vista si sarebbero detti ricoperti di patine di concrezione.

In realtà la rottura accidentale di uno di questi cristalli ha messo in mostra una struttura dendritica bianco candida, morfologicamente analoga alle laminazioni di calcite di origine ipercarsica abbastanza comuni nei nostri gessi.

Dallo studio preliminare di P. Forti (1993) si riportano i seguenti dati: l'analisi al diffrattometro ai raggi X ha evidenziato come le laminazioni bianche siano costituite da quarzo purissimo.

All'interno delle laminazioni e sopra il gesso, il quarzo si presenta macroscopicamente in forma di sottili lamelle bianco candide che si sono sviluppate parallelamente al piano principale di sfaldamento dei cristalli di gesso, spesso con sottili prolungamenti perpendicolari che compenetrano i cristalli medesimi lungo fratture di solito corrispondenti ai piani di geminazione.

L'analisi al microscopio da mineralogia ed al microscopio elettronico ha permesso innanzitutto di evidenziare l'euedricità dei quarzo, i cui cristalli difficilmente superano i 10-30 micron (anche se si sono osservati cristalli che raggiungevano i 0.3 mm di lunghezza). Le stesse analisi hanno confermato che tutte le superfici gessose a contatto con il quarzo risultavano esser fortemente corrose, ma non presentano segni di alterazione chimica ad anidrite.

Le evidenze macroscopiche e microscopiche pertanto concordano con una genesi del quarzo concomitante alla dissoluzione, parziale o totale, del gesso, che quindi doveva esser preesistente.

Un problema da risolvere resta quello dei tipo di chimismo esistente nelle acque di infiltrazione al momento della deposizione del quarzo; problema al centro di più approfondite indagini le cui risultanze saranno oggetto di un successivo lavoro di Forti.

Sta di fatto comunque che il ritrovamento di questo quarzo scheletrico è il primo in assoluto effettuato non solo in un ambiente carsico gessoso, ma in una qualsiasi grotta al mondo ove non siano state presenti condizioni di termalità.

L'importanza della scoperta e la relativa piccola estensione dei deposito suggeriscono quindi di attivare tutte le possibili forme idonee per proteggerlo da eventuali vandali saccheggiatori.

  
  
Cranio di Plioviverrops faventinus, piccolo viverride di cui sono stati rinvenuti numerosissimi resti nella cava del Monticino presso Brisighella (foto Arch. Museo Civ. Sc. Nat. Faenza)

            

Speleo GAM Mezzano (RA)