| Luciano Bentini - Speleologia Emiliana - Rivista della Federazione Speleologica Regionale dell'Emilia Romagna - Numero speciale: La Vena del Gesso Romagnola, caratteri e vicende di un parco mai nato - N. 4, Anno XIX, IV serie - Bologna - Settembre 1993 |
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I FENOMENI CARSICI: I NUOVI GRANDI
COMPLESSI IPOGEI
Intorno alla metà degli anni '80 sono stati ripresi in seria considerazione i problemi ancora insoluti del carsismo ipogeo della Vena dei Gesso; i Gruppi romagnoli che vi operano (faentini, imolesi ed i neofiti dello Speleo G.A.M. Mezzano) hanno iniziato - e tuttora proseguono - una sistematica attività di perlustrazione, disostruzione ed esplorazione di tutti i pertugi e fenditure giudicati in precedenza insignificanti o "impossibili" per le esigue dimensioni o per i potenti riempimenti di origine naturale o antropica. Tale ricerca, condotta spesso in emulazione e con ritmi frenetici, viene presto coronata dalla scoperta di nuove importanti grotte e vasti e complessi sistemi. Nei Gessi di Brisighella, nell'area gravitante sulla Tanaccia viene scoperta da parte dei G.S.Faentino, previa disostruzione di uno stretto punto idrovoro, la Grotta di Alien (578 E/RA), una delle più disagevoli cavità della "Vena" per le strettoie che la caratterizzano, profonda 70 m e percorsa nei rami terminali da rigagnoli che con estrema probabilità confluiscono nella Tanaccia, in un punto imprecisato dei tratto che separa i "rami bassi" di quest'ultima dalla risorgente (Costa et al,1985). Nei Gessi di Rontana e Castelnuovo, sempre ad opera dei G.S.F., vengono aperti nel 1985 gli Abissi G. Mornig (119 E/RA) e P. Peroni (627 E/RA). Il primo, precedentemente noto come Buco del Gatto, sembrava precludere ogni possibilità di ulteriore discesa alla modesta profondità di 18 m: oggi raggiunge, con un dislivello di 71 m, il corso ipogeo dei Rio Cavinale, nel quale confluiscono altri due corsi d'acqua secondari, uno dei quali - come hanno dimostrato le prove colorimetriche del 21/2/1985 - proveniente dall'Inghiottitoio a NE di Ca' Piantè. Il secondo, in cui è stata raggiunta la profondità di 52 m, immette anch'esso nel Rio Cavinale in un tratto intermedio tra la cavità omonima e l'Abisso Mornig; lo sviluppo attualmente noto è di circa 600 m. Dai rilievi effettuati e dalla morfologia pressochè identica dei loro terminali, si desume che alla congiunzione materiale Risorgente - Peroni mancano solo pochi centimetri, come dimostrato del resto dal collegamento "a vista" effettuato successivamente (AA.VV.,1987). Le esplorazioni, sebbene parziali, hanno dunque dimostrato che gli inghiottitoi ed i punti idrovori dislocati a quote via via decrescenti lungo la direttrice Carnè-Piantè-Castelnuovo fanno parte di un unico sistema, che costituisce per la Vena del Gesso il solo esempio di collettore raggiungibile in tratti diversi del suo percorso attraverso grotte a pozzo. Tale sistema che, sebbene non completamente percorribile, ha un dislivello di 142 m, fa parte di un complesso ben più vasto: infatti la colorazione delle acque dell'Abisso Fantini effettuate dal G.S.F. il 23/3/1986 ha confermato l'ipotesi che esse tornino a giorno tramite la Grotta Risorgente del Rio Cavinale. Quest'ultimo costituisce pertanto il terminale dell'unico, o quanto meno principale collettore drenante tutte le acque dei Gessi di Rontana e Castelnuovo, di cui l'Abisso Fantini è la cavità assorbente posta alla quota più elevata (428 m), con un dislivello di ben 285 m rispetto la Risorgente (Bentini et al, 1985). A Monte Rontana nel 1988 lo