| Luciano Bentini - Speleologia Emiliana - Rivista della Federazione Speleologica Regionale dell'Emilia Romagna - Numero speciale: La Vena del Gesso Romagnola, caratteri e vicende di un parco mai nato - N. 4, Anno XIX, IV serie - Bologna - Settembre 1993 |
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LA VEGETAZIONE E LA COMPONENTE
FAUNISTICA
Almeno sotto l'aspetto botanico, buone notizie per la Vena dei Gesso: la presenza della "mitica" Cheilanthes persica, rara felce rupicola che ha qui le sue uniche stazioni italiane, è confermata a tutt'oggi in quello che è ritenuto il sito di ritrovamento più antico, al Monte della Volpe, nei pressi della Tana del Re Tiberio. Lo testimoniano due ricercatori, Graziano Rossi dell'Istituto di Botanica dell'Università di Pavia e Fausto Bonafede del Wwf Bologna, che hanno compiuto accurate indagini giungendo anche all'individuazione di nuove stazioni oltre a quelle di Monte Mauro, note dal 1981. In alcune di queste Ch. persica appare anche relativamente abbondante. Ciò non infirma ovviamente il concetto di rarità per questa specie, a maggior ragione se si tiene conto che le vecchie segnalazioni per l'Algeria sono state recentemente ritenute erronee e che quindi la Vena segna attualmente il limite occidentale dell'areale. Inoltre, per ragioni ancora da chiarire, la presenza di Cheilanthes persica risulta limitata alla sola porzione centrale della Vena, nel gruppo montuoso di M.Mauro-M.della Volpe, tra i torrenti Sintria e Senio: le ricerche condotte in altri settori da Rossi e Bonafede (e anche da alcuni soci dei GSF) hanno dato finora esiti dei tutto negativi, anche in quegli habitat che sembrano possedere caratteri ecologici simili a quelli di Monte Mauro. La stazione di Ch. persica presso la Tana dei Re Tiberio occupa un posto fondamentale nella storia dell'esplorazione botanica della Vena. L'aveva scoperta nel 1957 Daria Bertolani-Marchetti, dell'Università di Modena, presumendo dovesse trattarsi degli ultimi esemplari a causa dell'attività estrattiva nella stretta di Rivola. In effetti i primi insediamenti dell'Anic avevano probabilmente già distrutto le stazioni a livello dei Senio ("tra i massi sparsi al di sopra del fiume non lambiti dalle acque di piena") segnalate da Baccarini e Pampanini dell'Università di Firenze fin dal 1881 e poi nel 1905; infatti qui la felce è stata cercata ripetutamente, ma mai più ritrovata da alcun botanico. Da lì a poco la cava si mangerà tutta la spalla nord-ovest di Monte Tondo riducendo la splendida rupe ad un torsolo di mela. E Pietro Zangheri nel 1964 denuncerà amaramente la totale scomparsa di questa specie dalla flora italiana. Resta su questa successione di eventi qualche interrogativo. Zangheri fece le sue considerazioni dopo una visita alla grotta e forse si era limitato a controllare l'ingresso, dove peraltro non è certo fosse mai stata presente Ch. persica (la stazione di Bertolani-Marchetti si trovava - e si è ritrovata tuttora - ad una distanza di qualche decina di metri) e dove piuttosto Zangheri aveva riscontrato la quasi completa scomparsa (per lavori di sterro ma anche - erano altri tempi - per la raccolta ad opera di botanici e collezionisti) di un'altra pregevolissima felce, Scolopendrium hemionitis, questa mai più ritrovata. Si sa per certo che l'ingresso vero e proprio della Tana è stato alterato per l'accumulo di detriti scaricati dall'alto e per la loro successiva rimozione, con conseguenti danni alla flora parietale e distruzione di quella al suolo. E' dubbio comunque se Ch. persica vi sia mai stata, mentre è documentato il caso di S.hemionitis di cui Zangheri fotografò gli ultimissimi esemplari (Bassi, 1993). Sulla presenza dell'istrice in Romagna il discorso può considerarsi chiuso. Il grande roditore mediterraneo fa parte ormai a tutti gli effetti della fauna locale, con popolazioni stabili e, a quanto pare, in ulteriore espansione. Non avrebbe più senso quindi riportare segnalazioni e ritrovamenti di singoli esemplari: negli ultimi anni l'istrice è stato osservato un po' ovunque, in tutto il basso Appennino romagnolo. Piuttosto, per la Vena del Gesso, area carsica dove nei primi anni '80 furono avvistati i "pionieri" di questa specie colonizzatrice, registriamo oggi l'utilizzazione di grotte come tana. La cosa è perfettamente normale e in accordo con le abitudini note per l'istrice, che si rifugia in anfratti e buchi sotterranei scavati da lui stesso oppure adattati da cavità preesistenti. In particolare, per la Vena, "l'istrice in grotta" è stato osservato nelle zone di Castelnuovo (Brisighella) e