Luciano Bentini - Speleologia Emiliana - Rivista della Federazione Speleologica Regionale dell'Emilia Romagna - Numero speciale: La Vena del Gesso Romagnola, caratteri e vicende di un parco mai nato - N. 4, Anno XIX, IV serie - Bologna - Settembre 1993
  
  
FATTI E MISFATTI

Sugli aspetti positivi nel campo della protezione ambientale non possiamo che essere brevi: innanzi tutto c'è da registrare l'acquisizione da parte del Comune di Brisighella dell'area nella quale si apre la Tanaccia e la successiva apertura del Parco carsico omonimo. L'affluenza dei visitatori nei primi due anni è stata quanto meno incoraggiante e soprattutto la gestione si svolge non con criteri di puro sfruttamento turistico, ma nel rispetto dell'ambiente. Infatti le visite alla grotta si svolgono in forma più simile all'esplorazione speleologica che non alla passeggiata "stile Frasassi", in numero rigorosamente limitato, guidato e senza quelle infrastrutture artificiali (passerelle, impianto di illuminazione, sbancamenti e cementificazioni) che avrebbero snaturato la cavità.

Altrettanto buone potrebbero essere le prospettive del Parco Naturale Carnè (anch'esso da tempo di proprietà pubblica e fortunatamente ancora immune da deturpazioni irreversibili), ambiente tra i più rappresentativi del versante nord della Vena dei Gesso. Esiste la concreta possibilità di ampliare la zona protetta fino a tutta la dorsale di Monte Mauro, riservando le zone più fragili a tutela integrale e destinando invece la restante parte a un turismo naturalistico. Il Comune di Brisighella sembra infatti finalmente intenzionato ad avviare le procedure per istituire una riserva naturale in accordo con la Regione, come espressamente previsto dalle leggi in materia (vedasi ad Es. il precedente del Parco Carsico di Onferno nei Gessi riminesi)

Un elenco completo di tutti i devastanti interventi compiuti in questi ultimi anni nella Vena, spesso spacciati come opere di "valorizzazione" economica o ambientale e perpetrati tra il disinteresse o, peggio, con la connivenza dei pubblici amministratori, sarebbe invece una fatica improba e ben poco gratificante: cave di sabbia e ghiaia, laghetti per itticoltura realizzati con contributi pubblici e immediatamente dopo smantellati, progetti di mega-porcilaie tuttora incombenti, tagli selvaggi di aree boscate, inquinamenti e via di questo passo. Il materiale che si dovrebbe esaminare è cosi imponente che il trattarne in dettaglio aumenterebbe in modo eccessivo questo già ponderoso dossier. Ci limiteremo pertanto a prendere in considerazione due soli episodi, ma talmente gravi che sono sufficienti a togliere ogni credibilità ai solenni impegni e promesse dei politicanti di istituire il Parco regionale.

 IL TRALICCIO ENEL A RONTANA

 Nelle immediate vicinanze di Monte Rontana dal giugno 1987 si erge un gigantesco traliccio dell'ENEL, per il quale era stata ottenuta la concessione edilizia il 12 febbraio 1986 dal Comune di Brisighella, nonostante l'area fosse sottoposta a vincolo paesaggistico con decreto ministeriale del 1968 confermato dalla Legge Galasso; proprio per tale motivo la Soprintendenza ravennate si era pronunciata negativamente investendo dei problema già dal 27 marzo 1986 il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali.

E il Ministero aveva ritenuto di poter concordare con il parere negativo espresso dalla Soprintendenza, ma solo un anno dopo (14 aprile 1987) mentre a rigor di legge avrebbe dovuto esprimersi entro 60 gg. Pertanto il sindaco Galassini si era rifiutato di intraprendere la procedura di demolizione in sede di autotutela, prevista dalla legge.

Senza esito rimase la denuncia di WWF e GSF, che nell'aprile 1988 avevano fatto emergere la vicenda, provocando le interrogazioni dei rappresentanti del Gruppo Verde in Regione e in Parlamento per un intervento d'autorità, come pure dei Difensore Civico per l'Emilia e Romagna; quest'ultimo, nel giugno '88, prese posizione ritenendo che la delibera del Consiglio Comunale di Brisighella fosse illegittima, e conseguentemente il traliccio abusivo, in quanto la concessione edilizia era stata rilasciata in un momento in cui nessuna opera poteva essere autorizzata e realizzata in zona con vincolo paesistico e ambientale per il temporaneo divieto previsto dall'art. l/ter della Legge Galasso.