S.G.A.M., allargata la stretta diaclasi che sembrava chiudere a modesta profondità la Grotta a N dell'Abisso Fantini (ora Abisso Garibaldi, 528 E/RA) è pervenuto in una galleria fossile che si sviluppa per circa 400 m fino ad intercettare un torrentello, per poter seguire il quale è stato scavato l'alveo di uno stretto cunicolo lungo circa 70 m. E' stato in tal modo effettuato il collegamento con l'Abisso Fantini in corrispondenza dei punto ove in quest'ultimo le acque sgorgano da una fenditura intasata da sassi. Lo sviluppo spaziale del nuovo abisso è di 520 m e la profondità di 74 m. L'anno successivo ad opera dello S.G.A.M. è stata forzata anche la fessura che segnava fino a quel momento il "terminale" dell'Abisso Fantini, sufficiente però a smaltire le acque canalizzate; sono state così esplorate oltre 200 m di gallerie fino a dove l'acqua si perde nuovamente tra sassi in frana, alla base di un ramo ascendente risalito per un centinaio di metri con 41 di dislivello. Complessivamente i nuovi rami hanno uno sviluppo di 350 m ed una profondità di 19 m approfondendo così l'Abisso Fantini fino -120 m (Sansavini, 1990). A Monte Mauro ancora i mezzanesi hanno scoperto diverse nuove grotte, tra le quali si segnalano la Grotta Nera presso Ca' Roccale (690 E/RA) e gli Abissi Babilonia (670 E/RA) (Speleo G.A.M. Mezzano, 1988) e Ravenna (705 E/RA), profondi rispettivamente 93 e 76 m, ed hanno superato il limite precedentemente noto del Pozzo I presso Ca' Monti (390 E/RA) che da -20 è passato a -80 m. Nell'area comprendente il settore occidentale di Monte della Volpe e Monte Tondo è stata individuata dallo Speleo GAM Mezzano una serie di cavità che sembrano costituire nel loro insieme un unico vasto complesso, non percorribile integralmente ma costituito da vari segmenti interrotti da sifoni o strettoie. Le esplorazioni, tuttora in corso, sono iniziate nell'agosto 1990 con il forzamento di una fessura di esigue dimensioni la quale si apre a q. 340 in una grande dolina di M. della Volpe; la cavità, denominata Abisso Mezzano (725 E/RA), è costituita da una serie di pozzi fra i quali il P.54, che in caso di forti precipitazioni si trasforma in cascata. Alla base dei pozzi uno scivolo molto inclinato porta alla profondità di m 139, ove una galleria della Cava ANIC ha intercettato la grotta (Speleo GAM, 1992). A valle dell'Abisso Mezzano, da tale galleria artificiale si accede ad un condotto drenante le acque meteoriche che, con uno sviluppo superiore ad 1 Km, punta in direzione della Grotta a W dei Crivellari (368 E/RA), ma la presenza di un sifone ha impedito il supposto collegamento. In attesa di prove colorimetriche, in base ai rilievi eseguiti è stata formulata l'ipotesi che la acque canalizzate seguano una direttrice SE-NW e siano le stesse che vengono drenate a valle da alcune cavità ben note da tempo: riappaiono infatti al fondo della Grotta Grande dei Crivellari (398 E/RA) e nella Grotta Uno di Ca' Boschetti (392 E/RA), nella quale sono stati risaliti 200 m di condotte attive (vi confluiscono anche le acque inghiottite dalla dolina sotto la ex Scuola dei Crivellari), che si sviluppano in direzione della precedente. Anche nella Grotta Due di Ca' Boschetti (393 E/RA) si ritrova nuovamente il corso d'acqua, ma pure qui un sifone impedisce il supposto collegamento con la vicina Risorgente a NW di Ca' Boschetti (538 E/RA) che sembra costituire il "troppo pieno" dell'intero sistema. Nel maggio '93 i mezzanesi hanno individuato e disostruito, dall'interno, l'inghiottitoio che si apre a q. 280 a cui fa capo una nuova grotta, che si sviluppa sotto Monte Tondo