di Col Vedreto ("appendice" di Monte Mauro sulla valle dei Sintria). Per motivi protezionistici non indichiamo i siti precisi, per quanto la specie non sembri minacciata da attività umane né risulti oggetto di prelievi a scopo commerciale (come purtroppo accade, ancora, ad esempio per i rapaci). L'istrice rimane comunque un ospite di arrivo recente e come tale la sua presenza, anche se non si può più ritenere molto rara, merita di essere seguita con attenzione. E rimangono comunque da spiegare le ragioni della sua avvenuta espansione territoriale verso nord: le ipotesi finora formulate - modificazioni climatiche, ambientali (queste ultime connesse con l'abbandono di vasti settori collinari e montani da parte dell'uomo) e diminuzione della pressione venatoria - sembrano tutte verosimili, ma al mosaico manca probabilmente qualche altra tessera. Ricordiamo che recenti studi di Antonio Veggiani (1986; 1988) e anche l'ultima "Relazione sullo stato dell'ambiente in Italia" (Ministero dell'Ambiente, 1992), analizzando l'espansione dell'istrice verso nord-est chiamano in causa un addolcimento dei clima che potrebbe aver avuto un ruolo determinante. L'istrice è specie di origine etiopica e la si ritiene (non tutti gli autori però concordano) introdotta dall'uomo nel nostro paese fin da tempi storici antichi (genericamente si parla di "epoca romana") e ivi naturalizzata. Peraltro la presenza dell'istrice in faune locali estinte è nota già da tempo e anche tra i fossili messiniani (fine Miocene) venuti in luce presso la cava Monticino di Brisighella sono stati trovati reperti di Hystrix primigenia. Vale poi la pena ricordare gli studi di Bartolomei che già nel 1962 segnalava una lunga serie di ritrovamenti di depositi fossili pleistocenici contenenti scimmie ed istrici. L'autore riuniva queste faune in cinque gruppi cronologici, dei quali il primo corrispondente al Villafranchiano e l'ultimo all'intergiaciale Riss-Wurm. Dunque, mentre è fuori discussione la presenza dell'istrice in Italia in epoca preistorica, rimane da spiegare quando la specie si sarebbe estinta e a quando risalirebbe esattamente la sua presunta reintroduzione. Anche per la fauna degli Artropodi, in questi ultimi anni le sistematiche ricerche tra gli anfratti cespugliosi e i dirupi, i prati a "gariga" e le aree boscate della "Vena" più xerotermica, hanno portato alla conoscenza di elementi inaspettati, fino ad oggi localmente sconosciuti, tipici delle aree mediterranee: si cita ad es. il Buprestide Agrilus marozzinii Gobbi, che risultava prima d'ora conosciuto soltanto dalla costa tirrenica dalla Toscana in giù (Contarini, 1985 a; 1985 b). Ma sugli stessi Gessi, in ristretti ambienti a microclima opposto a quello caldo-arido, sono state segnalate altre specie, pure esse di elevato valore come "indicatori ambientali" e punti di riferimento biogeografici, che appartengono di norma alla fascia altitudinale montana a clima fresco umido. Tra queste ultime sono comprese anche specie rare di origine atlantica o centro europea, associate a relitti floristici anch'essi di tipo montano/eualpino: si tratta di una piccola fauna infeudata sul fondo delle doline, delle cavità carsiche, di limitatissimi spazi presso le fredde imboccature delle risorgenti (dove convivono, ad es., il Coleottero Carabide Nebria fulviventris e l'arbusto Staphylea pinnata, entrambi rinvenibili, in Romagna e nelle limitrofe regioni appenniniche, solo nell'alto Appennino). Nell'attuale periodo climatico temperato si trovano in tal modo, sovrapposti, i resti di faune diverse sopravvissute nello stesso comprensorio al limite biologico, i cui componenti si sono distribuiti e adattati nei micro-ambienti estremi più confacenti alla loro bio-ecologia, conservatisi grazie alla particolare situazione geo-morfologica della Vena dei Gesso (Contarini, 1991). Per quanto concerne la coleotterofauna in particolare, non essendo possibile in questa sede fornire una sintesi delle più importanti acquisizioni (anche perché si tratta di argomento estremamente specialistico), si rinvia a quanto recentemente pubblicato da Contarini (1985 b) e Contarini & Mingazzini (1989), le cui minuziose ricerche hanno portato al reperimento anche di alcuni Taxa inediti per la Scienza. A titolo esemplificativo, si citano comunque gli Stafilinidi Cystotyphulus sp. nova?, trovato sulla "Vena" e sull'analoga formazione calcarenitica dello "spungone", e Lathrobium (s.str.) maginii ssp. mingazzinii Bordoni, rinvenuto solo in un limitatissimo habitat presso la risorgenza del Rio Basino. |
Speleo GAM Mezzano (RA)