Rifacendosi a questa valutazione tecnica, anche il consigliere verde Maria Grazia Beggio presentò nel novembre successivo un'interrogazione al presidente della Provincia, chiedendo la demolizione del traliccio, in contrasto con il Piano di Valorizzazione Ambientale presentato dalla stessa Amministrazione Provinciale nel marzo precedente in alternativa alla soluzione più "protezionistica" dei Parco regionale, piano che confermava l'importanza di mantenere la più costante attenzione per la salvaguardia della V.d.G.. La risposta dell'assessore all'ambiente, Gabriele Albonetti, fu che gli unici organismi legittimati a invalidare la concessione edilizia erano, in primis, la Commissione Edilizia del Comune di Brisighella, integrata da tre "esperti" (che erano politici anzichè tecnici, n.d.r.) e in seconda istanza il Ministero, che l'aveva fatto, ma in ritardo.

Comunque il Consiglio Regionale avrebbe potuto decidere di annullare la delibera di Brisighella usando i suoi poteri discrezionali: ma ad un anno di distanza, nel giugno '89, l'Assessore regionale all'Edilizia si pronunciava nel senso che non v'era contrasto fra la concessione edilizia rilasciata e quanto disposto dalla legge Galasso: infatti la Regione, con delibera del 19 marzo 1983 che individuava le aree soggette a vincolo, aveva stabilito che "è vietata ogni modificazione dell'assetto territoriale esistente e qualsiasi opera edilizia, fatta eccezione per le opere pubbliche". Di diverso avviso era il Difensore Civico, che interveniva nuovamente ritenendo la delibera in questione viziata da violazione di legge in quanto la legge nazionale autorizza si le Regioni ad individuare le aree in cui sono vietate le opere edilizie ma, come unica eccezione al divieto, ammette solo gli "interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria, di consolidamento statico e di restauro conservativo, che non alterino lo stato dei luoghi e l'aspetto esteriore degli edifici; norma tassativa nel prevedere quest'unica eccezione per evitare che zone di rilevante interesse paesistico siano deturpate da opere edilizie o costruzioni nuove, non escluse le opere pubbliche, spesso di discutibile gusto".

Ma il traliccio è ancora lì, frutto della contradditorietà della legge del silenzio-assenso e simbolo dell'arroganza dei potere, per il quale evidentemente leggi, decreti aggiuntivi, suppletivi, di integrazione e di ulteriore completamento hanno lo stesso valore delle gride di manzoniana memoria.

 PIEVE DI MONTE MAURO: REQUIEM PER UN CIMITERO

 La pieve di Santa Maria Assunta di Monte Mauro è di origine antichissima, anche se le strutture murarie sono state più volte rimaneggiate, in alcuni casi anche radicalmente. Fin dal X secolo (la prima citazione è dei 932) è qui documentata l'esistenza di Santa Maria in Tiberiaci, antico nome dell'intera località. La pieve sorse e si sviluppò ai piedi del castello - castrum Tiberiaci - di cui oggi rimangono pochi ruderi alla sommità del monte e le due entità convissero rafforzandosi a vicenda nonostante le fondamentali differenze funzionali, dando vita a quella sorta di simbiosi tra insediamenti religiosi e militari non rara per il territorio romagnolo. La chiesa fu poi oggetto di ampliamenti e rifacimenti parziali nel corso dei secoli, giungendo ai giorni nostri con l'aspetto conferitole soprattutto dai lavori dei 1818-19.

Rimanevano comunque ben leggibili le trasformazioni succedutesi nelle varie epoche e ben riconoscibili erano i materiali di reimpiego di età altomedievale ed anche romana; d'altronde parecchi studiosi - primo fra tutti l'indimenticato Antonio Corbara - avevano ipotizzato che l'insediamento dovesse essere perlomeno di epoca bizantina.

Da circa trent'anni (da quando cioè la Diocesi di Imola, cui la pieve appartiene, l'aveva sconsacrata), tutto il complesso era abbandonato a se stesso e per l'incuria e per gli eventi atmosferici era crollato il soffitto della chiesa e, in parte, quello dell'adiacente canonica. Alla fine degli anni '70 era infine crollata anche la facciata. L'annesso cimitero era diroccato e ormai soffocato da rovi e vitalbe, ma pur sempre soggetto a vincoli di legge di cui il Comune di Brisighella "non risultava essere a conoscenza".

Infatti nel marzo '91 uno sconsiderato 1ntervento urbanistico" del Comune riusciva a dare il colpo di grazia a quanto restava dei l'antichissima Pieve. I lavori, rivelatisi poi dei tutto illegittimi, erano diretti alla soppressione del cimitero rurale che condivideva con la fiancata della chiesa il suo muro di cinta destro.

Tale devastazione ha dell'incredibile: il sindaco di Brisighella dichiara candidamente che "l'intervento era inevitabile per via dei pericoli di crollo, dell'impossibilità del Comune a svolgere una regolare manutenzione e per ragioni igienico-sanitarie"; inoltre cita il ripetersi di atti sacrileghi e "poco ortodossi" da parte di ignoti (vandalismi e, a quanto pare, anche sedute spiritiche o affini) che "rendevano necessaria una bonifica definitiva".