superando ampiamente il chilometro. In precedenza era possibile accedervi solo da una galleria della Cava ANIC la quale, intercettandone il reticolo, ne ha sconvolto anche l'idrologia. Infatti le acque canalizzate, in seguito all'abbattimento dei diaframma di roccia che separava il condotto carsico dalle gallerie artificiali, si perdono ora in gran parte in queste ultime (Sansavini, 1993). Nei primi anni '70 era trapelata la notizia di una vera e propria improvvisa alluvione che aveva creato notevoli difficoltà alla cava; in base a quanto riferito dai mezzanesi, trova ora spiegazione il "mistero": in un vasto ambiente della nuova grotta vi sono infatti tuttora tracce evidenti di un profondo specchio d'acqua prosciugato. La grotta di Monte Tondo, pur seguendo una direttrice generale SW-NE, ha una articolazione complessa, in taluni casi labirintica, con un dislivello di circa 170 m ed è caratterizzata dalla presenza di una ventina di pozzi e da enormi condotte colmate da potenti riempimenti alluvionali, fra i quali massi arrotondati di arenaria di grandi dimensioni sono indice, per il passato, di un'intensa circolazione idrica riferibile ad un vero e proprio fiume (il paleocorso dei Senio ?). Inizialmente le gallerie si sviluppano a quote più elevate ed a monte (cioè a sud) rispetto la Tana del Re Tiberio, ma nel tratto terminale pervengono ad un livello ad essa inferiore, prossimo al talweg del Senio che costituisce il livello di base delle acque carsiche. Fra le varie diramazioni, se ne segnalano una che punta verso l'abisso Mezzano ed altre che coincidono in pianta col tracciato della Tana del Re Tiberio, la quale potrebbe pertanto essere solo un segmento del più vasto sistema carsico che si sviluppa sotto Monte Tondo. Certo è che, nel corso delle esplorazioni, in vari punti dei nuovo complesso ipogeo sono stati raccolti frammenti di vasellame e reperti litici ed ossei tipologicamente riferibili sia alle età pre-protostoriche dei metalli, che alle epoche romana e medievale. Tali reperti sono filtrati dalla sommità della rupe tramite un reticolo di cavità assorbenti capitozzate dai lavori di sbancamento eseguiti dalla cava all'inizio degli anni '60; si ricorda che in quella occasione venne irrimediabilmente distrutto un consistente livello di occupazione di età pre-protostorica. Il ritrovamento archeologico più importante per qualità e consistenza è avvenuto però nello stesso punto della Tana del Re Tiberio ove nell'ottobre 1969, venne individuato alla profondità di 6,70 m dal G. S. Faentino un livello antropico contenenti resti osteologici postcraniali umani, associati a frammenti di vasellame fittile frammisti a cenere e carbone, materiali che vennero poi recuperati nel giugno '71 (Bentini, 1972; Facchini, 1972). A distanza di oltre 20 anni, in virtù del vincolo imposto dalla Soprintendenza Archeologica, l'area in questione non sembra essere stata manomessa; ma nuovi franamenti che hanno interessato anche lo strato archeologico hanno messo in evidenza altre ossa umane, tra cui un cranio, e numerosi manufatti litici d'osso e ceramici; fra questi ultimi si segnalano alcuni vasi integralmente ricostruibili che ad un primo esame suggeriscono un'attribuzione più antica di quanto finora ipotizzato per la Tana del Re Tiberio e le grotte della Vena dei Gesso in genere. E' stata scoperta inoltre una grotticella che si apre in corrispondenza di una cengia a quota leggermente più elevata rispetto la Tana dei Re Tiberio, caratterizzata anch'essa dalla presenza di "vaschette" in parete e sul cui pavimento sono stati raccolti altri reperti fittili e osteologici di età pre-protostorica. Per tutti questi motivi si auspica non solo che venga finalmente programmata una campagna di scavi esaustiva, certamente non priva di difficoltà per le caratteristiche dell'ambiente, ma necessaria per sciogliere i nodi irrisolti sul popolamento della Vena dei Gesso in età pre-protostorica; ma anche e soprattutto che venga salvaguardato in toto, finché si è ancora in tempo, quanto resta dell'emergenza di Monte Tondo, che sembra destinata invece a scomparire, dalla linea di cresta alle sue pendici settentrionali, se verrà attuato il devastante piano di coltivazione di cui si parlerà in un successivo capitolo. Nei Gessi tra Sintria e Senio la più importante novità è costituita indubbiamente dall'Abisso I.K.A.M. (F.10) le cui prime esplorazioni, svolte dal G. S. Faentino, risalgono al novembre 1990 ma sono tuttora in corso; per questo motivo se ne possono fornire solo pochi e sintetici dati. L'Abisso si apre a q.400 al fondo di una modesta dolina situata poco a nord della linea di cresta che si sviluppa tra M. Mauro e M. della Volpe; noto da tempo, l'ingresso era però completamente ostruito da terriccio e detriti. Si tratta di una grotta estremamente difficoltosa per le fangose strettoie e pozzi iniziali, meandri e crepacci che bisogna superare prima di accedere alle grandi gallerie freatiche che si sviluppano nella parte più profonda; da q.-100 circa la cavità è percorsa da un torrentello che poi scompare in un laminatoio ("vecchio fondo" di -182 m). L'ostacolo è stato superato percorrendo gallerie e meandri a quote più elevate, fino a pervenire alla base di un pozzo dalla cui sommità precipita una cascata; pur trattandosi probabilmente dello stesso corso d'acqua seguito fino a quota -182, la sua portata sembra essere notevolmente superiore, tanto da far ipotizzare l'apporto di un affluente ancora sconosciuto. E' stato accertato invece, mediante prove colorimetriche eseguite il 14-15/10/1991 in concomitanza di una delle più impegnative esplorazioni, che le acque canalizzate dell'F.10 alimentano la cascatella posta in destra idrografica del corso ipogeo del Rio Basino, risolvendo così finalmente uno dei problemi idrologici che da vari decenni rappresentava un vero e proprio rompicapo. Sebbene il collegamento non sia ancora materialmente avvenuto, solo una trentina di metri separano il talweg del collettore dal punto estremo raggiunto in esplorazione; nell'F.10 le punte sono pervenute infatti ad una profondità di 210 m circa, ove si sono arrestate in corrispondenza di un sifone nel ramo attivo, ma le morfologie osservate nel tratto terminale sono le stesse che caratterizzano il Basino. Quest'ultima peculiarità ha fatto tra l'altro ipotizzare (AA.VV.,1993) che il corso d'acqua dell'F.10 è forse il vero collettore principale dell'area carsica ad est dei Rio Stella viste le numerose confluenze, anche tramite sifone, riscontrate all'interno dell'abisso. Se l'ultimo diaframma verrà superato (è molto probabile vi sia una via fossile a quota più elevata) il dislivello di 241 m calcolato fra la quota d'ingresso dell'F.10 (m 400) e quella dei punto ove tornano a giorno le acque del Rio Basino (m 159) , costituirà il primato mondiale di profondità, nell'ambito delle formazioni gessose, già detenuto da questo articolato complesso. Lo sviluppo attualmente noto dell'F.10 si aggira intorno ai 2 Km, ma sembra anch'esso destinato ad aumentare, sia perché sono ancora da esplorare vari rami, sia perché sul fondo delle doline che crivellano i Gessi di Monte Mauro - Monte della Volpe si celano cavità assorbenti, molte delle