Ora, la legge prevede che in un cimitero soppresso dal punto di vista funzionale (com'era appunto quello di Monte Mauro) si eseguano ricerche nel sottosuolo per l'esumazione di ossa ed altri resti da traslare nel più vicino cimitero regolarmente custodito. L'amministrazione comunale ha invece interpretato alla lettera il termine soppressione ed è ricorsa al mezzo più rapido ed efficiente - la ruspa - demolendo in toto l'intero manufatto, dai muri perimetrali alla cappelletta delle esequie, dai pilastri di ingresso con i due caratteristici pinnacoli in pietra calcarea (considerati "opera di un artigiano anonimo ma di buona fattura, probabilmente di fine '700") fino alle ultime lapidi. Le macerie sono state in parte spianate, ricavando una specie di grottesco piazzale e in parte gettate nella grande cisterna di fronte alla canonica. Per l'atto più grave e clamoroso, la demolizione dei muro destro che coincideva con la fiancata della chiesa, il comune fa lo scaricabarile. Pare infatti che il parroco di Zattaglia (ma questi ne chiama in causa un altro, quello della chiesa della Costa ... ) abbia approfittato del ruspista al lavoro per fargli fare "qualche oretta in più ed abbattere quel muro pericolante". A denti stretti, in Comune a Brisighella, confermano che "dovrebbe essere andata proprio così." Poi, sindaco, capufficio tecnico e parroci concludono che "forse, alla fine, al ruspista è scappata un po' la mano".

Il fatto ha immediatamente una vasta eco sulla stampa locale. L'architetto Ennio Nonni fa subito rilevare che l'intervento è demenziale, comporta una lunga serie di violazioni di legge ed è impossibile che vi sia l'autorizzazione della Soprintendenza. Difatti la Soprintendenza non ne sa nulla e conferma che il cimitero non poteva essere assolutamente abbattuto, figuriamoci poi la pieve.

Inoltre fa presente che tutta l'area di Monte Mauro è vincolata ai sensi della legge 1439/'39 (quella, famosissima, sulle bellezze naturali; legge di cui peraltro il Comune di Brisighella ignora l'esistenza, come ha avuto modo più volte di dimostrare), oltre che di due successivi decreti ministeriali e dei piano paesistico regionale. Qualsiasi intervento edilizio, di costruzione o di demolizione, richiede l'autorizzazione della Soprintendenza.

In margine a tutto ciò il Comune viene invitato a "soprassedere immediatamente" dal suo progetto (di cui, con il caso clamoroso di Monte Mauro, si è appresa l'esistenza e che aumenta ulteriormente l'assurdità di tutta la vicenda) di demolizione di ben 23 dei 38 cimiteri rurali sparsi nel territorio comunale. Progetto assolutamente folle e purtroppo già avviato visto che oltre a quello di Monte Mauro ne sono stati demoliti altri quattro - Boesimo, Cavina, Fontanamoneta e Purocielo - tutti in violazione della legge e in dispregio a quella normalissima sensibilità che vede i cimiteri rurali, anche se abbandonati, come testimonianze storiche di un culto passato ma non per questo da dimenticare, e come elementi integrati nel tessuto dei paesaggio.

Al di là delle prevedibili ed auspicabilissime conseguenze giudiziarie a carico dei responsabili, ci si augura che l'episodio possa servire a salvare quanto ancora resta di salvabile a Monte Mauro. In accordo con quanto proposto da Valerio Brunetti, ispettore onorario della Soprintendenza, si auspica che al più presto possa essere restituita alla pieve almeno la sua identità planimetrica ricomponendo la base delle strutture murarie con i materiali originali tuttora recuperabili dalle macerie; vanno poi consolidati urgentemente l'abside - poligonale all'esterno e circolare all'interno, secondo i canoni stilistici ereditati dal romanico - ed il campanile, che rimangono oggi come monconi pericolanti. Di quest'ultimo è notissimo il pregio paesaggistico, ma va rimarcata anche la particolarità dei materiali con cui è costruito: si tratta dell'unico campanile della Romagna edificato interamente con blocchi di gesso (solo negli archi della cella campanaria e nella graziosa decorazione sommitale furono utilizzati mattoni rossi) e risulta costruito alla fine dei '600, anche se l'impianto potrebbe anche essere anteriore.

Già nei primi anni '80 si parlava della sistemazione dei resti dell'antico edificio; era stato proposto anche un suo utilizzo come sede di un centro visitatori per il Parco della Vena del Gesso, anch'esso naturalmente mai costituito se non sulla carta, nei progetti di qualche architetto lautamente pagato per fare della pura teoria. Di fatto la rinuncia al Parco ha comportato pure la perdita di finanziamenti - ai quali hanno attinto, giustamente, altri Comuni della Regione - che potevano servire per recuperare e salvare simili memorie storiche.

            

Speleo GAM Mezzano (RA)