quali drenano nel complesso. Oltre alcuni inghiottitoi già individuati dal G. S. Faentino, si segnala la Grotta a SE di Ca' Faggia (539 E/RA), scoperta e catastata fino a -56 m dallo Speleo Club Forlì ed approfondita (1990) dallo S.G.A.M. fino a -120 m, ove un esigua fessura è interessata da circolazione d'aria. Insoluto resta invece il problema del sifone posto in sinistra idrografica le cui acque, che fuoriescono in pressione anche nei mesi di più scarse precipitazioni, postulano un vasto bacino imbrifero il cui spartiacque è ipotizzabile immediatamente a W dei Crivellari. E' noto che il maggior concorso delle acque che tornano a giorno dalla Grotta Sorgente dei Rio Basino è fornito dai due affluenti, la cui portata complessiva è più che tripla rispetto a quella del corso convenzionalmente definito "principale". Ma solo quelle del sifone (che non si intorbidiscono mai) defluiscono perennemente e la portata è pressoché costante (Bentini et al, 1965, cit.). Nell'autunno 1990, caratterizzato da estrema siccità, si è riscontrato che l'unico apporto al corso ipogeo dei Rio Basino era fornito dal sifone; sia la cascatella che il collettore mediano erano invece completamente in secca. Da parte degli speleo-sub imolesi sono stati fatti vari tentativi di superare l'ostacolo, ma finora nessuno è stato coronato da successo . Limitandoci ai più recenti, ricordiamo quello del 23 giugno 1984, quando la sagola misurò una profondità di 10 m in corrispondenza di una stretta fenditura (Baldini, 1984), e quello dei 28 dicembre 1991: in quest'ultima occasione furono percorsi ambienti che si sviluppano per 20 m, inizialmente stretti, ma che si allargano poi in una saletta nella quale a braccia aperte non si toccano le pareti fino a circa 6 m di profondità; da qui il sifone sembra diramarsi in più cunicoli che continuano a scendere anche sotto quota -11 m, massima profondità raggiunta e verificate con la lancetta di massima dei profondimetro (Liverani, 1992). L'ultima (almeno per ora) importante novità nel settore della "Vena" in esame si è avuta con la disostruzione di una esigua fessura che ha portato alla scoperta nell'ottobre 1992, da parte dei G.S.F. di una cavità dalle caratteristiche strutturali insolite, denominata poi Abisso Ricciardi (M.2). Essa si apre a q.400 al fondo di una dolina posta a NW di M.Mauro e sottostante alla linea di cresta nella cui falesia a S è ubicata la Grotta dei Banditi. L'abisso si sviluppa per oltre 420 m fino ad una profondità di 100 m, ove si sono arrestate le esplorazioni. Le strettoie iniziali immettono, tramite un saltino, in due saloni sovrapposti da cui si dipartono due rami: quello di destra, diretto a SE, consiste in una sequenza di ambienti fossili concrezionati; quello di sinistra, diretto a ENE, è una galleria la quale scende girando su se stessa e immette in una sala il cui fondo cieco è costituito da massi in frana. V'è però, a quota più elevata rispetto a quest'ultimo, uno stretto e sinuoso cunicolo da cui proviene aria, tramite il quale ci si immette in una profonda forra. Un pozzo che si scende tra enormi macigni in equilibrio precario immette in un livello sottostante, una galleria che scende a piccoli salti diretta N15°E; sul fondo scorre un rigagnolo al contatto tra un ciclo carbonatico (un bancone di calcare massivo biancastro, tutt'altro che comune all'interno delle grotte della V. d.G.) ed un sovrastante strato di gesso, interpretato come primo "sottobanco" (Bassi & Caneda, 1993). Infine la galleria si restringe a mo' di budello con il pavimento cosparso di ciottoli e con frequenti pozzanghere, fino a divenire impercorribile; prima del restringimento i sedimenti argillosi evidenti sulle pareti sono indice di un innalzamento e di un ristagno delle acque canalizzate che in caso di forti precipitazioni non riescono a defluire a causa dell'esiguità dei condotto a valle. L'Abisso Ricciardi incrocia una delle numerose faglie ad andamento longitudinale che ribassano a gradinata verso SW, intersecandola, la piega a ginocchio che interessa la successione evaporitica di Monte Mauro. E' probabile che la faglia dell'abisso sia la continuazione diretta di quella principale su cui è impostata la dolina della Pieve, faglia che si presenta come una frattura in estensione riempita per la larghezza di una decina di metri da una breccia a grossi blocchi gessosi disarticolati. L'insieme dei dati strutturali e litologici conforta l'ipotesi che il tratto terminale della grotta si sviluppi all'altezza stratigrafica dell'ultimo ciclo carbonatico ("calcare di base"), o tutt'al più in corrispondenza di uno degli interstrati argillosi dei cicli evaporitici basali ("sottobanchi") (Marabini & Vai, 1985, cit.; 1993). Dal punto di vista morfologico la cavità può considerarsi un inghiottitoio complesso, con una parte alta oggi dei tutto fossile ed una più bassa ancora in parte attiva. La prima è caratterizzata da vasti ambienti freatici, spiegabili solo in presenza di un ampio bacino imbrifero a monte della Vena; tale doveva essere la situazione prima che l'erosione smantellasse la Formazione Marnoso-arenacea, facendo emergere la "Vena" stessa per il noto principio dell'inversione del rilievo (Forti, 1991). Ridottosi il bacino, anche la circolazione all'interno della grotta è cambiata: dopo un episodio di sovralluvionamento che aveva completamente obliterato la cavità, le acque sono migrate velocemente in basso aprendosi la via nel riempimento ed iniziando una fase vadosa con la creazione del reticolo inferiore di minori dimensioni. Quanto al problema di dove tornino a giorno le acque del torrentello, in attesa di prove colorimetriche (peraltro di difficile attuazione) sono state formulate tre ipotesi alternative: a) che esse alimentino l'affluente interno a cascata del Rio Basino, dopo essere confluite nel corso d'acqua che scorre nell'F. 10; b) che siano collegate alla piccola risorgente epigea in destra idrografica dello stesso Rio Basino a W di Ca' Poggiolo; c) che pervengano alla Grotta della Colombaia tramite l'affluente a sifone. Nei Gessi tra Senio e Santerno, nell'agosto 1984 è stato disostruito dal G. S. Faentino l'Abisso A. Lusa (620 E/RA), che si apre nella sella di Ca' Budrio in prossimità della cresta della dorsale; le esplorazioni di quell'anno accertarono uno sviluppo di m 470 raggiungendo la profondità di m 116, ove ristagnavano in un sifone le acque di un rigagnolo temporaneo che si incontra a quasi 50 m di profondità. Fu individuato pure un altro importante ramo attivo che inizia a quota -100, percorso anch'esso da un modesto corso d'acqua, fino al terminale in frana posto alla profondità di 108 m (Costa et al, 1985 b). Solo nel 1991 la Ronda Speleologica Imolese C.A.I. riusciva a superare il sifone di quota -116, oltre il quale la cavità prosegue fino ad un nuovo tratto allagato alla profondità di circa 150 m, che bloccò nuovamente l'esplorazione. In precedenza (dicembre 1990) gli imolesi avevano iniziato anche la disostruzione dell'Inghiottitoio a W di Ca' Siepe (365 E/RA), di cui era noto solo il tratto iniziale chiuso a quota -20 da un tappo di argilla e detriti che sembrava precludere ogni possibilità di prosecuzione. Superata tale occlusione, vennero esplorate varie diramazioni che si sviluppano per 1800 m: la grotta scende con alternanza di strettoie e pozzi fino a circa 120 m di profondità, ove inizia una galleria in forte pendenza nel cui tratto terminale si incontra un corso d'acqua, percorribile sia a monte che a valle, che scorre in direzione W, cioè verso il Rio Gambellaro; tratti allagati bloccarono però l'ulteriore discesa dapprima alla profondità di m 159, poi di m 164. Sembrava comunque fondata la prospettiva di collegare l'Abisso Lusa all'Inghiottitoio a W di Ca' Siepe e quest'ultimo alla Risorgente del Rio Gambellaro, con un dislivello teorico di 255 m (Garelli, 1991). Prove colorimetriche effettuate nel 1992 immettendo fluoresceina nelle acque del torrentello al fondo dei Lusa e posizionando i fluorocaptori nei vari arrivi idrici all'interno dell'Inghiottitoio e nella risorgente confermavano l'ipotesi che le tre grotte facciano parte di un unico complesso. Successivamente veniva disostruito uno strettissimo passaggio fangoso, cosa che permetteva di collegare materialmente Ca' Siepe con l'Abisso, portando il dislivello complessivo delle due cavità a m 206 e lo sviluppo a 2500 m (Liverani, 1992 c). Anche nella Risorgente nel 1991 gli imolesi hanno ripreso le esplorazioni subacquee, previa disostruzione dai detriti accumulatisi nel primo sifone negli ultimi 20 anni; oltre quest'ultimo, dopo circa 30 m un nuovo tratto allagato impediva l'ulteriore risalita, per cui l'anno successivo venivano effettuati tre tentativi di forzarlo allargandolo con lavori eseguiti in immersione, ma senza esiti significativi. In effetti sembra estremamente difficile proseguire l'esplorazione dei reticolo interposto tra i terminali fino ad ora raggiunti, essendo ipotizzabile che le acque canalizzate occupino l'intera luce del condotto per un lungo tratto e per di più con un dislivello da superare che si aggira sui 50 m. In questo settore della V. d.G., all'inizio del febbraio '92, gli imolesi hanno esplorato anche un'altra nuova cavità che si apre a circa 350 m di quota nell'area sovrastante Ca' Poggio, dopo averne disostruito il cunicolo di accesso intasato da detriti. Dopo il tratto iniziale la grotta si sviluppa con una serie continua di pozzi che intersecano alcune sale e diramazioni fino a circa 70 m di profondità, dove l'acqua prosegue permeati impraticabili (Liverani, 1992 a). Si ritiene opportuno concludere queste note evidenziando il dato più significativo che emerge dalle esplorazioni speleologiche condotte nella Vena del Gesso dalla metà degli anni '80: la profondità massima raggiungibile nei grandi complessi ipogei che vi si sviluppano è più che doppia rispetto a quanto comunemente ritenuto in precedenza, quando il limite dei 120 m sembrava invalicabile. Lo testimoniano i 241 metri che si potranno probabilmente toccare nel sistema F.10-Basino, i 255 m teorici del sistema di Monte dei Casino ed i ben 285 m dei complesso Fantini-Cavinale, anche se in questo caso le possibilità di un collegamento materiale sembrano essere pressoché nulle. |
| 1 - Grande "vasca" concrezionata nell'Abisso G. Mornig (Castelnuovo, Brisighella) (foto I. Fabbri). |
| 2 - Discesa nel pozzo iniziale di 42 m dell'Abisso Peroni (Castelnuovo, Brisighella), uno dei più profondi della regione (foto I. Fabbri). |
| 3 - Grande concrezione policroma nel ramo fossile dell'Abisso Peroni (Castelnuovo, Brisighella) (foto I. Fabbri). |
| 4 - "Pendenti" pseudo-stalattitici incrostati di cristalli di gesso nel cavernone della Grotta sotto Ca' Castellina (Brisighella) (foto I. Fabbri). |
Speleo GAM Mezzano (RA)